domenica 23 dicembre 2012

IL FILM DI NATALE #3 - Nightmare Before Christmas


Jack guarda un fiocco di neve



Anno: 1993 - Nazionalità: USA - Genere: Fantastico - Soggetto: Tim Burton - Regia: Henry Selick


Natale è: condivisione.

Ma siamo realmente sicuri di riuscire a condividere qualcosa con qualcuno? La condivisione - reale e profonda - è forse la cosa più complessa da raggiungere per un essere umano. Qualsiasi cosa un individuo dica per esprimersi, le parole lo tradiranno: impossibile riuscire a dare una definizione a tutto ciò che si sente. Anche i gesti lo tradiranno, specie se gli altri lo guardano con pregiudizio o senza sforzarsi di capire.
Siamo certi che la notte di Natale, quel bacio, quel dono, quella pietanza che condividiamo siano realmente sentiti allo stesso modo?
In fondo, ognuno può leggere il Natale a modo proprio: una festa cattolica, un serata da passare giocando, una serata passata a mangiare di buon gusto, una serata passata in solitudine, una serata passata a stupirsi delle luci, dei colori, delle emozioni.

E Jack, il fragile scheletro di Halloween, non fa che questo: guardare il Natale, vederlo a modo proprio, stupirsi di quel mondo, piegarlo alla propria indole. Ma quanti possono capire un Natale così halloweeniano? Quanti sono disposti a guardare con le orbite vuote ma profonde e innocenti di Jack? Quanti riusciranno ad andare oltre il suo aspetto e il suo ruolo e a vedere cosa anima quelle quattro ossa?  


Jack Skellington è fondamentalmente un artista e poiché è un artista è anche un bambino. E poiché è un bambino che gioisce e si stupisce, non è ingabbiato in alcuna regola. Jack non ride e non piange a comando, ride e piange solo perché lo sente. Non è come i bambini della città (che di creativo hanno poco): quei bambini godono nel vedere uno scheletro solo ad Halloween, perché così è la regola, mentre inorridiscono se lo vedono a Natale, perché a Natale il trick or treat non vale più.

Jack e Sally si baciano sul monte innevato


Ma come può una mente libera seguire delle regole? Jack rompe quelle regole in maniera del tutto innocente, senza voler far del male a nessuno, spinto solo dalla voglia di sperimentare qualcosa di nuovo, qualcosa che lo animi, che copra di carne e sangue le sue ossa, che lo faccia scintillare dal profondo del cuore che non ha. In altre parole, Jack vede il Natale come lo ha visto un bimbo per la prima volta, non come tutti gli avvezzi alla festa, abituati a fare doni, abituati a cucinare, abituati ad addobbare, abituati a innervosirsi.

E allora, dove sta la condivisione? La condivisione è solo laddove c'è un altro pronto ad accoglierla. Jack è solo. Soltanto Sally può capirlo e accettarlo, Sally che altro non è che un'accozzaglia di scarti, una diversa cucita alla bell'e meglio. In fondo, Tim Burton ci dice questo: che il Natale non è né la festa cristiana, né una tombolata, né un albero. Natale è poter trovare qualcuno con cui realmente sentire – il mondo lontano e un luna che rischiara un perlaceo manto nevoso.




martedì 18 dicembre 2012

IL FILM DI NATALE #2 - Pomi d'ottone e manici di scopa



Titolo originale: Bedknobs and Broomsticks - Anno: 1971 - Nazionalità: USA - Genere: Fantasia/Animazione - Regia: Robert Stevenson

Natale è: voglia di famiglia.

Perché i tre piccoli protagonisti di questo film una famiglia non ce l'hanno. È il 1940 e Paul, Carrie e Charlie sono tre fratelli orfani di guerra. Un cappottino ciascuno e una valigia in mano, vengono affidati a Miss Price, una strana donna con una casa vecchissima, un gatto nero e un odio atavico verso gli infanti.
Miss Price ha anche un'altra caratteristica: è una strega. Meglio: un'apprendista strega. Sta cercando di diventarlo grazie a - udite udite! - un corso di magia per corrispondenza tenuto da Emelius Browne, che, da come recitano lettere e pubblicità, sembra essere un mago di grandissima levatura.
Emelius Browne, in realtà, è un cialtrone che, per vivere, vende formule e incantesimi trovate su un vecchio libro “per bambini”. Però, quando Miss Price recita le formule, le magie funzionano, incantando Carrie, Charles e Paul che non solo si ritrovano ad avere all'improvviso una famiglia, ma una famiglia con tutti i crismi, cioè magica.
Una famiglia che, dopo una meravigliosa gita a Portobello Road col dottor Browne in una Londra sventrata dalle bombe, si compatta fino all'inverosimile. Una famiglia né “naturale”, né "istituzionalizzata", ma bella e da invidiare: Miss Price e il dottor Browne non sono sposati, forse inizia a esserci del tenero tra di loro, ma si occupano dei tre orfani come fossero figli loro. Forse anche meglio: perché regalano ai bambini quello che ogni figlio vorrebbe, avventure, avventure e avventure, anche se solo a bordo di un letto.



La metafora del letto che vola da un luogo fantastico ad un altro è tutto il nucleo del film. Un genitore rimbocca le coperte ai figli, dà loro una carezza, racconta la favola per farli addormentare. Esasperando la metafora e raggiungendo lidi fortunatamente paradossali, il letto della nanna diventa il luogo in cui la famiglia condivide tutto, dall'amore all'educazione. E non si tratta di una semplice educazione ai buoni sentimenti o a comportamenti accettabili: l'educazione che Miss Price e il dottor Browne danno ai bambini è molto di più. È un'educazione alla fantasia, al gioco, all'intelligenza, alla forza mentale.
Cosa non di poco conto: saranno proprio i cinque membri di questa strampalata famiglia a respingere l'attacco nazista alla cittadina di Pepperinge Eye, grazie ad una formula magica potentissima che risveglia le armature di tutta la storia dell'Inghilterra. In altre parole, dalla fantasia si passa alla magia e poi all'azione concreta - giusta - nel mondo.
Un film con qualche imperfezione qua e là, ma perfetto per Natale: sul divano, tutti insieme, a ricordarsi che famiglia è dove ci si vuole bene e che ogni famiglia è un nucleo unico, un piccolo mondo in grado di influenzare, con la sua magia, il grande mondo.  

lunedì 10 dicembre 2012

IL FILM DI NATALE #1 - Die Hard


John McClane si intrufola nelle condotte dell'aria
Anno: 1988 - Nazionalità: USA - Genere: Action - Regia: John McTiernan


Natale è: famiglia.

Ci si riunisce, si fa baldoria, si dà vita a feste, talvolta, esplosive.
Ed esplosivo è il Natale del primo film che vi propongo: Die Hard.

Non il terzo, il sesto o il decimo (se mai lo faranno): il primo, unico e inimitabile, quello del 1988 con un Bruce Willis giovane e gagliardo, fisicato e con i capelli ancora castani (anzi, ancora con tutti i capelli).

