venerdì 29 marzo 2013

I Croods



Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Animazione - Regia: Kirk De Micco e Chris Sanders

I Croods sono una famiglia di cavernicoli. Fronte sporgente e piedi piccoli, hanno il terrore di tutto quello che può capitare al di fuori della loro caverna, ben chiusa da un masso che papà Grug si preoccupa di incastrare nell'ingresso ogni sera. Tutto ciò che è nuovo, per papà Grug, è male: la curiosità mette in pericolo e lo scopo dell'uomo è quello di tenere la sua famiglia lontana da ogni velleità di scoperta del nuovo. Ma Eep, la sua primogenita, ha una curiosità difficile da arginare. La ragazza non sopporta di stare dentro la caverna, non sopporta il buio. Finché, un giorno, i Croods non sono costretti dalla storia della Terra a uscire fuori dalla loro caverna: la Pangea si sta lentamente spaccando, dando vita a quello che è l'assetto attuale dei continenti. Così, la famiglia di cavernicoli si ritrova faccia a faccia col nuovo: perché, anche se non si cercano, le novità arrivano da sole. L'evoluzione è prerogativa dell'esistenza, specie in natura; e, a quel punto, occorre adattarsi al cambiamento - o si muore.



L'idea della DreamWorks è vincente e geniale. Per la prima volta, forse, un film d'animazione non trae spunto da storie fantastiche o surreali ma da un evento storico per nulla navigato (anche se di Storia vera e propria non si può formalmente parlare, non essendo ancora nata la scrittura). L'era preistorica non trova quasi mai riscontro nella storia del cinema e narrare la rottura della Pangea diventa un elemento di grandissima originalità. In più, la rottura della Pangea va a incrociarsi con altre caratteristiche tipiche della preistoria, vale a dire il passaggio dall'homo habilis all'homo sapiens. I Croods, infatti, vista distrutta la loro caverna, si mettono in cammino e incontrano un ragazzo, Guy, che, oltre ad avere caratteristiche fisiche più simili agli uomini di oggi, è davvero sapiens: lui possiede il fuoco, indossa le prime vesti davvero funzionali, usa trappole per cacciare. In altre parole, grazie all'intelligenza, Guy si è tirato fuori dalla condizione di cavernicolo.

Il fuoco, così, assume doppia valenza. Tutti i cavernicoli hanno paura del buio, perché il buio nasconde insidie. Ma, per proteggersi, i Croods si rintanano in un posto ancora più buio, precludendosi qualsiasi possibilità. Una volta scoperto il fuoco, invece, si può stare anche all'aperto, perché la fiamma illumina e scaccia gli animali feroci. Ecco quindi che la caverna chiusa diventa metafora della mente ottusa e che il fuoco è metafora di intelligenza, curiosità, luce mentale. Accendere la luce fuori aiuta a non avere paura, accendere la luce dentro aiuta a ragionare e a sconfiggere soprattutto ciò che non si vede, paranoie e fantasmi della mente. La luce mentale è l'unica cosa che permette all'uomo di adattarsi agli eventi, di sconfiggerli, di superarli e di fare in modo, infine, che siano essi - gli eventi - ad adattarsi all'uomo.



Altro aspetto assai interessante del film è l'attenzione nei confronti delle prime forme di arte visiva. Autore dei dipinti nelle caverne è papà Grug. Inizialmente retrogrado, Grug realizza dapprima opere nefaste: tutti i suoi dipinti finiscono con la morte del protagonista; imparando cosa sia l'intelligenza, Grug modifica anche i suoi disegni, dando vita a opere più positive, fatte di racconti reali e non di paure. L'aspetto artistico è effettivamente fondante e molto azzeccato: in poche scene, gli autori del film ci hanno detto che l'Arte è sempre espressione del proprio tempo e che essa non può scindersi dalla Storia. Senza fuoco e senza scoperte tecnologiche, l'Arte di Grug assume un significato, che muta sostanzialmente dopo la conoscenza e l'acquisizione di nuove capacità fisiche, mentali, manuali, sociali.

