martedì 29 novembre 2011

Real Steel





Anno: 2011 - Genere: Azione - Nazionalità: USA - Regia: Shawn Levy

Real Steel. Anima batte macchina. Carne batte acciaio.
Ma se l'acciaio fosse fatto di carne? E se anche le macchine avessero un cuore? Se gli uomini fossero incapaci di esprimere sentimenti?

Questo e altro è inserito in una classica sceneggiatura da film d'azione, cadenzata sulla crescita dei personaggi e sul crescendo del ritmo.

Nel futuro il mondo impazzisce per la box tra robot. La box tradizionale, quella tra uomini, fatta di pugni, sangue e denti che volano non esiste più. Il pubblico vuole violenza, sempre più violenza, e i robot possono essere violenti fin quando vogliono.
Charlie (Hugh Jackman), un ex boxer, un uomo inaffidabile e pieno di debiti, va in giro con il suo robottone senza mai concludere un incontro da vincente. Charlie – dopo aver misconosciuto il figlio e poi averlo “venduto” - torna all'improvviso ad essere padre.
È totalmente incapace di fare il padre, ma suo figlio Max è grande appassionato di videogiochi e ama spasmodicamente la box tra robot.
Padre e figlio, come amici più che come consanguinei, trovano e costruiscono un robot che sembra provare sentimenti. Ha un meccanismo-ombra che gli permette di ripetere ogni movimento umano. Charlie e Max, assieme ad Atom, girano i ring degli Stati Uniti, da quelli illegali a quelli malfamati, fino a trovarsi nell'Olimpo della Lega Mondiale per sfidare il campione imbattuto Zeus.


Il film avvince, senza ombra di dubbio. E rispolvera e rovescia quel mito dell'arena, fatta di sudore e botte, che il cinema sembra amare tantissimo.

Il ring funziona molto a livello filmico. Diventa quasi sempre metafora di una vita spesa per il palcoscenico, un palcoscenico in cui sangue e dolore non sono interpretati ma vissuti sulla pelle. Fuori del ring le cose perdono consistenza, sono puro caos. Non c'è gusto nel picchiare qualcuno fuori dell'arena, non ha neppure molto senso. I boxer tanto cari al cinema sul ring possono incanalare e dare un senso alla loro rabbia, alla loro arte e alla loro vita. Rocky, Toro Scatenato e il più recente The Wrestler possono essere piuttosto esemplificativi.

Real Steel rigira la situazione. Per rendere più cieca e sicura la violenza, si decide di far salire sul ring macchine di acciaio che, apparentemente, non provano nulla. Fuori del ring, uomini che non sanno in cosa far confluire la propria vita e quale strada percorrere. Ma serve tutto il film (che dura più di due ore!) per capire che l'acciaio sul ring è vero. Che padre e figlio si rintracciano solo attraverso la macchina della finzione che luccica e lotta per loro nell'arena. È attraverso il gioco, il videogame, che Charlie e Max si incontrano, trovano un punto in comune, capiscono, pur senza dirlo, da che parte vogliono andare. L'acciaio che lotta fa da ombra alle vicissitudini umane e profondissime che si alternano sotto il ring. Lo spettatore si identifica in padre e figlio, che si identificano nella lotta di una macchina senziente. Il confine tra dentro e fuori del ring diventa ancora una volta sinonimo tra ciò che è caos e ciò che si può veicolare, tra realtà e finzione, tra il nulla e lo scopo, tra ciò che non ha forma e la vita. A poco a poco il rovescio diventa diritto. E la metafora di finzione e il senso che ha il ring vengono assunti anche da ciò che esiste oltre il ring: padre e figlio vi salgono e solo lì dentro comprendono, in silenzio. Come se il sentimento fosse un segreto da celare gelosamente dentro copri d'acciaio. 