John McClane è il classico poliziotto americano: abituato alle fatiche di una città come New York, è maschio – e un tantino maschilista – un po' rozzo, sicuramente un cinico divertente, con quel fascino da Rambo metropolitano – sudore, canottiera e mitra al collo. Però, in questo quadro da perfetto selvaggio urbano, qualcosa stona: Holly, moglie di John, ha lasciato New York per trasferirsi a Los Angeles e intraprendere una carriera di tutto rispetto che, di sicuro, socialmente la pone più in alto del marito. Holly McClane è l'opposto di John: elegante, delicata, una massa di capelli ricci perfettamente ordinati, ha un portamento che fa invidia, donna in carriera e mamma con tanto di tata, senza bisogno del marito - che a Los Angeles non vuol proprio venirci. La separazione lavorativa crea tra i due l'inevitabile contrasto matrimoniale. Ma tutto sembra cambiare quando John decide di prendere l'aereo (di cui ha paura) e di volare fino a Los Angeles per trascorrere la vigilia di Natale con moglie e figli.

Holly McClane parla arrabbiata col marito


Certo, John sceglie il giorno sbagliato per tornare. Anzi, sceglie il giorno migliore: perché proprio mentre sta per entrare nel traslucido grattacielo di cristallo dove lavora la moglie, nel bel mezzo della festa di Natale dell'ufficio, un commando di tedeschi della Germania Ovest decide di attaccare il capo di Holly, di ucciderlo e mettere sotto scacco piani, piani e piani di grattacielo.

Quello che doveva essere un Natale fatto di bicchieri tintinnanti e pieni di champagne diventa una festa in cui i fuochi d'artificio sono sostituiti da fucili, pistole, mitra e polvere da sparo: e Santa Claus è un uomo che, da solo e a piedi nudi, si intrufola nel palazzo e cerca di mettere a posto le cose, di riconquistare il grattacielo ma, soprattutto, la famiglia.

John McClane guarda da un buco nel vetro fatto da lui


Il film tiene col fiato sospeso dall'inizio alla fine, complici sia le più classiche tecniche da action movie, sia un'ironia pungente, tutta giocata sul volto allora praticamente esordiente di un Bruce Willis nel pieno della sua forma. 
Le metafore si sprecano. Quando si dice che il Natale è raggiungere la famiglia ad ogni costo, qualunque sia il luogo in cui ci si trovi; quando si dice che il Natale è anche il momento in cui scoppiano certe incomprensioni, o il momento in cui proprio quelle incomprensioni vengono messe da parte; e quando si dice che il Natale è fatto del caldo focolare di un camino, del focolare famigliare... be', Die Hard, a partire dal titolo, ci parla di questo e altro attraverso il paradosso, rendendo reale la figura retorica ed esagerando ogni particolare fino a trasporlo nel suo contrario. Così, quel die hard diventa voglia di vivere ad ogni costo, il lucente cristallo dei bicchieri diventa vetrate che esplodono, il focolare e il senso di calore dato dalle luci natalizie diventano bombe a mano e fuochi di mitra, l'oh-oh di Babbo Natale non presagisce l'arrivo di doni, ma il furore montante di McClane che ha imbracciato il fucile. Tuttavia, la cosa che vale di più è l'abbraccio finale tra John e Holly, quello che dà senso ad ogni cosa. Die Hard è, nel vero senso del termine, un film adatto a tutta la famiglia: quanti piani di un grattacielo siamo disposti a salire a piedi scalzi su vetri rotti per poterci riconciliare con chi amiamo?

lunedì 3 dicembre 2012

The White Shadow

Nancy fuma e gioca d'azzardo
Betty Compson interpreta Nancy, la gemella senza anima



The White Shadow, al momento, è considerato il primo film di Alfred Hitchcock. È stato ritrovato in Nuova Zelanda nell'agosto del 2011, dopo lunghe e affannose ricerche. L'opera – un film muto - uscì nel 1924, tre anni prima dell'avvento del sonoro: il regista del lungometraggio non è Hitchcock ma Graham Cutts. Il futuro maestro di gialli e thriller psicologici vi lavorò “solo” come sceneggiatore, aiuto regista, montatore e scenografo. L'anno successivo, Hitchcock avrebbe girato il suo primo vero film in completa autonomia, Il giardino del piacere.

Tuttavia, The White Shadow è stata una palestra di non poco conto per il giovane futuro regista, che all'epoca aveva solo venticinque anni. Inoltre, il film, per quanto forse poco conosciuto ai più, è considerato una tra le interpretazioni più intense e memorabili di un'attrice allora molto famosa, Betty Compson, che, in The White Shadow, interpreta due ruoli diversi.

Georgina prega per la sorella
Betty Compson interpreta Georgina, l'anima bianca


Nancy e Georgina, infatti, sono due gemelle identiche: la prima ribelle e, come recitano le didascalie, “senza anima”; la seconda buona, docile e dall'ombra bianca, cioè dotata di un'anima pura. Le due sorelle si compensano e sono molto legate l'una all'altra, ma a Nancy sta stretta la casa di campagna della famiglia; così, scappa e si rifugia in un locale parigino, The Cat Who Laughs, un luogo di perdizione, in cui la giovane gemella beve, fuma e gioca d'azzardo con gli uomini. Georgina rimane sola: la madre muore per il dolore della scomparsa di Nancy, il padre si lancia all'inseguimento della figlia e diventa un pazzo clochard. Così, la ragazza, per non infangare la memoria della sorella e della famiglia, decide di impersonare Nancy.

Ma Nancy ha un giovane americano che le dedica attenzione amorosa, il signor Robin Field, il quale, non sapendo nulla dello scambio di persona, corteggia Georgina credendo si tratti di Nancy. I due finiscono per innamorarsi sul serio. Ma gli equivoci, sempre più drammatici e tragici, porteranno il film ad un finale altamente emotivo, che vede le due sorelle diventare una cosa sola, il corpo di una a racchiudere l'anima bianca dell'altra – il sacrificio finale che ha fatto del film un capolavoro assoluto.

Mr Field corteggia Nancy che si diverte a respingerlo
Nancy e Mr Field


Tuttavia, oggi, The White Shadow è mancante delle ultime tre bobine. Possiamo conoscere il finale solo grazie allo script originale. Su Preservationfilm.org è possibile visionare quel che resta del lungometraggio. Il film ha spunti meravigliosi, ben esemplificati dalla recitazione di Betty Compson, che si destreggia tra un'anima nera e un'anima bianca, donandoci quel doppio che Hitchcock esplorerà abbondantemente nella sua filmografia. Anche la scenografia ha il suo perché: il film ha molte scene ambientate in esterni e pare che la dicotomia interno/esterno sia lì a ricalcare le due personalità delle gemelle. In esterni è Nancy a sentirsi a suo agio, fuori, in mezzo alla natura, la ragazza grida, ride, sbatte i piedi e cavalca come un uomo; gli interni sono l'habitat di Georgina, delicata e precisa come il mobilio e i monili disposti a regola d'arte.

