lunedì 15 febbraio 2010

QUESTA E' LA STANZA, di Gipi

Capita spesso di avere un sogno. E capita che questo sogno sia la musica. Sogno. Quante sfumature può avere questa parola? Cosa è un sogno? I più ambiziosi direbbero: un obiettivo da raggiungere. L'obiettivo della vita. E quando lo si raggiunge, questo obiettivo, quando si realizza il sogno, dove va a finire il sogno? Ecco perché c'è un altro modo di intendere il sogno. Ed è qualcosa in cui ci si culla, che si deve nutrire, una sorta di protezione dal mondo esterno. Dall'incompatibilità con un mondo gelidamente incomprensibile. Il sogno diventa così un luogo morbido e avvolgente, in cui rifugiarsi ogni volta che si sente il bisogno di sfuggire e non farsi male. E se quel sogno è la musica, allora la musica diventa un magico frastuono in cui scatenare ogni rabbia, ogni giornata storta, ogni sentimento poco gestibile. Ecco, può capitare che il sogno della musica sia un modo per incanalare quello che fa male in modo tale che diventi più vivibile. In quelle cinque canzoni dalle poche parole ma dai tratti graffianti e contorti, può essere che entri la storia di un padre che fugge su qualche isola deserta, quello di un fratellino che se ne va per una grave malattia, quella di una madre troppo, davvero troppo, protettiva. E poi ancora, quella di un genitore più interessato ai suoi cani che a suo figlio; può scivolare tra le note la storia di una stanza, "di un posto tutto nostro", dove alimentare un sogno affinché non svanisca, né si infranga contro un mondo troppo aguzzo. Sì, in queste canzoni c'è spazio per te e per diventare di nuovo padrone della tua vita. Può darsi, poi, che quel sogno ti conduca ad avventure mai vissute in una cittadina sperduta di provincia, ai margini di un fabbricato abbandonato: ecco, si può desiderare il basso nuovissimo e l'amplificatore funzionante altrui e decidere di rubarlo in una notte trascorsa al sacrario...
Ma quanto è importante questo sogno? Vale la pena svenderlo? Lo si può coltivare, per proteggersi, per non farsi troppo male e poi, magari, fare l'imbianchino, perché... "non c'è nulla di male nel fare l'imbianchino". No, proprio no. Il sogno è puro per definizione, nel sogno non entrano brutture, né corruzioni. Per questo è meglio continuare a fare musica - una musica genuina - in un capannone industriale in disuso guadagnato con sacrifici d'ogni sorta piuttosto che fare il servetto invisibile per grandi manager musicali, che forse un giorno, dall'alto del loro abbrutimento, potrebbero accorgersi della tua presenza. No. Nel sogno c'è una ciclicità magica. Se il sogno si avvera, svanisce. E, a volte, il sogno deve continuare, perché il suo perpetuarsi equivale a vivere. Deve sempre alimentarsi di se stesso e della base più solida che si ha: la condivisione di sentimenti autentici con quegli amici che si rifugiano nel tuo stesso spazio e in una canzone sincera. Ecco, proprio nella sua formula non vuota, nella sua essenza rituale nonché sacrale, ecco, questa è la stanza.

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