lunedì 21 novembre 2011

Immortals





Anno: 2011 - Genere: peplum - Nazionalità: USA - Regia: Tarsem Singh

Il fumetto e il videogame sono ormai componenti fondamentali per la buona riuscita di un certo tipo di film. Si tratta di un'operazione crossmediale strettamente formale, che vede cinema, fumetto e videogiochi scambiarsi tecniche, darsi suggerimenti e sperimentare le novità gli uni degli altri.
Di sicuro questo ha dato grande impulso alla creazione di tecniche filmiche precise e riconoscibili, declinate in base alle esigenze dei singoli registi.
Si è partiti più o meno dai film dei supereroi dei comics americani - pensiamo a Spiderman - che hanno attinto direttamente dal fumetto e hanno utilizzato le tecniche di animazione digitale del videogioco per permettere ad attori in carne ed ossa di "muoversi" in modo acrobatico.
Tuttavia non è facile dire chi ha iniziato cosa. Se pensiamo alle ultime novità tecniche degli anni Novanta dei fratelli Wachowsky per realizzare Matrix, se pensiamo alle vertigini coloristiche di Blade Runner e poi torniamo giù nel tempo, con i ralenti esagerati che ormai si trovano ovunque, al cinema, nei videogiochi e persino nelle vignette, capiamo che la commistione tra queste tre arti visive è totale e inscindibile.

Poi, qualche anno fa è uscito 300 di Zack Snyder, tratto dall'omonimo fumetto di Miller. Qui le due forme d'arte hanno giocato a ping pong. Già l'opera di Miller aveva un taglio nettamente cinematografico nella scomposizione delle sequenze e nella presentazione delle inquadrature. Taglio che Snyder riprende perfettamente, accentuando i colori, già ben dosati da Lynn Varley, la colorista del fumetto. Con i colori però Snyder ha fatto un capolavoro. Ha utilizzato particolari filtri digitali unitamente a una tecnica fotografica che, aguzzando la vista, rende l'immagine quasi sgranata e composta da un pulviscolo di sfumature ricchissime. Snyder, con il digitale, ha costruito sul suo film la struttura di un videogioco: colori poco realistici, ma di grande impatto, colori che benissimo riprendono la gamma cromatica del vasellame greco, movimenti rallentati, imponenti, già ampiamente usati nei videogiochi, ma di sicura altra derivazione.

300 è stato un film-fumetto-videogioco, e la commistione di questi tre elementi ha permesso a Snyder di intraprendere una riflessione sul mito, sul racconto e sul discorso orale che si fa visivo. 300 è stato in grado di riflettere ampiamente sulle nuove forme cinematografiche.

Immortals è presentato come il nuovo figlio dei produttori di 300. Le somiglianze sono molte e inequivocabili - basti pensare al discorso che Teseo in Immortals fa alla fine del film, molto simile a quello di Leonida in 300. Immortals decide di puntare moltissimo sulla forma. La storia è un pretesto per mostrare ben altro. Il re Iperione vuole impadronirsi dell'arco di Epiro, sottomettere la Grecia, liberare i Titani, uccidere gli dei dell'Olimpo. Teseo è un uomo senza fede dalle spiccate doti fisiche, è eccellente nel combattimento ed è fondamentalmente un giusto. Teseo segue il suo istinto ma è segretamente guidato dal fato e da Zeus.

Da questo semplice plot si trae lo spunto per realizzare un film che raccoglie ispirazione da ogni parte, dal cinema, dal fumetto e dal videogioco. Il videogioco è uno in particolare, vale a dire God of War. Non c'è nel film un vero e proprio Kratos, ma ci sono le sue mosse e le sue azioni. Nel primo combattimento di Teseo, il ragazzo si esprime in una danza violenta tra spade e lance, imitando quasi alla perfezione le movenze e le combo di Kratos. Da God of War provengono altri elementi più o meno spiccati, ad esempio la scenografia: Kolpos, il luogo in cui abita Teseo, è un paese su una roccia a strapiombo sul mare e sembra una di quelle su cui Kratos spesso si è arrampicato. Per non parlare dei Titani, di un colore grigiastro tanto simile a quello dei nemici che Kratos si trova innanzi di continuo, così come il boia di Iperione, raffigurato nel film con un gigantesco elmo a forma di toro, richiama altri nemici del noto videogioco. Il modo in cui il sangue schizza e si avvicendano spazi e situazioni è molto più simile ad un'esperienza videoludica che alla realtà.

