martedì 30 ottobre 2012

Spike Lee gira il remake di Oldboy




È ufficiale.
Nel 2013 uscirà Oldboy di Spike Lee, remake di quel cult immortale di Park Chan-wook.
A circa dieci anni di distanza dall'enorme successo del film coreano, Spike Lee ne prende la sceneggiatura, la adatta al contesto statunitense e lo gira.
Josh Brolin e Elizabeth Olsen sono i protagonisti, lui interpreta il corrispettivo di Oh Dae-su, reso grande dalla mastodontica interpretazione di Choi Min-sik; lei dovrebbe essere la Mi-do del film coreano. Compare anche Samuel L. Jackson, ma non è chiaro quale sarà il suo ruolo.

Difficile dire se questo remake sia davvero necessario. In primo luogo, perché è passato troppo poco tempo dall'uscita dell'originale. I trentenni di oggi (e non solo), registi, scrittori, critici o semplicemente cinefili vedono in Oldboy un cult generazionale, qualcosa che non può né deve essere intaccato perché, in fondo, è un capolavoro e, come tale, è eterno e transgenerazionale. Avremo sempre negli occhi la meravigliosa visione della fotografia di Park Chan-wook, la sua regia impeccabile e il suo montaggio drammatico, in grado di costruire emozioni e storia senza tralasciare nulla al caso. In testa abbiamo ancora quella storia maledetta, quel continuo scambio di ruoli tra la vittima e il carnefice, quel mondo metacinematografico, fatto di foto, pellicole, ipnosi, specchi e finestre. Negli occhi, abbiamo ancora il toccante e sconvolgente sorriso finale di Oh Dae-su, ferita dal lirismo impareggiabile. In altre parole: un film perfetto. Un film perfetto che però era anche il tassello di una trilogia, in cui attori e battute rimbalzavano da un capitolo all'altro.

Il mondo del cinema è giustamente pieno di remake. Col remake, le sceneggiature vengono adattate all'epoca corrente. Tuttavia, è pur vero che è difficile trovare adattamenti di capolavori. Ci sono alcuni cult intoccabili. Giustamente intoccabili. Perché rifare certi film potrebbe essere deleterio per il lavoro che ne seguirà. Di solito, le produzioni americane girano remake di film europei o asiatici che si sono poco imposti sul mercato mondiale, remake che hanno spesso anche valenza di assimilazione socio-culturale. Ma in questo caso è diverso: Park Chan-wook è un autore conosciutissimo e amatissimo e Oldboy ha avuto una diffusione capillare, tanto che è stato distribuito anche nei piccoli cinema italiani di provincia.

Le domande lecite sono: Spike Lee riuscirà a reggere il confronto col gigante coreano? Josh Brolin reggerà il confronto con Choi Min-sik? Spike Lee è di sicuro un autore affermato e riconosciuto, molto lontano, però, da quell'inconfondibile sensibilità (artistica e formale) di cui è portatore Park Chan-wook. Spike Lee ci ha abituati a sceneggiature (fin troppo) corpose e a lunghissimi metraggi che – per il mio personale parere e per il mio personale gusto – sono interessanti (a volte) più per il messaggio che mandano che per la forma.

Non nascondo che questo remake mi lascia profondamente scettica. Un'operazione di cui non vedo l'utilità, ma che bisogna osservare attentamente.

martedì 23 ottobre 2012

Iron Man 3, il trailer

Tony Stark e l'armatura oro e rossa di Iron Man


Kim Ki-duk che trascina la pietra sul monte, nel finale di Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera.
Django che trascina la bara.
Forse sto esagerando, ma la prima impressione che ho avuto vedendo il teaser trailer di Iron Man 3 è stata questa: sono balzati alla mente altri film. 
Può darsi che le mie associazioni siano totalmente fuori luogo. Ma una cosa è certa: il finale di questo bel trailer lascia intendere che il film sarà incentrato sull'espiazione, sulla sofferenza volta alla ricerca, su un percorso tortuoso che mette a confronto l'uomo e l'armatura. 
Pare che il film si baserà su una domanda: è l'armatura che determina Tony Stark o è Tony Stark che determina Iron Man? Be', difficile rispondere: grazie alla piastra magnetica che Stark ha in mezzo al petto, l'uomo e il supereroe, in questo caso, sono inseparabili. 
Il film esce in Italia il 24 aprile 2013. 

