lunedì 19 ottobre 2009

PROIEZIONI NOTTURNIE- Up



Gli uomini hanno case, ma sono verande. [...] Era una cosa a cui il prof. Bandini credeva, al di là di qualsiasi necessità accademica. [...] Lui pensava, davvero, che gli uomini stanno sulla veranda della propria vita (esuli quindi da se stessi) e che questo è l'unico modo possibile, per loro, di difendere la propria vita dal mondo, giacché se solo si azzardassero a rientrare in casa (e ad essere se stessi, dunque) immediatamente quella casa regredirebbe a fragile rifugio nel mare del nulla, destinata ad essere spazzata via dall'ondata dell'Aperto, e il rifugio si tramuterebbe in trappola mortale, ragione per cui la gente si affretta a riuscire sulla veranda (e dunque da se stessa), riprendendo la posizione là dove solo le è dato di arrestare l'invasione del mondo, salvando quanto meno l'idea di una propria casa, pur nella rassegnazione di sapere, quella casa, inabitabile. [...]
Se ci pensi, pensa le case vuote, a centiania, dietro la faccia della gente, alle spalle di ogni veranda, migliaia di case perfettamente in ordine, e vuote, pensa l'aria, lì dentro, i colori, gli oggetti, la luce che cambia, tutto che accade per nessuno, luoghi orfani, loro che sarebbero I LUOGHI, gli unici veri, ma quella curiosa urbanistica del destino li ha immaginati come tarlature del mondo, incavi abbandonati sotto la superficie della coscienza, se ci pensi, che mistero, che ne è di loro, dei luoghi veri, del mio luogo vero, dove sono finito IO [...]?
Alessandro Baricco, City, BUR, 2002, pp. 153 - 156






Questo è quanto mi è subito saltato in mente durante la visione di Up, ultima creazione della Disney-Pixar. Film da vedere e da sentire, più che da raccontare e spiegare. Film toccante, non per bambini, ma per famiglie, nella speranza che nei nuclei familiari di qualunque tipo possa aprirsi un piccolo spiraglio e capire.
Carl è anziano ed è rimasto solo. Sua moglie Ellie è morta da poco. La loro vita insieme è una vita d'amore. Si conoscono da bambini in una vecchia casa abbandonata, che diventa il rifugio per fare il gioco da loro preferito, quello degli esploratori. La stessa casa diventa il loro rifugio d'amore, quando, cresciuti, si sposano e ristrutturano l'abitazione, che si trasforma in un luogo coloratissimo, frutto della fantasia di due bambini. Quando Ellie muore, a Carl non rimane che la sua casa e il rimorso per non aver realizzato il sogno della moglie: portare la loro dimora sulle Cascate Paradiso, luogo selvaggio di famose esplorazioni. A Carl rimangono due possibilità: lasciare abbattere la sua casa per costruire al suo posto un grattacielo e andare in un ospizio. Ma ha anche una terza possibilità: proteggere la sua casa e realizzare un sogno.
Trasportata da migliaia di palloncini a elio, la casa di Carl e Ellie prende il volo, destinazione, le Cascate Paradiso. Dentro c'è un piccolo intruso: un bimbo che gioca a fare l'esploratore e che deve ricevere la spilletta-premio per avere aiutato un anziano.