Il film è muto, ma colpisce per il modo in cui gli attori hanno donato le più intense sfumature psicologiche ai loro personaggi. La bravissima Betty Compson – oltre a cambiare pettinatura, abiti e trucco da un ruolo all'altro – dà grande prova di recitazione, tanto che sembra addirittura cambiare le proprie fattezze; il padre delle gemelle, da compassato e rigido uomo inglese di vecchio stampo, diventa un vagabondo barbuto e senza ragione; il bel Mr Robin Field è rispettoso nel corteggiamento e, allo stesso tempo, ardito nel sorprendere Nancy con un bacio focoso; ma appare anche abbattuto, nella sua camminata sbilenca, quando si ubriaca perché respinto. In altre parole, il film va da un eccesso all'altro in maniera mai esagerata e sempre elegante: il tutto nella cornice bianco e nera, grigia, seppia, verde e blu (specie dove la pellicola è più rovinata) del Cinema Muto, che con quella mimica esagerata e irripetibile ha fatto la sua fortuna. Una mimica che sempre colpirà lo spettatore come il migliore degli effetti speciali: tra occhi sbarrati e mani giunte, trucco esagerato, volti provati e scolpiti dal bianco che accende e dal nero che incunea, i sentimenti non corrono solo nelle parole, ma lungo le braccia, nell'addome, nella postura e nell'inclinazione del viso e nei movimenti, teatrali ma ideali per riempire lo spazio di una macchina da presa.

Nancy gioca d'azzardo a The Cat Who Laughs


Graham Cutts, con l'aiuto di Hitchcock, ha confezionato un film che, a distanza di quasi novant'anni, sa tenere incollati allo schermo, unendo la grande maestria nel montaggio e nei ritmi a quelle tipiche "caratteristiche mute" che rendono tuttora grande e mai sorpassato il cinema dei primi trent'anni della sua storia.

Seguendo questo link è possibile vedere il film.

lunedì 26 novembre 2012

Intervento a La febbre del sabato sera su Fusoradio



Anziché scrivere, stavolta la sottoscritta ha parlato. 
La febbre del sabato sera è una trasmissione radio sul cinema di qualità, diretta da Taxi Drivers su Fusoradio
Nella settima puntata si è chiuso il discorso sul Festival Internazionale del Film di Roma. Si parte con un intervento sulle impressioni generali che il Festival ci ha lasciato e si prosegue con Goltzius and the Pelican Company di Greenaway; dopo la canzone I tuoi fiori, di Etta Scollo (che non a caso cito, visto che è la colonna sonora di Bad Guy di Kim Ki-duk!), c'è il mio secondo intervento, stavolta sul film Milleunanotte.
Si prosegue con la recensione vocale di Lesson of The Evil di Takashi Miike e di S. B. Io lo conoscevo bene, da parte di altri ragazzi della crew. Seguendo questo link, potete ascoltare il podcast della settima puntata de La febbre del sabato sera, il mio intervento e quello degli altri tre ragazzi in collegamento. Buon ascolto!

sabato 17 novembre 2012

James Franco - Festival Internazionale del Film di Roma



Jeans e maglioncino. Non entra da dietro il palco, come era stato predisposto, ma dall'ingresso del pubblico. Insomma, James Franco ti passa a meno di un metro di distanza sparando sorrisi ovunque ed emana aura di normalità e semplicità. Capisci subito che questo è il vero divo, un uomo normale che fa cose straordinarie.
Perché James Franco può essere considerato una persona straordinaria, almeno per ciò per cui lo conosciamo, cioè l'arte. Recitare è solo una delle attività che svolge e, la cosa interessante, è che per parecchi anni, mentre faceva l'attore, privatamente coltivava alcune sue passioni, studiando e aggiornandosi di continuo: l'arte, la letteratura, la performance art.
L'incontro di ieri con James Franco nell'ambito del Festival di Roma era proprio incentrato su questo: il passaggio dal Cinema all'Arte, i punti di contatto e le differenze, il flusso tra le due forme d'espressione.

James Franco in Milk


E il discorso è stato interessantissimo, meglio di una lezione universitaria. Franco ha presentato al Festival un suo cortometraggio di appena due minuti, Dreams, realizzato con un unico piano sequenza per dare meglio l'idea della dimensione onirica. Nella sua attività di regista, Franco ha lavorato anche con Douglas Gordon. Quest'ultimo, più che un regista è un artista visuale. Tra le sue opere c'è 24 Hours Psycho,  in cui il celebre film di Hitchcock è stato rallentato a due fotogrammi al secondo per permettere ad esso di durare un giorno intero. Nel fare il regista Franco ha messo quanto ha studiato e appreso sia dagli studi letterari, sia, soprattutto, dalle sue esperienze come artista e dai contatti con la performance art: in particolare, ha parlato del suo rapporto con Marina Abramovic (che sempre ringrazierò per la sua performance sulla muraglia cinese - mesi di camminata per incontrarsi a metà strada col compagno e performer Ulay e poi dirsi addio). Partendo da Marina Abramovic, James Franco ci ha parlato con grande trasporto della differenza tra l'essere attore sul set e essere artista-performer: il rapporto tra pubblico e privato. 


James Franco in 127 hours


L'attore si dà al pubblico facendo qualcosa di pubblico, mentre il performer dà al pubblico qualcosa di intimo e privato. Un rapporto, quello tra pubblico e privato, che si sana in maniera complessa all'interno dell'artista, ma che diventa indispensabile per la ricerca artistica.
James Franco ha inoltre parlato del modo in cui si prepara per recitare, del processo quasi maniacale con cui entra nel personaggio, specie se questo è realmente esistito. Lo studia sempre come fosse il protagonista, anche se il ruolo è marginale. Per mesi vive quasi come lui o inseguendo le sue tracce, pensa e mangia come il suo personaggio: e accetta la parte solo se è realmente convinto, per non frenarsi nella recitazione. Molto bello il racconto della preparazione di Scott Smith, amante di Milk nell'omonimo film con Sean Penn, girato da Gus Van Sant.

James Franco nel mio smartphone


E poi, Franco si è alzato e, come se niente fosse, ha iniziato a firmare autografi. E ne avrebbe firmati altri, se la sicurezza non lo avesse preso e fatto sparire in men che non si dica dietro una tenda nera. Ancora quell'aura di normalità, quella che può emanare un attore e artista straordinario, semplice e sincero.



giovedì 15 novembre 2012

Strings - Festival Internazionale del Film di Roma



Eccola. Sapevo che l'avrei trovata. La sorpresa di Roma. Nascosta, come immaginavo, nella sezione parallela del Festival, Alice nella Città. Strings.