lunedì 22 ottobre 2012

The Walking Dead - terza stagione, prima puntata


Rick Grimes è nel giardino del carcere, dietro di lui i detenuti zombie si avvicinano

L'ospedale, la fattoria, il carcere. The Walking Dead gira da un posto all'altro dell'immaginario narrativo e cinematografico americano. L'ospedale, da luogo di cura, era diventato una tomba di morti viventi – Don't open, dead inside, recitava una scritta segnata col sangue. La fattoria, luogo ameno per eccellenza, circondato da animali e natura, era finito per diventare un vero e proprio incubo, uno spazio talmente aperto da non sapere in quale direzione fuggire.
E ora il carcere. Da luogo di detenzione, a luogo di riposo e nascita (?).
Rick Grimes, sempre più chiuso in se stesso, sempre più implacabile, duro, impenetrabile, ha trascorso l'inverno a cercare un luogo sicuro per far partorire la moglie Lori. Rick e Lori si parlano a malapena e costringono gli altri a trascinarsi di casa in casa, di radura in radura, sfuggendo a mandrie sempre più copiose di zombie.
La stanchezza mentale e fisica di Rick è però supportata dall'istinto di sopravvivenza. I suoi movimenti sono estenuati ma meccanici, insidiosi, ma immutabili. Che anche lui si stia trasformando in uno di quegli esseri che si trascina per inerzia? La cosa davvero avvincente è che anche la regia di The Walking Dead, alla prima puntata della terza stagione, si trascina e ricalca perfettamente il ritmo stanco e meccanico dei protagonisti. I primi dieci minuti sono totalmente in silenzio: nessuno parla, nessuno osa fare un rumore, l'unica pistola che i vivi hanno è col silenziatore, gli altri usano armi bianche, frecce, mazze o spade. La regia segue l'apnea dei personaggi, ci fa sentire perfettamente la pesantezza di nove mesi passati a fare solo e soltanto una cosa: camminare e uccidere silenziosamente – un po' come gli zombie.

Spalla contro spalla, Rick e i suoi amici fronteggiano la mandria di zombie nel carcere


E poi si arriva al carcere di massima sicurezza. Un luogo chiuso, ma comunque infestato. Qui, la regia mixa sapientemente gli angoli bui dell'horror con i corridoi soffocanti di un qualunque film su un'evasione. Solo che ad ogni centimetro di carcere non c'è un secondino pronto a riportarti in cella, ci sono secondini con i caschi antisommossa, zombie apparentemente invincibili, ci sono detenuti morti ma liberi, ci sono celle insanguinate e terrore che esce fuori da ogni angolo.
Il concetto di corridoio inserito nella scenografia della serie tv non fa che rendere più soffocante la storia e ampliare la declinazione della zombie story: sempre più stretti i luoghi, sempre più difficile sopravvivere.
Per dirla in parole molto povere, la terza stagione è iniziata col botto. Stavolta, a deliziarci e terrificarci non più sei, non solo tredici, ma ben sedici puntate. Un arco narrativo parecchio lungo se consideriamo quanto trascinante (in tutti i sensi!) possa essere una storia con gli zombie.
Tante sono le questioni poste. Il cliffhanger della prima puntata ha lasciato tutti col fiato sospeso. Il gruppo di vivi è diviso all'interno del carcere. Lori e Rick sono divisi, non solo fisicamente: lui abbrutito da una vita scandita solo dall'istinto di nutrirsi e uccidere, afflitto per l'omicidio che ha commesso, forse in pena per un nascente odio nei confronti della moglie che in grembo ha un figlio la cui paternità è piuttosto dubbia. Gli altri personaggi fanno altrettanto, trascinandosi per un dolore privato, per una perdita subita, anche se nessuno si trova in una situazione tanto penosa come quella di dover dare alla luce un bambino in un mondo di zombie.

