lunedì 26 novembre 2012

Intervento a La febbre del sabato sera su Fusoradio



Anziché scrivere, stavolta la sottoscritta ha parlato. 
La febbre del sabato sera è una trasmissione radio sul cinema di qualità, diretta da Taxi Drivers su Fusoradio
Nella settima puntata si è chiuso il discorso sul Festival Internazionale del Film di Roma. Si parte con un intervento sulle impressioni generali che il Festival ci ha lasciato e si prosegue con Goltzius and the Pelican Company di Greenaway; dopo la canzone I tuoi fiori, di Etta Scollo (che non a caso cito, visto che è la colonna sonora di Bad Guy di Kim Ki-duk!), c'è il mio secondo intervento, stavolta sul film Milleunanotte.
Si prosegue con la recensione vocale di Lesson of The Evil di Takashi Miike e di S. B. Io lo conoscevo bene, da parte di altri ragazzi della crew. Seguendo questo link, potete ascoltare il podcast della settima puntata de La febbre del sabato sera, il mio intervento e quello degli altri tre ragazzi in collegamento. Buon ascolto!

sabato 17 novembre 2012

James Franco - Festival Internazionale del Film di Roma



Jeans e maglioncino. Non entra da dietro il palco, come era stato predisposto, ma dall'ingresso del pubblico. Insomma, James Franco ti passa a meno di un metro di distanza sparando sorrisi ovunque ed emana aura di normalità e semplicità. Capisci subito che questo è il vero divo, un uomo normale che fa cose straordinarie.
Perché James Franco può essere considerato una persona straordinaria, almeno per ciò per cui lo conosciamo, cioè l'arte. Recitare è solo una delle attività che svolge e, la cosa interessante, è che per parecchi anni, mentre faceva l'attore, privatamente coltivava alcune sue passioni, studiando e aggiornandosi di continuo: l'arte, la letteratura, la performance art.
L'incontro di ieri con James Franco nell'ambito del Festival di Roma era proprio incentrato su questo: il passaggio dal Cinema all'Arte, i punti di contatto e le differenze, il flusso tra le due forme d'espressione.

James Franco in Milk


E il discorso è stato interessantissimo, meglio di una lezione universitaria. Franco ha presentato al Festival un suo cortometraggio di appena due minuti, Dreams, realizzato con un unico piano sequenza per dare meglio l'idea della dimensione onirica. Nella sua attività di regista, Franco ha lavorato anche con Douglas Gordon. Quest'ultimo, più che un regista è un artista visuale. Tra le sue opere c'è 24 Hours Psycho,  in cui il celebre film di Hitchcock è stato rallentato a due fotogrammi al secondo per permettere ad esso di durare un giorno intero. Nel fare il regista Franco ha messo quanto ha studiato e appreso sia dagli studi letterari, sia, soprattutto, dalle sue esperienze come artista e dai contatti con la performance art: in particolare, ha parlato del suo rapporto con Marina Abramovic (che sempre ringrazierò per la sua performance sulla muraglia cinese - mesi di camminata per incontrarsi a metà strada col compagno e performer Ulay e poi dirsi addio). Partendo da Marina Abramovic, James Franco ci ha parlato con grande trasporto della differenza tra l'essere attore sul set e essere artista-performer: il rapporto tra pubblico e privato. 


James Franco in 127 hours


L'attore si dà al pubblico facendo qualcosa di pubblico, mentre il performer dà al pubblico qualcosa di intimo e privato. Un rapporto, quello tra pubblico e privato, che si sana in maniera complessa all'interno dell'artista, ma che diventa indispensabile per la ricerca artistica.
James Franco ha inoltre parlato del modo in cui si prepara per recitare, del processo quasi maniacale con cui entra nel personaggio, specie se questo è realmente esistito. Lo studia sempre come fosse il protagonista, anche se il ruolo è marginale. Per mesi vive quasi come lui o inseguendo le sue tracce, pensa e mangia come il suo personaggio: e accetta la parte solo se è realmente convinto, per non frenarsi nella recitazione. Molto bello il racconto della preparazione di Scott Smith, amante di Milk nell'omonimo film con Sean Penn, girato da Gus Van Sant.