Ma quanto conosciamo della realtà dell'antica Grecia? Nulla. Dell'antica Grecia conosciamo le storie, i parossistici poemi omerici, le splendide statue raffiguranti uomini e donne di una bellezza perfetta e sconcertante, il vasellame rosso e nero, due colori che, assieme al bianco e al bronzo delle sculture, spesso identificano i nostri progenitori greci.
Della Grecia antica conosciamo il Racconto, la sua funzione e la forza con cui esso, in una determinata forma, è giunto sino a noi. Non tanto la reale Grecia antica quanto soprattutto il racconto della Grecia antica è davvero Immortale.

Anche per Teseo - così come per Leonida - l'immortalità non è nella carne ma nelle storie che si tramandano, nel modo in cui giungono ai posteri. Se per caso Immortals apparirà "fasullo" e inverosimile, si pensi a con quali modalità abbiamo ricevuto notizie dalla Grecia, si pensi ai colori dei vasi e a come quei colori, grazie al digitale, si sono più o meno perfettamente riversati nel film (e anche in 300). Se le movenze e i combattimenti di Teseo possono sembrare esagerati e inumani, si pensi ai corpi dei discoboli, dei dorifori, alla loro posa, al modo in cui si preparavano al movimento perfetto: oggi possono prendere vita, aiutati dalle incredibili animazioni dei videogiochi. Se situazioni e storie appaiono sopra le righe, troppo violente e al limite del falso, si leggano i poemi omerici, quei versi di sconvolgente bellezza e ricchi di azioni vertiginose, lasciandosi risucchiare in un mondo quasi completamente fittizio e in sé perfetto.

Un altro mio articolo su Immortals si trova su DireDonna

martedì 15 novembre 2011

Il trono di spade


Sky Cinema ospiterà per la durata di dieci puntate la nuova punta di diamante della serialità fantasy americana: Il trono di spade. La serie televisiva nasce dalla penna di David Benioff e D.B. Weiss, che si sono ispirati al ciclo di romanzi di George R. R. Martin.

Le dieci puntate che formano il Trono di Spade corrispondono alla metà della prima storia inventata da Martin, vale a dire Le Cronache del ghiaccio e del fuoco.

Si tratta indubbiamente di una grande sfida per la produzione statunitense. Martin, infatti, è noto per essere uno scrittore molto prolifico, con l'inclinazione a scrivere pagine e pagine (se non libri e libri) su personaggi secondari, allargando oltremisura il panorama narrativo.

Sin dalle prime scene, Il trono di spade colpisce, sia positivamente che negativamente.
L'elemento negativo sta nella difficoltà - almeno per le prime puntate - che si incontra nel seguire una storia molto articolata.
Martin ha infatti immaginato un mondo diviso in Sette Regni. Ogni regno è affidato ad una casata; ogni casata ha caratteristiche visive peculiari, alcune ricordano la cultura celtica, altre hanno forme più vicine a tribù indiane. Gli intrighi delle famiglie si dipanano continuamente, senza lasciare mai un solo spazio vuoto nella narrazione. I personaggi sono moltissimi, tanto che la serie ha sì dei protagonisti ben precisi, ma va in fin dei conti a rivelarsi una storia corale. Ogni personaggio tesse intrighi per ottenere potere, per gettare veleno sugli avversari, creando una serie fitta di misteri. Di sicuro, la caratterizzazione dei personaggi è molto buona, riesce a dipingere perfettamente il bene e il male (e le loro sfumature), portando il pubblico a familiarizzare subito e dando alla storia una forte connotazione mitologica.

Tuttavia, i cultori dei romanzi si muoveranno bene nel labirinto della storia e potranno godere di un mondo creato perfettamente, sia a livello di scenari che di atmosfere.

La ricostruzione di abiti, ambienti e situazioni sfiora la perfezione. Non si è guardato alle spese per questa serie che, oltre a essere abbellita da particolarismi quasi maniacali, è caratterizzata da uno stile fotografico e registico molto più vicino al cinema che alla televisione.
La fotografia è curata, più azzeccata quella nordica e celtica di quella marina del sud (che a tratti appare troppo fasulla e patinata); la regia strizza l'occhio a una serie di epocali film usciti al cinema nel breve e lungo periodo, da Il Signore degli Anelli fino al nordeuropeo Valhalla Rising. Il genere, oltre che nel fantasy, si muove sul sentiero dell'horror e dello splatter, indugiando su sequenze di violenza e soffermandosi morbosamente su scene di sesso che hanno il compito di alleggerire una trama spesso molto complessa, fatta di strategie e nomi. Sulle nudità femminili non si risparmia affatto. Anzi, la componente femminile è più presente che mai, impegnata nell'intrigo e nella guerra tanto quanto la componente maschile. Le donne sono prostitute, sagge matrone, merce di scambio, incestuose regine e silenziose dame intelligenti; una varia controparte all'omogeneità maschile, tutta presa dalla guerra, dall'onore e dalle armi.

