domenica 30 ottobre 2011

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - La meravigliosa avventura di Antonio Franconi




Anno: 2011 - Genere: storico/fantastico - Nazionalità: Italia - Regia: Luca Verdone

La meravigliosa avventura di Antonio Franconi racconta la storia del pioniere italiano dello spettacolo errante e della nascita del Circo Olimpico. Siamo a Parigi alla fine del Settecento, a cavallo di quel succulento periodo storico che abbraccia i fermenti rivoluzionari e gli assetti politici post-rivoluzionari. Antonio Franconi, originario di Udine,  è un artista di strada; dopo aver vinto un duello all'ultimo sangue, Franconi è costretto a scappare dall'Italia. L'artista si rifugia nella capitale francese, dove cova il sogno di riunire in un unico spettacolo, in un'unica grande pista circolare, tutti i più stravaganti e divertenti artisti di strada: clown, equilibristi, domatori equestri saranno al centro della sua arte scenica, amata profondamente e incondizionatamente dal pubblico parigino. Franconi, così, tra alti e bassi, sogni e invenzioni, dà vita probabilmente al primo circo dell Storia.

Il film non è tecnicamente perfetto. Si legge chiaramente la volontà di dare all'opera un impianto documentaristico: si analizzano i momenti salienti della vita di Franconi anno per anno, se non mese per mese. Questa modalità di procedere alla fine conduce a un eccessivo spezzettamento della storia, diradando la logica di causa ed effetto e smembrando la narrazione. Alcune scene appaiono troppo slegate dalle altre; tuttavia certe sequenze, seppur slegate, si presentano come unicum molto godibili, dei veri e propri quadri all'interno dell'intero film. 
Massimo Ranieri, nel ruolo di Franconi, dimostra di essere sempre nella parte e di non eccedere mai. L'attore partenopeo recita con tutto il corpo e con ogni singolo muscolo del volto, diventando un Franconi credibilissimo e una maschera circense elegante e parossistica; gli altri attori non sempre sono alla sua altezza, risultando troppo esagerati anche per un personaggio da circo.

Tutto il film è pervaso da un estremo senso di leggerezza; non si avverte mai la tensione né il pericolo, neppure quando il Circo di Franconi sembrerebbe esserlo. Se da una parte l'assenza di tensione narrativa può essere una pecca, dall'altra sembra giustificata dal modo incantato e infantile (nel senso buono) con cui è vista la storia di Franconi. Tutto il film nasce infatti dalla mente di un bambino che, ai giorni nostri, fantastica su Franconi e il suo circo. Questo fa sì che ogni cosa, anche quella più difficile e "adulta", risulti letta in chiave leggera, sognante e, appunto, "circense". Chi meglio di un bambino può rimanere affascinato dal circo?

Va inoltre sottolineato che molto chiaramente viene fatto un parallelo tra il circo e il cinema; il regista continuamente si sofferma con intensi primi piani sugli spettatori dello spettacolo circense, ammaliati da piccole acrobazie, piccoli giochi di prestigio, da piccoli uomini che, con l'ausilio del loro corpo, inscenano un grande spettacolo da cui tutti sono amabilmente coinvolti. Gli spettatori, per la prima volta, siedono in una platea per godere di un sogno fantastico; già c'era il teatro, è vero, ma per la prima volta persone di umile estrazione possono assistere a uno spettacolo che, di lì a quale secolo, sarebbe divenuto Arte. E il cinema non è forse stata una di quelle arti - considerata inizialmente banale e vuota attrazione - a cui tutti, non solo i ricchi, hanno potuto partecipare? Il circo è così considerato uno dei padri del cinema, fenomeno da baraccone, evasione e scatola di sogni pesanti e leggeri - come sono leggeri alcuni sogni di Franconi e pesanti alcune sue visioni di cecità e morte.
L'insistere sulla malattia agli occhi di Franconi è uno degli elementi che più produce fascino nel film, dal momento che il legame tra spettacolo - spectaculum - e occhio, visione, sguardo è pressoché inscindibile.
Pur vacillando narrativamente, il film riesce a mantenere sempre evidenti gli scopi, giocando continuamente con l'innocenza e la meraviglia sopite negli spettatori odierni,  ormai abituati a vertiginose forme di spettacolo. 





