sabato 26 dicembre 2015

La famiglia che siamo - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo; ottava parte - Ieri sera, tentando di leggere un libro; nona parte - L'impressione è che settembre; decima parte - Quelle domeniche d'autunno; undicesima parte - La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito

La famiglia che siamo, ogni volta, vive di prime volte. La famiglia che siamo ha difficoltà a individuare la leva dell’automatico quando salta la corrente elettrica. La famiglia che siamo chiamerebbe i pompieri quando i resti dell’ultima accensione affumicano il forno. La famiglia che siamo chiama la mamma o il papà per farsi dare le giuste dritte sui contratti che firma.
No, non sto dicendo che non siamo una famiglia. Sto dicendo che siamo atipici, che per noi molte cose non sono normali da fare o, meglio, sono sempre una nuova scoperta e una nuova avventura. E, sì, anche tirare su insieme la levetta dell’automatico casalingo concorre a saldare il nostro legame. Ecco, quello che sto dicendo è che uno scambio di battute del genere Amore è saltata la luce, Ok controllo il quadro elettrico è uno scambio con un peso, che dietro nasconde una serie di altre frasi e di altri concetti del tipo Uniamoci per salvare la nostra casa, Dammi la mano e aggiustiamo tutto, Evviva, ce l’abbiamo fatta, un passo in avanti nella nostra avventura. E, per inciso, sì, chiamiamo genitori e parenti per difficoltà tecniche di questo tipo, ma poi le risolviamo da soli – e la soddisfazione è estrema.

La famiglia che siamo chiamerebbe persino un autospurgo se gli scarichi del bagno si tappassero. E questo è stato. Solo che la mattina di Natale è difficile chiamare l’autospurgo ed è inutile e allarmistico chiamare mamma-papà-zii-altre mamme e altri papà, dato che sono impegnati nella preparazione della grande abbuffata dell’anno.
Entro nella doccia e non appena apro l’acqua il piatto si riempie – e in breve sono in ammollo fin sopra le caviglie. La chiamo. Urlo. Indosso infreddolito l’accappatoio e lei entra in bagno: Che vuoi, chiede, poi mi squadra dall’alto in basso e dal basso verso l’alto e dice: Sei dimagrito. Non è questo il problema – e batto i denti. Apro il lavandino, apro il bidet, apro di nuovo la doccia e gli scarichi vomitano acqua marrone.
E lei: Ah. Questo è un problema. 
Guarda l’orologio, è ancora in pigiama e ha i capelli spettinati. Sono quasi le undici, non ce la faremo mai per l’una a stare dai miei – entrambi ancora in maniche di camicia e l’unico bagno resosi inutilizzabile. Lei gira le pantofole e va in salotto. Accende le luci dell’albero e del presepe.
Dai, dice, qualcosa inventeremo. Si infila in un armadio e tira fuori una misera scatola di attrezzi. Me la porge. Io ti dico dove svitare, dice, e tu sviti.
Un briciolo di orgoglio maschile si risveglia in me: Ti riferisci al pozzetto in bagno? Certo che devo svitare quello! Ci sediamo a terra. È la prima volta che facciamo una cosa del genere nella nostra casetta nuova nuova e ci sembra quasi di deturparla. Svito. Tolgo il tappo d’acciaio. Sotto ce ne è un altro di plastica che sembra una ventosa. Lo afferro con le unghie, mi faccio male, mi graffio, mi taglio, ma niente. Aspetta, dice lei e infila il cacciavite tra il tappo e la mattonella, usandolo come leva. Ma il tappo è ancora duro. Lei mi viene dietro, mi afferra le braccia e tiriamo insieme. Il tappo vola via, cadiamo all’indietro e io la schiaccio contro il lavandino. Ti ho fatto male? Non mi risponde: attratta com’è da quell’animale di polvere e capelli che blocca gli scarichi dei nostri sanitari. Con i guanti e una sana espressione di disgusto in faccia, togliamo a poco a poco l’animale dal pozzetto, buttandolo nel secchio.
Il pozzetto è vuoto e apriamo tutti i rubinetti per guardar scorrere senza problemi l’acqua limpida come in alta montagna. 
Lei sussurra: tu sei pronto? 
Mi faccio la doccia e mi vesto, dico, magari chiamiamo e avvisiamo che facciamo un po’ tardi. No, mi blocca lei, non intendevo questo. Dicevo: ti senti pronto per il giorno del matrimonio?
Sì, dico fermo, è tutto pronto, sono tranquillissimo.
Io così così. Risponde. E continua: ho aspettato tanto, con tutta la voglia che un’attesa simile ti mette addosso. E ora ho paura che passi, ho paura di vivere tutte le emozioni che una cosa del genere ci può dare.
Lo so, penso, lo so che per te significa sentire di più di una persona normale. Glielo dico: lo so che per te significherà sentire molto di più di quello che posso sentire io o una qualsiasi altra sposa. Ma sono sicuro che, pur nella sua violenza, pur trafiggendoti e stordendoti, sarà un’emozione che ti rimarrà addosso per sempre. E poi, continuo, e poi io e te, quel giorno, andremo a sposarci con due vestiti eleganti addosso e circa cento paia d’occhi a guardarci. Ma ci sposeremo tutti i giorni, da soli, sotto le coperte, in cucina, sul balcone, la mattina quando ti do un bacio al volo e vado al lavoro. Continueremo a sposarci ogni volta che rinfrescheremo le pareti di casa o che faremo le pulizie e il cambio stagione. E, anzi, siamo già sposati. Guarda cosa abbiamo appena fatto al nostro bagno, no? È questa la cosa bella del matrimonio, non pensi?
Sì che lo penso, dice sottovoce, o non avrei mai associato al giorno del nostro matrimonio un pozzetto intasato di capelli e polvere.
Si alza e se ne va in salotto. Sul tavolo svetta una decina di buste trasparenti lucide e decorate in cui abbiamo infilato i panettoni fatti da lei. Questo è il nostro regalo di natale per le nostre famiglie. Dovrebbe vestirsi, truccarsi, sistemarsi i capelli, invece se ne sta di fronte ai panettoni impacchettati a sistemare i fiocchi e a guardarli brillare sotto la luce di questo sole enorme.