L'estate tra la fine della scuola e l'inizio dell'università. L'ultima estate da ragazzi, forse quella più problematica. Grace, Jon, Scout e Chris devono prendere una decisione per il futuro, ma al futuro non pensano. La loro vita, fragile, vive nel presente in un continuo ripetersi, in un eterno ritorno di giornate tutte uguali, scandite dall'alcol, dal sesso, dalle sigarette, dal divertimento estremo. Giornate inconcludenti, in cui però appare chiaro il crescendo emotivo dei personaggi, che vivono un disagio interiore complesso, mai completamente esplicato e che si riversa sullo spettatore con tutto il suo pesante carico.



Grace, Jon, Scout e Chris sono individui tra la folla. Come dice Michael, un personaggio del film, sono quelli che, in mezzo al gruppo, ad un certo punto inizi a fissare, sono quelli a cui dai un nome e di cui immagini la storia. La macchina da presa si accende su di loro e li ispeziona sin nel minimo dettaglio, sin negli anfratti più reconditi, che siano i recessi femminili o i liquidi maschili. Le quattro figure, che da sembiante si fanno persone, diventano poi personaggi, la cui psicologia, profondissima, rimane inafferrabile, tanto vario e variabile è l'animo umano di fronte alla vita.
Questa sceneggiatura complessa - eppure apparentemente semplice - esplicata con pochissimi dialoghi, è figlia di un regista e sceneggiatore di appena diciotto anni.
Incredibile pensare che sia vero, specie dopo aver visto il film. Rob Savage, il regista, dimostra di essere, per certi versi, molto maturo a livello tecnico e formale. Per altri versi è molto ingenuo, di quell'ingenuità tipica di chi sta scoprendo l'arte cinematografica sul campo.
Il punto forte è l'uso del sonoro: la musica sostiene gesti e pensieri dei personaggi, le parole si troncano o sfumano in base al loro stato d'animo, i rumori si fanno estremi per costruire il racconto e il senso. La regia si affida al fuori fuoco e al particolare e qui emerge un po' la debolezza del neo regista: tutto il film è fuori fuoco, in penombra o attento al particolare. Anche se questa è la cifra stilistica del regista, avrebbe potuto essere mitigata da momenti più distesi; il rischio è quello di cadere nell'estremo spezzettamento dello spazio dell'inquadratura e di stancare lo spettatore con una costruzione che può divenire caotica. Tuttavia, è pur vero che, più le vicende vanno avanti e si complicano, più l'immagine di Savage si fa inafferrabile e indistinguibile, quasi a corrispondere alla confusione dell'animo dei protagonisti.
Di sicuro, Rob Savage ha tempo per crescere. Se già a diciotto anni dimostra questa maturità - quella di un ragazzo che fa un film dopo averne visti mille al giorno ed essersi imbevuto di tanti stili costruendone uno proprio e personalissimo - cosa potrà fare a trent'anni? Grandi cose, questo è sicuro.
Ne ho parlato anche su Taxi Drivers.

mercoledì 14 novembre 2012

Tiberio Murgia e Carlo Lucarelli - Festival Internazionale del Film di Roma







L'insolito ignoto - Vita acrobatica di Tiberio Murgia (di Sergio Naitza) è un documentario divertente e commovente su uno degli attori più iconici della commedia italiana. Il Ferribotte de I Soliti Ignoti torna sullo schermo, stavolta non come spalla o caratterista, ma come protagonista assoluto. Nella vita e nel cinema, Tiberio Murgia ha sempre fatto l'attore, il ruolo nell'esistenza è stato lo stesso ruolo interpretato nella finzione, con una sola differenza: per tutta la vita Murgia ha dato voce al siciliano, ma in realtà era sardo.


Gli autori del documentario ricostruiscono la lunga vita dell'attore tra interviste allo stesso Murgia, nella casa di riposo di Tolfa, pochi mesi prima di morire, e a colleghi, amici e parenti. Emerge una figura sfaccettata, pazzo per le donne e padre gelosissimo, persona umile, maschera e comico in grado di far ridere con la sola presenza scenica. La natura lo ha aiutato: la tipica posizione del suo viso, quello sguardo dal basso verso l'alto, era dovuta ad un'anomalia nella chiusura delle palpebre. Anomalia correggibile con un intervento chirurgico che, però, Murgia non volle fare. E la cosa gli portò fortuna. Monicelli lo scoprì nella trattoria in cui andava sempre a mangiare e lo inserì in quel cast di mostri sacri de I Soliti Ignoti - una delle commedie più divertenti del cinema italiano. Murgia aveva solo ventotto anni e fino a quel momento aveva lavorato semplicemente come manovale o sguattero.




Interviste, spezzoni di film celebri, riflessioni si mescolano in un caleidoscopio divertentissimo, donandoci la persona e il personaggio, un uomo dal volto cesellato appositamente per far ridere, quasi una maschera greca che si è inserita tra le maschere del cinema italiano lasciando indubbiamente il segno. 

Il documentario è costruito molto bene. Diviso in capitoli, ognuno dei quali ha un titolo ottenuto dall'anagramma di Tiberio Murgia, il film non va mai sottotono e suscita ora la risata sonora, ora il sorriso tenero o malinconico, scandaglia ogni emozione fino a giungere alla commozione autentica, specie nel finale: nel maggio 2010, Murgia gira le ultime scene assieme alla figlia, dice di provare sofferenza, perché i suoi colleghi - Mastroianni, Gassman - non ci sono più e sente che lui potrebbe essere il prossimo. Svela di essere stanco, stanco come una bestia da soma. Recita le ultime battute in sardo, la lingua madre che il cinema sembra sempre avergli negato e che, finalmente, Naitza gli ha permesso di pronunciare.
Da sottolineare l'eccellente colonna sonora di Romeo Scaccia e Mirco Menna.




Nella stessa giornata ho visto L'isola dell'Angelo Caduto, film di Lucarelli tratto dal suo omonimo romanzo. La critica lo ha stroncato. Lucarelli ha scritto un bellissimo libro, i cui punti forti erano l'atmosfera sospesa del tempo che scorre al contrario, gli scenari, le storie vertiginose dei personaggi, l'approfondimento psicologico. Il tutto ottenuto con le parole.
L'errore di Lucarelli è stato quello di non aver affidato il suo film ad un regista di lunga carriera. Perché il libro, in sé, ha tutte le caratteristiche per diventare un film esplosivo. Tuttavia, Lucarelli stesso ha deciso di girare il film del suo libro e più che fare un film ha usato il libro per creare immagini. E il cinema è un'altra cosa. Il cinema è linguaggio con logiche, cause, effetti e ritmi diversissimi dalla scrittura. Il regista, essendo anche scrittore dell'opera, conosce sin troppo bene la storia e per questo dà molte cose per scontate, limitandosi a tradurre le pagine del romanzo in figure, senza però costruire un film. Sono riuscita a seguire il lungometraggio solo perché ho letto il libro, ma chi non ha letto il libro penso che farà molta fatica sia a capire i nessi della trama che a provare terrore (che manca totalmente, pur trattandosi di un giallo). Un regista avrebbe potuto confrontarsi con la scrittura di Lucarelli e approfondire, analizzare, sviscerare l'opera, creando una maggiore coesione tra forma e senso. Invece, Lucarelli applica qualche effetto pseudohorror e a tratti trash ad un film che non ha coerenza formale e che, per questo, non veicola neppure alcun senso.

martedì 13 novembre 2012

Jeunesse e Milleunanotte - Festival Internazionale del Film di Roma





Festival Internazionale del Film di Roma.

