martedì 8 marzo 2011

L'uomo che verrà

Martina non parla a causa di un trauma. Le è morto un fratellino tra le braccia e quella sensazione terribile l'ha portata al mutismo. Nonostante questo, non perde neanche un particolare di tutto ciò che vede. Martina è curiosa e intelligente. Punto primo: il senso di morte non ha parola. La parola è cultura. La morte della guerra spazza via la cultura.

A Martina sta per nascere un nuovo fratellino. Il giorno in cui il bimbo viene alla luce, è il giorno in cui Monte Sole è stravolto dall'eccidio nazista. È quello che la nostra Storia ricorda soprattutto nel nome di Marzabotto. I nazisti uccidono chiunque, senza pietà. Donne, uomini, bambini e anziani. Martina è tra questi. Ma Martina – persa la mamma, la nonna, il nonno, il papà e le zie – ha un compito ben più importante da portare avanti: salvare il fratellino. Meglio: dare definitivamente la vita al fratellino. Lo fa con una delicatezza sconcertante. Straziante, ma mai eccedente. Si solleva da un mucchio di cadaveri e corre dal bimbo, che ha un giorno appena, lo nasconde, lo allatta, lo veglia. Quando Martina tiene in braccio il fratellino, ancora una volta, un fratellino vivo, finalmente apre la bocca e canta. Gli canta una ninna nanna. Punto secondo: il senso di vita ridona la parola. La parola è cultura. La cultura serve a sconfiggere la morte meccanizzata della guerra.


L'uomo che verrà è un film delicato e lirico. Silenzioso. Dalla fotografia stupenda. Dalla regia che cattura ogni particolare perché è la regia degli occhi di una bambina.

L'uomo che verrà è effettivamente un maschio, un maschietto, un bimbo ignaro del terrore e del dolore che ha intorno. La donna, che è stata e che è, è il passaggio fondamentale da una generazione all'altra. È quella che ha visto e che deve insegnare, che deve nutrire a suon di vita (e cultura) chi sarà dopo di lei.

Forse non è un caso che in questo film si parli di vita, morte, guerra, parola. Cioè di sostantivi femminili.

L'uomo che verrà, nonostante il sostantivo maschile “uomo”, è un film estremamente femminile. Gli uomini sono quasi un contorno. Gli uomini sono solo quelli che uccidono e ai quali non vengono dedicate molte sequenze. Si è invece sempre sulle donne: la madre di Martina, con il pancione, che continua a lavorare e a faticare; la zia di Martina, che conosce la città, che è stata a Bologna e che sogna un futuro diverso; l'altra zia di Martina, alle prese con la scoperta dell'amore; la nonna di Martina, che pur anziana lavora e fatica come le figlie. La maestra e la catechista di Martina, sempre vicine a lei, al suo trauma e alla gente del posto. E poi c'è Martina. Attraverso queste donne passa la cura della famiglia, della casa, la cura delle ferite di guerra degli uomini, la preparazione meticolosa del cibo; sono le donne che sopportano le angherie dei nazisti, che dicono loro delle bugie, che nascondono i partigiani. La stessa Martina si occupa del nonno a letto, lo cura, gli dà da mangiare, gli fa compagnia.

L'uomo che verrà è vedere il mondo non solo con gli occhi di una bambina, ma anche con gli occhi di una donna. L'uomo che verrà ci racconta di piccoli uomini e piccole donne, di uomini e donne semplici che loro malgrado entrano nella storia. Ecco: Storia. Sostantivo femminile. Martina è l'unica sopravvissuta. L'unica che possa raccontare e fare effettivamente la Storia. Senza un racconto dotato di parole la Storia non esiste. Il canto finale diventa emblematico. Un modo per accudire il fratellino, un modo per narrare gli avvenimenti. È la forza di Martina che riesce a dare parola all'inenarrabile.

L'uomo che verrà ha il meraviglioso pregio di mostrarci gli eventi tramutandoli in Arte, senza scadere nel mero realismo o nella vuota retorica. Il senso è in un racconto delicatissimo che si carica di un lirismo che ammutolisce. Sì, ammutolisce.

La reazione dello spettatore alla fine del film è quello di rimanere muto di fronte a tale ferita e a tale poesia. Una ferita della Storia italiana che si fa poesia. Quasi con intento catartico, quella tragedia neanche troppo lontana da noi si fa immediatamente attuale. Noi uomini e donne di oggi siamo quell'uomo che sarebbe venuto e che avrebbe dovuto capire gli insegnamenti degli uomini e delle donne che sono stati.

Martina (senza esagerare, uno dei più bei personaggi dell'intero cinema italiano) è sempre lì, attuale, con il suo commovente senso materno. Martina è madre perché, contro la guerra, ha scelto la vita. La sua femminilità, beninteso, non si riduce affatto al corpo di donna in quanto partoriente. Il suo essere madre è ben oltre. È innanzitutto un lavoro di testa e di osservazione. Con i suoi occhi Martina ha scelto la poesia. Con il suo canto ha dato vita ad un racconto.

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