giovedì 30 marzo 2017

Il pieno e il vuoto




Il pieno e il vuoto: li immagino come una tela satura di colori e poi come una tela bianca, non preparata, magari bucata, strappata. Come avere di fronte l'opera rinascimentale più satolla di figure e dettagli e, dall'altro capo, osservare i buchi criptici e altrettanto ovvi di un Lucio Fontana.
C'è una bella differenza. Da un lato, gli occhi si riempiono tanto da traboccare di bellezza e forme che non lasciano spazio a nessun altro pensiero; dall'altro lato, ci si trova di fronte alla solitudine della propria mente, un quadro dilaniato e apparentemente vuoto, enigmatico, il cui senso è solo ed esclusivamente compito nostro.
Il pieno ci riempie, ma è il vuoto che può arricchirci. Secoli di arte dipinta e raffigurata e poi il nulla di un pensiero, di un'idea, sbattuti lì, senza alcun senso - o portatori di tutto il senso del mondo. Il punto è che di fronte al vuoto, soprattutto dopo che si è sperimentato il pieno, siamo costretti a guardarci in faccia: e a capire se siamo in grado di riempirlo nuovamente, quel vuoto.

Ho capito dopo anni - e dopo tre nuove versioni in blu-ray - cosa mi ha sempre davvero attratto dei film di Miyazaki: la saturazione dei suoi colori, i dettagli pieni e il pieno di dettagli di ogni singola inquadratura. Pur di fronte a scene senza alcun dubbio perturbanti, Miyazaki sa coccolare il proprio spettatore, lo infila tra un morbido blu e altrettanto comode pennellate di densi pastelli: i colori risultano accesi, corposi come un materasso, accoglienti come il proprio - inconfondibile - cuscino. Miyazaki ha saputo e sa riempire i vuoti dell'esistenza con il pieno di un'arte immensamente costruttiva, in grado di cullarci anche quando dovremmo avere paura.

Un po' come quando siamo ansiosi e intimoriti e intirizziti dalla follia glaciale del caos mondano - e di notte ci avvolgiamo nelle coperte, più per proteggerci che per ripararci dal freddo. Ce ne stiamo lì, col cuore in gola, e continuiamo a ripeterci che ora, in quel bosco di lenzuola e piumoni, siamo protetti, che il mondo è lontano, che il mondo è fuori, che il mondo non può arrivare a prenderci e a risucchiare tutto il pieno che abbiamo dentro.
Ne capitano di momenti così, oh se ne capitano. Quando ci sentiamo vuoti dentro, basta chiudere gli occhi e immaginarci a galleggiare nel vuoto denso dell'Universo: in un batter d'occhio ci sentiamo dotati di un peso, di una massa fatta di sangue, carne, muscoli - e i punti di vuoto sono solo pensieri che non riescono a formare nessun baluardo contro ciò che ci svuota.

Capita, a volte, forse molto più spesso di quanto si pensi, di sentire un vuoto alla pancia: perché siamo animali e non siamo fatti solo di idee e metafisica. Il vuoto alla pancia, a volte, puoi riempirlo con un soffice cornetto lievitato per ore e giorni, un perfetto gioco di incastri di pieni e vuoti d'aria.
Altre volte, il vuoto che hai nella pancia non lo puoi riempire, puoi solo lasciare che finisca di svuotarsi, contro la tua volontà: e accettare che il caso abbia deciso di lasciarti in balìa del tuo vuoto.
L'unica cosa da fare è sforzarsi di non pensarci. O meglio: sforzarsi di inventare qualcosa da costruire.

Allora ritorni all'inizio dei tuoi pensieri. Capisci che, sì, un Lucio Fontana ti mette di fronte al fondo del tuo baratro e inizia a scavarlo: ma il più ampolloso dei quadri, quelli fatti di tanti colori e successive velature e aggiustamenti e sistemazioni e aggiunte e ritocchi, non è altro che un nuovo mondo costruito laddove prima non c'era niente.
In fondo, è dalla mancanza di qualcosa che nasce l'istinto a ricostruire.
E noi, ecco, noi non ci facciamo abbattere da qualcosa che non c'è - e che forse non c'è mai stato: perché è lo spunto per mordere il più morbido dei cornetti appena sfornati, lo spunto per avvolgersi nelle coperte fino a diventare un involtino, lo spunto per aprire gli occhi e caricarsi di colori, lo spunto per ricominciare da capo con tante - e ancora tante altre - cose da costruire e da fare.

Penso, come sempre, ancora una volta, a Egon Schiele. Alla sua capacità di riempire la tela di personaggi lividi e traboccanti, così traboccanti da essere veri: eppure, scorgo anche la sua capacità di far equivalere ogni tratto di pennello, ogni segno di colore, ad una ferita sulla pelle della tela - una ferita sulla pelle di chi guarda. Penso alla sua capacità di riempire uno spazio e allo stesso tempo di svuotarlo - di svuotarci: di metterci di fronte ai pieni e ai vuoti di cui siamo fatti e che non sempre riusciamo a equilibrare.
L'equilibrio potrà esserci solo se, dove si è aperta la ferita e il sangue ha cominciato a scorrere, riusciamo a buttare dentro un po' di colore e a riempire quel vuoto di dettagli e belle cose che altrimenti perderemmo di vista.