Un film molto carino, con ritmo sostenuto che non annoia mai e che, oltre a divertire con mirabolanti effetti, fa anche riflettere in maniera originale. Indubbiamente, uno dei prodotti d'animazione più interessanti degli ultimi tempi.  

mercoledì 27 marzo 2013

Il Lato Positivo




Titolo originale: Silver Linings Playbook - Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Commedia/Drammatico  - Regia: David O. Russel

Pat e Tiffany soffrono di disturbi mentali: lui bipolare, finito in un ospedale psichiatrico perché ha quasi ucciso l'amante della moglie; lei giovane e bellissima vedova sessuomane. Intorno, una schiera di personaggi apparentemente normali, eppure più svitati dei due protagonisti. L'unica differenza, semmai, è in questo: Pat e Tiffany non hanno filtri, dicono sempre tutto quello che pensano; gli altri, invece, pur soffrendo, cercano di rimanere nei ranghi.

Ovvio: chi dice la verità e non ha regole, chi si lascia prendere dall'istinto non può che essere considerato diverso. Pat e Tiffany scontrano violentemente le loro vite e dal loro strampalato rapporto nascerà la possibilità di una terapia. E l'unica terapia per chi soffre di disturbi mentali è l'amore, la tranquillità e la verità. Condividere con qualcuno ciò che di più intimo e personale abbiamo dentro, senza che l'altro ci giudichi e senza il timore di un giudizio, è l'anticamera della sanità mentale. Laddove il mondo intorno inizia ad additare, allora il sano diventa matto, il normale diventa diverso. Di fronte a ciò, le medicine o le terapie canoniche possono molto poco.



Non è un caso, ad esempio, che Pat tragga molto più giovamento quando trova il suo psicanalista in tenuta da tifoso di football, con la maglia del cuore e la faccia truccata, piuttosto che nello studio del medico, dove il terapeuta è terapeuta. Allo stesso tempo, Pat e Tiffany trovano giovamento nel ballo, ma non nel ballo canonico: il loro “stile libero” non è quello impostato dei ballerini professionisti, fatto di passi e movimenti precisi, veloci e nervosi; stile libero, per loro, significa ballare istintivamente, seguendo il sangue e le pulsazioni di cuore e musica.
Tutto il film gioca sul dissolvimento dei ruoli, delle regole e delle categorie, sulla rottura degli stereotipi sociali e sulla comunicazione ad ogni costo. Il lato positivo sembra dirci che non esiste alcuna differenza tra diverso e normale, tra matto e sano: tutti, in fondo, siamo diversi l'uno dall'altro, per biologia, carattere, ispirazioni e aspirazioni. Importante è non far diventare la diversità una malattia, cosa che si evita solo se si è circondati dalle persone giuste con la lungimiranza necessaria.



Il film ha un tema esplosivo, ma in alcune parti funziona poco. Tutto il lungometraggio regge sulle interpretazioni folli ma ben calibrate di Bradley Cooper (una piacevole sorpresa!) e di Jennifer Lawrence. Lui usa a dovere la faccia asimmetrica che la natura gli ha dato, lei è versatile, mai monotona, mai banale; entrambi hanno saputo dare bene voce ai gesti, ai comportamenti e alle parole del disturbo mentale, senza mai risultare scontati stereotipi. Anche Robert De Niro, nel ruolo del padre ossessivo-compulsivo non diagnosticato, sa districarsi bene nella parte. Ma, del resto, De Niro è sempre monumentale.
La regia è piuttosto robusta: la macchina da presa si fa schizofrenica, bipolare, ossessiva-compulsiva, sorreggendo e ampliando l'interpretazione degli attori. La costruzione della scena non si limita alla sola macchina a mano traballante, ma propone anche un montaggio veloce e prossimo ai volti degli interpreti e si diletta in false zoomate psichedeliche, che descrivono lo stato confusionale dei personaggi nei maggiori momenti di crisi.