James Franco nel mio smartphone


E poi, Franco si è alzato e, come se niente fosse, ha iniziato a firmare autografi. E ne avrebbe firmati altri, se la sicurezza non lo avesse preso e fatto sparire in men che non si dica dietro una tenda nera. Ancora quell'aura di normalità, quella che può emanare un attore e artista straordinario, semplice e sincero.



giovedì 15 novembre 2012

Strings - Festival Internazionale del Film di Roma



Eccola. Sapevo che l'avrei trovata. La sorpresa di Roma. Nascosta, come immaginavo, nella sezione parallela del Festival, Alice nella Città. Strings.

L'estate tra la fine della scuola e l'inizio dell'università. L'ultima estate da ragazzi, forse quella più problematica. Grace, Jon, Scout e Chris devono prendere una decisione per il futuro, ma al futuro non pensano. La loro vita, fragile, vive nel presente in un continuo ripetersi, in un eterno ritorno di giornate tutte uguali, scandite dall'alcol, dal sesso, dalle sigarette, dal divertimento estremo. Giornate inconcludenti, in cui però appare chiaro il crescendo emotivo dei personaggi, che vivono un disagio interiore complesso, mai completamente esplicato e che si riversa sullo spettatore con tutto il suo pesante carico.



Grace, Jon, Scout e Chris sono individui tra la folla. Come dice Michael, un personaggio del film, sono quelli che, in mezzo al gruppo, ad un certo punto inizi a fissare, sono quelli a cui dai un nome e di cui immagini la storia. La macchina da presa si accende su di loro e li ispeziona sin nel minimo dettaglio, sin negli anfratti più reconditi, che siano i recessi femminili o i liquidi maschili. Le quattro figure, che da sembiante si fanno persone, diventano poi personaggi, la cui psicologia, profondissima, rimane inafferrabile, tanto vario e variabile è l'animo umano di fronte alla vita.
Questa sceneggiatura complessa - eppure apparentemente semplice - esplicata con pochissimi dialoghi, è figlia di un regista e sceneggiatore di appena diciotto anni.
Incredibile pensare che sia vero, specie dopo aver visto il film. Rob Savage, il regista, dimostra di essere, per certi versi, molto maturo a livello tecnico e formale. Per altri versi è molto ingenuo, di quell'ingenuità tipica di chi sta scoprendo l'arte cinematografica sul campo.
Il punto forte è l'uso del sonoro: la musica sostiene gesti e pensieri dei personaggi, le parole si troncano o sfumano in base al loro stato d'animo, i rumori si fanno estremi per costruire il racconto e il senso. La regia si affida al fuori fuoco e al particolare e qui emerge un po' la debolezza del neo regista: tutto il film è fuori fuoco, in penombra o attento al particolare. Anche se questa è la cifra stilistica del regista, avrebbe potuto essere mitigata da momenti più distesi; il rischio è quello di cadere nell'estremo spezzettamento dello spazio dell'inquadratura e di stancare lo spettatore con una costruzione che può divenire caotica. Tuttavia, è pur vero che, più le vicende vanno avanti e si complicano, più l'immagine di Savage si fa inafferrabile e indistinguibile, quasi a corrispondere alla confusione dell'animo dei protagonisti.
Di sicuro, Rob Savage ha tempo per crescere. Se già a diciotto anni dimostra questa maturità - quella di un ragazzo che fa un film dopo averne visti mille al giorno ed essersi imbevuto di tanti stili costruendone uno proprio e personalissimo - cosa potrà fare a trent'anni? Grandi cose, questo è sicuro.
Ne ho parlato anche su Taxi Drivers.

mercoledì 14 novembre 2012

Tiberio Murgia e Carlo Lucarelli - Festival Internazionale del Film di Roma







L'insolito ignoto - Vita acrobatica di Tiberio Murgia (di Sergio Naitza) è un documentario divertente e commovente su uno degli attori più iconici della commedia italiana. Il Ferribotte de I Soliti Ignoti torna sullo schermo, stavolta non come spalla o caratterista, ma come protagonista assoluto. Nella vita e nel cinema, Tiberio Murgia ha sempre fatto l'attore, il ruolo nell'esistenza è stato lo stesso ruolo interpretato nella finzione, con una sola differenza: per tutta la vita Murgia ha dato voce al siciliano, ma in realtà era sardo.


