lunedì 18 aprile 2011

Pagine ispiratrici - 2

«Il pittore "si dà con il suo corpo" dice Valery. E, in effetti, non si vede come uno Spirito potrebbe dipingere. È prestando il suo corpo al mondo che il pittore trasforma il mondo in pittura. Per comprendere tali transustanziazioni, bisogna ritrovare il corpo operante ed effettuale, che non è una porzione di spazio, un fascio di funzioni, che è un intreccio di visione e movimento.
Basta che io veda qualcosa per saperla raggiungere ed afferrare, anche se non so come ciò avvenga nella macchina nervosa. Il mio corpo mobile rientra nel mondo visibile, ne fa parte, ecco perché posso dirigerlo nel visibile. [...]
Tutto ciò che vedo è per principio alla mia portata, per lo meno alla portata del mio sguardo, segnato sulla mappa dell'"io posso".»

Maurice Merleau-Ponty, L'occhio e lo spirito, SE, Milano, 1989

giovedì 7 aprile 2011

Biutiful

Si può parlare di un film come Biutiful? Si può analizzare un film che si sente, si percepisce, si esperisce? Bisognerebbe solo scrivere: guardatelo. E poi tacere.

Perché Biutiful avrà i suoi difetti, non sarà tecnicamente compiuto come Babel o 21 grammi ma, più dei due precedenti, è un film che si lascia andare, è un'opera che parla direttamente alla carne e al sangue dello spettatore e che, per questo, appare la più autentica di Iñarritu.

Dobbiamo partire dai fotogrammi finali di Babel per capire Biutiful. Babel si concludeva con una dedica del regista ai suoi due figli, “le luci più luminose nella notte più nera”.

Biutiful si apre con l'inquadratura di due mani, quelle di un padre e di una figlia, e con un passaggio di consegne, un anello di famiglia da padre a figlia. Per più di due ore siamo convinti di vivere la storia di un padre, Uxbal (Javier Bardem), alle prese con i suoi figli, con la sua malattia e con il suo “dono”, quello di poter vedere i defunti e aiutarli nel trapasso. In realtà, la scena finale e la relativa dedica ci fanno capire che il punto di vista con cui guardare il film non è quello di un padre, ma quello di un figlio.

Stavolta Iñarritu dedica il film “alla vecchia quercia”, a suo padre. E allora, a quel punto, un istante prima dei titoli di coda, comprendiamo di dover ritornare sui nostri passi e rovesciare la visione del film. Perché per più di due ore non viviamo la storia di Uxbal padre ma di Uxbal figlio. Uxbal, però, non ha mai conosciuto suo padre, che è morto ventenne, prima che il figlio vedesse la luce.


Ora è chiaro lo scopo di Iñarritu. Il regista è da sempre ossessionato dal tema della famiglia o, meglio, dal legame tra padre e figli. È un legame che va oltre le regole sociali e oltre aggettivi come “biologico” o “genetico”. Perché quel legame è, per Iñarritu, qualcosa di molto più profondo, viscerale ed estremo. È un legame di sangue e di carne e che implica sentimenti, espressioni facciali, comportamenti. È consapevolezza di essere tutt'uno con la propria prole. È il vincolo che tiene saldo l'individuo, perché di reale, l'individuo, ha solo questo: il legame con il proprio padre. Un legame che va ben oltre la vita: non si smette mai di essere genitori “di” o figli “di”. O sarebbe il nulla.

Forse, è proprio a causa della mancanza del padre che Uxbal parla con i morti. Quando era ancora un feto, sua madre era viva e suo padre morto. Il legame paterno, però, non si è spezzato e ha permesso che Uxbal vivesse un po' nella vita e un po' nella morte. Uxbal, vivendo con i defunti, ha cercato di saldare il legame con la propria origine, con quel padre che è tale solo perché, morendo, gli ha lasciato la vita. Uxbal, tuttavia, non ha preso nulla del padre, né i comportamenti, né l'educazione, né l'affetto. Da suo padre ha ereditato solo la morte: anche a lui, infatti, toccherà in sorte di morire molto giovane.


