martedì 2 luglio 2013

Painting of The Week: Il disperato (Autoritratto) (Gustave Courbet, 1844-1845)

Gustave ha venticinque anni e si guarda allo specchio. Vede un disperato. Dipinge un disperato. Con ferocia autentica e con una punta – neanche troppo celata – di autoironia.
Gustave si è sempre dichiarato libero. Gustave è uno spirito libero – lo ha detto in una delle frasi più famose della Storia dell'Arte: appartengo solo alla libertà.
Sì, ha detto proprio così: non faccio parte di chiese, istituzioni, accademie, sistemi. Appartengo solo alla libertà.
Sembra una frase facile da comporre e invece non è facile per niente. È un ossimoro dire di appartenere alla libertà. Se la libertà è libertà, come fa a possedere qualcosa? Gustave, da buon realista quale era, ha avuto il pregio di guardare dentro la libertà. E ha capito: essere liberi non significa fare quello che ci pare. Essere liberi significa lottare, pensare, capire, guardare, avere un'etica, una morale, una visione del mondo. In altre parole, libertà è appartenenza a qualcosa, a quello in cui si crede; libertà è credere con coerenza.
Gustave fa di più: la sua libertà appartiene alla libertà. Il che vuol dire maneggiare una metalibertà. Il che vuol dire: essere un artista. Perché l'artista è libero solo quando crea e solo se crea con una disciplina ferrea.
Per questo, il realismo di Gustave non è realtà. Il realismo di Gustave è sbattere in faccia alla gente un'arte che fa male agli occhi – perché riguarda tutti. Fosse anche una vagina in primo piano, in bella mostra: L'origine del mondo, il titolo di quell'organo femminile. Nessun classicismo di stato, nessun romanticismo da artista adagiato su se stesso. Gustave ha aperto le porte per l'Arte futura, in Francia e non solo.

Così, Gustave, libero e coerente, a venticinque anni si guarda allo specchio. Si mette le mani tra i capelli, sbarra gli occhi. Ha le guance rosse – forse quelle di una delle infinite bevute della sua vita. Socchiude la bocca. Mostra il collo, le vene e i tendini dei bellissimi polsi da pittore. Scompigliato. Con una luce che ha un'eco caravaggesca ma che è già con due piedi nell'Impressionismo (il bianco della manica della camicia ritornerà vent'anni più tardi nel letto dell'Olympia di Manet).
Gustave si fa un autoritratto. Difficile cogliersi in una posizione del genere. Eppure lo fa: si fa bello, non c'è che dire – Gustave è un bell'uomo. Si dipinge con due guance eccessivamente rosse. Ci dice: sono ubriaco. Oppure: mi sono appena alzato dal letto. Chissà cosa deve aver visto in quel viso per fare una smorfia tanto teatrale. Forse non ha visto nulla: ha semplicemente reso paradossale la sua immagine. Si è sciolto da ogni posa magniloquente, ha lasciato andare l'educazione e il comportamento accettabile e ha mostrato al mondo un se stesso alle prese con una smorfia da disperato.
Appunto: non un vero disperato, ma l'atteggiamento di un disperato. Sembra che Gustave si stia prendendo in giro. L'artista disperato: chi mai ci crede guardando questo dipinto? Troppo teatrale per essere davvero disperato. Semmai, la sua disperazione è qualcos'altro. È la libertà che esce fuori dal suo corpo – dalla sua mente – e che un venticinquenne Courbet ancora non sa arginare a dovere. La libertà esce fuori dappertutto, dalle ciocche scompigliate, dalla bocca rossa, dai baffi e dalla barba che cresce disordinata sulle guance giovani. La libertà viene fuori da quelle mani possenti dentro una camicia sgualcita. La libertà esce fuori da quegli occhi grandi e neri che non vedono Gustave: vedono un uomo che scalpita. Un uomo che crea. Perché ogni artista è disperato, ogni artista perde la speranza di fronte alla realtà e alla tela, nessun artista sa se la sua creazione sarà davvero l'espressione onesta e coerente di mente, occhi, mani e pennello. Tradurre in un linguaggio la propria visione del mondo significa tradire – nessun linguaggio è perfettamente traducibile in un altro. Figuriamoci il linguaggio della realtà e dell'arte che la insegue.

La disperazione non è che questo: la smania di saper guardare bene e di saper creare bene, unendo tutto il magma caotico che l'uomo ha tra le mani – l'arte, la realtà e la propria libertà.  

1 commento:

Mari da solcare ha detto...

Davvero magistrale anche quest'analisi interpretativa dell'Autoritratto di Courbet.
Clap, clap!