Gli autori del documentario ricostruiscono la lunga vita dell'attore tra interviste allo stesso Murgia, nella casa di riposo di Tolfa, pochi mesi prima di morire, e a colleghi, amici e parenti. Emerge una figura sfaccettata, pazzo per le donne e padre gelosissimo, persona umile, maschera e comico in grado di far ridere con la sola presenza scenica. La natura lo ha aiutato: la tipica posizione del suo viso, quello sguardo dal basso verso l'alto, era dovuta ad un'anomalia nella chiusura delle palpebre. Anomalia correggibile con un intervento chirurgico che, però, Murgia non volle fare. E la cosa gli portò fortuna. Monicelli lo scoprì nella trattoria in cui andava sempre a mangiare e lo inserì in quel cast di mostri sacri de I Soliti Ignoti - una delle commedie più divertenti del cinema italiano. Murgia aveva solo ventotto anni e fino a quel momento aveva lavorato semplicemente come manovale o sguattero.




Interviste, spezzoni di film celebri, riflessioni si mescolano in un caleidoscopio divertentissimo, donandoci la persona e il personaggio, un uomo dal volto cesellato appositamente per far ridere, quasi una maschera greca che si è inserita tra le maschere del cinema italiano lasciando indubbiamente il segno. 

Il documentario è costruito molto bene. Diviso in capitoli, ognuno dei quali ha un titolo ottenuto dall'anagramma di Tiberio Murgia, il film non va mai sottotono e suscita ora la risata sonora, ora il sorriso tenero o malinconico, scandaglia ogni emozione fino a giungere alla commozione autentica, specie nel finale: nel maggio 2010, Murgia gira le ultime scene assieme alla figlia, dice di provare sofferenza, perché i suoi colleghi - Mastroianni, Gassman - non ci sono più e sente che lui potrebbe essere il prossimo. Svela di essere stanco, stanco come una bestia da soma. Recita le ultime battute in sardo, la lingua madre che il cinema sembra sempre avergli negato e che, finalmente, Naitza gli ha permesso di pronunciare.
Da sottolineare l'eccellente colonna sonora di Romeo Scaccia e Mirco Menna.




Nella stessa giornata ho visto L'isola dell'Angelo Caduto, film di Lucarelli tratto dal suo omonimo romanzo. La critica lo ha stroncato. Lucarelli ha scritto un bellissimo libro, i cui punti forti erano l'atmosfera sospesa del tempo che scorre al contrario, gli scenari, le storie vertiginose dei personaggi, l'approfondimento psicologico. Il tutto ottenuto con le parole.
L'errore di Lucarelli è stato quello di non aver affidato il suo film ad un regista di lunga carriera. Perché il libro, in sé, ha tutte le caratteristiche per diventare un film esplosivo. Tuttavia, Lucarelli stesso ha deciso di girare il film del suo libro e più che fare un film ha usato il libro per creare immagini. E il cinema è un'altra cosa. Il cinema è linguaggio con logiche, cause, effetti e ritmi diversissimi dalla scrittura. Il regista, essendo anche scrittore dell'opera, conosce sin troppo bene la storia e per questo dà molte cose per scontate, limitandosi a tradurre le pagine del romanzo in figure, senza però costruire un film. Sono riuscita a seguire il lungometraggio solo perché ho letto il libro, ma chi non ha letto il libro penso che farà molta fatica sia a capire i nessi della trama che a provare terrore (che manca totalmente, pur trattandosi di un giallo). Un regista avrebbe potuto confrontarsi con la scrittura di Lucarelli e approfondire, analizzare, sviscerare l'opera, creando una maggiore coesione tra forma e senso. Invece, Lucarelli applica qualche effetto pseudohorror e a tratti trash ad un film che non ha coerenza formale e che, per questo, non veicola neppure alcun senso.

martedì 13 novembre 2012

Jeunesse e Milleunanotte - Festival Internazionale del Film di Roma





Festival Internazionale del Film di Roma.