Lo so – so cosa sta pensando. Pensa e ripensa come un’ossessione a tutti i passi che farà col tacco dodici dalla porta alle scale e dalle scale al cancello. Pensa a come terrà il bouquet in mano e a come i vicini di casa la guarderanno, battendo le mani, sussurrando Oh come è bella – perché, lo so, sarà bellissima. Pensa e ripensa come un’ossessione a quei metri che ci separeranno dal portone d’ingresso al tavolo dell’officiante, a come sarà vederci ancora, ancora una volta e sempre, per la prima volta. Pensa e ripensa come un’ossessione a quanto la voce le si strozzerà o se sarà in grado di tenerla ferma. E forse desidera solo – perché lo desidero anche io – che, dopo due anelli scambiati e incrociati, inizi la nuova avventura. Che è quella che già stiamo vivendo, ma che sarà la nostra avventura ancora una volta per la prima volta. Noi due, in due, ancora noi due, per l’ennesima volta, per la prima volta. 


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per il Bacio, 1907/1908
Soundtrack: Oh Wonder, All we do

giovedì 26 novembre 2015

La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito - UNO E DUE



La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito – e mi sembra anche ovvio. Sono convinto, siamo convinti che l’amore non sia per persone normali, l’amore è un evento piuttosto eccezionale e per accoglierlo devi saper essere eccezionale a tua volta. Sì, come avere dei poteri o cose così. Non lo dico solo perché lei ha la sindrome che ha. Sì, forse c’entra anche quella, forse c’entra anche che io sono un po’ bordeline – altrimenti come potrei stare con lei? Sarei un missionario o un medico, non di certo un marito – forse c’entra che un pizzico di follia, in testa, ce l’ho anche io, ma tant’è: abbiamo dei poteri che non sono innati, no, si sono sviluppati pian piano solo dopo che ci siamo messi insieme, secoli orsono. Capisco che ora questa cosa possa sembrare un po’ come se fossimo due vampiri, ma non è così. È una cosa che, nella sua specialità, sa essere molto normale. È una cosa normale – almeno credo – quando si è una coppia così amalgamata, quando non riesci a capire dove finisci tu e inizia lei. E viceversa.
Ricordo benissimo quando, qualche anno fa, eravamo alla ricerca di una casetta tutta nostra. Bastava che, di fronte all’agente immobiliare, ci tenessimo per mano. Lui parlava, mostrava, apriva le finestre e noi a tenerci per mano, lui alzava le serrande, mostrava gli attacchi e noi a tenerci per mano, lui gas, acqua e luce e condominio e proposta e noi a tenerci per mano, poi arrivava il momento di lanciarci un’occhiata: ma che sta dicendo questo? – non lo so, non mi convince – questa casa è troppo buia – questa casa è troppo bassa e via dicendo così, finché le uniche parole che uscivano dalle nostre bocche erano Va bene, grazie, ci pensiamo. Ricordo altrettanto bene che, quando la casa l’abbiamo trovata, dal tenerci per mano siamo passati a fasciarci con le braccia, creando un incrocio perfetto e vicendevole sulle nostre schiene.

Be’ – è successo anche di recente. Abbiamo fatto uno sforzo sovrumano e siamo usciti a mostrare le nostre manine sinistre al gioielliere. Il gioielliere ha messo sul bancone illuminato una serie pressoché infinita di fedi, oro giallo, oro rosa, oro bianco, oro giallo con brillante, oro bianco con diamante, coroncina di diamanti, oro rosa che sfuma nel giallo, oro giallo che sfuma nel rosa. E poi: sette grammi, cinque grammi, quattro grammi, francesina, cinque millimetri, tre millimetri e mezzo, tre millimetri. Insomma: anche io che adoro la matematica ho finito per odiare i numeri. Il gioielliere comincia a tirarci fuori, poi, tutta la serie di fedi strane, particolari, eccezionali. Noi due non una parola.
I suoi occhi: ne voglio una semplice, dicono.
I miei occhi: ne voglio una sottile, sono un uomo, non mi piacciono le patacche d’oro.
I suoi occhi: sottile, semplice e d’oro giallo.
I miei occhi: . E penso: perché, seppur con i poteri, la telepatia e l’eccezionalità del caso, noi vogliamo semplicemente avere al dito il segno del nostro matrimonio – e nient’altro. Un’ultima occhiata, un battere di ciglia, io e lei che in testa abbiamo mille ragionamenti condivisi e il gioielliere che ci guarda attonito, perché un silenzio come il nostro, di fronte a tanti gioielli, non lo ha mai sentito. Apro bocca: La vogliamo sottile e d’oro giallo.