giovedì 20 ottobre 2011

The Walking Dead, seconda stagione





Su Fox Italia, in contemporanea con gli Stati Uniti, è appena iniziata la seconda stagione di The Walking Dead, acclamata serie televisiva tratta dall'omonimo fumetto di Robert Kirkman, Tony Moore e Charlie Adlard.
La prima stagione aveva fatto godere gli appassionati del genere zombie per soli sei episodi. Tredici, invece, saranno le puntate che formeranno la seconda stagione.

L'inizio di questa attesissima seconda serie fa ben sperare. Dei quarantatre minuti dell'episodio, se ne passano almeno trenta in totale apnea. E questo senza particolari effetti speciali: l'unico effetto speciale è dato dall'eccellente make-up, che ogni volta restituisce zombie brutti, sporchi, cattivi, affamati e in putrefazione.
L'interminabile prima sequenza ci porta a seguire le sorti del gruppo di vivi (Rick, la sua famiglia e i suoi amici), alle prese con un blocco autostradale dovuto all'infezione. Un classico: l'autostrada è intasata da macchine spente o fumanti, a bordo delle quali ci sono corpi – vivi o non-morti? Mentre il gruppo di vivi cerca di farsi strada tra le auto abbandonate e fa scorta di benzina e cibo, ecco che arriva un'orda – o mandria, come la definiscono loro – di zombie. Subito, si gettano tutti sotto le auto. La sequenza è di per sé lenta, ma profondamente angosciante. I protagonisti trattengono il fiato sotto alle auto, guardando scivolare lentamente i piedi storti dei non-morti: basta un semplice respiro per attirare l'attenzione e la fame degli zombie. Qui non avviene nulla di eclatante, nulla di veloce, nulla di davvero catastrofico. Ci sono corpi vivi che tremano a contatto con l'asfalto e che contemplano un religioso e terrificante silenzio: si guardano gli uni con gli altri e hanno paura. La mandria di zombie avanza, senza accorgersi delle loro prede (almeno così sembra...): c'è un silenzio carico di attesa e paura, l'unico sonoro ammesso è dato dal trascinare lento e infinito del passo-zombie e da qualche respiro affannato a forza trattenuto.
La sequenza è molto lunga e inevitabilmente anche lo spettatore è indotto a trattenere il respiro.

The Walking Dead è tra le zombie stories più azzeccate. Probabilmente una delle migliori in circolazione.
Perché?
Perché ha perfettamente compreso il cliché, lo stilema, la tecnica tipica che fa di una storia una storia di zombie: la ripetizione.
Il ripetersi di sequenze uguali nella struttura, ma portatrici, di volta in volta, di un minimo di variazione conduce lo spettatore a godere al massimo della paura che lo zombie provoca. Lo stesso personaggio dello zombie non è altro che un ripetitore meccanico: si trascina, mangia, emette suoni inarticolati, poi ricomincia, si trascina, mangia... così come è sempre lo stesso il modo per eliminarli: colpirli in testa. Le situazioni sono obbligate alla ripetizione del “già visto” pena la non riuscita dell'effetto zombie.
Lo zombie può colpire in spazi molto aperti, ma è sempre in relazione allo spazio chiuso che produce adeguatamente il suo effetto. I protagonisti si trovano su un'autostrada e improvvisamente, a causa dei non-morti, sono costretti a rifugiarsi nello spazio angusto ma non così sicuro sotto alle auto; una delle protagoniste si troverà chiusa nel bagnetto del suo camper a lottare con uno zombie che spinge per entrare. A questo proposito rimane geniale una sequenza della prima serie: quella in cui Rick è costretto a passare dall'ampia strada della città allo stretto spazio tra asfalto e carro armato abbandonato, mentre orde di zombie da ogni parte cercano di afferrare il loro pranzo. Rick riesce ad entrare nel piccolo posto di guida del carro armato, ma il soldato che è all'interno è anch'esso uno zombie. Non si sfugge allo zombie così come non si sfugge al posto angusto: e allo stesso modo non conta tanto la storia quanto le singole situazioni di pericolo, vere e proprie acrobazie dell'horror, dell'action e del catastrofico.
E così, ciclicamente, si ripete lo stilema zombesco: spazio aperto – zombie – rifugio (non proprio sicuro) in uno spazio stretto. Ognuno di questi elementi serve inoltre a ricordare che la civiltà è finita, che ormai vige, letteralmente, l'homo homini lupus; i vivi sono costretti ad una lotta per la sopravvivenza che azzera ogni sovrastruttura, elimina ogni orpello della quotidianità e della società. Anche il vivo viene ridotto a semplice animale in fondo, diviene una preda e in quanto tale può solo fuggire e sopravvivere, dimenticando il superfluo e amando profondamente ciò che davvero è importante. Anche quest'ultima caratteristica serve ad aumentare l'angoscia e così anche il piacere che si prova quando il personaggio riesce a fuggire, a colpire uno zombie, a sopravvivere assieme ai propri cari.
È questo il segreto della riuscita dello zombie movie che, pur dando angoscia, induce anche piacere: il sottile piacere di essere al di qua dello schermo e di potersi permette il terrore perché nulla protegge di più di uno schermo (cinematografico o televisivo), specialmente nel caso degli horror.

