lunedì 30 settembre 2013

Agents of S.H.I.E.L.D. - Roma Fiction Fest



Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Sci-fi/Fantasy - Stagioni: Una (in corso) - Episodi: 13 - Ideatore: Joss Whedon

Al Roma Fiction Fest va in scena l'anteprima del pilot di Agents of S.H.I.E.L.D., l'attesa serie tv targata Marvel. Dietro la macchina da presa c'è Joss Whedon, già regista di The Avengers. E, infatti, la storia della serie tv prende le mosse proprio dall'attacco di New York. Maria Hill recluta agenti davvero speciali per conto del redivivo agente Coulson.
In The Avengers, avevamo visto Phil Coulson morire con un mazzo di figurine nel taschino della giacca. E, invece, ecco la sorpresa: era stato tutto un tranello di Nick Fury, che aveva ingannato i capricciosi e tormentati supereroi proprio per motivarli a lavorare in squadra e a salvare il mondo.
Eppure, già nei primi minuti dell'episodio, viene instillato il dubbio: Coulson è convinto di essere stato in coma e di essersi riabilitato a Tahiti. Ma, come dice Maria Hill, questa non è la verità.
Verità che ovviamente non viene svelata, perché la storia comincia a svilupparsi seguendo direttrici molteplici e complesse, animate da continui colpi di scena. I personaggi presentati sono pochi, ma si cerca di renderli tutti subito incisivi. Coulson - che qui troviamo inaspettatamente col pugno di ferro, con la situazione sempre in mano e con una propensione al comando che nei precedenti film Marvel non gli avevamo mai visto - sta formando una squadra che ha il compito di scovare e reclutare supereroi non registrati; inoltre, deve arginare un gruppo di hacker che ha violato il sistema dello S.H.I.E.L.D. e che vuole a tutti i costi conoscere le verità nascoste del governo.



Accanto a Coulson, Maria Hill. Sotto di loro, agenti che non hanno nulla di soprannaturale, non sono super soldati, né mostri alle prese con l'autocontrollo, né miliardari di ferro, divinità, uomini ragno o mutanti. Sono persone normali, ma con abilità speciali. C'è l'agente Melinda May, che non vuole più tornare sul campo e che si è rifugiata tra le scartoffie della burocrazia: ma è micidiale nel corpo a corpo. C'è l'agente Ward, con una gran mira e una dote spiccata per disinnescare bombe. Ci sono Fitz-Simmons, cioè Leo Fitz e Jemma Simmons, due scienziati particolarmente geniali, ma imbranati sotto ogni altro aspetto. E poi c'è Skye, che viene reclutata durante la prima puntata, esperta di informatica e inguaribile dietrologa. Ah,  e ovviamente c'è Lola: l'auto d'epoca di Coulson che, all'occorrenza, può volare. Sono agenti tutti speciali, sì, eppure tutti incompleti dal punto di vista relazionale: e la cosa si presta ad approfondimenti psicologici in cui spesso e con successo la Marvel si è cimentata.



La puntata pilota di Agents of S.H.I.E.L.D. convince parecchio, sia perché la sceneggiatura non presenta grosse sbavature, sia perché la storia è compatta, risultando credibile e trovando un suo posto all'interno dell'universo Marvel. Whedon si muove velocemente, in maniera incalzante, riuscendo, nonostante l'accelerazione del montaggio e dei dialoghi, a presentare con chiarezza una storia complessa: oltre ai colpi di scena, molte sequenze ci vengono mostrate per poi essere poco dopo smentite o mostrate sotto altri punti di vista. In questo modo, mai nulla è certo, nulla è ciò che sembra, ogni personaggio può avere un rovescio inaspettato e un segreto da nascondere. Certamente, è interessante il nemico che gli autori hanno posto di fronte ai nostri agenti. All'interno di un laboratorio si sta cercando di sviluppare il “solito” super soldato: che, però, è il risultato di un mix dei supereori Marvel che già conosciamo. Centipede – questo il nome del progetto - usa uomini normali come cavie e poi li abbandona al loro destino: esplodono come bombe se non sanno contenere la rabbia.




