mercoledì 23 marzo 2011

Pagine ispiratrici - 1

ANARCHICO-SOLE

« Assapora il Rosso! Fiuta bianchi venti cullanti, osserva l'universo: guarda il sole, le stelle che gialle scintillano, finché ti senti appagato e devi chiudere gli occhi. Mondi cerebrali ti circondano di faville nei tuoi recessi. Lascia vibrare in te le tue dita interiori, tasta quell'elemento che devi cercare quando barcolli assetato, siedi balzando, giaci correndo, sogni giacendo, vegli sognando. Febbri divorano fame e sete e malavoglia, il sangue scorre e congiunge.»


VISIONI


«Tutto mi era caro -

volevo guardare con affetto gli uomini rabbiosi,

perché i loro occhi fossero costretti a ricambiarmi;

e volevo far doni agli invidiosi e dire loro

che non ho valore.


... sentivo morbidi venti rigonfi vagare

attraverso linee d'aria.

E la ragazza,

che leggeva con voce lamentosa,

e i bambini,

che mi guardavano con grandi occhi e rispondevano al mio sguardo con carezze,

e le nubi lontane,

mi osservavano dall'alto con miti occhi grinzosi.

Le bianche, smorte ragazze mi mostravano le loro gambe nere e le giarrettiere rosse

e parlavano con nere dita.

Ma io pensavo ai vasti mondi,

a fiori digitali -

quasi nemmeno sapevo

se davvero ero qui.


Ho visto il parco: gialloverde, azzurroverde,

rossoverde, violaverde, verde di sole e di fremiti -

e ho sentito sbocciare i fiori d'arancio.

Poi mi sono appiattato al muro ovale del parco e sono stato ad ascoltare i bambini dai piccoli piedi,

quelli a puntini azzurri e a strisce grigie con

i fiocchi rosa.

Le colonne arboree tracciavano linee proprio là, quando essi si sedettero voluttuosamente

in ampio cerchio.

Pensavo alle mie visioni di colorati ritratti,

e mi sembrò

di aver parlato una sola volta

con ciascuno di loro.»


Egon Schiele, Liriche e prose, Ritratto d'artista, Abscondita, 2007

martedì 15 marzo 2011

Mare in un giorno di pioggia



Pausa.
Qui i pensieri si fanno acqua. E poi vento.
Fino a dissolversi.










Solo. Vorrei essere quel gabbiano.


venerdì 11 marzo 2011

Pagine ispiratrici

«Resta solo da rispondere ancora a una domanda che, immancabilmente, viene formulata da ogni ascoltatore o lettore quando gli si illustra il quadro delle regolarità delle nostre strutture compositive: "Ma sapevate tutto questo in anticipo? Avevate previsto questo in anticipo? Avevate programmato tutto in anticipo?".
Una domanda simile in genere tradisce la completa ignoranza di chi la pone circa le effettive modalità del processo creativo.
È del tutto erroneo pensare che, una volta conclusa la sceneggiatura - più o meno "di ferro" che sia - si concluda anche, con una meticolosa predeterminazione, tutto il processo creativo e il ritrovamento delle sue rigorose formule compositive.
Le cose non stanno così o, nel migliore dei casi, stanno così solo assai parzialmente. Soprattutto quando sia in gioco una costruzione di tipo "sinfonico" nella quale i pezzi vengono correlati in base a rapporti dinamici suggeriti dall'articolazione di un ampio tema emotivo e non in base a esigenze di pura narratività o di pura verosimiglianza.
Ma il processo creativo è strettamente connesso anche con un'altra circostanza, e cioè col fatto che nel corso del lavoro non vengono mai formulati quei "come" e quei "perché" i quali determinano di volta in volta la scelta delle "corrispondenze" e dei ritmi. Durante il lavoro una scelta appropriata non deriva mai da una valutazione logica, [...] ma nasce direttamente nell'azione.
Non si costruisce un'idea con delle deduzioni intellettuali, la si esprime in inquadrature e in processi compositivi.
Involontariamente vien fatto di pensare a Oscar Wilde il quale diceva che nell'artista le idee non nascono "nude" ma, al contrario, già vestite di marmo, di colori e di suoni.
L'artista pensa direttamente nel manipolare i suoi strumenti e materiali. Il suo pensiero si converte in operazione diretta, formulata non da una formula, ma da una forma. (Mi si perdoni questo gioco di parole, ma esso esprime tremendamente bene il rapporto reciproco di tutti e tre questi elementi).
Certo, anche in questa "spontaneità" le necessarie regolarità, le basi e le motivazioni proprio di questa e non di un'altra disposizione, attraversano il filtro della coscienza (a volte capita persino che vengano formulate a voce alta), ma la coscienza non si impegna nell'"esplicitazione" (doskazyvanie) di questi motivi, essa si dedica esclusivamente alla costruzione stessa. Il piacere di decifrare questi "fondamenti" fa parte di quel lavoro di analisi a posteriori che si realizza a volte molti anni dopo la "febbre" dell'"atto" creativo: quell'atto a cui si riferiva Wagner quando, all'apice della sua creatività, dopo essersi rifiutato di collaborare a una rivista teorica fondata da suoi amici scrisse: "Quando agisci non c'è nulla da spiegare".
Ma non per questo i frutti dell'"atto" creativo sono meno severi o regolari, come abbiamo cercato di dimostrare col nostro studio dei materiali del montaggio.»

da S. M. Ejzenstejn, Il montaggio verticale

martedì 8 marzo 2011

L'uomo che verrà

Martina non parla a causa di un trauma. Le è morto un fratellino tra le braccia e quella sensazione terribile l'ha portata al mutismo. Nonostante questo, non perde neanche un particolare di tutto ciò che vede. Martina è curiosa e intelligente. Punto primo: il senso di morte non ha parola. La parola è cultura. La morte della guerra spazza via la cultura.