E poi è successo ancora una volta, perché è un periodo talmente carico di emozioni e sovrastimolazioni che noi non possiamo far altro che sfogarci nel nostro piccolo e caldo mondo privato. Abbiamo consegnato la partecipazione di nozze ad un’anziana zia di non so quale dei nostri genitori – sì, capita anche questo tra due persone che stanno insieme da secoli e che non si distinguono più: non distinguono più nemmeno la parentela. E, insomma: l’anziana zia di non so chi ci fa una ramanzina lunga così, perché siamo grandi, perché già conviviamo, perché, forse, sarebbe stato meglio aver fatto prima un figlio e arrivare all’altare anche con un pupo da battezzare.
La voce della zia di non so chi diventa un’eco lontana. I nostri occhi diventano due fessure sottili sottili, di quelle che sparano solo frasi taglienti
I suoi occhi: ha detto che siamo grandi. Non starà mica dicendo che sono vecchia?
I miei occhi: abbiamo da poco superato i trenta, lasciala perdere.
I suoi occhi: ha detto che siamo troppo vecchi per fare figli.
I miei occhi: e poi ignora che non ci sposeremo in chiesa.
I suoi occhi: forse dovremmo fuggire da questa conversazione prima che lei apra la partecipazione e legga del comune.
E arrivano le mie parole: Cara zia, ho la macchina in divieto di sosta. È stato un piacere, l’aspettiamo al matrimonio.
Non prendiamo nemmeno l’ascensore. Facciamo sette piani di corsa, a volte salto due scalini o lei mi spinge o io la bracco per superarla. Il punto è uno: il secondo potere che una coppia come la nostra sviluppa dopo la telepatia è il ritorno allo stato infantile. Non da intendersi come una cosa dispregiativa, anzi, tutt’altro. È un ritorno ai momenti più puri dell’essere bambino, quando scopri tutto per la prima volta, quando ti diverti a fare tutto per la prima volta. Noi, ecco, noi non siamo adulti, noi non stiamo facendo gli adulti, siamo due bambini che giocano a fare gli adulti e per i quali la casa o il matrimonio o anche solo fare la spesa al supermercato è un’avventura, un gioco tutto nuovo.

Mi ruba dalla tasca della giacca le chiavi dell’auto, parcheggiata perfettamente entro tre strisce bianche.
Guido io, mi dice.
Accende i fari delle luci di posizione, mette in moto. Parte.  
Cosa dobbiamo ancora fare? – le chiedo
Ah, non so, credo che abbiamo fatto tutto.
Una cosa c’è ancora da fare – le dico e respiro a fondo – dovresti scrivere la promessa, la formula per scambiarci gli anelli. Ricordi? In Comune ci hanno detto che possiamo personalizzarla.
Lei si irrigidisce, spegne la voce, chiude la testa, privandomi dei suoi pensieri e dei nostri poteri.
Ma forse no.
Cammina piano, con l’automobile. Si guarda attorno. Si ferma ai semafori. Fissa il rosso e poi il verde e poi la linea bianca di mezzeria e poi ancora i freni che si accendono e spengono dell’auto di fronte a noi. Imbocchiamo la strada dritta che ci porta verso casa nostra. La via è senza lampioni, la carreggiata è nera e sembra inghiottirci, ma i fari della nostra automobile illuminano il buio e noi percorriamo la strada scoprendola piano piano. Parcheggia, tira il freno a mano, spegne il motore, mi guarda. La macchina in breve diventa fredda. Qualche piano più su, ci aspetta una casa, scelta anni fa tra un abbraccio e un’immaginazione fervida, una casa pervasa del calore dei riscaldamenti e del profumo della cena. Le sue iridi baluginano di un nero vivido, fatto del fuoco del ghiaccio, e mi raccontano di un’auto che, di sera, col freddo, parcheggia sotto casa. Mi raccontano di un  ascensore che sale e di un portone che si apre, sprigionando la firma, il segno di una vita – che siamo noi due.
Le dico: Bella. Mi piace la tua promessa.
Sorride. Si gira dall’altra parte per aprire lo sportello e uscire. I suoi occhi si illuminano come due fari e io non mi stacco mai dalla loro luce per percorrere la strada verso casa.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti sdraiati (particolare), 1902 
Soundtrack: Silence


lunedì 26 ottobre 2015

Quelle domeniche d'autunno - UNO E DUE


Quelle domeniche d’autunno grigie, piovose, un po’ rallentate, hanno il potere di rallentare e rendere grigia anche la mia lei, che si arrende all'umore monocorde di un tempo atmosferico sospeso e surreale. Il grigio della pioggia diventa cielo e il cielo dà due colpi di pennello alle case, alle strade, alla luce nebbiosa del sole, fioca e tiepida.  Lei si sdraia sul divano o sul nostro letto ed è in grado di fissare nuvole e nebbia senza sosta, come se fosse alla ricerca inutile di un guizzo colorato. E, tra nuvole, pioggia e pensieri che cominciano a sgorgare decontestualizzati, finisce per deprimersi.
Mentre lei si lascia andare al sentimento più fiacco guardando la pioggia di ottobre, io mi metto di buona lena a correggere i primi compiti in classe dei miei ragazzi. Io in pigiama, lei in pigiama. Io seduto al tavolino, immobile, lei davanti alla finestra, immobile. Poi si alza, sparisce in bagno, torna fresca di doccia e di abiti puliti e lascia al suo passaggio una scia di sapone al bergamotto e deodorante al tè verde. I capelli perfettamente pettinati, nonostante non siano previste visite o uscite. Prende di nuovo posto davanti alla finestra, sdraiata sul divano. Io comincio a sentirmi in colpa.

Ti va di fare qualcosa insieme? – le chiedo. Ma alza le spalle, mormora soltanto Tra poco vado a cucinare.
Si alza di nuovo, lega i capelli in una coda, mette il grembiule e si ritira dietro l’angolo cottura – benedetto angolo cottura in sala, sì, qui, proprio davanti a me, così posso guardarla e controllarla e stare con lei anche se, in teoria, per quel che stiamo facendo, dovremmo trovarci in due stanze diverse.

Che cucini oggi? – le chiedo. Ma alza le spalle e mormora alla pentola di fronte a sé Sto decidendo.
Fissa talmente tanto la pentola che quasi sembra infilarci dentro la faccia. Lo so, so che non sta decidendo cosa cucinare: sta inseguendo un pensiero pungente. Che, prima o poi, oggi, uscirà fuori.
Torno alle formule matematiche, impazzite sotto le penne dei miei ragazzi. Sento lei battere la carne sul tagliere, commentare ogni suo gesto con un Ok o Fatto o Bene. E dopo poco arriva alle narici odore di buono e ci metto un po’ per capire che dall’olio che sfrigola si passa all’odore della carne rosolata e poi alla cipolla e poi al pomodoro – e poi ancora arriva una lontana eco di formaggio filante.

