mercoledì 14 novembre 2012

Tiberio Murgia e Carlo Lucarelli - Festival Internazionale del Film di Roma







L'insolito ignoto - Vita acrobatica di Tiberio Murgia (di Sergio Naitza) è un documentario divertente e commovente su uno degli attori più iconici della commedia italiana. Il Ferribotte de I Soliti Ignoti torna sullo schermo, stavolta non come spalla o caratterista, ma come protagonista assoluto. Nella vita e nel cinema, Tiberio Murgia ha sempre fatto l'attore, il ruolo nell'esistenza è stato lo stesso ruolo interpretato nella finzione, con una sola differenza: per tutta la vita Murgia ha dato voce al siciliano, ma in realtà era sardo.


Gli autori del documentario ricostruiscono la lunga vita dell'attore tra interviste allo stesso Murgia, nella casa di riposo di Tolfa, pochi mesi prima di morire, e a colleghi, amici e parenti. Emerge una figura sfaccettata, pazzo per le donne e padre gelosissimo, persona umile, maschera e comico in grado di far ridere con la sola presenza scenica. La natura lo ha aiutato: la tipica posizione del suo viso, quello sguardo dal basso verso l'alto, era dovuta ad un'anomalia nella chiusura delle palpebre. Anomalia correggibile con un intervento chirurgico che, però, Murgia non volle fare. E la cosa gli portò fortuna. Monicelli lo scoprì nella trattoria in cui andava sempre a mangiare e lo inserì in quel cast di mostri sacri de I Soliti Ignoti - una delle commedie più divertenti del cinema italiano. Murgia aveva solo ventotto anni e fino a quel momento aveva lavorato semplicemente come manovale o sguattero.




Interviste, spezzoni di film celebri, riflessioni si mescolano in un caleidoscopio divertentissimo, donandoci la persona e il personaggio, un uomo dal volto cesellato appositamente per far ridere, quasi una maschera greca che si è inserita tra le maschere del cinema italiano lasciando indubbiamente il segno. 

Il documentario è costruito molto bene. Diviso in capitoli, ognuno dei quali ha un titolo ottenuto dall'anagramma di Tiberio Murgia, il film non va mai sottotono e suscita ora la risata sonora, ora il sorriso tenero o malinconico, scandaglia ogni emozione fino a giungere alla commozione autentica, specie nel finale: nel maggio 2010, Murgia gira le ultime scene assieme alla figlia, dice di provare sofferenza, perché i suoi colleghi - Mastroianni, Gassman - non ci sono più e sente che lui potrebbe essere il prossimo. Svela di essere stanco, stanco come una bestia da soma. Recita le ultime battute in sardo, la lingua madre che il cinema sembra sempre avergli negato e che, finalmente, Naitza gli ha permesso di pronunciare.
Da sottolineare l'eccellente colonna sonora di Romeo Scaccia e Mirco Menna.




Nella stessa giornata ho visto L'isola dell'Angelo Caduto, film di Lucarelli tratto dal suo omonimo romanzo. La critica lo ha stroncato. Lucarelli ha scritto un bellissimo libro, i cui punti forti erano l'atmosfera sospesa del tempo che scorre al contrario, gli scenari, le storie vertiginose dei personaggi, l'approfondimento psicologico. Il tutto ottenuto con le parole.
L'errore di Lucarelli è stato quello di non aver affidato il suo film ad un regista di lunga carriera. Perché il libro, in sé, ha tutte le caratteristiche per diventare un film esplosivo. Tuttavia, Lucarelli stesso ha deciso di girare il film del suo libro e più che fare un film ha usato il libro per creare immagini. E il cinema è un'altra cosa. Il cinema è linguaggio con logiche, cause, effetti e ritmi diversissimi dalla scrittura. Il regista, essendo anche scrittore dell'opera, conosce sin troppo bene la storia e per questo dà molte cose per scontate, limitandosi a tradurre le pagine del romanzo in figure, senza però costruire un film. Sono riuscita a seguire il lungometraggio solo perché ho letto il libro, ma chi non ha letto il libro penso che farà molta fatica sia a capire i nessi della trama che a provare terrore (che manca totalmente, pur trattandosi di un giallo). Un regista avrebbe potuto confrontarsi con la scrittura di Lucarelli e approfondire, analizzare, sviscerare l'opera, creando una maggiore coesione tra forma e senso. Invece, Lucarelli applica qualche effetto pseudohorror e a tratti trash ad un film che non ha coerenza formale e che, per questo, non veicola neppure alcun senso.

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