Si torna, finalmente, a vedere parecchi film al giorno, uno dietro l'altro. Le proiezioni sono continue, si sovrappongono, è quasi difficile star dietro a tutto. Anzi, è impossibile. Ma anche questo è il bello: il racconto per immagini è vivo e, tra alti e bassi, sono sempre più coloro che sentono il bisogno di esprimersi con un film.

Segnalo, per ora, due lungometraggi, uno di finzione e un documentario, l'uno francese, l'altro italiano, due opere che, purtroppo, trapeleranno difficilmente nella fitta cortina della distribuzione italiana.



Jeunesse è un film di Justine Malle. Delicato e toccante: Juliette, studentessa di venti anni, è alle prese con i primi dolori della vita, quelli che ti fanno crescere. Detta così sembra la trama qualunque di un film qualunque, ma in realtà Jeunesse ha un sapore particolare. Non è un film riuscitissimo, ma sa comunicare bene il suo messaggio. In sala, la regista, timidissima, non è riuscita a dire molto. Lo ha fatto qualcun altro, svelando al pubblico che il film è in realtà un omaggio dell'autrice a suo padre. Saputo questo, ho trovato il film ancora più toccante. Jeunesse è nella selezione Alice nella Città. C'erano le scuole, ma non è volata una mosca. Silenzio assoluto in sala. Segno che la Malle è riuscita, con la sua semplicità, a colpire lo spettatore. Su Taxi Drivers ne ho parlato in maniera più approfondita.



Milleunanotte (di Marco Santarelli) è il film italiano di cui sopra: un film che mi fa ben sperare sullo stato del documentario in Italia. Niente macchina a mano traballante: fotografia curatissima, montaggio del sonoro quasi in stile ejzensteniano, composizione dell'inquadratura sempre problematica, a volte ardita, ma comunque mai fuori luogo. Un'attenzione viscerale all'arte del cinema per parlare dell'umanità che popola il carcere Dozza di Bologna, tra migranti di ogni nazionalità e italiani di ogni regione. Toccante, anche questo: per il modo con cui il regista ha saputo raccontare di quegli uomini che, dietro le sbarre, cercano una libertà più forte di qualunque altra, la libertà dei sentimenti, la libertà data dalla semplicità, dal lavoro manuale, dalle cose realmente autentiche. 

Senza volerlo ho visto due film che, in qualche modo, hanno un filo conduttore. Milleunanote, però, colpisce di più per l'attenzione alla forma, attenzione che sa condurre ad un contenuto forte e ancestrale, reale ma radicato nel racconto (come bene esplica il titolo). Per saperne di più, qui il mio articolo su Taxi Drivers.



venerdì 9 novembre 2012

The Walking Dead terza stagione, quarta puntata: commento


Commentiamo la tanto discussa quarta puntata della terza stagione di The Walking Dead.
Avverto che ci saranno tanti spoiler. Chi ancora non avesse visto l'episodio non prosegua con la lettura.




Dopo aver visto per due volte la quarta puntata mi sono chiesta: volontà o ingenuità?

Sì, perché, come tutti ormai sanno, Lori Grimes, moglie del protagonista, è morta dando alla luce il bambino che portava in grembo e la cui paternità è ancora dubbia.
Ma gli sceneggiatori si sono lasciati tante, tantissime porte aperte.
La scena è quanto mai ambigua. Dopo un taglio cesareo, Lori muore – istantaneamente, a quanto pare. Il primogenito Carl dice che bisogna spararle in testa, altrimenti lei si trasformerà.
Fuori scena, si sente lo sparo: Carl ha sparato, presumibilmente alla madre, ma possiamo, appunto, solo presumere, perché in realtà non abbiamo visto nulla.
Il regista ha cercato di girare una sequenza il più possibile straziante: lei che dà le ultime raccomandazioni al figlio e poi, pronta, si sacrifica per quello che sta per nascere.