Il lato positivo – concedetemi il gioco di parole – non è esente da lati negativi. La sceneggiatura, a tratti, risulta sbilenca e risente della letterarietà del romanzo da cui è tratta. Alcune sequenze hanno troppo peso e risultano inutili nell'economia del film. Se i dialoghi, lunghi e schizzati, tra Pat e Tiffany hanno senso, poiché la parola istintiva e non controllata è il fulcro delle due personalità, non si può dire la stessa cosa dei restanti. Concentrarsi troppo anche sui dialoghi degli altri personaggi risulta pesante, tanto che molte scene si ripetono uguali tra loro. Ad esempio, la sequenza della martingala appare estenuante; basta vederla in rapporto al finale. Il finale, molto hollywoodiano e piuttosto scontato se confrontato con il resto del film, nonostante tutto, funziona: giocato su pochi dialoghi, su inquadrature efficaci che parlano da sole e sul ballo dei due protagonisti, reso più emotivamente che descrittivamente, risulta compatto e verosimile. La sequenza della martingala arranca, inciampando su un eccessivo spezzettamento dello spazio, su frasi ripetute fino allo stremo e su un ritmo poco calibrato.
Il regista avrebbe dovuto affidarsi maggiormente al labor limae, lasciare la robusta intelaiatura del rapporto tra Pat e Tiffany e misurare tutto il resto. Anche perché, così facendo, ha rischiato di far affondare Cooper e Lawrence nel marasma generale dei mille personaggi e dei mille dialoghi e se questo non è avvenuto è solo grazie alla bravura dei due attori. 
Come Cooper e Lawrence hanno optato per la misura, senza scadere nel macchiettistico, anche il regista avrebbe dovuto fare altrettanto. L'opera è godibile e si guarda con leggerezza; ma Russel avrebbe potuto osare di più.

lunedì 25 marzo 2013

Painting of The Week: Passeggiata sulla Scogliera (Claude Monet, 1882)



Passeggiata sulla Scogliera. O Cliff Walk at Pourville. O, ancora, nella sua lingua: La Promenade sur la Falaise.
I titoli possono cambiare – di poco – concederci grandi o minime sfumature di significato: ma il quadro di Claude Monet rimane lì, con gli azzurri più azzurri, i gialli più gialli, i bianchi più bianchi.
Perché, forse – e il beneficio del dubbio è d'obbligo quando si parla di storia, di stile e di arte – Monet fu l'impressionista più impressionista. Quando si pensa all'Impressionismo, non viene in mente Degas, che rifiutò l'en plein air, né Renoir, con la sua gioia di vivere e la sua monumentale involuzione; e neppure Manet, precursore, impressionista ma non troppo. Cézanne, Gauguin e Van Gogh, seppur catalogati come “post impressionisti”, hanno un legame storico forte non tanto con il prima, ma con il dopo – Cubismo ed Espressionismo in primis.
Quando si parla di Impressionismo è Monet che balza sulle labbra di tutti: e gli occhi si riempiono delle infinite riproposizioni della cattedrale di Rouen, delle ninfee o del sol levante. Esperimenti, un incontro di pennello, luce e colore che si traduce, appunto, in un'impressione, un attimo, quello dell'istante che c'è e poi non c'è più. Più veloci della nascente macchina fotografica, più veloci dell'occhio, occorreva essere.

