martedì 13 novembre 2012

Jeunesse e Milleunanotte - Festival Internazionale del Film di Roma





Festival Internazionale del Film di Roma.

Si torna, finalmente, a vedere parecchi film al giorno, uno dietro l'altro. Le proiezioni sono continue, si sovrappongono, è quasi difficile star dietro a tutto. Anzi, è impossibile. Ma anche questo è il bello: il racconto per immagini è vivo e, tra alti e bassi, sono sempre più coloro che sentono il bisogno di esprimersi con un film.

Segnalo, per ora, due lungometraggi, uno di finzione e un documentario, l'uno francese, l'altro italiano, due opere che, purtroppo, trapeleranno difficilmente nella fitta cortina della distribuzione italiana.



Jeunesse è un film di Justine Malle. Delicato e toccante: Juliette, studentessa di venti anni, è alle prese con i primi dolori della vita, quelli che ti fanno crescere. Detta così sembra la trama qualunque di un film qualunque, ma in realtà Jeunesse ha un sapore particolare. Non è un film riuscitissimo, ma sa comunicare bene il suo messaggio. In sala, la regista, timidissima, non è riuscita a dire molto. Lo ha fatto qualcun altro, svelando al pubblico che il film è in realtà un omaggio dell'autrice a suo padre. Saputo questo, ho trovato il film ancora più toccante. Jeunesse è nella selezione Alice nella Città. C'erano le scuole, ma non è volata una mosca. Silenzio assoluto in sala. Segno che la Malle è riuscita, con la sua semplicità, a colpire lo spettatore. Su Taxi Drivers ne ho parlato in maniera più approfondita.



Milleunanotte (di Marco Santarelli) è il film italiano di cui sopra: un film che mi fa ben sperare sullo stato del documentario in Italia. Niente macchina a mano traballante: fotografia curatissima, montaggio del sonoro quasi in stile ejzensteniano, composizione dell'inquadratura sempre problematica, a volte ardita, ma comunque mai fuori luogo. Un'attenzione viscerale all'arte del cinema per parlare dell'umanità che popola il carcere Dozza di Bologna, tra migranti di ogni nazionalità e italiani di ogni regione. Toccante, anche questo: per il modo con cui il regista ha saputo raccontare di quegli uomini che, dietro le sbarre, cercano una libertà più forte di qualunque altra, la libertà dei sentimenti, la libertà data dalla semplicità, dal lavoro manuale, dalle cose realmente autentiche. 

Senza volerlo ho visto due film che, in qualche modo, hanno un filo conduttore. Milleunanote, però, colpisce di più per l'attenzione alla forma, attenzione che sa condurre ad un contenuto forte e ancestrale, reale ma radicato nel racconto (come bene esplica il titolo). Per saperne di più, qui il mio articolo su Taxi Drivers.



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