Tutto fa pensare che i successivi dodici episodi della stagione saranno al cardiopalma e continueranno a scavare nello spettatore per enucleare quel piacere (anche un po' masochista) della ripetizione e della protezione che, finora, è probabilmente uno degli elementi più affascinanti dell'identificazione cinematografica e televisiva.



giovedì 6 ottobre 2011

Blood Story (Let me in)





Titolo originale: Let me in - Anno: 2010 - Genere: horror - Nazionalità: Gran Bretagna/USA - Regia: Matt Reeves


Il personaggio del vampiro, così come quello dello zombie, è uno dei più letterariamente compiuti, tanto che su di esso sono state molteplici le variazioni tematiche. Come ci sono zombie che camminano lenti e zombie veloci, zombie simpatici e zombie terrificanti, così anche il vampiro è suscettibile di esperimenti: ma forse rare volte si è fatto di un horror un romanzo di formazione e del vampiro il simbolo del passaggio all'adolescenza. Molto spesso il vampiro, sia al cinema che nei fumetti, è stato sinonimo di lascivia, di sensualità sperticata, di perdizione affascinante, di morbosità senza freni.
Qui, invece, il vampiro diventa quasi un limite all'esistenza, è sinonimo di quel freno che è possibile rintracciare in ogni adolescente in uno dei momenti più sconvolgenti e difficili della sua vita.
In Blood story il Bildungsroman è ovunque. Owen è un ragazzino che cresce, è più gracile degli altri, è maltrattato dai compagni ed è al centro della separazione dei genitori, che non pensano al figlio ma solo alle loro beghe matrimoniali. Owen non è un ragazzino problematico, semmai è il mondo attorno a lui ad esserlo. Ed ecco che qui il vampiro, una bella ragazzina sola e isolata dal suo stesso essere, diventa rito di passaggio e accettazione della propria diversità. Laddove l'accettazione della diversità non è mai un modo per integrarsi, per vivere bene con se stessi, ma è amaramente una cosciente esclusione dal mondo.

Il vampiro che si nutre di sangue e uccide gli uomini e la ragazzina dolce che si tramuta in bestia sono solo alcuni modi per parlare di quel lato oscuro dell'adolescenza creato dal mondo circostante, che punta sempre il dito contro ciò che è o sembra anormale; quel mondo già troppo cresciuto dimentico di essere stato un tempo giovane e che per questo rende difficile qualunque tipo di integrazione.