Come detto, il film va visto. E vale la pena soffermarsi sulla splendida metafora visiva di un uomo che porta letteralmente la propria casa sulle spalle. Dapprima la casa è forte e leggera, attraversa senza grossi problemi qualunque tempesta. Ma a mano a mano che i palloncini si sgonfiano, la casa scende, si fa pesante, deve essere prima portata a spalla e poi trascinata. In quella casa, tanti ricordi, una vita vissuta, l'avventura. Il vero spirito dell'avventura. E' la vita di tutti i giorni, la vera avventura. Non fare chi sa che cosa. Il piccolo esploratore dice a Carl: "non so perché, ma le cose più noiose sono quelle che ricordo meglio"... come mangiare un gelato sul muretto insieme al papà. Come il ripetitivo gesto del mettere le monete del salvadanaio, che scandisce cronologicamente la vita insieme di Ellie e Carl, nella prima mezz'ora di film. Ecco: rispetto alla frase di Baricco sopra citata, Carl fa qualcosa in più. Lui sa che la sua casa è la sua vita, si rinchiude in essa e da dentro la difende ad ogni costo. Non esce mai in veranda. Conosce alla perfezione i luoghi e i colori della sua casa, i cambiamente effettuati con il tempo, le foto aggiunte i ricordi che si sedimentano. Per questo, Carl (e la sua Ellie) sanno perfettamente dove sono finiti. Carl lo comprende un po' più tardi di Ellie. Entrambi tenevano un album, "L'album delle mie avventure", da compilare una volta atterrati sulle Cascate Paradiso. Ma Carl non si è mai accorto che Ellie lo aveva riempito di cose fatte: che non sono esplorazioni nella giungla o la caccia a strani animali, ma sono le foto del matrimonio e di tante altre giornate apparentemente banali; quelle in cui si è in due a condividere un'avventura nel corso della quale non si pensa alla destinazione, perché vale solo la pena di vivere il viaggio.
E' per lo stesso motivo che la vera parte poetica e lirica del film è proprio quella più breve: all'inizio, con un crescendo di immagini totalmente mute e solo supportate dalla musica, scorre per brevi evocazioni la vita di Carl e Ellie. E' una vita all'apparenza breve e banale, ma vissuta in modo avventuroso, come se tutto si presentasse sempre in modo nuovo. La seconda parte, quella dell'avventura vera e propria, è la parte decisamente meno articolata del film. Perché si possono incontrare strani animali e cani parlanti e si può sfidare la legge della gravità, ma l'importante è vivere intensamente quello che viviamo
tutti i giorni. Altrimenti non si sa più dove si finisce, si rimane soli, non si ha nulla da condividere con nessuno, proprio come il vecchio e cinico esploratore che Carl incontra alle cascate.

Noi siamo la nostra casa perché in quel luogo ci siamo noi. Abbiamo il compito di viverla e proteggerla, la porteremo sulle spalle, invecchieremo faticosamente con lei. E poi... e poi, quando la casa è così vecchia che cade a pezzi è importante non perdere neanche un ricordo, di lei. Forse l'oggetto invecchia e muore, l'importante è che la casa viva dentro di noi. E infatti, l'ultima vera immagine con cui il film ci lascia è quella delle cascate paradiso e in cima la casa di Ellie e Carl. Non è un'immagine reale, ma è l'immagine che rimane
dentro Carl. E' il ricordo e l'immagine di una vita che meglio di ogni altra, epicamente, simbolicamente e poeticamente, riassume quello che Carl e Ellie sono e sono stati.
E poi, si comincia un altro viaggio, magari mangiando del gelato al cioccolato seduti su un muretto insieme ad un bimbo a cui piacciono "le cose noiose".

lunedì 12 ottobre 2009

ALL NIGHT SONG - Afi, Crash Love

Un cuore infranto può perdere le sue note rotondità e divenire una serie di schegge impazzite, appuntite, incomponibili?