Da sottolineare l'efficacia della sequenza d'apertura della prima puntata. Tre uomini in mezzo ad un bosco innevato vengono assaliti da ombre violente, gli Estranei. Gli Estranei si muovono come fantasmi e fanno a pezzi gli uomini silenziosamente in uno scenario dal chiaroscuro netto, in cui il grigiobianco della neve si incunea dentro spazi oscuri, risucchianti, terrificanti. Il vedo/non vedo assicura la paura, che esplode nell'improvvisa apparizione di una bambina assassina dagli occhi così chiari che sembrano di ghiaccio.  

sabato 5 novembre 2011

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - Love for life




Anno: 2011 - Genere: Drammatico - Nazionalità: Cina - Regia: Gu Changwei

Love for life è un film sulle prime inclassificabile. Ma ai titoli di coda ci si rende perfettamente conto che ancora una volta il cinema del Far East ha colpito nel segno, narrando con modalità inconfondibili e allo stesso tempo originali una storia d'amore dai toni insieme comici e tragici.
Siamo in un villaggio sperduto tra le montagne cinesi, dove è diffusa la pratica di vendere il proprio sangue: ma in breve il commercio risulta fatale alla piccola comunità, perché tutti contraggono l'AIDS. I concittadini cominciano a morire e a cadere a terra come sassi. Quando si scopre che nessuna cura può aiutarli, gli abitanti malati del villaggio decidono di trasferirsi a vivere nella scuola abbandonata della comunità. Si crea una piccola comune, una sorta di lazzaretto per appestati, ma un lazzaretto che sarebbe giusto definire folle. Iniziano ad accadere fatti strani, i malati si rubano le cose gli uni con gli altri e sviluppano una sorta di strana pazzia che induce lo spettatore a ridere.
Tra i malati spicca il bel Dayi: non ha neppure trent'anni e sa di essere condannato. Tuttavia prende le cose apparentemente molto bene e il suo unico scopo è quello di godersi tutto ciò che ha: perché ogni giorno conta. Dayi si innamora di Quinquin (una bella e ormai matura Zhang Ziyi), anche lei ammalata. I due decidono di sfidare il loro conto alla rovescia amandosi. E amarsi vuol dire andare contro l'intera comunità e le regole della morale; Quinqin e Dayi sono entrambi sposati con partner che hanno visto nell'AIDS la scusa per allontanarsi dai rispettivi coniugi.
Tutto il film ha un tono sui generis, paradossale, ai limiti del comico: lo si evince già dal fatto che la storia è narrata da un bimbo che muore nel giro dei primi due minuti del film, un piccolo fantasma che non dà alcuna importanza alla sua condizione. Sulle prime non si prova affatto angoscia. Sono numerose le sequenze che sfiorano la gag, continue le battute sarcastiche che tutti gli ammalati fanno sul proprio destino, così come è un sesso simpatico quello che fanno in continuazione Dayi e Quinquin. Alcuni abitanti del villaggio, vedendo la bella Quinquin, cominciano addirittura a desiderare di essere ammalati per stare con lei e per sostituire a letto Dayi... Che ora, anche se malato, riesce a farlo addirittura due volte per notte!
Insomma, non si risparmia sulle risate.