Immagine: Egon Schiele, Donna seduta di schiena, 1917, dettaglio

martedì 28 febbraio 2017

Quella meraviglia di Montalcino!

sguardinotturni

UNOeDUEJourney

Non saprei da dove iniziare per raccontare quello che è stato uno dei viaggi più brevi e più intensi del nostro piccolo nucleo: perché i ricordi si affastellano - complice forse il tour di vini e cantine che percorrere è imprescindibile in un posto come Montalcino.
Partirei, forse, dal fatto che uno dei miei sogni di bambina è sempre stato quello di poter godere del calore di una casetta medievale fatta di pietre e persiane sbilenche. Non chiedetemi perché, ma in quelle case incastrate le une nelle altre ho sempre visto un modo di vivere antico, fatto di minestre a sobbollire su un braciere al centro della casa, di camini in funzione giorno e notte e di materassi di lana, che ti lasciano sprofondare e - seppure alla lunga scomodissimi - sono in grado di replicare l'abbraccio della nonna alla sera, quando addormentarsi fa paura. Sono piccole dimore che odorano di dolci preparati al mattino presto, con le uova appena covate dalle galline e il latte appena munto dalle mammelle della mucca più ritrosa.
Non so se nel duemiladiciassette le cose siano ancora così, ma a me piace immaginarlo. 
Mi sono sempre piaciuti gli hotel attrezzatissimi e mai e poi mai avrei potuto pensare che un B&B potesse regalarmi una dimora incastrata nella pietra, medievale quanto basta, moderna quando basta, con tanto di dolcetti sfornati da una signora gentilissima. Che, tra l'altro, ci ha fatto trovare sul letto gli asciugamani annodati con lo stelo di un fiore. Cosa volere di più? Ah, sì. Un profumo inebriante di pulito per tutta la casa. E musica classica ovunque. Spartiti ovunque. Il mio mondo - ovunque!

Questa non poteva che essere la promettente ouverture di un giro elegante ed etilico quanto basta per quella meraviglia di Montalcino.
Perché, l'altra cosa che mi piace scoprire in giro per viaggi, è il contatto che i paesi hanno con la propria terra - e con i prodotti che questa produce. Filari e filari di vigneti, cantine su cantine, bottiglie infilate in appositi distributori, con tanto di tessera per scegliere prezzo e quantità del prezioso liquido. 
Se prima erano spartiti ovunque ora sono calici di Brunello ovunque! 
Mai e poi mai avrei immaginato di poter vedere tutte quelle bottiglie e di poter scoprire sapori di un vino che ha tante sfaccettature quante sono le zolle della terra. E vai a ricordarti come era l'etichetta di quel Brunello con quel nome che, sì, ricordi benissimo, ma di cui hai dimenticato l'annata, preso dal sapore e dall'odore. 
Brunello di Montalcino ovunque: e a poco a poco riesci ad affinare palato e papille e a capire che non tutte le sorsate sono uguali. Finisci, poi, per essere così sensibile all'uva e ai legni che ti innamori della cantina più piccola e forse meno conosciuta, ma che ha un nome tanto bello. Il sapore è bello quanto il nome. 
Ti perdi negli scaffali di bottiglie disposte per nome, annata, colore dell'etichetta e, infine, ordine alfabetico. Vorrei possederla anche io una parete così ricca, ordinata e variopinta da cui attingere di volta in volta per una sorsata d'oro di vino rosso. 
Perché il vino rosso - quello buono, quello che staziona almeno cinque anni nelle botti e nelle cantine - non è fatto per ubriacarsi o andar su di giri. È fatto per godersi il momento, un'annusata, un giro di calice, il naso che si infila nel vetro, il liquido rosso che raggiunge la punta della lingua e che poi infuoca l'ugola e l'esofago. E quello che rimane sulla lingua e sul palato è un sapore fruttato, un sapore acido, un sapore amaro, un sapore dolciastro: ti perdi nel riconoscere i sapori, in un puro gioco d'attesa, in un puro godersi il tempo per il tempo - ammirare un calice di vino è saperlo fermare, il tempo.
Poi, ecco, se accanto a un vino così riesci a mettere un tagliere di salumi e formaggi del posto - o una fiorentina tenerissima da un chilo e duecento grammi - allora stai vivendo la vacanza definitiva. 
Altro che correre nel deserto a cavallo di una moto o nuotare con gli squali o perdersi in serate etiliche di scarsa qualità dall'altra parte del globo: datemi una fiorentina, un calice di vino e ragù di cinghiale che sobbolle nella terracotta di qualche esperta vecchina. Datemi un divano morbido e un caminetto acceso!