Le possibilità di sviluppare una serie coesa e tesa ci sono tutte, date le premesse. La scommessa è interessante, perché si propone di abbandonare i classici, plateali, megalomani e un po' spacconi supereroi che, di solito, tra le pagine dei fumetti, dominano e mangiano la scena. La scommessa è quella di concentrarsi su personaggi normali che hanno sviluppato abilità studiando e allenandosi, abilità che qualunque spettatore potrebbe sviluppare. E questo permette di rendere la serie familiare e quotidiana: probabilmente, non solo alla portata dei fan Marvel.

giovedì 26 settembre 2013

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA - annunciati i primi quattro film



L'edizione 2013 - la seconda della direzione Muller - sembra voler alzare la posta in gioco. 
Sono stati annunciati i primi quattro film in lingua inglese che avranno accoglienza nella kermesse romana. 

Her di Spike Jonze, che vanta un cast di tutto rispetto:  Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Scarlett Johansson.

Dallas Buyers Club di Jean-Marc Vallée, con Matthew McConaughey, Jennifer Garner e Jared Leto.

Out of the Furnace di Scott Cooper, con Christian Bale, Casey Affleck, Woody Harrelson, Forest Whitaker, Zoë Saldaña, Sam Shepard, Willem Dafoe.

Another Me di Isabel Coixet, con Sophie Turner, Jonathan Rhys Meyers, Claire Forlani, Gregg Sulkin, Rhys Ifans, Geraldine Chaplin, Leonor Watling.

Presidente della giuria sarà James Gray, da poco sbarcato a Cannes col suo ultimo film, The Immigrant.

Presidente della sezione CinemaXXI - la parte del Festival legata al museo MAXXI - è Larry Clarck che, nella passata edizione, si era aggiudicato il Marc'Aurelio d'oro con Marfa Girl. CinemaXXI ospiterà Fear of Fallingl'ultimo film di Jonathan Demme (Il silenzio degli Innocenti, Philadelphia, The Manchurian Candidate). Il regista incontrerà il pubblico nel corso di una Masterclass.

Se lo scorso anno il blockbuster presentato era stato l'ultimo capitolo di Twilight, quest'anno verrà proiettato in anteprima e fuori concorso Hunger Games - La ragazza di Fuoco. La bella e brava Jennifer Lawrence calcherà il red carpet romano? 


mercoledì 25 settembre 2013

Roma Fiction Fest 2013 - Il Programma



L'annuale appuntamento col pink festival romano, tutto dedicato alla fiction televisiva italiana e internazionale, sta per ripetersi in quel meraviglioso scenario dell'Auditorium Parco della Musica. 
Il Festival si terrà dal 28 settembre al 3 ottobre 2013.

Proprio ieri, nel corso della conferenza stampa, è stato presentato il programma, che appare davvero succoso. 
Segnaliamo ciò che spicca, ma seguendo questo link è possibile consultare il programma giorno per giorno.

A quanto pare, c'è grande attenzione per la fiction tv targata Marvel: per la Marvel Animation troviamo Hulk e gli Agenti S.M.A.S.H.; ma ciò che forse molti appassionati aspettano è l'anteprima internazionale di Agents of S.H.I.E.L.D., per la regia di Joss Whedon, in programma sabato 28 alle 22. 

La giornata del 30 settembre sembra essere dedicata soprattutto alla fiction del nord Europa, che merita di essere esplorata. 

Il primo ottobre anteprime internazionali di: Under The Dome, Homeland (prima puntata della terza stagione), Sleepy Hollow, The Americans, Broadchurch e Spies of Warsaw - gli ultimi due hanno entrambi per protagonista David Tennant.

Il 2 ottobre altre interessanti anteprime: quella di Rectify, seguita da una masterclass di Melissa Bernstein, produttrice sia di Rectify che di Breaking Bad; The Newsroom, Master of Sex, The Blacklist, The Big Bang Theory (prima puntata della settima stagione).

Da sottolineare la presentazione di The Michael J. Fox Show, ispirato alla vita dell'attore e concentrato sulla sua battaglia contro il Parkinson.

Tutto il Festival sarà ricco di omaggi di varia natura, tra cui quello al commissario Maigret, quello a X-Files e ad Anna Magnani.