Ma gli ultimi dieci minuti di film sono quelli cruciali. Il registro muta. Si passa dalla commedia ad una composta disperazione. E proprio questa compostezza dà al film e alla storia d'amore narrata i toni di una tragedia greca. Le modalità stesse con cui i due amanti alla fine si amano e sanciscono l'eternità del loro amore colpiscono lo spettatore nel profondo, portandolo alla sofferenza e a intraprendere la strada per una possibile catarsi. La sequenza finale, oltre che geniale, ha toni altamente lirici, si intuisce la tragedia, il dramma, ma nulla è reso esagerato: c'è solo l'incontro di due corpi ammalati ma vivi d'amore che cercano di scambiarsi vita finché possono, lei col freddo, lui col caldo, in una perfetta rappresentazione visiva dello yin e yang.
Se si comincia con il riso, si finisce con le lacrime. Ma non tutto è perduto, perché l'insegnamento passa chiaramente agli occhi degli spettatori: pensando alla fine, l'uomo vive più intensamente e lo fa dando importanza a ciò che davvero ama, con passione e dedizione.
È d'obbligo un'ulteriore riflessione su ciò che è l'amore per gli orientali. Un film che fa ridere termina tragicamente. Perché l'amore è così pregno di sofferenza? Se andiamo a scavare in qualunque film che abbia come nucleo una storia d'amore in Cina, Corea o Giappone, ci accorgiamo che non sempre sono rose e fiori. Per rimanere in Cina, penso all'amore tragico che corre su una lama di Spada Spezzata e Neve che Vola in Hero. Per continuare con Yimou, La strada verso casa teneva sempre distanti i due amanti, sia narrativamente che registicamente. Pensiamo a Ferro-3, dove l'amore alla fine è sancito, ma a quale costo! E si potrebbero portare innumerevoli altri esempi.

Tuttavia la tragedia amorosa del Far East non è una tragedia in stile Signora delle Camelie. Gli amanti, solitamente, pur lontani, pur tra le avversità, riescono a trovare un destino comune, che sia il solo pensiero o l'eternità della fine. In questo aspetto la sofferenza che suscitano tali storie non è mai fine a se stessa ma sempre catartica, appunto, con un preciso insegnamento e con un messaggio di coraggio e forza amorosa che raramente è visibile in altri contesti.
Love for life è un film consigliatissimo, abbellito da nebbiose panoramiche sullo sterminato mondo montano e naturale cinese e dal rosso che invade ogni cosa, rosso sangue, rosso amore, rosso vita.


giovedì 3 novembre 2011

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - Cinema and Advertising: Joel Schumacher directs Campari






Joel Schumacher è ospite al Festival del Film di Roma con lo spot pubblicitario che ha girato per la Campari.

All'evento sono state proiettate due versioni dello spot, 
una da trenta secondi, quella che effettivamente sarà trasmessa in tv, e il director's cut, molto più lungo. È lo stesso Schumacher in sala a bollare con un "too short" la prima versione della pubblicità.
Lo spot apparirà breve in tv per motivi legati ai costi dei passaggi televisivi. E la brevità farà perdere al piccolissimo film molto dell'autorialità del regista. In fondo, il director's cut non è poi così lungo, a malapena sfiora il minuto. Ma l'impianto è completamente diverso, la regia è più articolata, così come il montaggio; la musica è più appassionante e coinvolgente, effettivamente drammatica, al contrario della musica da semplice réclame che si trova nella versione "ufficiale" dello spot.
Schumacher ha detto di essersi ispirato alla filosofia di Gotthold Lessing, secondo cui l'attesa del piacere è già di per sé piacere, se non migliore del piacere stesso. E così il regista, per tradurre in termini pratici un concetto astratto, decide di mettere in scena i preparativi per una festa. Ci si trova in una grande e antica villa, i personaggi portano abiti da Settecento francese, corsetti, grandi parrucche, riccioli e redingote. L'abbigliamento è futuristico e la moda del Settecento viene svecchiata e resa più giovane e moderna perché i convitati si passano di mano in mano bicchieri di Campari. Tutti sono in fermento e in agitazione, preparano la tavola, sistemano le luci, le donne si fanno stringere i corpetti dagli uomini. A questo punto si inserisce la frase ad effetto, la riflessione sull'attesa del piacere, accompagnata dall'elegante gesto del protagonista del film, un bel ragazzo in giacca nera, unico elemento comune in tutta la pubblicità assieme al bicchiere di Campari.
Non c'è nulla da dire, la pubblicità è di grande effetto.