Che fai? – le chiedo. Alza ancora le spalle e risponde Faccio l’impasto per le fettuccine.
Muove la schiena con ingenuità e così le mani, senza l’esperienza e l’imponenza matronale delle nostre nonne, che di pasta in casa ne hanno fatta a quintali. Eppure il risultato è lo stesso, o quasi. Le fettuccine sono chiare, cristalline, pure come lei, come le sue mani, che sembrano far tutto per la prima volta. Come fosse una bambina. Lascia le fettuccine sulla spianatoia, arrotolate e infarinate, simili a stelle filanti. Toglie il grembiule, accorcia ancora di più i capelli raccogliendo la coda in uno chignon alto ed esplosivo.
La guardo scivolare sul parquet con le ali ai piedi.

E ora che fai? – Le chiedo. Fa spallucce e indugia prima di rispondermi. Dice ehm tre o quattro volte, trascinando il monosillabo, e alla fine risponde di una risposta lenta: pulisco qualcosa per bene. Dice. Ma molto per bene. Aggiunge. In maniera approfondita. Spiega.
A questo punto i miei sensi di colpa sono ovunque e il mio cervello non è in grado di capire neppure quanto faccia due più due.
Ascolta, amore – biascico – senti, dai, smettila, è domenica anche per te.
Fa un gesto con la mano come per scacciare le mie parole, è un Lascia perdere che aumenta a dismisura i miei sensi di colpa.
Facciamo che, dico, guardiamo un film? Ti va?
Ma guarda che io non sto lavorando. Dice urlando dal bagno. Poi torna in cucina, apre lo sportello dei detersivi e prende l’aceto che usa per pulire. E aggiunge: sto facendo una tabella di marcia.
Tabella di marcia per cosa?
Per il matrimonio.
Ma hai idea di quanto manchi ancora?
Non poco tempo. Ma neppure troppo. E devo fare in modo che sia tutto perfetto.
Tipo? - Le chiedo gettando la penna rossa sull’ultimo compito in classe, che ho letto senza capire. Come sempre avviene quando lei è in agitazione: leggo le cose senza capirle.
Tipo: la casa deve essere tirata a lucido, ma devo iniziare svariati giorni prima. Quindi, adesso cerco di capire quanto ci metto a pulire per bene una cosa alla volta. Una cosa al giorno. E poi – aggiunge dopo che l’ennesimo strampalato pensiero le colpisce la testa così, a caso, portato dal vento, come un soffione – e poi un sabato di questi dovremmo partire da qui, da casa nostra, una mezz’ora prima della cerimonia e vedere quanto ci mettiamo ad arrivare in comune col traffico. Così capiamo a che ora è meglio uscire.
Perdonami. Ma questa è follia. Le dico senza troppi giri di parole. E poi io che c’entro? Sei tu quella che arriva per ultima, esci e prendili tu ‘sti benedetti… tempi. Nemmeno fossimo allenatori alle olimpiadi.
Al contrario di quanto faccio sempre, cioè tenere per me i pensieri più rudi o che possano graffiarle troppo la sensibilità, ecco, le ultime tre righe le dico ad alta voce. Sbattendo a destra e sinistra la penna rossa dei compiti. E non contento aggiungo: guardiamoci un film o… o facciamoci due coccole se proprio vuoi fare qualcosa.

Avete presente quel silenzio carico tra il fulmine e il tuono? Ecco, è il silenzio la prima cosa che sento ed è la prima cosa che mi turba e mi distrugge e mi fa venir voglia di riavvolgere il tempo. Ma è inutile. Quando sento il silenzio tra il fulmine e il tuono è già tardi. Lei. Lei sta già piangendo. E non è andata in bagno o in camera da letto o sul terrazzo o chi sa dove, cercando di riprendersi senza farsi vedere da me. No: piange davanti a me, tanto che mi viene il dubbio che stia piangendo per finta, come i bambini che strepitano senza lacrime. Solo per capriccio. Ma lei le lacrime ce le ha e il suo non è un capriccio.
Mi alzo, l’abbraccio, le sfilo la bottiglia di aceto dalle mani e la poso sull’isola dell’angolo cottura.
Mi auguro che tu non stia piangendo per il tempo della corsa in automobile.
Strofina la testa da sinistra a destra lungo il mio petto. Singifica: no.
E allora perché?
Ho paura di non fare in tempo. Mormora. A vestirmi, truccarmi, pettinarmi. Forse – e tira su col naso – forse chiederò alla parrucchiera se mi fa un’acconciatura non troppo complicata, così ci mette di meno.
Ma che dici? È una professionista, saprà come fare. Ma che paure sono queste? Di solito, che so, si ha paura che lo sposo scappi dall’altare o si ha paura di mettere un anello per sempre, ecco, queste sono le paure che si provano in certi casi. No?
No. Dice ferma.
Allora, dai, dimmi che paura vera hai, perché pulire il bagno o farsi acconciare i capelli in tempo sono solo scuse.
Mi guarda un istante negli occhi. Lei che non lo fa mai. È un istante lunghissimo, in cui le sue iridi bagnate baluginano di un colore nero lucente che non le ho mai visto. Magnetiche, catturano, risucchiano, se le guardi troppo a lungo entri nel suo mondo e, se cominci a pensare come lei, sei destinato a salire su un ottovolante che non si ferma mai.
Lo so, lo so che è il mio, il nostro matrimonio - dice - ma ho paura di stare al centro dell’attenzione. Ho paura che tutti mi guarderanno, che tutti mi toccheranno come la statua di un santo. Ho paura che tutti mi saluteranno, mi baceranno, ho paura di dover dire a tutti una frase di circostanza, quando, invece, vorrei solo sposarmi con te. Ho paura di non riuscire a controllare le emozioni e lo sai che io non le controllo e lo sai che quando non le controllo piango anche se non sono triste. Ecco, ho paura di piangere solo perché sono emozionata e io quando piango davanti a tutti muoio di vergogna. È un serpente che si morde la cosa, capisci? Io non voglio avvicinarmi a te e all’altare e piangere o ballare con te e piangere o recitare la formula e piangere, scambiarci le fedi e piangere. Mi odio al solo pensiero. Non voglio che la voce mi si strozzi. Capisci di che ho paura? Devo fare una cosa tanto importante davanti a tutti.