Michonne, cappuccio in testa e katana, porta con sé i due zombie incatenati, senza braccia e senza bocca


Dall'altra parte, in un luogo imprecisato, Andrea, separatasi dal gruppo, si unisce a Michonne, una vera e propria macchina da guerra munita di katana, che porta sempre con sé due zombie senza braccia e senza bocca. Un personaggio visivamente forte e dalle possibilità esplosive.
The Walking Dead, ancora e per fortuna, non accenna ad alcun calo fisiologico: si diverte sovvertendo le regole di certi generi, ne mescola altre, si diverte a declinare all'infinito cliché che si basano proprio sulla ripetizione: ma grazie ad una sceneggiatura coerente e salda e ad una credibilissima costruzione psicologica dei personaggi, The Walking Dead, nella ripetizione, varia e si mantiene viva, forse una delle migliori storie di zombie in circolazione.

martedì 16 ottobre 2012

Take Shelter


Curtis fugge dalla tempesta tenendo stretta a sé la figlia


Anno: 2011 - Nazionalità: USA - Genere: Drammatico, Psicologico - Regia: Jeff Nichols - Con: Michael Shannon, Jessica Chastain, Tova Stewart, Shea Whigham, Ray McKinnon

Curtis ha una bella famiglia. Samantha, sua moglie, lo ama incondizionatamente. La sua bambina, Hannah, sordomuta, pur malata è tenerissima. Tutti e tre sono uniti per il disturbo di Hannah, si parlano nel linguaggio dei segni e vivono serenamente in una tipica città di provincia americana.

L'idillio dura lo spazio di pochi secondi. Anzi, forse non inizia affatto. In realtà Jeff Nichols, sceneggiatore e regista di Take Shelter, sin dalla prima scena ci mostra la nota stonata del film. Curtis sogna. I suoi incubi sono sempre abitati da una nuvola densa e nera, che anticipa l'arrivo di un uragano. Piove sempre pioggia rossa. A causa della pioggia, la gente impazzisce. Dapprima, nel sogno, Curtis è morso dal suo cane; poi qualcuno, un'ombra, si para davanti alla sua automobile, per strada, e gli rapisce la bambina. La tempesta sovverte le leggi di gravità e in casa i mobili galleggiano. Hannah è sempre presente nei sogni e Curtis sembra sempre inadeguato a proteggerla. L'amore incondizionato per qualcuno conduce al terrore di perderlo

Il problema è quando il disagio suscitato dagli incubi si rovescia nella vita reale di Curtis. Che inizia a vivere nel panico e allontana tutto ciò che sente come pericolo. Soprattutto, inizia a costruire un rifugio antiuragano per prepararsi a ciò che, nei suoi sogni, sembra inevitabile. 

Curtis guarda la nuvola minacciosa del suo sogno mentre piove pioggia rossa

In realtà, il panico di Curtis è molto controllato. Questo rende il suo disagio psichico ancora più folle di quel che è. Nichols controlla perfettamente tutto nel suo film, dialoghi, fotografia, regia, attori. Il risultato è efficace: la follia di Curtis non è solo raccontata, ma è vissuta dallo spettatore, che finisce per vedere tutto con gli occhi del protagonista. Lo spettatore non ha la visione della sanità mentale e la visione della pazzia: può solo vedere e sentire come vede e sente Curtis.
Così, tutto è profondamente inquietante, un horror della psiche. Il terrore di Curtis è mascherato da un autocontrollo (almeno fino ad un certo punto) apparente che crea tensione, cosicché Nichols, in oltre due ore di un film con pochi dialoghi, molto silenzio e molta musica, tiene letteralmente incollati alla sedia e col fiato sospeso.
Lo spettatore non può sentirsi normale, ma percepisce come normale la follia di Curtis. In questo modo il film la dice molto lunga sul concetto di normalità e di comportamento socialmente accettabile. Ci fa sentire in sintonia con il disordine psichico, pur facendoci soffrire per l'incomunicabilità che inevitabilmente si crea con il resto del mondo in situazioni del genere.

Nichols è dichiaratamente dalla parte del disturbo psichico: se, da un lato, è qualcosa che va curato e che lo stesso Curtis si rende conto di dover curare, dall'altro è proprio tale disturbo che crea bellezza nel film. È abbastanza evidente in una sequenza, quando Curtis è ormai consapevole di essere vittima di allucinazioni. L'uomo scende dall'auto in cui moglie e figlia dormono. E si meraviglia di fronte allo spettacolo di fulmini che squarciano il cielo. Dice tra sé e sé: “nessun altro può vedere questo". In altre parole, chi è bollato come folle sta di sicuro male, ma ha una sensibilità che lo porta oltre e gli fa vedere cose – belle e terribili – che non ci sono. È un po' come vedere attraverso la realtà, accorgersi di ciò che altri non vedono. E non è un'operazione banale: in questo caso, accorgersi di altre cose significa semplicemente sentire e amare - cosa che non fanno gli altri personaggi del film.