Musica ovunque, Brunello ovunque.
E Arte ovunque. 
Se devo trovare il minimo comune denominatore di tutto, direi che è il legno. 
Il legno è quello dei chilometri di vigneti che disegnano la terra come pentagrammi scarabocchiati da un artista geniale e disordinato - che, con un tocco di penna, tutto riporta all'ordine. 
Il legno, poi, è quello magistralmente intagliato, scolpito e dipinto che abbiamo visto nel museo diocesano del paese. Gesù Cristo medievali e rinascimentali, ognuno nel proprio legno vecchio di secoli e carico di storia, con una pregevolezza e una maestria eterne. Il Gesù Medievale che soffre - e il suo legno che sanguina resina. E il Gesù Rinascimentale che, pur soffrendo, rimane di una bellezza intatta e delicata, coi riccioli castani che nemmeno sembrano legno, ma morbide nuvolette cascanti.

Il legno, infine, è quello delle scale scricchiolanti della Fortezza di Montalcino. Barcollare paurosamente per arrivare su, dopo aver bevuto i primi quattro calici di Brunello della giornata, e avere davvero l'impressione di camminare su quelle assi con indosso l'armatura più pesante di un’anonima guardia medievale, quella che il vino lo beveva per riscaldarsi, in qualche notte incerta di vedette assonnate.

Dall'alto della Fortezza, il vento e il panorama ti calano subito in un'altra epoca, fatta di cose tremendamente autentiche: e, per fortuna, è un'epoca, almeno a Montalcino, così vicina, così attuale, tutta da vivere. 

lunedì 30 gennaio 2017

Ho imparato

UNOeDUEAnniversary

Ho imparato che pochi giorni possono trascorrere lenti, lentissimi. E che un anno può passare in un baleno e darti la sensazione di essere sempre lì, a quel giorno speciale. Sei lì, ogni istante, ad ogni sveglia che suona: e, anche se fai altro, in realtà, stai ripercorrendo quel giorno e quel giorno soltanto.

Ho imparato che anche se i giorni e le settimane si ripetono con poche variazioni, si possono vivere quei giorni e quelle settimane che si ripetono come se fossero sempre qualcosa di nuovo. 

Ho imparato che, ogni settimana, la stessa pizza ha un sapore sempre nuovo - e prepararla è l’avventura più elettrizzante, come esplorare gli abissi e lanciarsi dal picco di una montagna - e il mondo, tutto, tutto il mondo ai nostri piedi. 

Ho imparato che il divano, il sabato sera, è morbido come tutte le altre sere ed è più morbido del solito - e guardare la tv diventa un brivido al confine tra lo scoprire nuove storie, con lo sguardo vivido, e abbandonarsi all’ipnosi del sonno, cullati da un calore caldo, familiare e avvolgente allo stesso tempo. 

Ho imparato a preparare pranzi luculliani in pochi istanti. E ho imparato a mettere in ordine nello stesso momento in cui metto in disordine. O forse no. Sto ancora imparando a mettere in ordine, ma siamo sulla buona strada. 

So che ho affrontato cose che mi terrorizzano e che ancora adesso non so come sia stata in grado di affrontare. Non so se ho imparato a non avere più paura. Ma ho imparato che l'ansia e la paura svelano cosa siamo e cosa siamo in grado di fare. 

Per questo.
Ho imparato che posso fare cose che non avrei mai immaginato che io, proprio io, avrei potuto fare. 
Tipo sposarmi. E farlo davanti a un centinaio di persone

Ho imparato a pulire il terrazzo in un battibaleno.
Ho imparato ad andare a fare le analisi del sangue da sola. O quasi.
Ho imparato a piantare le margherite e ho imparato che, anche durante una gelata invernale senza precedenti, le margherite sanno far sbucare delle piccole gemme - e sono in grado di fiorire. 

Ho imparato che preparare la moka e accendere il gas basso - bassissimo - è una coccola quotidiana lenta, ma imperdibile. Ti dà il senso del tempo, ti dà il senso del tuo tempo.

Ho imparato che il mio tavolino sa di buono - e sa solo del profumo di casa mia - sia che sopra metta la cena appena preparata o il bucato profumato pronto da piegare.

Ho imparato a poter dire che ho imparato un sacco di cose, ma so che non le imparerò mai abbastanza, affinché ogni volta possa avvicinarmi alle cose con attenzione e concentrazione e con lo sguardo che vede come vedesse la prima volta. 

Ho imparato che possiamo stare lontani da casa ore - e giorni - ma l’importante è tornare ogni sera a quel piumone che arriva fin sotto gli occhi, l’importante è tornare ogni sera sotto quel piumone e concludere la giornata addormentandosi con il senso della casa e della famiglia accanto. 

Abbiamo imparato a rendere nostro il mondo e a mettere un po’ di noi nel mondo, anche se, lo so, il mondo di noi non si accorge - troppo occupato per rivolgersi a due molecole come noi. Ma a noi non interessa. Noi siamo il nostro mondo. E continuiamo a nutrirlo e coccolarlo.