Blood Story non è l'horror più bello degli ultimi vent'anni: almeno non lo è se pensiamo ai tipici stilemi degli horror. Lo spettatore non è indotto ad avere paura del mostro: la psicologia viene rovesciata e il terrore si prova per quel mondo "fuori dell'adolescente" così terrificante e omologante nei modi, nelle forme e nei pensieri. Nel sapiente ribaltamento dei termini sta effettivamente l'attrattiva della storia, seppure a volte il film è frenato probabilmente dal fatto che si tratta di un remake di un'opera che poggiava più sull'autorialità e meno sul genere. 
C'è un'eccessiva dose di angoscia che però prende all'anima. Stavolta l'horror smuove qualcosa che provano tutti e mette in luce quanto l'elemento orrorifico non si trovi nel soprannaturale ma nella realtà. In fondo, tutti gli horror traggono spunto dalle paure più reali e recondite dell'uomo, creando metafore magiche o soprannaturali. La paura di un “ritorno” dall'aldilà e il terrore di essere bestie senza pensiero hanno creato lo zombie; il vampiro ha sempre dato voce al notturno e anch'esso, in parte, alla bestialità insita nell'uomo. Ma Blood Story punta quasi solo sul reale; meglio: punta sulla realtà dello stato d'animo dell'uomo. Non è un horror metafisico, ma un horror dei sentimenti quotidiani. Il sangue di cui sono fatti gli uomini è lì a testimoniarlo: così “carnale”, il sangue sta a simboleggiare la voglia di ribellione e la brama di uscire fuori dalla dicotomia bambino-adulto; è l'istinto di succhiare via tutto ciò che di marcio c'è nell'essere adulti e tutti uguali, portando quel po' di autocoscienza e purezza che solo un vero “diverso” ha. Tant'è che forse il titolo originale del film, Let me in, con il suo significato di ingresso e forse anche di soglia (di una stanza, un mondo, un'anima) parla molto di più di una storia problematica tra adolescenti che non di un horror, mostrando che il vero fulcro del film è l'incontro tra anime escluse dal mondo che nel trovarsi in comunione, nello scambiarsi amore e sangue, proprio come Giulietta e Romeo, trovano (forse) pace.


domenica 2 ottobre 2011

Drive




Anno: 2011 - Genere: noir, action - Nazionalità: USA - Regia: Nicholas Winding Refn


Che significato ha la parola vita? E che significato può avere la parola casa?
Certo, sono due parole che possono assumere tanti significati quanti sono gli esseri umani.
Però per qualcuno “vita” può essere sinonimo di viaggio, viaggio incessante, viaggio frenetico, lungo, doloroso, stimolante: ma comunque viaggio. Quando la vita è un continuo viaggio, il viaggiatore può diventare un autista. Deve saper guidare la propria vita e saper guidare quella di chi gli è accanto, con tutte le difficoltà del caso.
Casa: è un momento di ritorno a se stessi. Amore, famiglia, calore, riposo. Stasi.
E come può un autista conciliare il viaggio della sua vita con la stasi?

Una soluzione può essere quella di avere una piccola casa viaggiante: un'auto. In quell'auto entra tutto: la casa, la famiglia, il calore, il riposo, le responsabilità, la fatica e il viaggio stesso. In una casa che viaggia ci può essere tutto, gioie e sensi di colpa, perché far viaggiare qualcosa che è statico, così come rendere statico qualcosa di viaggiante è spesso difficile e inconciliabile.
Tuttavia in una casa viaggiante, in un'auto guidata ora piano, ora veloce, con tutto il carico di responsabilità che si ha, risiede la metafora della vita.
Nicholas Winding Refn con Drive esprime l'universale valore del viaggio della vita e degli affetti familiari, in un film dai tratti noir e action mescolati al geniale sguardo d'autore.

Il protagonista è un driver senza nome. Fondamentalmente algido e laconico, talvolta esplode, pazzo e furibondo, talvolta vive in un'oasi di pace, con il sorriso stampato in faccia. Questo complesso e affascinante personaggio lavora in un'officina, part-time fa lo stuntman nei film di Hollywood e di notte arrotonda facendo l'autista per le bande criminali. La sua vita è instabile. Non sembra esserne particolarmente sconvolto, ma lo si vede dal suo incessante guidare che la vita del driver è irrequieta e instabile.