E' quello che mi sono chiesta quando ho aperto la Deluxe Edition di "Crash Love", ultima fatica del mio gruppo musicale preferito, gli AFI (A Fire Inside). Il simbolo di Crash Love è un cuore. Ma nel libretto ci sono tanti triangoli e altrettante schegge che trapassano i quattro componenti del gruppo.
A che punto sono arrivati gli AFI? Come al solito, con l'uscita del nuovo album hanno avuto tanti successi, ma si sono presi anche tanti insulti. Li si accusa di aver perso totalmente le loro origini hardcore, di essere diventati troppo... "delicati".
Ma partiamo da un dato di fatto: indubbiamente gi AFI affondano le loro radici nell'hardcore punk; e indubbiamente a ogni album hanno operato un cambio di stile (sia musicale, sia del look). Ma poi si tratta davvero di cambi di stile improvvisi, repentini e ingiustificati? Non credo proprio. Semmai per loro si può parlare di commistioni e sperimentazioni. E' facile notare che nei vari album compare sempre una canzone di stile vagamente diverso dalle altre; stile che viene sviscerato e sperimentato nell'album successivo. Che dire dell'accenno di elettronica all'inizio di "The Despair Factor", in "The art of drowning"? E nel successivo "Sing the Sorrow" ecco un altro ben marcato accenno di elettronica, nella canzone "Death of Seasons", che tra l'altro sperimenta anche lo stile screamo. Screamo che si ripresenta prepotentemente assieme alla costante base elettronica in ogni canzone del successivo album, "Decemberunderground". Nel quale ho notato un uso non proprio hardcore della chitarra... riff molto più studiati, arpeggi davvero complessi ed elaborati. Che in "Crash Love" tornato a dare la cifra stilistica forse per me più importante.
Nell'ultimo album Davey Havok canta in modo ancora diverso. Modula le tonalità basse; non grida. Basso e batteria, come al solito, non sono sullo sfondo a mantenere il ritmo ma sono, come sempre, protagonisti. E, anzi, proprio nella batteria sento sempre quell'origine hardcore che comunque gli AFI hanno usato fino a farla deflagrare e a piegarla alle proprie esigenze... con il risultato che, sperimentando, si può arrivare a capolavori come gli ultimi tre album che ho citato.
Il fatto è che gli AFI sperimentano sulla ripetizione, variano in continuazione a partire da un'origine musicale certa e si trovano così a comporre album che non annoiano mai, ma che colpiscono sempre più per la loro originalità.


E i testi? Indubbiamente sempre molto sofferenti. Gli AFI hanno in particolare affrontato il loro rapporto con una sofferenza metafisica, interiore e devastante in "Sing The Sorrow". Testi sempre sofferti e con una maggiore dose di... "dark" sono presenti in Decemberunderground. E poi...? Ecco Crash Love. Un album che a mio parere si presenta come il più compatto. Si ha esattamente l'impressione di seguire tutte le fasi di una storia d'amore andata male. La musica, invece, ad un primo ascolto, non appare così marcatamente sofferente e dark. Sembra piuttosto che la musica stia a proteggere e ad edulcorare dei testi d'amore fin troppo complessi e approfonditi. La spiegazione che mi sono data io è questa: finché si ha una persona (un grande amore) su cui contare e finché, quindi, si ha una certa tranquillità da quel punto di vista, si possono esplorare ambiti della sofferenza, dell'animo umano, della malinconia spinti fino alle estreme conseguenze. Si può anche giocare con il lato estremo e maledetto dell'amore - "I hold your sins into me", "I'll swallow your fear"; è inoltre possibile riflettere sulla condizione dell'essere umano e tirare fuori riflessioni dall'estrema poesia come in "Spoken Word"; si può parlare di buio e luce, esplorare il loro effetto sull'uomo... si può pensare di essere soli, nella società, e di radunare tutti i reietti del mondo in "one dark flame". Si può raccontare il risvolto più imprevisto di Halloween, e martellare il mondo e la società con l'hardcore punk più feroce (penso a tutti gli album come "The art of drowning", "Black Sails in the Sunset" o quel fantastico "All Hollow's EP" - e i primissimi, ovviamente).