L’ottovolante è al suo millesimo salto nel vuoto, la mia testa gira, ma io non riesco a staccarmi dai suoi occhi penetranti e maledettamente erotici. E dice un’ultima cosa. Che fa fare alla giostra un giro sottosopra e noi due, insieme, ce ne andiamo a testa in giù:
Ti prego, dice, ti prego, insegnami a sorridere.

L’ottovolante fa una sterzata violenta prima di frenare. Mi stacco dai suoi occhi, i miei roteano e vedono le stelle, ho bisogno di sedermi. Lei non mi stacca lo sguardo di dosso. Occhi penetranti e maledettamente ingenui, due tranelli in cui cado sempre, pur sapendo che sono tranelli – e non vedo l'ora, ogni volta, di poterci cadere di nuovo. Il viaggio vorticoso nella struttura dell’ottovolante non è immergersi nella sua paura. Non è abbandonarsi ai suoi pensieri, non è il timore di piangere o stare davanti a tutti.
Il vero giro sull’ottovolante è la richiesta. Insegnami a sorridere. Non pensate che sia la richiesta più struggente che vi possa essere fatta? E, all’improvviso, capisco perché provi tanta paura nel dover pronunciare una formula davanti a un officiante e a tanta gente. Lo capisco, subito. Non c’entra nulla la sua sindrome. C’entra solo il fatto che, quando sei lì, e dici tutte quelle cose preimpostate e bla bla bla, stai promettendo che la farai sorridere e le stai chiedendo di fare altrettanto. Le stai promettendo che l’abbraccerai e le chiedi altrettanto. Le stai promettendo di baciarti e le chiedi di fare altrettanto. Le stai promettendo di stringerle forte le mano nel viaggio infinito sull’ottovolante e le chiedi di ricambiarla, quella stretta. E di urlare all'unisono per la sorpresa e l’emozione e di riprendere fiato assieme. E, insomma. È una promessa piena di responsabilità. Non è solo un sì. Ecco. Ora un po’ di paura è venuta anche a me.
Sai, le dico, sai come si fa a sorridere? Scuote la testa.
Metto i pollici agli angoli delle sue labbra e tiro su la pelle. Scoppia a ridere.
E poi non puoi piangere, le sussurro. Ci sono io vicino a te. Mica ti sposi da sola!

Alla fine scegliamo un film, un film con un migliaio di zombie stanchi e affamati in uno scenario fumante e diroccato, e decidiamo di vederlo sotto una coperta, sul divano, in attesa che lo stomaco si apra abbastanza per pranzare. E, anche se ora siamo calmi, qui, tranquilli, sul divano a non far nulla e a pensare a tutt’altro, ecco, io ho sempre l’impressione di viaggiare su un ottovolante – e guai se avessi voglia di scendere. È il mio cuore che batte all’impazzata e batte all’impazzata perché non batte da solo: è incalzato dal suo cuore, che accelera e rallenta il ritmo finché entrambi i muscoli non battono all’unisono. È la promessa di godersi il viaggio, col sorriso fresco dell’aria che sferza improvvisa e che ci accarezza delicata la pelle. 


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia che si abbraccia, 1898-1899
Soundtrack: Tenth Avenue North, Beloved

sabato 26 settembre 2015

L'impressione è che settembre - UNO E DUE


L'impressione è che settembre sia sempre un mese di passaggio. Non è finita l'estate, non è ancora arrivato l'autunno, eppure le giornate alternano schizofreniche brividi caldi e temperature frizzanti. Non si tratta di un caldo e di un freddo netti, precisi, definiti. Il caldo è sempre un po' inficiato da punti d'ombra non più refrigeranti ma carichi di quell'umidità pungente che penetra la pelle e ti costringe a indossare il primo pullover della stagione. L'aria non è più densa di quell'afa spessa e che scolorisce i colori delle case, delle colline e del cielo: il cielo è brillante e il sole acceca, ma non scalda più come prima.
È un mese di passaggio, settembre. E forse è il mio mese preferito. Ha questa gentilezza, settembre, ha la gentilezza di elencarti – e prometterti – tutto quello che sarà l'inverno. Ti promette freddo e sciarpe e colli alti, zuppe sul fuoco e latte caldo di sera, prima di andare a dormire. Ti promette il vento forte che denuda gli alberi e piega i fusti e quel sole alto e bianco che, con un po' di tramontana, asciuga il bucato in men che non si dica. Ti promette pantofole, divano e coperta – e correre da una parte all'altra della città con le guance rosse e il fiatone, sotto l'ombrello, gli stivali alti e le pozzanghere che rischiano di diventare ghiaccio. Settembre è un assaggio - e tutto il bello di questo mese è nel pregustare il tepore invernale delle giornate in cui puoi stare assieme a chi ami, magari a sgranocchiare castagne, a bere un caffè bollente, a lavare i piatti di una domenica abbondante, mentre affondi nel letto e fai chiacchiere da dopo cena pieno di coccole. Settembre è quando versi nel calice vino rosso d'annata: e, prima ancora di berlo, lo lasci roteare nel cristallo e lo assapori con le narici.