Eppure, tra esperimenti, luci e colori, la Passeggiata sulla Scogliera ha qualcosa di vivo, di più vivo. Sarà il taglio che Monet ha dato all'inquadratura, la scogliera vista dal basso verso l'alto e che quasi cerca di domare il mare festoso della primavera; o saranno quelle picchiettature di colore, un lavoro certosino di pennello e polso, un incontro/incrocio di macchie che fanno il mondo, il paesaggio e il vento. Sarà il mare che pare davvero ondeggiare e fare a gara con le nuvole di passaggio. O saranno quelle due figure femminili che appena si scorgono e che solo di poco si distinguono dal resto dell'ambiente: Monet sembra catturarle e tenerle a terra con fatica, il vento pare prendere il sopravvento e volerle spingere oltre la scogliera.
Monet si fa prendere la mano: come se l'essenza del vento prodotta dalle sue pennellate fosse più forte della sua decisione di dipingere. Le figurette, così, sono solo macchie quasi indistinguibili, che hanno la stessa matericità e atmosfericità delle cose. Sembrano erba e cielo e aria – dense e turbinose come l'acqua. Non sono centrali, sono in balia della luce e del colore. Sono un prodotto della luce: senza di essa, neppure l'immagine umana esisterebbe. 
Monet ha catturato l'impressione visiva di quel giorno, ma, soprattutto, ha reso eterna l'emozione evanescente e transeunte che quel paesaggio provoca.

lunedì 18 marzo 2013

Painting of the Week: Autoritratto con camicia lilla (Egon Schiele, 1914)



Avrei potuto scegliere qualsiasi altro autoritratto di Schiele: ma questo colpisce per una certa freschezza del volto e della pettinatura – l'espressione del viso è di quelle che durano una frazione di secondo, la fronte giovane corrugata, gli occhi chiusi a mostrare palpebre verde-blu in tutta la loro superficie, la bocca estremamente rossa, stretta, che quasi somiglia ad un frutto nel pieno del suo fulgore, un frutto voglioso di vita e che istiga alla vita. I capelli tirati indietro sono quelli del sonno scomposto o quelli che, il pettine, lo vedono raramente o in cui il pettine entra con difficoltà, perché la massa è tanto folta e intricata.

Autoritratto con camicia lilla. È questo il titolo dell'opera e, infatti, Schiele deforma il suo corpo, allungandolo oltremisura, per mettere in evidenza proprio la camicia, di un lilla quasi invisibile, la giacca e i pantaloni, una massa densa e pesante, resa con pennellate folte e intricate come i capelli del nostro pittore.

Eppure il giovane, ventiquattrenne Egon, nel dare importanza alla sua camicia, sottolinea se stesso, il suo viso, la sua espressione: quel capo così divertito-indispettito-corrucciato è il climax dell'intera opera. Che sia la sua espressione allo specchio nel vedersi, all'improvviso, con una camicia lilla? Chi può saperlo. Schiele sperimentava pose ed espressioni che difficilmente assumiamo in maniera voluta. Davanti alla macchina fotografica, ogni posa sperimenteremmo meno che questa, meno che quella col gomito alzato o con i pantaloni calati.

Anzi, occorre correggere il tiro: all'epoca di Schiele nessuno avrebbe assunto quelle pose per un ritratto o per una foto. Oggi, forse, sì: nell'era dei social network, in cui ogni foto si posa sull'altra per creare una massa indistinta di immagini, ci si diverte a fotografarsi in ogni posa, condizione, modo.

E la differenza c'è? Eccome se c'è.

Guardiamo il colore dell'incarnato del giovane, ventiquattrenne Egon: il sottofondo è un verdastro che tanto ricorda il pallore dei cadaveri. Qua e là qualche sussulto di vita, il rosso o il rosa delle labbra e delle nocche. Ma nulla di più. Il giovane, giovanissimo Egon, strappato alla vita solo quattro anni dopo questo autoritratto dalla febbre spagnola, assieme alla moglie e al piccolo che era dentro di lei, non ha mai visto, in sé, vita e vitalità. La sua vitalità, semmai, scaturiva da un profondo senso della morte. Nella vita vedeva la morte – forse come ogni altro artista. Dipingeva i vivi come morti, talvolta come pezzi di carne viventi ma in decomposizione, verdi, gialli, putrescenti. Scavava il corpo fin nei suoi recessi, per trovare l'anima e l'io, ma trovava solo corpo, organi, sangue e sesso. Il sesso, gli occhi e la bocca, gli unici passaggi fisici tra fuori e dentro, tra Io e Altro. Un corpo sviscerato eppure ridotto a semplice segno grafico, una linea nera, un indizio delle membra, l'accenno di un'esistenza che, di sé, lascia solo il nome – e che occorre afferrare con forza perché non si perda nel vento.