Il dibattito si è presto spostato sul rapporto tra grandi registi e pubblicità. E Schumacher ha risposto semplicemente che tutto è cinema, non importa cosa si faccia, da dove si cominci e dove si arrivi.
Effettivamente, il linguaggio delle immagini in movimento è nato con il cinema. Le formule narrative televisive, gli spot pubblicitari e i videoclip sono semplicemente variazioni sul tema, che traggono il loro linguaggio da quello cinematografico. Quando una di queste tre modalità di racconto - televisione, pubblicità e videoclip - è realizzata con coscienza del mezzo espressivo e delle tecniche filmiche, il risultato è un piccolo capolavoro, spesso sperimentale, che può dare molto anche alle narrazioni strettamente cinematografiche.

Ben vengano quindi le commistioni tra autori cinematografici e linguaggi solitamente visti come meno autoriali: in un mondo fatto essenzialmente di immagini, meglio che queste siano governate da veri artisti del visivo, affinché l'educazione all'immagine passi per elementi che producono davvero pensiero.   


Seguendo questo link troverete il video del backstage della pubblicità, con il commento del regista.


Ringrazio Marianna Lovagnini della D'Antona&Partners che mi ha fornito foto e video per ampliare questo post.

mercoledì 2 novembre 2011

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - Franca la prima





Anno: 2011 - Genere: Documentario - Nazionalità: Italia - Regia: Sabina Guzzanti

Se gli applausi sono un buon indicatore del gradimento del pubblico, allora il documentario Franca la prima è stato particolarmente apprezzato: è stato uno tra i film più applauditi del festival, sia durante la proiezione che dopo. Sabina Guzzanti stavolta, almeno in parte, abbandona la politica e realizza un breve ma indicativo ritratto (poco più di un'ora) di Franca Valeri.
La Guzzanti si muove con un ritmo tutto suo, strizzando l'occhio, come già visto in Viva Zapatero, allo stile di Michael Moore. Ma nel caso di Franca la prima la figura della comica Sabina si tira volutamente indietro, lasciando spazio alla grandissima presenza scenica della Valeri: e anche quando con qualche battuta fa sentire la sua arte e la sua vena, la Guzzanti non eccede mai e lascia sempre spazio alla sua mentore.
In fondo, lo dimostra nell'arco di tutto il film, Franca Valeri è un'attrice dalla fortissima presenza, pur col suo corpo piccolo e con la sua voce ormai tremolante. Attira l'attenzione con ogni minimo gesto, apparentemente casuale eppure misurato. In questo la Guzzanti lavora bene, insinuandosi nella mimica, nella gestualità e nella voce affascinante di Franca Valeri. Spezzetta troppo le sequenze logiche, vagando da una parte all'altra non sempre in modo convincente, ma di sicuro questa frammentarietà dà maggiore forza al personaggio della Valeri. Ci troviamo così di fronte a schegge di ogni tempo e ogni luogo: le prove teatrali che Franca Valeri sta facendo ora, le prime riviste di cabaret su cui è comparsa, i film, il varietà televisivo. Di grande impatto le foto in bianco e nero risalenti al 1950, con una Valeri giovanissima e dalla smisurata bravura. Alle immagini "ufficiali" si alternano quelle dal taglio strettamente documentaristico che seguono l'anziana attrice in viaggio sul treno, durante un suo spettacolo teatrale e, infine, durante l'occupazione del cinema nel quartiere di San Lorenzo e del teatro Valle a Roma. Nodale il momento in cui la Valeri riflette sull'essere donna: si è appagate solo se lavoratrici e madri? Solo se si ha un compagno? Quale è il ruolo della donna? E la risposta mette a tacere ogni domanda: “io sono io”.
Franca Valeri viene analizzata per ciò che è, un'attrice dal taglio rivoluzionario, la prima donna comica, la prima a fare cabaret, la prima a realizzare una satira sociale e a creare personaggi femminili tanto parossistici quanto reali. La piccola grande donna è riuscita a realizzare macchiette esagerate facendo ridere un pubblico italiano ignaro di essere, oltre che oggetto di studio approfondito da parte della Valeri, vittima delle proprie risate.
Ma la Valeri permette alla Guzzanti di parlare anche di un tema caro ad entrambe: i tagli alla cultura italiana e, nel caso specifico, al teatro. Franca Valeri esordisce dicendo che non ha fondi per realizzare la sua commedia, da due anni in cantiere ma senza alcuna possibilità di andare in scena. L'occupazione di San Lorenzo e del teatro Valle diventa un modo per parlare di ciò che non va in Italia - e qui torna la Guzzanti che conosciamo - e per sottolineare, ancora una volta, la forza grandissima di Franca Valeri che, tra mille difficoltà, non smette mai di calcare le scene e di combattere.



FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - From up on Poppy Hill (La Collina dei Papaveri)







Anno: 2011 - Genere: Drammatico - Nazionalità: Giappone - Regia: Goro Miyazaki


Siamo in Giappone, alle soglie delle Olimpiadi di Tokyo del 1964. Umi è una ragazzina indaffaratissima e piena di energie: studia e manda avanti la sua casa e i pensionanti che ospita, cucinando e badando ai fratelli più piccoli. Sua madre studia in America e suo padre era un capitano di vascello morto durante la guerra di Corea: un uomo bellissimo, dall'aura mitica, a cui Umi ogni giorno dedica le sue bandiere, issate con un preciso significato. Umi incontra Shun, un ragazzo all'ultimo anno di liceo, membro del club di letteratura, infervorato nella difesa dell'edificio storico che ospita tutti i club del liceo e che il preside vorrebbe far demolire.
Tra Umi e Shun inizia a nascere qualcosa: qualcosa che ammalia lo spettatore e lo intenerisce. È un rapporto non detto, fatto di sguardi, di gesti quasi invisibili e piccoli arrossamenti delle guance; Shun è un bel ragazzo, pieno di idee quasi anarchiche, poeta e passionale e Umi si dà da fare senza battere ciglio, vorrebbe studiare medicina e ogni volta che parla cattura tutti con la sua semplicità. I due personaggi, nella loro bellezza e umiltà, avvolgono lo spettatore comunicandogli solo sensazioni appaganti. Ma tra i due c' è l'ombra, peraltro molto pudica, dell'incesto e un piccolo mistero si insinua nelle loro vite. 
Tuttavia Umi e Shun sono due giovani giapponesi che hanno voglia di costruire un futuro radioso, e nulla potrà fermarli: se una regola li allontana, il sentimento li avvicina continuamente.




Il tutto è narrato con una semplicità e una scorrevolezza pregna di quella bellezza che fa solo bene al cuore dello spettatore. Nelle sensazioni da comunicare, Goro Miyazaki è molto simile a suo padre Hayao. Ma al di là di questo aspetto, dell'animazione e dello Studio Ghibli, Goro sembra prendere una strada tutta sua. Non ci sono spiriti della foresta, non ci sono palline di fuliggine, né magie o incantesimi. Goro Miyazaki radica la sua storia e il suo film nella realtà, in una realtà storica ed estremamente reale; narra di studenti che parlano di politica, che lottano per i loro diritti, racconta di sogni per il futuro e di un forte amore tra adolescenti, un amore che va oltre qualsiasi ostacolo. 
Tra Umi e Shun scorre il mare. Il paese in cui è ambientato il film è arroccato su un porto (molto simile a quello di Ponyo) ricco di colori, profumi, mercati, biciclette, persone; le strade sono lambite da cespugli e fiori di cui si sente la densità e l'essenza. Il film porta scenografie vive che escono dallo schermo; le animazioni danno anima ai personaggi che così in poche inquadrature entrano nel mondo reale. 
Il mare, terzo grande protagonista, porta tutta la realtà di Goro su un versante estremamente lirico e forse proprio in questo lirismo sottile e delicato sta la sua magia.
Il risultato è un piccolo grande gioiello che non smentisce la qualità dello Studio Ghibli. Non si può che rimanere incantati di fronte a tanta bellezza e armonia, armonia delle forme, dei gesti, della sceneggiatura, della poetica, della morale. Lo spettatore è per forza di cose reso partecipe, non può tirarsi indietro e vive il tempo del film con lo spirito curioso, meravigliato e pieno di forza di un bambino.
Il bambino: la famiglia Miyazaki sa perfettamente cos'è un bambino e dove si trova nello spettatore adulto che guarda film. Ma se Hayao si esprime spesso in cupezze bilanciate da armoniose distensioni dell'animo, Goro sembra voler nascondere l'oscurità e la paura dietro sentimenti estremamente delicati e misurati. E pare che il padre abbia trasmesso molto al figlio, dandogli una forma mentis riconoscibile, ma lasciandolo libero di esprimersi con le necessarie differenze.