Ma Nichols va ancora oltre. Lo fa girando una scena finale/non finale o che comunque, stavolta, definire “finale” è troppo riduttivo. Potremmo dire che la sequenza conclusiva è problematica, che apre ad un nuovo inizio, ma non può essere considerata come il classico finale cinematograficamente inteso. Quando in famiglia c'è grande amore, la malattia di uno può diventare il modo di vedere di tutti: per affetto, per complicità, per sostegno. Così, di fronte all'onirica tempesta finale (?) vista da tutti e tre, rileggiamo l'intero film con occhi diversi. Basti pensare alla fotografia: i colori sono sempre lucenti e algidi, spiccano come fossero finti, come fossero in un sogno. Il film è tutto giocato sui ritmi lenti, soffocanti, tesi, come quelli di un sogno. La musica si insinua nella testa, divenendo il leitmotiv della tensione psicologica. È stata tutta una visione di Curtis? Eppure, gli altri, i non folli, interagiscono sempre con il mondo algido, lucente, onirico abitato da Curtis. Non c'è una netta differenza tra l'allucinazione e la realtà.

Curtis dice: "Ti voglio bene" alla figlia con il linguaggio dei segni


Impossibile trovare il bandolo della matassa. Di fronte ad un confine così labile tra realtà e sogno, follia e sanità mentale tutto si confonde. Del resto, la confusione è volutamente creata da Nichols  stesso che pone un piccolo, quasi invisibile indizio. Ce ne accorgiamo solo alla fine: mette una bimba sordomuta, che non sente nulla, di fronte ad un uomo che sente tutto, anche quello che non c'è. Lei, per reagire al suo disturbo, usa un linguaggio diverso, quello di gesti e segni; lui, per reagire alla sua paura, inventa piccoli e grandi gesti di difesa. Entrambi lo fanno per prendersi cura dell'altro – lei per comunicare col papà, lui per proteggere la figlia. In fondo, non sono così diversi. In fondo, padre e figlia sentono in modo differente e costruiscono mondi e barriere lontani dal concetto di normalità. Si sostengono l'un l'altro, completano le loro fragilità, entrambi sorretti da una donna esemplare quale è la moglie e mamma Samantha. Il punto di vista di padre e figlia diventa l'immagine del film, è la cifra stilistica del film, che in breve, come segna lo spettatore, segna anche Samantha. I normali non sentono, non soffrono, non amano, non tengono alla vita. Per chi ama e si protegge a vicenda, prima o poi, il terrore della tempesta, visionaria, immaginifica, ma sentita e comunque reale, arriva sempre.

mercoledì 10 ottobre 2012

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - Il programma

Logo del Festival, la scritta "Cinema" in bianco su fondo rosso


Il programma della settima edizione del Festival Internazionale del film di Roma (9-17 novembre 2012) è stato pubblicato.
Il presidente della giuria internazionale è Jeff Nichols, regista e sceneggiatore di Take Shelter.
Per conoscere il programma completo, basta visitare il sito del Festival.
Qui, segnaliamo alcune presenze succose.

Tra i film in concorso, figura Lesson of Evil di Takashi Miike. Compaiono, poi, un film russo (Spose celestiali dei mari di pianura di Alexey Fedorchenko), uno ucraino (Eterno ritorno di Kira Muratova) e uno polacco (Ixjana di Józef Skolimowski): quello che convenzionalmente viene definito Est del mondo sembra piuttosto rappresentato - e chi scrive ama il cinema orientale.
Tra i fuori concorso, appare Aspettando il mare, di Bakhtiar Khudojnazarov, altro film russo che avrà l'onore di aprire il Festival. Circolano già meravigliose foto di scena e la trama è accattivante, al limite tra l'onirico e il lirico: il mare è svanito e un villaggio è destinato a morire. Solo un marinaio, Marat, decide di trascinare la sua nave lungo il deserto alla ricerca dell'acqua.

Per la sezione CINEMAXXI sono stati pronunciati nomi grandissimi: Anghelopoulos, Kaurismaki, Manoel de Oliveira (che tra poco compirà 104 anni!), Peter Greenaway, Marina AbramovicPaul VerhoevenWim Wenders.