Ebbene. La morte improvvisa di Lori ha effettivamente senso: ha senso perché così gli sceneggiatori possono analizzare ulteriormente il loro oggetto preferito, cioè la psiche del protagonista Rick Grimes alle prese col duro mondo post apocalittico in cui si è svegliato dopo il coma. Se Lori fosse davvero morta, però, la sequenza farebbe acqua da tutte le parti: si fugge dagli zombie e, all'improvviso, ecco le doglie. In maniera altrettanto improvvisa, Lori è già dilatata e inizia subito a spingere. In pochi minuti, ci si accorge (senza spiegare bene il motivo) che Lori non può partorire naturalmente ma con taglio cesareo. La donna si sdraia e Maggie, che l'assiste, pratica il taglio: non c'è neppure tempo per uno svenimento, Lori muore subito (?). La scena, è vero, è alternata ad altre, ma risulta troppo precipitosa e la dipartita di un personaggio così importante non può essere così precipitosa. Molto più spazio, ad esempio, la serie ha dato alla ricerca, morte e zombificazione della piccola Sophia, in uno dei filoni narrativi più riusciti e più emozionanti della storia.
Amplissimo spazio è stato dato alla pazzia, morte e zombificazione di Shane, il cui crescendo di follia - si capiva - avrebbe avuto un climax di tutto rispetto.
Nella morte di Lori il climax c'è, ma troppo sbrigativo e, soprattutto, per nulla preparato nelle puntate precedenti per essere un climax che si rispetti.
Poi, però, c'è lo sparo di Carl fuori scena. E la cosa riapre le danze.
Perché?
Perché gli sceneggiatori hanno passato le prime tre puntate a lasciare indizi qua e là. Nella realtà di The Walking Dead noi sappiamo che:

- Carol, altra donna del gruppo di sopravvissuti, si stava allenando per praticare un taglio cesareo, in vista del parto di Lori.
- Per morire dissanguati ci vuole un bel po' di tempo: Hershel, senza una gamba rimossa a colpi di accetta da Rick, è tranquillamente sopravvissuto.
- Hershel, inoltre, è sopravvissuto perché Carol ha sufficienti conoscenze mediche per tamponare ferite e mettere pezze in situazioni molto gravi.
- Carol, alla fine della quarta puntata, è sparita nel nulla.
- Carl ha presumibilmente sparato alla madre, ma lo ha fatto fuori scena.
- Tra i sopravvissuti, dopo l'ennesimo attacco zombie, sono tornati tutti tranne Lori e Carol.

Ora. È probabile che ciò non significhi nulla, ma è palese che gli indizi gettati dagli sceneggiatori non possono cadere nel vuoto o la serie rischia di perdere credibilità. Perché un uomo con una gamba mozzata non dovrebbe morire dissanguato e dovrebbe salvarsi solo grazie a qualche fasciatura fatta di lenzuola e una donna a cui praticano un cesareo dovrebbe morire istantaneamente? La scelta di far sopravvivere Hershel non può essere casuale: nel fumetto, il personaggio a cui viene tagliata la gamba muore dissanguato dopo un paio di giorni. Gli sceneggiatori della serie hanno cambiato la storia, forse per creare un interessante precedente.
E come la mettiamo con Carol che si è allenata facendo cesarei ai cadaveri degli zombi? E, soprattutto, come la mettiamo con lo sparo fuori scena di Carl?
In altre parole: gli sceneggiatori sono davvero così ingenui da aver risolto la situazione in così breve tempo oppure hanno lasciato qualche indizio – preziosissimo – per poter tirare fuori dal cilindro magico soluzioni alternative future (non in questa, magari nella prossima serie)?
Analisi legittime, fatte con l'occhio del critico, non con quello del fan – il quale, almeno quello dentro di me, si è poco emozionato di fronte alla scena di Lori. Ben più toccante quella della morte di T-Dog.