Ma c'è, stavolta, qualcosa in più.

Uxbal, oltre che essere figlio, è anche padre. È un padre “completo”, perché i suoi figli lo hanno conosciuto, lo amano, lo stringono; da lui prendono il cibo, l'educazione, il bene e il male. Uxbal riesce ad essere padre perché, prima di morire, fa in tempo a sistemare le cose, riesce a dare l'anello di famiglia alla sua primogenita, riesce ad aiutare la moglie, fa in tempo a dire ai suoi figli quanto li ama e a dar loro un amuleto per proteggerli (una delle scene che più passano inosservate ma che allo stesso tempo straziano come non mai: lo spettatore infatti sa che quando Uxbal consegnerà gli amuleti ai figli, la fine del protagonista si avvicina).


Padre completo, figlio incompleto. A Uxbal manca ancora qualcosa. Deve completare il legame.


Morendo, Uxbal raggiunge il padre. Lo raggiunge in una distesa di neve, l'unico posto tranquillo e candido di tutto il film. È lo stesso posto in cui Mateo, padre di Uxbal, due settimane prima di morire, aveva scattato una foto in bianco e nero. Uxbal figlio è accompagnato dal rumore del mare in tempesta nel luogo innevato. Qui c'è un ragazzo, appena ventenne.

È inconcepibile. Un figlio vent'anni più vecchio del padre. Un padre così giovane che potrebbe essere figlio di suo figlio. Si crea un assurdo, ma in realtà in quei due uomini sta tutto il significato dell'esistenza umana: un figlio che è padre, che a sua volta è figlio, che a sua volta è padre. Mateo, così giovane, dimostra che prima di lui c'è stato qualcun altro a dargli la vita.

Questa è l'unica sequenza in cui Uxbal ride. Ride perché il suo giovanissimo padre gli fa un gioco, imitando con la bocca il rumore del vento e del mare: Mateo culla Uxbal, proteggendolo nel momento più difficile per un essere umano.


In una Barcellona irriconoscibile, quasi un terzo mondo europeo, svetta, in ombra, la Sagrada Familia. Una Sagrada Familia appena accennata, in ristrutturazione. Incompleta, forse. Ma sacra.


C'è qualcosa, in tutto questo dolore, che cancella il dolore. Una catarsi, forse. Non rimane il vuoto. C'è qualcosa di pieno, c'è il senso profondamente umano che lega i genitori ai figli. Dopo una torbida discesa all'inferno, si vede la luce, tangibile ma inspiegabile. E non è, banalmente, l'aldilà. Uxbal, seguendo il padre, si rivolge fuori dell'inquadratura e guarda. Noi spettatori non vediamo ciò che vede. Ma, dopo una sofferenza sovrumana, in fondo a tutto questo c'è qualcosa di meraviglioso. Non lo si può dire, non lo si può spiegare. Perché è quel senso di meraviglioso che si vive, che scorre nel nostro sangue, nel momento in cui, nel bene e nel male, viviamo quel legame che ci fa uomini.


Il film dà continue scariche emotive, sia al livello fotografico che sonoro. Iñarritu dosa perfettamente le musiche, ora stordendo con un silenzio assoluto, ora fracassando i timpani con musica potentissima ad alto volume, ora pizzicando delicatamente una chitarra fin negli armonici. Costruisce un'inquadratura estremamente composita, ricca di colori, di persone, volutamente disordinata. A tratti appaiono alcune inquadrature di commento, di pausa, in cui i colori sono pennellate delicate, intime quasi. Musica e immagine concorrono a creare un film-esperienza che racconta di sentimenti e di situazioni scioccanti senza alcun filtro narrativo, senza usare logori schemi da cinema classico e rendendo l'opera estremamente autentica, non realistica ma reale. In grado, cioè, di avere una vita propria, esplosiva e comunicativa. E forse, per questo, Biutiful è anche il film più maturo e sincero di Iñarritu.