In Prospettive Italia compare L'isola dell'angelo caduto, film girato da Carlo Lucarelli e tratto dal suo omonimo romanzo: il libro mi era particolarmente piaciuto, vedremo cosa saprà fare uno scrittore dietro la macchina da presa per il suo stesso libro. Un'operazione del genere mi lascia un po' scettica, ma Lucarelli ha sempre avuto una scrittura molto "visiva" e "cinematografica": di sicuro, come regista, saprà il fatto suo.

Numerosissimi anche i film per ragazzi nella sezione parallela Alice Nella Città: per esperienza, posso dire che tale sezione nasconde grandi e piccoli capolavori che spesso passano inosservati. Da non dimenticare l'ampia area dedicata ai documentari (tra cui compare un lavoro di Mezzapesa) e ai cortometraggi.

Il programma è nutrito, accattivante, coerente e riesce a ricoprire - per quel che è possibile - i diversi aspetti del mondo del cinema. Sinora, la direzione di Muller è molto soddisfacente.



lunedì 8 ottobre 2012

The Walking Dead - terza stagione

Rick e Glenn si cospargono di sangue per mimetizzarsi tra gli zombie e sfuggire alla loro fame


Ci siamo. Sta arrivando.
Il 15 ottobre, alle 22.45, riparte sul canale Fox la zombie series per eccellenza. The Walking Dead. Eravamo rimasti all'incendio della fattoria, alla fuga dei vivi verso nuovi luoghi sicuri (?), all'uscita dalla serie di alcuni personaggi, all'ingresso di uno nuovo, alla scoperta di una sconcertante verità sul virus, ad un inquietante e quanto mai eccitante cambiamento del protagonista, Rick Grimes
Durante i video dei backstage, è stato detto che, nella terza serie, cambieranno alcune dinamiche e questa è la cosa che più mi interessa: le dinamiche psicologiche delle storie di zombie sono sottili e indagano sin nel profondo la natura umana. O, meglio: The Walking Dead è riuscito a scavare nella natura umana, fino a tirare fuori situazioni psichiche al limite del sopportabile e che, fuor di metafora, non sono così diverse da quelle che viviamo quotidianamente. Il paradosso del vivo che, sbranato da un suo simile, diventa un non-morto che si trascina è, ancora oggi, in grado di colpire e coinvolgere lo spettatore.
Il nuovo edificio che si è intravisto alla fine della seconda stagione ha un ex-ruolo sociale (non faccio spoiler!) che susciterà situazioni al cardiopalma e che, di sicuro, creerà nuovi nuclei problematici . 

Qui di seguito, il trailer Fox della terza stagione. 

martedì 2 ottobre 2012

Roma Fiction Fest. Misfits, Doctor Who e BBC Fandom Panel

Logo del Roma Fiction Fest


Al Roma Fiction Fest 2012 è stata dedicata un'intera giornata alla BBC. Interessantissimo il Fandom Panel – Coinvolgere e intrattenere l'audience oltre la messa in onda.

Interessante perché si è parlato di applicazioni mobili, Youtube e Social Media. E non se ne è parlato in generale: ci si è sempre riferiti a due serie tv britanniche che la sottoscritta ama, Misfits e Doctor Who.


Logo di Doctor Who


Doctor Who nasce nel 1963 e ancora oggi gode di buona salute. È un esperimento narrativo geniale, che dovrebbe interessare tutti coloro che amano scrivere storie. In cinquant'anni, il volto del Dottore è cambiato ben undici volte. L'espediente è insito nella sceneggiatura. Di tanto in tanto, il Signore del Tempo deve rigenerarsi. Rigenerandosi, cambia aspetto. In questo modo, si rende naturale l'abbandono di un attore e l'ingaggio di uno nuovo, senza che questo avvenga in maniera troppo dolorosa per i fan. E la cosa ha funzionato, dato che ancora oggi parliamo del Dottore e del Tardis e ci godiamo una delle serie tv sci-fi più lunghe della storia, una delle poche davvero transgenerazionali. Certo, poi ogni spettatore ha le sue preferenze. A mio parere le coppie Christopher Eccleston/Billie Piper (lui Dottore, lei Rose, l'aiutante) e David Tennant/Billie Piper sono state le più incisive. Eccleston e Tennant sono due attori grandissimi e Billie Piper sembrava il miglior volto per rappresentare l'aiutante un po' ingenua, passionale e intelligente al punto e nei momenti giusti. In questo momento il Dottore è interpretato da Matt Smith, volto di sicuro per un target un po' diverso, un po' più giovane, ma comunque formidabile.