A Martina sta per nascere un nuovo fratellino. Il giorno in cui il bimbo viene alla luce, è il giorno in cui Monte Sole è stravolto dall'eccidio nazista. È quello che la nostra Storia ricorda soprattutto nel nome di Marzabotto. I nazisti uccidono chiunque, senza pietà. Donne, uomini, bambini e anziani. Martina è tra questi. Ma Martina – persa la mamma, la nonna, il nonno, il papà e le zie – ha un compito ben più importante da portare avanti: salvare il fratellino. Meglio: dare definitivamente la vita al fratellino. Lo fa con una delicatezza sconcertante. Straziante, ma mai eccedente. Si solleva da un mucchio di cadaveri e corre dal bimbo, che ha un giorno appena, lo nasconde, lo allatta, lo veglia. Quando Martina tiene in braccio il fratellino, ancora una volta, un fratellino vivo, finalmente apre la bocca e canta. Gli canta una ninna nanna. Punto secondo: il senso di vita ridona la parola. La parola è cultura. La cultura serve a sconfiggere la morte meccanizzata della guerra.


L'uomo che verrà è un film delicato e lirico. Silenzioso. Dalla fotografia stupenda. Dalla regia che cattura ogni particolare perché è la regia degli occhi di una bambina.

L'uomo che verrà è effettivamente un maschio, un maschietto, un bimbo ignaro del terrore e del dolore che ha intorno. La donna, che è stata e che è, è il passaggio fondamentale da una generazione all'altra. È quella che ha visto e che deve insegnare, che deve nutrire a suon di vita (e cultura) chi sarà dopo di lei.

Forse non è un caso che in questo film si parli di vita, morte, guerra, parola. Cioè di sostantivi femminili.

L'uomo che verrà, nonostante il sostantivo maschile “uomo”, è un film estremamente femminile. Gli uomini sono quasi un contorno. Gli uomini sono solo quelli che uccidono e ai quali non vengono dedicate molte sequenze. Si è invece sempre sulle donne: la madre di Martina, con il pancione, che continua a lavorare e a faticare; la zia di Martina, che conosce la città, che è stata a Bologna e che sogna un futuro diverso; l'altra zia di Martina, alle prese con la scoperta dell'amore; la nonna di Martina, che pur anziana lavora e fatica come le figlie. La maestra e la catechista di Martina, sempre vicine a lei, al suo trauma e alla gente del posto. E poi c'è Martina. Attraverso queste donne passa la cura della famiglia, della casa, la cura delle ferite di guerra degli uomini, la preparazione meticolosa del cibo; sono le donne che sopportano le angherie dei nazisti, che dicono loro delle bugie, che nascondono i partigiani. La stessa Martina si occupa del nonno a letto, lo cura, gli dà da mangiare, gli fa compagnia.

L'uomo che verrà è vedere il mondo non solo con gli occhi di una bambina, ma anche con gli occhi di una donna. L'uomo che verrà ci racconta di piccoli uomini e piccole donne, di uomini e donne semplici che loro malgrado entrano nella storia. Ecco: Storia. Sostantivo femminile. Martina è l'unica sopravvissuta. L'unica che possa raccontare e fare effettivamente la Storia. Senza un racconto dotato di parole la Storia non esiste. Il canto finale diventa emblematico. Un modo per accudire il fratellino, un modo per narrare gli avvenimenti. È la forza di Martina che riesce a dare parola all'inenarrabile.

L'uomo che verrà ha il meraviglioso pregio di mostrarci gli eventi tramutandoli in Arte, senza scadere nel mero realismo o nella vuota retorica. Il senso è in un racconto delicatissimo che si carica di un lirismo che ammutolisce. Sì, ammutolisce.

La reazione dello spettatore alla fine del film è quello di rimanere muto di fronte a tale ferita e a tale poesia. Una ferita della Storia italiana che si fa poesia. Quasi con intento catartico, quella tragedia neanche troppo lontana da noi si fa immediatamente attuale. Noi uomini e donne di oggi siamo quell'uomo che sarebbe venuto e che avrebbe dovuto capire gli insegnamenti degli uomini e delle donne che sono stati.

Martina (senza esagerare, uno dei più bei personaggi dell'intero cinema italiano) è sempre lì, attuale, con il suo commovente senso materno. Martina è madre perché, contro la guerra, ha scelto la vita. La sua femminilità, beninteso, non si riduce affatto al corpo di donna in quanto partoriente. Il suo essere madre è ben oltre. È innanzitutto un lavoro di testa e di osservazione. Con i suoi occhi Martina ha scelto la poesia. Con il suo canto ha dato vita ad un racconto.