Anche quest'anno settembre mi ha promesso qualcosa e io già ne immagino il sapore.
Mano nella mano, io e lei. Appena usciti dal Comune della nostra città. Un silenzio penetrante, un pensiero fisso, emozione e leggerezza nel cuore. Forse, non è proprio settembre a prometterci qualcosa. Siamo stati noi due a farci una promessa. E – ovvio – abbiamo intenzione di mantenerla.
Questa promessa passa per tanti passi, ancora. Molti sono già stati percorsi. Altri verranno. Alcuni si nutrono di immaginazione fervida. Pranzo, cena, ospiti, foto, video, fiori, regali. Altri ancora devono passare, per forza di cose, attraverso la riflessione: perché all'improvviso potresti trovare tutto immotivato e inutile e decidere di lasciar perdere. E invece no. Serve tutto. Serve anche l'impalcatura.

Ad esempio, io e il mio vestito.
Per uno come me, non troppo abituato a vedersi con indosso il completo elegante, scegliere un completo firmato e che ha uno scopo di non poco conto è stata quasi una questione esistenziale. Filosofica, direi. Un percorso.
Sono tutti lì, mia madre, sua madre, mio fratello e lei. Sua madre commenta pacata. Mia madre tenta di sistemarmi colletto e cravatta, con il solito istinto materno di vestirmi, anche se i trent'anni li ho superati da un po'. Mio fratello, gambe accavallate e pugno chiuso davanti alla bocca a pensare al miglior taglio per il mio fisico. Mio fratello si alza, mi tocca le spalle, fa scivolare le mani lungo la schiena e prende le misure della mia vita e dei miei fianchi: questo è troppo lungo, questo è troppo corto, questo è troppo vecchio, questo è troppo nuovo. Io sbuffo. Lui si diverte a farmi da personal stylist, serio, serissimo se si tratta di abiti. Sbuffo – e all'inizio penso che un abito è solo un abito. Mi volto appena e vedo lei, la mia lei, seduta sul divano a mordersi il pollice per controllare il caos di emozioni e persone che la attraversa. Agita le gambe, non dice una parola e io aspetto solo un suo sussulto, per scegliere. Penso, ora: se fosse solo un abito, perché mai l'avrei portata qui, a sceglierlo, ad aiutarmi a sceglierlo? La risposta è chiara, cristallina come le giornate di sole settembrine: l'ho portata perché non è solo un abito. Perché dietro quest'abito c'è un sì – davanti allo stato o a dio, qualunque sia il sapore di questo sì – ma è un sì che nasconde un impegno, è un impegno reale, è un impegno vero, c'è un mucchio di scartoffie da presentare, da richiedere, da firmare, da far pubblicare, ci sono dei timbri, dei bolli, delle piccole tasse da pagare – sì, burocrazia. Ma più maneggi carte e più ti accorgi che la cosa è vera sul serio. Che un giorno, tra duecento anni magari, qualcuno aprirà un registro e leggerà che io e lei abbiamo deciso di essere una famiglia, i nostri due nomi saranno uniti, oggettivamente uniti, non saranno solo due iniziali con un cuore scarabocchiate su un banco all'università, cancellate dall'alcool denaturato della donna delle pulizie. È vero: potremmo uscire una mattina, io e lei, jeans, scarpe da ginnastica, maglietta che forse meriterebbe un giro in lavatrice – e potremmo mettere due firme, con due passanti scelti per testimoni e risolverla così, senza troppi fronzoli. Il punto è: se il fronzolo non è vuoto allora non è più un fronzolo, è necessario. Se sotto il mio abito da sposo da passerella ci sono una pubblicazione e una promessa e due nomi uniti in un ufficio di stato civile, allora che abito da passerella sia. Chi, più di me, può festeggiare?
Indosso un abito particolarmente comodo e particolarmente avvitato. Mi fa le spalle larghe, mi sta da dio. Mi volto. La guardo. Le sue iridi baluginano, umide, silenziose, e allora dico: prendo questo. È l'abito con cui ti dirò sì, penso. E, se ti emoziona, è l'abito giusto.
Questo è il percorso che ho fatto. Un'altra tappa.

E ora, con le mani strette a passeggiare sotto le querce del viale in centro. È durato tutto cinque minuti, in quell'ufficio. Non siamo ancora sposati, ma quasi. Non siamo marito e moglie, ma quasi. Non è ancora inverno, ma quasi. E ce ne stiamo muti. Perché è come se stessimo cambiando il nostro status da studente a laureato. Il giorno della laurea, anziché infilare pantaloni sdruciti come si fa per un qualunque esame, indossi il completo elegante. Perché sai che è diverso, perché sai che l'abito, in quell'occasione, non è un involucro, ma rappresenta quello che sei e stai diventando.

Ce ne stiamo muti, sì. Ibridi eppure emozionati.
Non dici nulla? - le chiedo
Prendiamo un gelato? - risponde.
Sorrido, la avvicino a me e ci incamminiamo verso la gelateria, abbracciati, col passo ritmato, all'unisono. Le stampo un bacio tra i capelli.
Come dice quella canzone? Come fa il verso di quella canzone? Sono solo, sono il suono del mio passo.
Eccolo, il mio passo, in questo giorno di settembre, né caldo, né freddo, né estate, né inverno. E poi, un istante dopo, arriva il suono del mio passo, che però non è il mio. È il suo. È un camminare all'unisono: che mi ricorda che il passo, per essere uno, ha sempre bisogno di due gambe che si incrocino. 