Si torna, finalmente, a vedere parecchi film al giorno, uno dietro l'altro. Le proiezioni sono continue, si sovrappongono, è quasi difficile star dietro a tutto. Anzi, è impossibile. Ma anche questo è il bello: il racconto per immagini è vivo e, tra alti e bassi, sono sempre più coloro che sentono il bisogno di esprimersi con un film.

Segnalo, per ora, due lungometraggi, uno di finzione e un documentario, l'uno francese, l'altro italiano, due opere che, purtroppo, trapeleranno difficilmente nella fitta cortina della distribuzione italiana.



Jeunesse è un film di Justine Malle. Delicato e toccante: Juliette, studentessa di venti anni, è alle prese con i primi dolori della vita, quelli che ti fanno crescere. Detta così sembra la trama qualunque di un film qualunque, ma in realtà Jeunesse ha un sapore particolare. Non è un film riuscitissimo, ma sa comunicare bene il suo messaggio. In sala, la regista, timidissima, non è riuscita a dire molto. Lo ha fatto qualcun altro, svelando al pubblico che il film è in realtà un omaggio dell'autrice a suo padre. Saputo questo, ho trovato il film ancora più toccante. Jeunesse è nella selezione Alice nella Città. C'erano le scuole, ma non è volata una mosca. Silenzio assoluto in sala. Segno che la Malle è riuscita, con la sua semplicità, a colpire lo spettatore. Su Taxi Drivers ne ho parlato in maniera più approfondita.



Milleunanotte (di Marco Santarelli) è il film italiano di cui sopra: un film che mi fa ben sperare sullo stato del documentario in Italia. Niente macchina a mano traballante: fotografia curatissima, montaggio del sonoro quasi in stile ejzensteniano, composizione dell'inquadratura sempre problematica, a volte ardita, ma comunque mai fuori luogo. Un'attenzione viscerale all'arte del cinema per parlare dell'umanità che popola il carcere Dozza di Bologna, tra migranti di ogni nazionalità e italiani di ogni regione. Toccante, anche questo: per il modo con cui il regista ha saputo raccontare di quegli uomini che, dietro le sbarre, cercano una libertà più forte di qualunque altra, la libertà dei sentimenti, la libertà data dalla semplicità, dal lavoro manuale, dalle cose realmente autentiche. 

Senza volerlo ho visto due film che, in qualche modo, hanno un filo conduttore. Milleunanote, però, colpisce di più per l'attenzione alla forma, attenzione che sa condurre ad un contenuto forte e ancestrale, reale ma radicato nel racconto (come bene esplica il titolo). Per saperne di più, qui il mio articolo su Taxi Drivers.



venerdì 9 novembre 2012

The Walking Dead terza stagione, quarta puntata: commento


Commentiamo la tanto discussa quarta puntata della terza stagione di The Walking Dead.
Avverto che ci saranno tanti spoiler. Chi ancora non avesse visto l'episodio non prosegua con la lettura.




Dopo aver visto per due volte la quarta puntata mi sono chiesta: volontà o ingenuità?

Sì, perché, come tutti ormai sanno, Lori Grimes, moglie del protagonista, è morta dando alla luce il bambino che portava in grembo e la cui paternità è ancora dubbia.
Ma gli sceneggiatori si sono lasciati tante, tantissime porte aperte.
La scena è quanto mai ambigua. Dopo un taglio cesareo, Lori muore – istantaneamente, a quanto pare. Il primogenito Carl dice che bisogna spararle in testa, altrimenti lei si trasformerà.
Fuori scena, si sente lo sparo: Carl ha sparato, presumibilmente alla madre, ma possiamo, appunto, solo presumere, perché in realtà non abbiamo visto nulla.
Il regista ha cercato di girare una sequenza il più possibile straziante: lei che dà le ultime raccomandazioni al figlio e poi, pronta, si sacrifica per quello che sta per nascere.

Ebbene. La morte improvvisa di Lori ha effettivamente senso: ha senso perché così gli sceneggiatori possono analizzare ulteriormente il loro oggetto preferito, cioè la psiche del protagonista Rick Grimes alle prese col duro mondo post apocalittico in cui si è svegliato dopo il coma. Se Lori fosse davvero morta, però, la sequenza farebbe acqua da tutte le parti: si fugge dagli zombie e, all'improvviso, ecco le doglie. In maniera altrettanto improvvisa, Lori è già dilatata e inizia subito a spingere. In pochi minuti, ci si accorge (senza spiegare bene il motivo) che Lori non può partorire naturalmente ma con taglio cesareo. La donna si sdraia e Maggie, che l'assiste, pratica il taglio: non c'è neppure tempo per uno svenimento, Lori muore subito (?). La scena, è vero, è alternata ad altre, ma risulta troppo precipitosa e la dipartita di un personaggio così importante non può essere così precipitosa. Molto più spazio, ad esempio, la serie ha dato alla ricerca, morte e zombificazione della piccola Sophia, in uno dei filoni narrativi più riusciti e più emozionanti della storia.
Amplissimo spazio è stato dato alla pazzia, morte e zombificazione di Shane, il cui crescendo di follia - si capiva - avrebbe avuto un climax di tutto rispetto.
Nella morte di Lori il climax c'è, ma troppo sbrigativo e, soprattutto, per nulla preparato nelle puntate precedenti per essere un climax che si rispetti.
Poi, però, c'è lo sparo di Carl fuori scena. E la cosa riapre le danze.
Perché?
Perché gli sceneggiatori hanno passato le prime tre puntate a lasciare indizi qua e là. Nella realtà di The Walking Dead noi sappiamo che:

- Carol, altra donna del gruppo di sopravvissuti, si stava allenando per praticare un taglio cesareo, in vista del parto di Lori.
- Per morire dissanguati ci vuole un bel po' di tempo: Hershel, senza una gamba rimossa a colpi di accetta da Rick, è tranquillamente sopravvissuto.
- Hershel, inoltre, è sopravvissuto perché Carol ha sufficienti conoscenze mediche per tamponare ferite e mettere pezze in situazioni molto gravi.
- Carol, alla fine della quarta puntata, è sparita nel nulla.
- Carl ha presumibilmente sparato alla madre, ma lo ha fatto fuori scena.
- Tra i sopravvissuti, dopo l'ennesimo attacco zombie, sono tornati tutti tranne Lori e Carol.