martedì 12 marzo 2013

Spoleto, un continuo viaggio nel tempo


Spoleto è un incredibile museo a cielo aperto. Si passeggia per le strade ed è possibile vedere opere d'arte e accedere a siti storici di ogni epoca e influenza artistica.
Arte greca, romana, tardoantica, influssi longobardi, il medioevo e il rinascimento umbri, le arti visive contemporanee. C'è l'imbarazzo della scelta.

Il Teatro Romano, con le sue scalinate ellittiche


Partendo dal livello più basso della città, incontriamo il Teatro Romano, un piccolo gioiello del I secolo a.C., ancora in uso in estate, durante il Festival dei Due Mondi; intorno, il Museo Archeologico, che raccoglie statue e marmi sia provenienti dal teatro (tra cui una stupenda statua femminile acefala, originale greco risalente al V secolo a.C.), sia monili, vasellame e oggetti di uso quotidiano provenienti dalle vicine necropoli di Norcia, Monteleone e Piazza d'Armi.

L'impluvium della casa romana e il pavimento a mosaico con le tessere nere e bianche a forma di rombo


Salendo, ci si imbatte in una meravigliosa Casa Romana del I secolo d.C.: sottostante il Municipio e sormontata da volte a crociera, la casa mantiene un pavimento mosaicato bicolore, ricco di elementi geometrici che si ripetono e che danno all'ambiente un grande respiro ornamentale; rimasto intatto è l'impluvium, mentre appaiono molto danneggiati gli affreschi che, però, permettono ancora di godere dei colori principali della pittura romana, il rosso e il blu. Con tutta probabilità, la casa era di proprietà della madre dell'imperatore Vespasiano.

La facciata del duomo col portico, i rosoni e il mosaico d'oro


Salendo ancora, Spoleto ci regala il Duomo della città, un complesso che coniuga stile romanico e gotico. In marmo bianco e adornato da otto rosoni di diversa misura, al centro della facciata presenta un mosaico in cui prevale l'oro. All'interno, nel catino absidale, si staglia un enorme ciclo dedicato alla Vergine e risalente alla seconda metà del Quattrocento, opera di Filippo Lippi

Dio benedice Maria tra angeli e santi immersi in un cielo blu e oro


Annunciazione, Natività e Morte della Vergine si trovano nell'ordine inferiore del catino, mentre la parte superiore è occupata per intero dalla scena dell'Assunzione di Maria. Lo stile, nella resa di volti, corpi e panneggi (specie nei particolari dorati delle vesti) è inequivocabilmente della bottega fiorentina di Lippi – con tutta probabilità fu l'ultima opera del maestro, che morì proprio a Spoleto l'anno dopo la conclusione del ciclo. Tutto l'affresco è abbellito dalla dolcezza dei colori, elemento tipico dell'arte umbra - i maggiori interpreti di tale stile saranno Perugino e Raffaello.

La Rocca di Spoleto, con i due alti torrioni e il grande portico


Salendo ancora, si fa un vero e proprio viaggio nel tempo. Su Spoleto domina una maestosa rocca medievale, la Rocca Albornoziana, imponente, fuori dal nostro tempo, immersa nel suo immaginifico tempo. La si può raggiungere con un ascensore. Usciti, cambiano clima, vento, aria, paesaggio. La rocca è immersa nel verde e il prato è interrotto da strette strade sterrate. Il vento sibila forte e l'impressione è quella di vedere sbucare, da un momento all'altro, un cavaliere con la sua armatura. Ci si perde nelle meravigliose e altissime mura brulle, prive di qualsiasi vezzo, il cui unico ornamento è dato da archi a sesto acuto e volte ogivali. L'interno è una sorpresa continua. Il museo ospitato ci presenta reperti di ogni epoca e ogni stile, dai sarcofagi tardoantichi, ai bassorilievi che coniugano influenze longobarde e quelle romaniche di Wiligelmo, i crocifissi, con vari Christus Triumphans e Patiens. E poi si arriva nell'eccelsa Camera Pinta: una piccola stanza totalmente affrescata con un ciclo “profano”, dedicato all'amore cortese. Dame, cavalieri, castelli e folti boschi riempiono vari ordini, fino a quello alto e finale, che propone la ripetizione di piccole volte scorciate, primi esperimenti di prospettiva rinascimentale. La Camera Pinta è datata tra il Trecento e Quattrocento: non ha una grande resa prospettica, ma il ciclo, coi suoi verdi e i suoi rossi, è di grandissimo impatto, una magia dell'Arte, del Tempo e del Bello.