Ma quando si infrange il rapporto d'amore e si perde la tranquillità? E' come se si creasse una bolla d'aria in cui ci si inserisce a forza per non sentire il dolore dell'abbandono, la sofferenza dell'amore infranto. Ci si mette in una campana di vetro per allontanare il più possibile la sofferenza. Le parole di Crash Love sviscerano l'amore in modo estremo... Havok si concentra molto spesso sul fatto che non ci si riconosca più. Non conosco più il tuo nome. E quale effetto devastante può avere il non riconoscere più la persona a cui si è detto "I'd tear out my eyes for you, my dear"? (Mi strapperei gli occhi per te, mia cara). Costantemente nell'album si cerca di curare le ferite, di medicare, ci si convince di stare bene... ma nulla sembrerebbe andare a posto nell'immensa commedia-finzione-recita-masquerade a cui porta un amore distrutto, infranto, sofferente. E poi la conclusione dell'album, amara verità che sorge oscuramente alla fine di tutto: "Love attracts all those who taint the cherished".


Così, si cerca di edulcorare. Con la musica. La musica è terapeutica.
E per i fans questo è un nuovo viaggio nell'animo umano. E' il viaggio di un animo che sente e sente fin troppo, ingloba tutto e di quel tutto, bello o brutto, vive ogni cosa, giungendo, alla fine di ogni lavoro, ad una profonda riflessione sulla Bellezza e sulla Poesia del mondo.


"Weightless,
Endless,
Faithless, I'll adore you.
A single touch, before I fade. Painless let me pass through."


The Despair Factor

giovedì 8 ottobre 2009

PROIEZIONI NOTTURNE - Bastardi senza gloria

ATTENZIONE: LEGGA SOLO CHI HA VISTO IL FILM! Svelo troppe scene...