Ora. È probabile che ciò non significhi nulla, ma è palese che gli indizi gettati dagli sceneggiatori non possono cadere nel vuoto o la serie rischia di perdere credibilità. Perché un uomo con una gamba mozzata non dovrebbe morire dissanguato e dovrebbe salvarsi solo grazie a qualche fasciatura fatta di lenzuola e una donna a cui praticano un cesareo dovrebbe morire istantaneamente? La scelta di far sopravvivere Hershel non può essere casuale: nel fumetto, il personaggio a cui viene tagliata la gamba muore dissanguato dopo un paio di giorni. Gli sceneggiatori della serie hanno cambiato la storia, forse per creare un interessante precedente.
E come la mettiamo con Carol che si è allenata facendo cesarei ai cadaveri degli zombi? E, soprattutto, come la mettiamo con lo sparo fuori scena di Carl?
In altre parole: gli sceneggiatori sono davvero così ingenui da aver risolto la situazione in così breve tempo oppure hanno lasciato qualche indizio – preziosissimo – per poter tirare fuori dal cilindro magico soluzioni alternative future (non in questa, magari nella prossima serie)?
Analisi legittime, fatte con l'occhio del critico, non con quello del fan – il quale, almeno quello dentro di me, si è poco emozionato di fronte alla scena di Lori. Ben più toccante quella della morte di T-Dog.

martedì 30 ottobre 2012

Spike Lee gira il remake di Oldboy




È ufficiale.
Nel 2013 uscirà Oldboy di Spike Lee, remake di quel cult immortale di Park Chan-wook.
A circa dieci anni di distanza dall'enorme successo del film coreano, Spike Lee ne prende la sceneggiatura, la adatta al contesto statunitense e lo gira.
Josh Brolin e Elizabeth Olsen sono i protagonisti, lui interpreta il corrispettivo di Oh Dae-su, reso grande dalla mastodontica interpretazione di Choi Min-sik; lei dovrebbe essere la Mi-do del film coreano. Compare anche Samuel L. Jackson, ma non è chiaro quale sarà il suo ruolo.

Difficile dire se questo remake sia davvero necessario. In primo luogo, perché è passato troppo poco tempo dall'uscita dell'originale. I trentenni di oggi (e non solo), registi, scrittori, critici o semplicemente cinefili vedono in Oldboy un cult generazionale, qualcosa che non può né deve essere intaccato perché, in fondo, è un capolavoro e, come tale, è eterno e transgenerazionale. Avremo sempre negli occhi la meravigliosa visione della fotografia di Park Chan-wook, la sua regia impeccabile e il suo montaggio drammatico, in grado di costruire emozioni e storia senza tralasciare nulla al caso. In testa abbiamo ancora quella storia maledetta, quel continuo scambio di ruoli tra la vittima e il carnefice, quel mondo metacinematografico, fatto di foto, pellicole, ipnosi, specchi e finestre. Negli occhi, abbiamo ancora il toccante e sconvolgente sorriso finale di Oh Dae-su, ferita dal lirismo impareggiabile. In altre parole: un film perfetto. Un film perfetto che però era anche il tassello di una trilogia, in cui attori e battute rimbalzavano da un capitolo all'altro.

Il mondo del cinema è giustamente pieno di remake. Col remake, le sceneggiature vengono adattate all'epoca corrente. Tuttavia, è pur vero che è difficile trovare adattamenti di capolavori. Ci sono alcuni cult intoccabili. Giustamente intoccabili. Perché rifare certi film potrebbe essere deleterio per il lavoro che ne seguirà. Di solito, le produzioni americane girano remake di film europei o asiatici che si sono poco imposti sul mercato mondiale, remake che hanno spesso anche valenza di assimilazione socio-culturale. Ma in questo caso è diverso: Park Chan-wook è un autore conosciutissimo e amatissimo e Oldboy ha avuto una diffusione capillare, tanto che è stato distribuito anche nei piccoli cinema italiani di provincia.

Le domande lecite sono: Spike Lee riuscirà a reggere il confronto col gigante coreano? Josh Brolin reggerà il confronto con Choi Min-sik? Spike Lee è di sicuro un autore affermato e riconosciuto, molto lontano, però, da quell'inconfondibile sensibilità (artistica e formale) di cui è portatore Park Chan-wook. Spike Lee ci ha abituati a sceneggiature (fin troppo) corpose e a lunghissimi metraggi che – per il mio personale parere e per il mio personale gusto – sono interessanti (a volte) più per il messaggio che mandano che per la forma.

Non nascondo che questo remake mi lascia profondamente scettica. Un'operazione di cui non vedo l'utilità, ma che bisogna osservare attentamente.

martedì 23 ottobre 2012

Iron Man 3, il trailer

Tony Stark e l'armatura oro e rossa di Iron Man


Kim Ki-duk che trascina la pietra sul monte, nel finale di Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera.
Django che trascina la bara.
Forse sto esagerando, ma la prima impressione che ho avuto vedendo il teaser trailer di Iron Man 3 è stata questa: sono balzati alla mente altri film. 
Può darsi che le mie associazioni siano totalmente fuori luogo. Ma una cosa è certa: il finale di questo bel trailer lascia intendere che il film sarà incentrato sull'espiazione, sulla sofferenza volta alla ricerca, su un percorso tortuoso che mette a confronto l'uomo e l'armatura. 
Pare che il film si baserà su una domanda: è l'armatura che determina Tony Stark o è Tony Stark che determina Iron Man? Be', difficile rispondere: grazie alla piastra magnetica che Stark ha in mezzo al petto, l'uomo e il supereroe, in questo caso, sono inseparabili. 
Il film esce in Italia il 24 aprile 2013. 

lunedì 22 ottobre 2012

The Walking Dead - terza stagione, prima puntata


Rick Grimes è nel giardino del carcere, dietro di lui i detenuti zombie si avvicinano

L'ospedale, la fattoria, il carcere. The Walking Dead gira da un posto all'altro dell'immaginario narrativo e cinematografico americano. L'ospedale, da luogo di cura, era diventato una tomba di morti viventi – Don't open, dead inside, recitava una scritta segnata col sangue. La fattoria, luogo ameno per eccellenza, circondato da animali e natura, era finito per diventare un vero e proprio incubo, uno spazio talmente aperto da non sapere in quale direzione fuggire.
E ora il carcere. Da luogo di detenzione, a luogo di riposo e nascita (?).
Rick Grimes, sempre più chiuso in se stesso, sempre più implacabile, duro, impenetrabile, ha trascorso l'inverno a cercare un luogo sicuro per far partorire la moglie Lori. Rick e Lori si parlano a malapena e costringono gli altri a trascinarsi di casa in casa, di radura in radura, sfuggendo a mandrie sempre più copiose di zombie.
La stanchezza mentale e fisica di Rick è però supportata dall'istinto di sopravvivenza. I suoi movimenti sono estenuati ma meccanici, insidiosi, ma immutabili. Che anche lui si stia trasformando in uno di quegli esseri che si trascina per inerzia? La cosa davvero avvincente è che anche la regia di The Walking Dead, alla prima puntata della terza stagione, si trascina e ricalca perfettamente il ritmo stanco e meccanico dei protagonisti. I primi dieci minuti sono totalmente in silenzio: nessuno parla, nessuno osa fare un rumore, l'unica pistola che i vivi hanno è col silenziatore, gli altri usano armi bianche, frecce, mazze o spade. La regia segue l'apnea dei personaggi, ci fa sentire perfettamente la pesantezza di nove mesi passati a fare solo e soltanto una cosa: camminare e uccidere silenziosamente – un po' come gli zombie.