La Camera Pinta, cavalieri e dame nei boschi e a cavallo; i fiori ornano l'arco trionfale al centro della stanza



Poco vicino Spoleto, sorge un paese rimasto medievale: Spello. Qui è possibile ammirare il Pinturicchio, altro pittore di grande bravura, interprete di quello “stile dolce” e tenue che dall'Umbria, complice Raffaello e le sue innovazioni, invaderà poi Roma.


martedì 5 marzo 2013

Noêin:03



Gli amici di Noêin saranno al Mantova Comics dall'otto al dieci marzo 2013 per presentare il quarto volume della loro creatura: Noêin:03.

Vi avevo già parlato degli altri tre albi di Noêin (00, 01 e 02): un vorticoso viaggio in un mondo da milleunapagina, in cui storie a fumetti, illustrazioni e racconti si legano gli uni agli altri. 

Il risultato è una struttura narrativa ricca di porte che si aprono su mondi paralleli e storie sospese e oniriche. Il tutto ha il sapore della sperimentazione. Un'opera, Noêin, che, probabilmente, rappresenta un unicum nel panorama italiano del fumetto e della rivista artistica/letteraria . 















Cyrano Comics presenta Noêin:03. In questo numero:
fosco niemand/ diego mazzo/ sanzio h./ bouquet/ tristam strauss/ SID+NEY/ Yupa

venerdì 1 marzo 2013

Djesus Uncrossed

Ovviamente, la d è muta.



Al Saturday Night Live, il geniale, poliedrico, elegante, ironico e autoironico Christoph Waltz ha presentato quel terzo film che potrebbe concludere la trilogia della vendetta e del revisionismo di Quentin Tarantino.

Dopo Bastardi Senza Gloria e Django Unchained, Djesus Uncrossed

Un falso trailer di pochi minuti, in cui si immagina che Djesus (Christoph Waltz), dopo tre giorni, resusciti pronto a vendicarsi di chi lo ha crocefisso. 
I suoi obiettivi sono Ponzio Pilato, Giuda Escariota (Samuel L. Jackson) e, ovviamente, i Romani tutti. 
Gli Apostoli, preparati da un implacabile San Pietro (Brad Pitt), sono sicari pronti a tutto per il Messia. 
Giuda è un uomo di colore - cosa che tanto ricorda il Giuda di Jesus Christ Superstar.

Djesus, la Croce in spalla, la katana e un mitra, parte per la sua personalissima vendetta. 
E, tuttavia, nulla delle sue nuove, fantastiche azioni appare blasfemo. Djesus, al contrario, risulta una figura estremamente simpatica e divertente. Probabilmente, quest'impressione è data dal suo essere un personaggio attivo. 

Durante la Passione, Gesù accetta ogni violenza inflittagli. Lo fa con coraggio - è ovvio - esempio di chi porta non solo letteralmente ma anche metaforicamente una croce. Eppure, vederlo pronto, cinico e scaltro per affermarsi nel mondo, eroe immortale che mette in riga tutti i mali della terra in maniera più pratica che spirituale, non appare né indecoroso, né irriverente: semplicemente più vicino alla gente. 

Qui di seguito, ecco il trailer del film, definito come "A less violent version of Passion of the Christ".