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti, 1908
Soundtrack: Marlene Kuntz, Impressioni di settembre (cover della canzone originale della PFM)

mercoledì 26 agosto 2015

Ieri sera, tentando di leggere un libro - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo

Ieri sera, tentando di leggere un libro. La schiena poggiata al cuscino memory, lei che fa finta di dormire su un fianco, dandomi le spalle, e io che da tre ore leggo le prime cinque righe di pagina quindici senza capire nulla. E ricomincio da capo.
Stiamo litigando. Non si vede, ma litighiamo. Perché per noi il litigio è più uno stato mentale che un volare di parole grosse. È il percepire la divisione, lo scollamento di idee, è uno stato di disequilibrio – e il litigio vero e proprio sta nel ritrovare l'equilibrio dentro di noi, non tra noi.
Sono bastate tre parole a far scattare questo stato mentale. Sui fiori e sulla musica del matrimonio. Io dico: rose bianche. Lei: nebbiolina. Io dico: pop, jazz, swing. Lei: Mozart, Chopin, Beethoven. Lei non aggiunge altro. Io aggiungo: la nebbiolina? Ma ti pare? Ci sposiamo e vuoi usare il fiore meno visibile della terra?
Butto gli avanzi di un eccelso pollo al forno con patate croccanti e dolci – ma che non vanno più giù – e infilo il piatto nella lavastoviglie. Dico solo: e la musica classica. Perché? Vogliamo uccidere i nostri parenti? Lei ribatte: ma tu ami la musica classica! Sì, rispondo, sì, mi piace, ma in cuffia. Dopodiché cala il silenzio. Lei, quando litiga con me, sta zitta. Abbassa la testa, non mi guarda e, a letto, mi dà le spalle, posizionandosi così tanto sul ciglio che quasi dorme sul comodino. Io me ne sto catatonico con questo libro in mano, di cui ho dimenticato titolo, trama e autore: e una miscela esplosiva di pensieri terribili. Penso, nell'ordine: non mi vuole più sposare. Non vuole più stare con me. Non vuole più parlarmi. Non mi vuole più. Non vuole più sposarmi. E poi, ancora, il gran finale: non mi ama più. Realizzo dopo un loop incessante di frasi a ripetizione che tra poco più di sei ore lei deve alzarsi per andare ad un appuntamento programmato da mesi. La scelta dell'abito da sposa. Penso: se si alza e va, mi vuole ancora. Se si alza e va, io mi rilasso, passo la giornata a leggere o di fronte alla PlayStation e rimetto a posto le idee. Lei trova l'abito e rimette a posto le idee. Per un giorno intero a gestirla saranno madre, padre, sorella, fratello e suocera. E noi due smettiamo di litigare.

Alle sei del mattino di un agosto asfissiante, lei si alza. Beve un caffè al volo. Fa la doccia. Si pettina per bene. Si trucca. Indossa l'ultimo abito – fine e bellissimo – che le ho regalato. Sosta per un po' su di me, che fingo a mia volta di dormire: non so cosa pensi o faccia, ma so che mi sta guardando. Mi sfiora appena i capelli con le labbra. Mi sfiora appena la schiena nuda con la collana che le pende dal collo. Esce. È andata all'appuntamento per l'abito. Abbiamo finito di litigare. Lei è ancora la mia donna. Stringo il cuscino. Mi addormento, finalmente.

Alle dieci del mattino di un agosto infernale, girovago per la casa in mutande e a piedi nudi. La barba incolta e no, non ho alcuna voglia di scorciarla. Indeciso, tra il libro di cui ho dimenticato titolo-trama-autore e la PlayStation. Penso alla fine che sono troppo deconcentrato per leggere da pagina quindici un libro di cui non so più nulla e schiaccio con estremo godimento il tasto piesse del paradiso videoludico. E lo schiaccio nell'esatto momento in cui squilla il mio cellulare. Devono passare almeno sei squilli prima di capire che il nome sullo schermo è quello di mia cognata. Di sua sorella. Mi avrà chiamato sì e no tre volte in tutta la mia vita e quando lo ha fatto è stato per portare guai.
Pronto? Sulla tv prende forma l'etereo mondo dei gamers, subito incrinato dalla voce maschile – non di sua sorella – di suo fratello che sentenzia: vieni a riprendertela. Dice.
Un monolite mi cade tra capo e collo.
Che. Che è successo?
Sta montando un casino con questo vestito – spiega. Tua madre pare paziente. I miei genitori mantengono la calma ma non ne possono più. Io sono a un passo dall'omicidio.
Dai, tranquillo. Dico e penso: non sono più abituati ad averla per casa. Aggiungo: lo sai che lei è così.
Lo so, risponde, ma devi venire lo stesso.
Perché?
Perché sta piangendo e ha paura che il vestito che vuole comprare non piaccia a te.
Cioè?
Ha paura di deluderti.
Non capisco, dico – ma ho capito benissimo. Stiamo ancora litigando. A distanza. O forse le mie parole di ieri sera hanno lasciato in lei più insicurezza del previsto.
Mio cognato spiega ancora: lei intende dire che deve piacere a te con quel vestito e ora non sa se riuscirà a fare breccia nei tuoi gusti.
Con estremo dolore del mio pollice – un fulmine che arriva dritto al cuore – spengo la Play. Con una barba indecente e la prima maglietta che trovo, salgo su un'automobile arroventata e raggiungo l'atelier. E se da un lato sto perdendo la mia giornata di relax, dall'altro sono ben consapevole del mio ruolo: io sono l'unico in grado di capirla e sostenerla. Genitori, fratelli – sì. Sono genitori e fratelli, ma io e lei ci siamo scelti, non siamo capitati per caso. E se ci siamo scelti un motivo c'è.