Spalla contro spalla, Rick e i suoi amici fronteggiano la mandria di zombie nel carcere


E poi si arriva al carcere di massima sicurezza. Un luogo chiuso, ma comunque infestato. Qui, la regia mixa sapientemente gli angoli bui dell'horror con i corridoi soffocanti di un qualunque film su un'evasione. Solo che ad ogni centimetro di carcere non c'è un secondino pronto a riportarti in cella, ci sono secondini con i caschi antisommossa, zombie apparentemente invincibili, ci sono detenuti morti ma liberi, ci sono celle insanguinate e terrore che esce fuori da ogni angolo.
Il concetto di corridoio inserito nella scenografia della serie tv non fa che rendere più soffocante la storia e ampliare la declinazione della zombie story: sempre più stretti i luoghi, sempre più difficile sopravvivere.
Per dirla in parole molto povere, la terza stagione è iniziata col botto. Stavolta, a deliziarci e terrificarci non più sei, non solo tredici, ma ben sedici puntate. Un arco narrativo parecchio lungo se consideriamo quanto trascinante (in tutti i sensi!) possa essere una storia con gli zombie.
Tante sono le questioni poste. Il cliffhanger della prima puntata ha lasciato tutti col fiato sospeso. Il gruppo di vivi è diviso all'interno del carcere. Lori e Rick sono divisi, non solo fisicamente: lui abbrutito da una vita scandita solo dall'istinto di nutrirsi e uccidere, afflitto per l'omicidio che ha commesso, forse in pena per un nascente odio nei confronti della moglie che in grembo ha un figlio la cui paternità è piuttosto dubbia. Gli altri personaggi fanno altrettanto, trascinandosi per un dolore privato, per una perdita subita, anche se nessuno si trova in una situazione tanto penosa come quella di dover dare alla luce un bambino in un mondo di zombie.

Michonne, cappuccio in testa e katana, porta con sé i due zombie incatenati, senza braccia e senza bocca


Dall'altra parte, in un luogo imprecisato, Andrea, separatasi dal gruppo, si unisce a Michonne, una vera e propria macchina da guerra munita di katana, che porta sempre con sé due zombie senza braccia e senza bocca. Un personaggio visivamente forte e dalle possibilità esplosive.
The Walking Dead, ancora e per fortuna, non accenna ad alcun calo fisiologico: si diverte sovvertendo le regole di certi generi, ne mescola altre, si diverte a declinare all'infinito cliché che si basano proprio sulla ripetizione: ma grazie ad una sceneggiatura coerente e salda e ad una credibilissima costruzione psicologica dei personaggi, The Walking Dead, nella ripetizione, varia e si mantiene viva, forse una delle migliori storie di zombie in circolazione.

martedì 16 ottobre 2012

Take Shelter


Curtis fugge dalla tempesta tenendo stretta a sé la figlia


Anno: 2011 - Nazionalità: USA - Genere: Drammatico, Psicologico - Regia: Jeff Nichols - Con: Michael Shannon, Jessica Chastain, Tova Stewart, Shea Whigham, Ray McKinnon

Curtis ha una bella famiglia. Samantha, sua moglie, lo ama incondizionatamente. La sua bambina, Hannah, sordomuta, pur malata è tenerissima. Tutti e tre sono uniti per il disturbo di Hannah, si parlano nel linguaggio dei segni e vivono serenamente in una tipica città di provincia americana.

L'idillio dura lo spazio di pochi secondi. Anzi, forse non inizia affatto. In realtà Jeff Nichols, sceneggiatore e regista di Take Shelter, sin dalla prima scena ci mostra la nota stonata del film. Curtis sogna. I suoi incubi sono sempre abitati da una nuvola densa e nera, che anticipa l'arrivo di un uragano. Piove sempre pioggia rossa. A causa della pioggia, la gente impazzisce. Dapprima, nel sogno, Curtis è morso dal suo cane; poi qualcuno, un'ombra, si para davanti alla sua automobile, per strada, e gli rapisce la bambina. La tempesta sovverte le leggi di gravità e in casa i mobili galleggiano. Hannah è sempre presente nei sogni e Curtis sembra sempre inadeguato a proteggerla. L'amore incondizionato per qualcuno conduce al terrore di perderlo

Il problema è quando il disagio suscitato dagli incubi si rovescia nella vita reale di Curtis. Che inizia a vivere nel panico e allontana tutto ciò che sente come pericolo. Soprattutto, inizia a costruire un rifugio antiuragano per prepararsi a ciò che, nei suoi sogni, sembra inevitabile. 

Curtis guarda la nuvola minacciosa del suo sogno mentre piove pioggia rossa

In realtà, il panico di Curtis è molto controllato. Questo rende il suo disagio psichico ancora più folle di quel che è. Nichols controlla perfettamente tutto nel suo film, dialoghi, fotografia, regia, attori. Il risultato è efficace: la follia di Curtis non è solo raccontata, ma è vissuta dallo spettatore, che finisce per vedere tutto con gli occhi del protagonista. Lo spettatore non ha la visione della sanità mentale e la visione della pazzia: può solo vedere e sentire come vede e sente Curtis.
Così, tutto è profondamente inquietante, un horror della psiche. Il terrore di Curtis è mascherato da un autocontrollo (almeno fino ad un certo punto) apparente che crea tensione, cosicché Nichols, in oltre due ore di un film con pochi dialoghi, molto silenzio e molta musica, tiene letteralmente incollati alla sedia e col fiato sospeso.
Lo spettatore non può sentirsi normale, ma percepisce come normale la follia di Curtis. In questo modo il film la dice molto lunga sul concetto di normalità e di comportamento socialmente accettabile. Ci fa sentire in sintonia con il disordine psichico, pur facendoci soffrire per l'incomunicabilità che inevitabilmente si crea con il resto del mondo in situazioni del genere.

Nichols è dichiaratamente dalla parte del disturbo psichico: se, da un lato, è qualcosa che va curato e che lo stesso Curtis si rende conto di dover curare, dall'altro è proprio tale disturbo che crea bellezza nel film. È abbastanza evidente in una sequenza, quando Curtis è ormai consapevole di essere vittima di allucinazioni. L'uomo scende dall'auto in cui moglie e figlia dormono. E si meraviglia di fronte allo spettacolo di fulmini che squarciano il cielo. Dice tra sé e sé: “nessun altro può vedere questo". In altre parole, chi è bollato come folle sta di sicuro male, ma ha una sensibilità che lo porta oltre e gli fa vedere cose – belle e terribili – che non ci sono. È un po' come vedere attraverso la realtà, accorgersi di ciò che altri non vedono. E non è un'operazione banale: in questo caso, accorgersi di altre cose significa semplicemente sentire e amare - cosa che non fanno gli altri personaggi del film.

