giovedì 25 febbraio 2010

Nightshot è cartaceo!

Dopo un anno dalla sua uscita in formato elettronico (tuttora scaricabile su kappaeventi.com), la mia creatura è cartacea!
E subito deve misurarsi con il pubblico!
Domani, 26 febbraio, alle ore 18, al Doppio Zero, sul lungomare Thaon de Revel, Nightshot (e quindi la sottoscritta) parteciperà al Book Contest Naked. Copio e incollo le parole del suo inventore, Andrea Giannasi, per far capire di che si tratta:

"Il book contest naked non è solo un reading tra gli scrittori Massimo Lerose con il suo giallo "Malaria", Marco Zautzik con il romanzo di formazione "Sognavo il codino di Baggio" e Veronica Mondelli con l'anteprima del nero e sincopato "Nightshot", ma una vera e propria sfida letteraria. Seppur in inglese il BCN è nato a Lucca e si sta diffondendo in Italia e non solo. La prova consiste nel far resistere e difendere la propria opera letteraria da durissime domande che mettono a nudo (“naked” in inglese) la trama, l’architettura, la capacità narratoria e la preparazione degli autori. Impertinente come non mai Andrea Giannasi porrà le domande agli scrittori. I dialoghi saranno a cura dell'editor Piergiorgio Leaci, i libri scelti non devono seguire trame o generi simili e gli autori non possono provenire dallo stesso gruppo letterario o dalla medesima città. Per questo la civitavecchiese Veronica Mondelli, si misurerà con il romano Marco Zautzik e il terracinese Massimo Lerose. Al pubblico, al termine del Book Contest Naked, l’ardua decisione della migliore difesa."

Ulteriori informazioni su http://bookcontestnaked.wordpress.com/.

Sarà dura! Ma con me ho due compagni davvero forti, Eiji e André...

lunedì 15 febbraio 2010

QUESTA E' LA STANZA, di Gipi

Capita spesso di avere un sogno. E capita che questo sogno sia la musica. Sogno. Quante sfumature può avere questa parola? Cosa è un sogno? I più ambiziosi direbbero: un obiettivo da raggiungere. L'obiettivo della vita. E quando lo si raggiunge, questo obiettivo, quando si realizza il sogno, dove va a finire il sogno? Ecco perché c'è un altro modo di intendere il sogno. Ed è qualcosa in cui ci si culla, che si deve nutrire, una sorta di protezione dal mondo esterno. Dall'incompatibilità con un mondo gelidamente incomprensibile. Il sogno diventa così un luogo morbido e avvolgente, in cui rifugiarsi ogni volta che si sente il bisogno di sfuggire e non farsi male. E se quel sogno è la musica, allora la musica diventa un magico frastuono in cui scatenare ogni rabbia, ogni giornata storta, ogni sentimento poco gestibile. Ecco, può capitare che il sogno della musica sia un modo per incanalare quello che fa male in modo tale che diventi più vivibile. In quelle cinque canzoni dalle poche parole ma dai tratti graffianti e contorti, può essere che entri la storia di un padre che fugge su qualche isola deserta, quello di un fratellino che se ne va per una grave malattia, quella di una madre troppo, davvero troppo, protettiva. E poi ancora, quella di un genitore più interessato ai suoi cani che a suo figlio; può scivolare tra le note la storia di una stanza, "di un posto tutto nostro", dove alimentare un sogno affinché non svanisca, né si infranga contro un mondo troppo aguzzo. Sì, in queste canzoni c'è spazio per te e per diventare di nuovo padrone della tua vita. Può darsi, poi, che quel sogno ti conduca ad avventure mai vissute in una cittadina sperduta di provincia, ai margini di un fabbricato abbandonato: ecco, si può desiderare il basso nuovissimo e l'amplificatore funzionante altrui e decidere di rubarlo in una notte trascorsa al sacrario...
Ma quanto è importante questo sogno? Vale la pena svenderlo? Lo si può coltivare, per proteggersi, per non farsi troppo male e poi, magari, fare l'imbianchino, perché... "non c'è nulla di male nel fare l'imbianchino". No, proprio no. Il sogno è puro per definizione, nel sogno non entrano brutture, né corruzioni. Per questo è meglio continuare a fare musica - una musica genuina - in un capannone industriale in disuso guadagnato con sacrifici d'ogni sorta piuttosto che fare il servetto invisibile per grandi manager musicali, che forse un giorno, dall'alto del loro abbrutimento, potrebbero accorgersi della tua presenza. No. Nel sogno c'è una ciclicità magica. Se il sogno si avvera, svanisce. E, a volte, il sogno deve continuare, perché il suo perpetuarsi equivale a vivere. Deve sempre alimentarsi di se stesso e della base più solida che si ha: la condivisione di sentimenti autentici con quegli amici che si rifugiano nel tuo stesso spazio e in una canzone sincera. Ecco, proprio nella sua formula non vuota, nella sua essenza rituale nonché sacrale, ecco, questa è la stanza.

martedì 9 febbraio 2010

LILLO & GREG - "Intrappolati nella commedia". Ovvero, del metalinguaggio

Lillo & Greg, un nome, una garanzia. Colgo l'occasione per parlare un po' della realtà e della finzione e soprattutto della forma (sia essa cinema, scrittura o teatro): perché trovarsi di fronte a una commedia come “Intrappolati nella commedia” fa capire tante cose, prima fra tutte che di qualunque arte si tratti è sempre di forma che si sta parlando e che solo grazie alla forma si accede al contenuto.