Misfits è una serie neonata. Un po' comedy, un po' horror, un po' sci-fi, è irriverente, scorretta, esilarante, coinvolgente. In questo momento è in programma la quarta stagione e, dopo le prime due, ha avuto un calo non indifferente. Probabilmente, il calo è dovuto all'abbandono di Robert Sheehan, cioè il grandioso Nathan. Ma nella terza stagione il ritmo delle puntate è meno sostenuto e la logica della storia è un pochino più debole (ma ne consiglio vivamente la visione!). Misfits sa comunque il fatto suo e le prime due stagioni sono tra le cose più belle e innovative che si siano viste in tv negli ultimi anni. Un fulmine colpisce cinque disadattati alle prese con i servizi sociali: cosa che permetterà loro di sviluppare dei strampalatissimi superpoteri. I ragazzi non utilizzeranno i loro poteri per salvare il mondo, ma per risolvere le loro beghe da bassifondi inglesi. La quarta stagione prevede un quasi totale cambio del cast. E il pubblico che farà?



Nel corso della conferenza, i rappresentanti della BBC hanno messo molta carne al fuoco. Si è partiti dal presupposto che, terminata una stagione della serie tv, bisogna dare ai fan qualcosa per cui continuare a parlare: i social network, le applicazioni per iOS e Android, forum, contest e tutto ciò che può servire a mantenere in vita la serie. Alla produzione, invece, tali espedienti servono a mantenere vivo il contatto con i fan e a tenerli incollati fino alla stagione successiva. Attraverso i social network, almeno in parte, la produzione delle serie tv diviene partecipativa. I fan propongono o si lamentano. Montano trailer e puntate in maniera diversa per dar vita a nuove soluzioni della storia. In questo modo, la serie tv diventa transmediale. Misfits è una serie tv, è un gruppo su Facebook, è una produzione di webisodes (pensiamo a Vegas Baby); Doctor Who è una serie tv, è un film per la tv, è gruppi, forum, Twitter, applicazioni, action figures.


I cinque ragazzi disadattati vengono colpiti dal fulmine


Tuttavia, almeno a mio parere, la prima, fondamentale e imprescindibile condizione perché una serie tv possa vivere fuori dello schermo è la sua qualità, nella regia, nella sceneggiatura, nel montaggio, nella recitazione. Doctor Who è sopravvissuta in tempi in cui Internet non esisteva o non era alla portata di tutti. Eppure oggi è qua, perché è la produzione ad essere di elevatissima qualità. Misfits rischia di morire. Alla fine della seconda stagione, i fan si sono lamentati sui social network per l'uscita di Nathan dalla serie. Molti non reputano il suo sostituto all'altezza, pur essendo un personaggio molto interessante. Se nella quarta stagione non saranno più presenti né Kelly, né Simon, né Alicha, che ne sarà di Misfits? L'unica cosa che si può fare, come ha detto ieri l'Executive Producer di Misfits Online, è creare novità esaltanti. Ovviamente, la cosa è molto difficile in una serie tv, che, allungandosi, rischia di non essere più molto coerente. È successo a molte produzioni. Certo, il grande elemento che viene messo in gioco in questi casi è l'attaccamento del pubblico ad un personaggio o ad una storia. La serie tv finisce per essere il compromesso tra il sentimento del fan, la creatività dello scrittore e i problemi che insorgono durante la produzione (come può essere l'abbandono di un attore, ma anche la decisione dello sceneggiatore di estrometterlo dalla serie per motivi narrativi). Però, è normale, con le serie tv difficilmente si accetta il compromesso. Affezionarsi ad un personaggio che poi può svanire o cambiare mette a rischio l'intera serie.

In questo caso, come possono aiutare i social network? L'Editor di Doctor Who Online ha detto che, in casi così estremi, i social network servono proprio a far sfogare il pubblico e a permettergli di lamentarsi. In questo modo, la produzione ha subito sotto gli occhi i giudizi e gli indici di gradimento del pubblico su un programma. Eppure, credo che il problema fondamentale sia uno: i social network possono mantenere vivo il discorso, non l'affezione alla serie. Non è detto che il "Mi piace" sulla pagina Facebook corrisponda ad un reale spettatore davanti alla tv. La serie può smettere di piacere e lo spettatore può continuare a parlarne. L'esempio più eclatante sono i video rimontati su YouTube (o le fan fiction): espressione della creatività dello spettatore e del suo sogno più profondo sulla continuazione della storia.