Ma Nichols va ancora oltre. Lo fa girando una scena finale/non finale o che comunque, stavolta, definire “finale” è troppo riduttivo. Potremmo dire che la sequenza conclusiva è problematica, che apre ad un nuovo inizio, ma non può essere considerata come il classico finale cinematograficamente inteso. Quando in famiglia c'è grande amore, la malattia di uno può diventare il modo di vedere di tutti: per affetto, per complicità, per sostegno. Così, di fronte all'onirica tempesta finale (?) vista da tutti e tre, rileggiamo l'intero film con occhi diversi. Basti pensare alla fotografia: i colori sono sempre lucenti e algidi, spiccano come fossero finti, come fossero in un sogno. Il film è tutto giocato sui ritmi lenti, soffocanti, tesi, come quelli di un sogno. La musica si insinua nella testa, divenendo il leitmotiv della tensione psicologica. È stata tutta una visione di Curtis? Eppure, gli altri, i non folli, interagiscono sempre con il mondo algido, lucente, onirico abitato da Curtis. Non c'è una netta differenza tra l'allucinazione e la realtà.

Curtis dice: "Ti voglio bene" alla figlia con il linguaggio dei segni


Impossibile trovare il bandolo della matassa. Di fronte ad un confine così labile tra realtà e sogno, follia e sanità mentale tutto si confonde. Del resto, la confusione è volutamente creata da Nichols  stesso che pone un piccolo, quasi invisibile indizio. Ce ne accorgiamo solo alla fine: mette una bimba sordomuta, che non sente nulla, di fronte ad un uomo che sente tutto, anche quello che non c'è. Lei, per reagire al suo disturbo, usa un linguaggio diverso, quello di gesti e segni; lui, per reagire alla sua paura, inventa piccoli e grandi gesti di difesa. Entrambi lo fanno per prendersi cura dell'altro – lei per comunicare col papà, lui per proteggere la figlia. In fondo, non sono così diversi. In fondo, padre e figlia sentono in modo differente e costruiscono mondi e barriere lontani dal concetto di normalità. Si sostengono l'un l'altro, completano le loro fragilità, entrambi sorretti da una donna esemplare quale è la moglie e mamma Samantha. Il punto di vista di padre e figlia diventa l'immagine del film, è la cifra stilistica del film, che in breve, come segna lo spettatore, segna anche Samantha. I normali non sentono, non soffrono, non amano, non tengono alla vita. Per chi ama e si protegge a vicenda, prima o poi, il terrore della tempesta, visionaria, immaginifica, ma sentita e comunque reale, arriva sempre.

mercoledì 10 ottobre 2012

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - Il programma

Logo del Festival, la scritta "Cinema" in bianco su fondo rosso


Il programma della settima edizione del Festival Internazionale del film di Roma (9-17 novembre 2012) è stato pubblicato.
Il presidente della giuria internazionale è Jeff Nichols, regista e sceneggiatore di Take Shelter.
Per conoscere il programma completo, basta visitare il sito del Festival.
Qui, segnaliamo alcune presenze succose.

Tra i film in concorso, figura Lesson of Evil di Takashi Miike. Compaiono, poi, un film russo (Spose celestiali dei mari di pianura di Alexey Fedorchenko), uno ucraino (Eterno ritorno di Kira Muratova) e uno polacco (Ixjana di Józef Skolimowski): quello che convenzionalmente viene definito Est del mondo sembra piuttosto rappresentato - e chi scrive ama il cinema orientale.
Tra i fuori concorso, appare Aspettando il mare, di Bakhtiar Khudojnazarov, altro film russo che avrà l'onore di aprire il Festival. Circolano già meravigliose foto di scena e la trama è accattivante, al limite tra l'onirico e il lirico: il mare è svanito e un villaggio è destinato a morire. Solo un marinaio, Marat, decide di trascinare la sua nave lungo il deserto alla ricerca dell'acqua.

Per la sezione CINEMAXXI sono stati pronunciati nomi grandissimi: Anghelopoulos, Kaurismaki, Manoel de Oliveira (che tra poco compirà 104 anni!), Peter Greenaway, Marina AbramovicPaul VerhoevenWim Wenders.

In Prospettive Italia compare L'isola dell'angelo caduto, film girato da Carlo Lucarelli e tratto dal suo omonimo romanzo: il libro mi era particolarmente piaciuto, vedremo cosa saprà fare uno scrittore dietro la macchina da presa per il suo stesso libro. Un'operazione del genere mi lascia un po' scettica, ma Lucarelli ha sempre avuto una scrittura molto "visiva" e "cinematografica": di sicuro, come regista, saprà il fatto suo.

Numerosissimi anche i film per ragazzi nella sezione parallela Alice Nella Città: per esperienza, posso dire che tale sezione nasconde grandi e piccoli capolavori che spesso passano inosservati. Da non dimenticare l'ampia area dedicata ai documentari (tra cui compare un lavoro di Mezzapesa) e ai cortometraggi.

Il programma è nutrito, accattivante, coerente e riesce a ricoprire - per quel che è possibile - i diversi aspetti del mondo del cinema. Sinora, la direzione di Muller è molto soddisfacente.



lunedì 8 ottobre 2012

The Walking Dead - terza stagione

Rick e Glenn si cospargono di sangue per mimetizzarsi tra gli zombie e sfuggire alla loro fame


Ci siamo. Sta arrivando.
Il 15 ottobre, alle 22.45, riparte sul canale Fox la zombie series per eccellenza. The Walking Dead. Eravamo rimasti all'incendio della fattoria, alla fuga dei vivi verso nuovi luoghi sicuri (?), all'uscita dalla serie di alcuni personaggi, all'ingresso di uno nuovo, alla scoperta di una sconcertante verità sul virus, ad un inquietante e quanto mai eccitante cambiamento del protagonista, Rick Grimes
Durante i video dei backstage, è stato detto che, nella terza serie, cambieranno alcune dinamiche e questa è la cosa che più mi interessa: le dinamiche psicologiche delle storie di zombie sono sottili e indagano sin nel profondo la natura umana. O, meglio: The Walking Dead è riuscito a scavare nella natura umana, fino a tirare fuori situazioni psichiche al limite del sopportabile e che, fuor di metafora, non sono così diverse da quelle che viviamo quotidianamente. Il paradosso del vivo che, sbranato da un suo simile, diventa un non-morto che si trascina è, ancora oggi, in grado di colpire e coinvolgere lo spettatore.
Il nuovo edificio che si è intravisto alla fine della seconda stagione ha un ex-ruolo sociale (non faccio spoiler!) che susciterà situazioni al cardiopalma e che, di sicuro, creerà nuovi nuclei problematici . 

Qui di seguito, il trailer Fox della terza stagione.