lunedì 5 maggio 2014

Non so quando torno



Per diecimilanovecentocinquanta giorni il mondo non si è ricordato di me e oggi ha deciso di farlo.
Lei mi ha lasciato il latte caldo sul tavolo e una zuppa di patate e carote sui fornelli. Un post-it attaccato alla pentola: non so quando torno. E poiché quando significa anche se, poiché la frase suona stonata così, all'alba del mio oltre decimillesimo giorno di vita, la cravatta storta comincia a stringermi attorno alla gola. O forse è la gola che preme contro la cravatta – e comunque è uno strozzarmi continuo di pensieri. E di respiri malsani. E di palpebre che non sbattono. E di occhi che si inaridiscono e provano a piangere. Stamattina il mio letto è vuoto e le tovagliette da colazione anche.
È per ieri? È per ieri sera? Perché io insistevo per un menu di pesce e tu per uno di carne? O è perché le bomboniere che piacciono a te sono troppo costose e io alle bomboniere rinuncerei volentieri? Sistemo il nodo della cravatta, ora è dritto, ora posso uscire, anche se non ho mandato giù la saliva neanche una volta e anche se le palpebre, oggi, non vogliono sbattere.
O forse perché me ne sto sempre un po' troppo zitto, a leggere, a pensare, a guardarti? Ma tu lo sai, vero, lo sai, che non c'è bisogno di tante parole tra noi?
Metto a tracolla la borsa col portatile e oggi può venir giù la neve, la grandine o spazzarmi via la bora, ma vado a lavoro a piedi. Quindici chilometri – e chissenefrega. Chissenefrega santodio. Chissenefrega del grande capo e delle ore che dovrò recuperare. Quindici chilometri sono pure pochi per assestare nel petto questo senso di solitudine che vuole deflagrare – e se deflagrasse, be', ci sarebbero da ripulire troppo sangue e troppi umori.
Allora è per quella frase che ho detto l'altra sera, dai nostri amici? Quella frase a doppio taglio? Io che non parlo mai, poi. La mattina mi ero guardato allo specchio e avevo visto due o tre peli bianchi nel mare nero della barba. Niente di che. Ma la sera, a cena dai nostri amici, due nostri amici con due bambini, esce fuori il solito discorso. E voi quando ne fate uno – di bambino?
Ed ecco la mia frase a doppio taglio, eccola: un giorno forse. Ma se devo fare qualcosa di importante con lei, be', prima voglio sposarla. Poi fare il viaggio della nostra vita e poi cene al lume di candela e teatro e cinema e mostre e passeggiate – solo con lei. Chissenefrega dei tre peli bianchi tra la barba.
Forse hai frainteso? Io non è che non voglio fare figli con te. Io voglio. Io, ecco.
Al terzo chilometro e dieci litri di sudore, camicia inzuppata e capelli spettinati, mi fermo sul ponte sul fiume. Le mani in tasca, puntello i piedi, avanti, poi indietro, il portatile mi segue, oggi non pesa, oggi pesa altro. Sono solo. Diecimilanovecentocinquanta giorni di vita, circa quattromila con lei – e sono solo. Sì, sono ancora giovane. Ma, gente, provate voi a vivere senza quei riccioli carbone e senza quegli occhi ardesia che due sole orbite non riescono a contenere.
Guardo il fiume, ma il fiume non mi risponde, il fiume continua impassibile, giro i tacchi.
Sulla panchina all'altro capo del ponte. Sulla panchina, con la canottiera e i pantaloni attillati da ginnastica. Sulla panchina, un asciugamano zuppo e le cuffie nelle orecchie. I riccioli tirati su e l'ardesia stravolta dalla fatica. Sulla panchina, fa un gesto. Alza la testa per bere acqua da una boccetta e mi vede. Rimane incantata e ferma e con un mezzo sorriso, come la prima volta che mi ha visto. Come la prima volta che l'ho vista. Fa un cenno con la mano, mi saluta, mi dice di avvicinarmi.
Che. Che ci fai qui. E non metto il punto interrogativo.
Oggi sono libera. Non ricordi?
Scuoto la testa o forse no.
Mi sono alzata presto per andare a correre. Altrimenti non entro nel vestito. Ma non torno a casa, vado da mamma, faccio la doccia e poi andiamo insieme a fare la prova dell'abito. Ah e poi dal fioraio. Siamo d'accordo sulle orchidee, vero?
Sì, dico di sì.
E, allora, non so quando torno significa non so a che ora torno. Solo che nell'abitudine interrotta le solite parole diventano altro.
E tu – alza il mento e i riccioli volano – e tu che ci fai qui a quest'ora?
Be', ecco. Volevo farmela a piedi. Altrimenti non entro nel vestito – e rido, come un coglione. Perché, se questa fosse una storia, dovrebbe intitolarsi Il coglione.
Solo un coglione potrebbe avere paura di essere mollato da una donna così. Solo un coglione come me non capisce che una donna così vive il nostro sentimento come i polmoni a contatto con l'aria – e non ci pensa proprio alle abitudini interrotte.
Sei tutto sudato – mi bacia. Sudore suo sul mio – amore, non so a che ora torno stasera. Ma la cena è già pronta.
Be' – guardo l'orologio. Sorrido, come un coglione. Faccio spallucce.
Per diecimilanovecentocinquanta giorni di vita il mondo non si è ricordato di me. Perché non si ricorda mai di nessuno. Scorre come il fiume. Con i suoi accadimenti eterni, melmosi e fluttuanti – o immobili. E poi noi ci alziamo e pensiamo a smuoverlo, il fiume, a volte nel verso giusto, a volte nel verso sbagliato. A volte verso il precipitare di una cascata.
Diosolosa il potere che ha l'ardesia, un manto grigio interrotto da striature azzurre. E in quelle striature, i menu, i discorsi, i peli bianchi, il fiume, il mondo e diecimilanovecentocinquanta giorni di vita piena finiscono risucchiati e sciacquati e digeriti.


Short Story by ©Veronica MondelliTutti i diritti riservati
Immagine: Edvard Munch, Disperazione (1892) - particolare
Soundtrack: Coldrain, We're not alone