Sua sorella è fuori dell'atelier. Fuma elegante una sigaretta. Unghie laccate e senza la minima imperfezione. Caschetto dritto e liscio, quasi inquietante per la geometria perfetta con cui le incastona il viso. Abito griffatissimo a mostrare due ginocchia magre, troppo magre, montate su tacco dodici di una decolleté rosso fuoco. Dietro la montatura esagerata e da vip degli occhiali da sole c'è la versione mondana e smaliziata della mia lei. Tanto si somigliano quanto sono diverse. Non so esattamente il significato di quanto ho appena detto, ma non saprei descrivere meglio di così le due sorelle.
Spegni la sigaretta – le dico. E mia cognata capisce al volo: ah, ne sei consapevole. Sei consapevole che con mia sorella il rischio di ricominciare a fumare per disperazione c'è. Vero? Sei ancora in tempo.
In tempo per cosa?
Per non sposarla.
Smettila. Lo sai, lo sapete che è così. È inutile fare tutte queste tragedie. Poi passa.
Lo so bene che è fatta così. Ma ora è adulta. È più grande di me, santodio, sta per sposarsi e poi? Poi sarà madre? Sarà madre... così? Non può fare sempre la bambina. E comunque – dice cercando una mentina nella borsetta – tutto è iniziato perché lei credeva di potersi vestire da sola, invece l'abito da sposa te lo infila qualcun altro, tanto è scomodo. Si è sentita toccare da mani estranee e ha iniziato ad andar fuori di testa. Dal motivo stupido, come tu ben sai, è passata al livello successivo: crisi, problemi esistenziali e, soprattutto, la paura di non piacerti.
Be', dico, be', annaspo, forse perché, forse perché ieri sera abbiamo litigato.
Sì, me lo ha detto. Per questo ti abbiamo chiamato. Un po' è anche colpa tua. E un po' solo tu riesci ad arginarla.
Butto fuori l'aria. Vado da lei. Dico.
Poi mi dici come ci riesci, mi urla dietro.

Passo di corsa davanti al divanetto scamosciato dell'atelier, su cui stanno spiaggiati i miei suoceri e mia madre. Suo fratello sta in piedi con le mani in tasca con l'aria dell'avevo di meglio da fare. Alzo la mano al volo per salutarli e allo stesso tempo blocco ogni loro tentativo di parlarmi. Entro in una stanza piena di specchi e abiti bianchi. Al centro, c'è lei seduta su una poltrona. Immersa in un abito bianco enorme, immenso, col corpetto pieno di lustrini e una gonna in broccato. Mi vede, allunga le braccia, le scuote un po'. Significa: abbracciami. Lo dice: non posso alzarmi, l'abito è pesante. Abbracciami. Mi chino, la stringo. La litigata – se mai c'è stata davvero – è ufficialmente finita.
Ha due lacrimoni che le piovono dagli occhi. Due cadono e due si riformano subito, precipitando dalle ciglia.
Smettila di piangere.
Ho paura. Dice.
Di che?
Non lo so. Che sto sbagliando abito.
Di sicuro questo che indossi è sbagliato. Pietre e broccato... ti prego, toglilo!
No, questo è orribile. Risponde. L'ho messo perché so che non lo sceglierò mai e tu dovevi entrare...
Ah bene, ecco.
Però, mi fa. Qui intorno, appeso, c'è l'abito che voglio. A te, di questi, quale piace? Con quale mi vedresti bene? Con quale mi sposeresti?
È un test?
Sì.
Mi guardo attorno. Ce ne è uno bello, ma bello sul serio, in un mondo in cui gli abiti da sposa solitamente, secondo me, non sono belli – per questo se ne sceglie a fatica solo uno e per un solo giorno.
Alzo il dito, sto per indicarlo. Lei mi fissa. Ma ritraggo il braccio. La bacio, la bacio forte, fortissimo, lei mi stringe e ce ne stiamo un po' bocca a bocca avviluppati come quando avevamo diciannove anni.
Ti sposo pure in pigiama. Le dico. Ti sposo pure se vieni con una di quelle tute scolorite che metti in casa d'inverno. Pure nuda ti sposo!  Rido e mi lancia un colpetto sulla nuca.
Va bene, ora esci. Ho deciso. Lo compro!
Mi spinge via.
Esci dal negozio e chiama mia sorella.
Sì, padrona.

Aspetto per strada venti minuti circa. Sono venti minuti di un mezzogiorno d'agosto altro che di fuoco. Non trovo pace neppure all'ombra. Sudo pure attraverso la barba – troppo lunga oggi. Saltello e dondolo da un piede all'altro. Guardo la poca gente rimasta in città che vaga spaesata come se navigasse nell'atmosfera densa e bollente di uno scenario post-apocalittico. C'è un silenzio irreale, fin troppo irreale, per una metropoli. Poi, il mio gruppo famiglia esce vociando dall'atelier. Mia madre mi fa segno di avvicinarmi. Oh! Esclama baciandomi sulla guancia e allungando le o a dismisura, Oh, vedessi, è bellissima! Un incanto. Una cosa...!
Suo fratello mi lascia un pugno amichevole su una spalla – Bravo, mi dice. E sua sorella: poi devi dirmi come ci riesci. E suo padre: andiamo a brindare!

Entriamo in un bar. Due ragazzi in divisa e grembiule nero hanno in mano un bicchiere di prosecco e brindano con un altro paio di ragazzi in divisa e grembiule nero al di là del bancone.
Festeggiate anche voi? Dice mia suocera, tutta contenta, impazzita per aver visto sua figlia finalmente in abito da sposa.
I quattro ragazzi trangugiano il prosecco del loro immotivato e meraviglioso festeggiare e si rivolgono a noi con un sorriso enorme: Cosa possiamo servirvi?

Non so neppure quale ordinazione esca dalla mia bocca. Lei si siede in braccio a me.
La stringo, beve il suo drink, bevo il mio, ce lo scambiamo, li riprendiamo. Penso a quando, davanti allo specchio dell'atelier, l'ho baciata. Penso che è bastato un bacio e non una parola. Penso ad ora, sì, a questo stesso istante – penso che la sto tenendo sulle mie gambe. Noi due non siamo capitati per caso. Noi due ci siamo scelti. È così che iniziano le famiglie, no? Prendi i dadini bianchi dell'abaco, le unità. Prendine due, di dadini. Mettili accanto. Ora sono due unità. Ma già non sono più uno, sono due. Lasciali camminare assieme – e saranno poi decine, centinaia e migliaia.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Figura femminile e figura maschile, Studio per Adamo ed Eva, 1916
Soundtrack: Blastema, Intro, Synthami, Dietro l'intima ragione, dall'album Lo stato in cui sono stato