Poi arrivano Irene e suo figlio Benicio. Quello che per loro è rispettivamente un marito e un padre è in carcere. Irene e Benicio sono soli. Il driver li accudisce. Li porta in giro, a bordo della sua auto, una microcasa viaggiante che li trasporta da un luogo fantastico ad un altro, da una giornata spensierata ad un'altra.
Ma poi Standard, marito di Irene e padre di Benicio, esce di carcere. Il driver decide di accudire tutti e tre, di proteggerli affinché la loro armonia e unità familiare – quella che lui non ha – sia davvero perfetta ed esente da problemi.
Ma dove c'è il marcio, dove il "brutto" e il "cattivo" emergono, qualcosa va sempre male. E il driver dovrà rivedere i suoi piani, intraprendendo un viaggio pazzesco, notturno, violento ma carico d'amore struggente.

Refn realizza un film misurato, che non eccede mai nonostante l'uso della violenza sia catastrofico - in tutti i sensi. Drive costruisce il proprio mito sequenza dopo sequenza, consapevole di essere già un cult. Ogni elemento è pensato a dovere. Refn crea una pellicola carica degli stilemi tipici dei film degli anni Settanta e Ottanta: la fotografia, così rilucente, ricca di sprazzi luminosi sia di giorno che di notte, di colori caldi, vagamente patinata, ne è una testimonianza; così come l'eccellente colonna sonora, un turbinio di sottofondo che palpita continuamente e che non abbandona mai lo spettatore, irrompendo talvolta in squarci sonori violenti che fanno sobbalzare e saltare il cuore.
Refn procede con una messa in scena della storia che raramente in altri autori è così consapevole e magistrale: il suo punto di vista da autore nordeuropeo si vede subito nella rilettura degli stilemi di genere, che il regista piega ai propri ritmi lenti e perfettamente riconoscibili. Non pensate di trovare spasmodiche corse cittadine in stile Burn out o Fast and Furious: le accelerazioni del motore saranno solo quelle dell'animo del driver e le lunghe corse saranno lente, pacate, riflessive, quelle di un uomo senza casa che cerca disperatamente pace. Refn si affida spesso all'uso del ralenti e di una colonna sonora che riescono sempre a parlare al posto di un uomo che cova il suo smarrimento e che nasconde dietro l'apparente calma la smania irrefrenabile per una vita difficile.

Ryan Gosling interpreta il driver in modo a dir poco eccellente. Una delle migliori interpretazioni viste negli ultimi anni. Si muove tra rabbia composta e calma trepidante, tra passività e aggressività, alternando a queste a volte, solo a volte, la felicità di un bambino. Gosling stupisce per la maturità della complessa interpretazione di un personaggio da cui ci si può aspettare tutto e il contrario di tutto. Memorabile la scena del martello e della pallottola nel club di lapdancer - luci fluorescenti, marroni e gialli avvolgenti, la rabbia del driver una bomba ad orologeria. Come Refn per la regia, anche Gosling costruisce il mito del driver nel momento in cui lo interpreta: una sorta di Clint Eastwood cowboy, indecifrabile eppure estremamente comunicativo, un personaggio molto vicino ad un altro di Refn, One-eye di Valhalla Rising.

Giocato su un ambiguo rapporto tra diurno e notturno, Refn porta il diurno e il notturno nella mente dello spettatore: il genere a cui si affida il film costruisce un'immensa metafora, non sempre facilmente visibile, sulla vita dell'uomo, sulla famiglia, sul giorno e la notte dell'esistenza, il cui percorso è dolce e aspro ad un tempo e implica sacrificio, soprattutto verso le persone che si amano. Ma nonostante il genere e la metafora, allo spettatore arriva qualcosa di sotterraneo e subliminale e per questo ancora più coinvolgente e affascinante: quella ricerca inquieta che ci riguarda tutti da vicino, posta tra la nostra vita frenetica e la casa in cui trovare conforto.