Dunque. Da dove cominciare? Difficile racchiudere nello spazio di un blog tutte le peregrinazioni mentali che Tarantino ci fa fare. Ad ogni modo proverò a farmi risucchiare da questa avventura ad imbuto del regista americano.
Quando un pazzo-cinefilo-maniaco va a vedere un film di Tarantino, non può che godere. Godere come un folle. Il suo cinema meta-cinefilo-citazionale è un continuo divertimento per chi sa: per chi vive il cinema come un riferimento costante alla vita di tutti i giorni. Avete mai visto Sentieri Selvaggi? E i film di Leone? E i B-Movies italiani? Il Padrino? Conoscete Clouzot? E la Leni Riefenshtal? Sapete che Pabst intitolò un suo film La tragedia di Piz Palu? Avete mai visto Vogliamo vivere di Lubitsch? E... Kill Bill?
Eh sì, perchè ormai anche il nostro giovane Tarantino può dirsi entrato appieno nella Storia del Cinema.
La sottoscritta pazza-cinefila non ha fatto altro che vedere questi e altri riferimenti in Bastardi senza gloria, divertendosi come pochi. E dopo grandi riflessioni, la vostra cinefila bastarda è giunta ad una conclusione lancinante: la vera protagonista del film di Tarantino non è la Storia, ma la Storia del Cinema. Che indubbiamente è anche Storia, quella che si studia a scuola nei manuali. E perché questo?
A parte le continue citazioni di cui Tarantino imbeve il film, proviamo a pensare all'idea principale del plot: tutti i capi del nazismo, Hitler compreso, muoiono come topi bruciati dentro un cinema ben sigillato, al fuoco delle pellicole al nitrato che si infiammano inesorabilmente. Ma non solo: la storia non si svolge in Germania, né in Italia, ma in Francia: la Francia è da sempre la patria del cinema, la patria della critica cinematografica e del gusto cinematografico. Furono per primi i critici dei Cahiers du Cinema a sottolineare il concetto di autorialità anche per i registi del cinema.
E chi sono i protagonisti della storia? Gli americani, i francesi, i tedeschi e in parte gli italiani: ossia i rappresentanti di alcune tra le nazioni più floride a livello cinematografico nei primi cinquant'anni di cinema. L'Italia è presente con un simpatico riferimento alla Sicilia e al Padrino (come non vedere Marlon Brando nella caricaturale figura in smoking bianco di Brad Pitt che parla siciliano?).
Nel momento in cui Tarantino fa (da sempre) un cinema delle citazioni e dei pastiche, non fa altro che raccontare la storia del cinema. Rende propri tutta una serie di elementi che sono diventati topoi o anche cliché nel cinema: la musica alla Morricone, i primi piani alla Leone, l'immagine incorniciata dalla porta che ricorda John Ford... ma Tarantino fa di più: nel momento in cui si appropria del topos e del cliché e li piega alla propria storia, non fa altro che sovvertirli e distruggerli. Tarantino ha sempre sovvertito l'ordine del cinema, basti pensare solo alla sequenza temporale degli eventi stravolta in quasi tutti i suoi film. E pensiamo un po' a quello che avviene in Bastardi senza Gloria. Non viene forse stravolta la Storia della Seconda Guerra mondiale? Hitler non viene forse ucciso in un cinema insieme alle alte sfere del Nazismo? La guerra non finisce nel 1944 in una piccola sala d'essay parigina?
Già. Noi conosciamo una storia ma Tarantino altrettanto efficacemente ce ne racconta un'altra. Sapete perché? E quella che segue è un'affermazione tanto lampante quanto sconcertante e pericolosa: perché anche la storia dell'umanità si studia attraverso le parole e nei libri, in breve, attraverso una forma di racconto. Un rimpasto di parole e interpretazioni. Una fiction.
Ed è la fiction, non la realtà, che Tarantino esalta: è il cinema la vera potenza, sempre e comunque. La guerra si combatte a suon di pellicole. L'organizzazione che deve uccidere Hitler è formata, tra l'altro, da un'attrice e da un critico del cinema; chi attua realmente il piano è una proiezionista; Goebbels ha girato un film tedioso ed inutile; nei momenti finali del film, un bel primo piano di donna in bianco e nero si rivolge agli spettatori in sala, rompendo l'illusione e annunciando: "state per morire tutti". Così il cinema brucia, brucia per la gloria, brucia perché il vero grande cinema sa uscire dallo schermo e cambiare le sorti del mondo. L'unica gloria pura, vera e propria è quella del Cinema. Gli uomini sono solo bastardi ingloriosi che lavorano di soppiatto perché quel cinema si faccia. Tarantino è il sommo bastardo: perché è figlio di tante tendenze e di tanti cinema, è figlio di un amore universale e incondizionato per TUTTO il cinema.

E' da Kill BIll vol. II che il critico cinematografico del Tg1 dice sempre la stessa frase: "Tarantino finisce per essere vittima di se stesso", sottolineando, così, che il regista è in una specie di impasse. Io non la vedo così. Come soleva dire Jean Renoir, un regista passa la vita a fare sempre lo stesso film. E' una ricerca che gira attorno alla stessa questione. Tarantino ha il merito di girare attorno alla sua questione reinventandosi e rimanendo comunque fedele al suo cinema citazionale che, in quanto tale, è un cinema che guarda al cinema e alla sua storia - e forse una delle più grandi e riuscite revisioni di Bastardi senza Gloria è quella della figura dell'ebreo, non più noioso, perseguitato, triste e prono, ma cinico, crudele e carnefice alla pari dei nazisti (che spesso e volentieri appaiono come vittime).

Non ci si sveglia un giorno e si inventa qualcosa dal nulla. Chi crea lo fa perché c'è qualcosa dietro da riprendere, rileggere e così innovare. Altrimenti l'innovazione, rispetto a cosa ci sarebbe?

E Tarantino non se lo fa neanche dire, che è stato bravo: nell'ultima inquadratura del film Brad Pitt guarda in macchina, cioè guarda noi spettatori (in realtà sta ammirando la svastica che ha inciso sulla fronte del nazista) e dice: "Sì, credo proprio che questo sia il mio capolavoro". Pienamente d'accordo, Quentin.