Lillo e Greg, nel bel mezzo di un sopralluogo al Brancaccio per allestire uno spettacolo teatrale, si trovano tra le pareti della scenografia ancora montata di “Una moglie per Thomas”. E non riescono più a uscirne. Letteralmente, linguisticamente intrappolati dalla e nella commedia. I due, in principio spaesati, si trovano all'interno di una storia trita e ritrita: Thomas rimane vedovo e i suoi amici gli trovano una moglie, Scarlett. Lillo si trova costretto nei panni di Thomas e Greg in quelli di Reginald; entrambi hanno a che vedere con una serie di personaggi legati tra di loro da intricati quanto divertenti e surreali rapporti d'amore: Desmond, Greg (sì, c'è un “doppione”), la bella Jennifer e la dolce Margery, figlia di Thomas. E poi Scarlett, quasi una versione femminile di Godot: di lei si parla sempre, ma non si vede mai e nel momento in cui arriva, fa udire solo la sua voce...

E dove è il trucco? Dove è la forma? Per gran parte del primo atto, “Una moglie per Thomas” è ambientata nell'Inghilterra tra Otto e Novecento. A metà del primo atto, Lillo e Greg si trovano proiettati di nuovo all'inizio di “Una moglie per Thomas”, ma all'interno di un altro genere, la gangster story degli anni Trenta. Poco dopo ecco venir fuori dagli anni Cinquanta gli stessi personaggi, ballerini pazzi e scatenati, che a suon di musical ripetono più o meno esattamente la storia di Thomas, Reginald, Greg, Desmond, Jennifer e Margery. E ancora, dove è il trucco? Nel passaggio da un'epoca all'altra (da un genere all'altro) gli attori cambiano linguaggio e movenze. Dapprima Margery e Jennifer, in corsetti e ampie sottogonne, assumono pose plastiche da brave fanciulle di fine Ottocento. Nella gangster story, invece, acquisiscono l'atteggiamento vamp, sexy e maledetto della femme fatale. Greg inizia a parlare come Il Padrino. Gli anni Cinquanta sono pervasi da uno spirito Grease che porta tutti a ballare e a saltare per raccontare la storia. Quello che all'inizio era un “Torno tosto” - scatenando vari doppi sensi - diventa “Torno subito”; il “badminton” si fa “tennis”. E nonostante si tratti sempre della stessa storia, si ha l'impressione di assistere a storie diverse, con emozioni diverse – drammatiche, cupe o simpatiche a seconda del genere e quindi della forma. 


Nel gran caos della comicità, Lillo e Greg ci stanno silenziosamente svelando i meccanismi della finzione e del linguaggio. Ed è solo giocando con le regole del genere che i teatranti possono svelarci che è tutto finto: infatti, nel momento in cui Lillo e Greg provano a rivolgersi al pubblico e a parlare con esso, la loro voce svanisce. Non si può interrompere il gioco dell'illusione, pena, appunto, la fine dell'identificazione e la fine del teatro. È per questo che, mentre gli attori si stanno cambiando dietro le quinte, Margery cantando e ballando, dice deliberatamente che sta allungando i tempi per permettere agli attori di cambiarsi. In apparenza questa scena non c'entra nulla, ma è uno dei tanti modi attraverso cui gli attori svelano i meccanismi del teatro, rimanendo tuttavia entro i confini della finzione teatrale. E ancora: il fatto che Jennifer, a metà del primo atto, cada uccisa dalla pistola di Desmond e poi un istante dopo ritorni in scena a recitare, ci dice, appunto, che il teatro è finzione... una finzione che, però, intrappola gli attori: per l'attore, infatti, è diverso. Solo per il pubblico il teatro è finzione, per l'attore il teatro è verità. È realtà. Per questo motivo tutti i teatranti, una volta intrappolati dal giogo della commedia, non riescono a liberarsi e sono costretti ciclicamente a ripeterla. Il teatro è tutto per l'attore: l'unico mondo in cui può vivere.


Scena indicativa è proprio l'uccisione di Jennifer: per il pubblico il personaggio torna in vita. Ma non appena la donna muore, gli altri attori si rendono conto che è morta sul serio. Che la pistola non è una pistola di scena. Il sangue è vero e lei non respira più. Possiamo porre la questione anche in altri termini: mentre per il pubblico il teatro è finzione, la commedia stessa, in quanto vive di vita propria in uno spazio finzionale, è vera. Quello che avviene nel suo campo di forze è reale.

La “realtà” (e l'importanza) della finzione è data anche dal ciclico ripetersi di un quiz televisivo, durante il quale a Lillo viene chiesto come e da chi sia stato ucciso un santo. Lillo riesce a rispondere e a vincere il premio solo grazie alle commedie che vive, perché la storia del santo emerge qua e là proprio durante "Una moglie per Thomas". E allora... ma quanto è importante la finzione?
Non appena Lillo e Greg si lasciano intrappolare dalla commedia, iniziano ad inanellare una serie di giochi linguistici che smascherano non solo la finzione del teatro, ma soprattutto quella del linguaggio. “Ti sposerei, se solo me lo chiedessi. Solo che non me lo chiedo mai!”. I doppi sensi linguistici provocano il riso, ma fanno anche riflettere sul doppio piano a cui ogni cosa si assoggetta – la realtà o la finzione, un significato o un altro. Basta cambiare una virgola e il senso diventa altro da se stesso. Insomma: cambia la forma, muta il contenuto – se mai il contenuto esiste. E questo forse non vuol dire che tutto è finzione e che solo la finzione è realtà?