L'ingresso al Roma Fiction Fest è libero e gratuito. Un'occasione unica per gustare su grande schermo storie che altrimenti potremo vedere solo sul piccolo. 

martedì 24 settembre 2013

Veronica Mars



Anno: 2004-2007 - Nazionalità: USA - Genere: Teen Drama/Giallo - Stagioni: Tre - Ideatore: Rob Thomas

Veronica Mars (Kristen Bell) è un'adolescente col pallino per i misteri. Omicidi, rapine, stupri sembrano attaccarsi addosso a Veronica come fossero attirati da un magnete. E lei si tira su le maniche, elettrizzata, e dà fondo a tutte le sue risorse per risolverli – e li risolve sempre! Probabilmente, ha ereditato questa tendenza a districare brillantemente casi complessi e in apparenza banali dal padre Keith, prima sceriffo di Neptune poi “solo” investigatore privato.
Veronica vive in questa patinata città col nome di un pianeta: città in cui si può sopravvivere soltanto se il conto in banca ha almeno sei zeri.
Ma Veronica non dispone di tanta fortuna economica. Spesso neppure sopporta i suoi coetanei ricchi e viziati. Tranne qualcuno. E quel qualcuno sono i ragazzi con cui sta, Duncan prima e Logan poi – quest'ultimo, il travagliato amore della sua vita.

Veronica Mars è composto di sole tre stagioni, impietosamente cancellato alla fine della terza. La storia rimane così sospesa proprio nel momento clou: si stanno effettuando le votazioni per il nuovo sceriffo per le quali è in lizza proprio Keith e la storia d'amore e d'odio tra Veronica e Logan si sta complicando.

Il punto è questo: le prime due stagioni di Veronica Mars sono esplosive e riescono a coniugare perfettamente thriller e teen drama come nessuna serie tv ha mai fatto. La terza, invece, si perde, sia perché non riesce a raggiungere la tensione delle prime due stagioni, sia perché qua e là si slabbra, perdendo compattezza.



La prima stagione è davvero ben fatta: Veronica cerca di scoprire chi ha ucciso la sua migliore amica, Lilly, caso che abbraccia tutta la serie e che si risolve – con grande colpo di scena – solo nell'ultima puntata. 
La seconda stagione fa ancora meglio. Veronica cerca di scoprire il mistero legato all'incidente dello scuolabus, precipitato da una scogliera, e da cui la ragazza si è salvata per puro caso.
Entrambe le stagioni coinvolgono sia perché i misteri sono intricati e complessi, sia perché riguardano da vicino la vita di Veronica. Nella prima serie, Veronica soffre immensamente per la morte dell'amica; nella seconda, soffre perché si sente in colpa per aver (non intenzionalmente) provocato l'incidente dello scuolabus e per non essere morta al posto dei compagni.

La terza stagione perde di mordente proprio perché i casi da risolvere (gli stupri seriali al college di Neptune e l'assassinio del rettore) non riguardano da vicino la vita di Veronica. Inoltre, i due casi dividono a metà la terza stagione, abbassandone la tensione. La scoperta dello stupratore seriale avviene più o meno a metà della terza serie, nel corso di una puntata che risolleva le sorti della storia, dato che Veronica si trova in pericolo – e questa è la prova del fatto che la serie diventa molto avvincente nel momento in cui la protagonista vive sulla sua pelle gli eventi. La seconda parte della stagione è riservata al caso della morte del rettore di Neptune: caso che, tra l'altro, viene risolto nel giro di pochi episodi. Le ultime puntate della stagione sono piuttosto sottotono rispetto agli splendori delle prime due serie e sfiorano, talvolta, alcune situazioni da teen drama dei più banali.



Tuttavia, l'ultima puntata della terza stagione ritorna a livelli molto alti: qualcuno si sta vendicando di Veronica nel modo più becero e vigliacco che ci sia e la ragazza sfodera tutte le sue armi pur di riuscire a risolvere il caso.
La terza stagione, purtroppo, ha alcune cadute di tono anche su altri versanti: ad esempio, la morte inaspettata e ingiustificata dello sceriffo Lamb; Logan, tra i character più complessi e divertenti, sempre cinico e ironico con le sue battutine taglienti, diventa un sofferente e cupo ragazzo che preferisce starsene a soffrire per amore in camera sua (certo, non ha avuto una vita facile visto il padre che gli è toccato in sorte, ma gli autori hanno eccessivamente spento questo interessantissimo personaggio); alcuni eventi precipitano troppo in fretta e, ad esempio, la storia della confraternita del Castello avrebbe meritato più puntate.



Certo, la terza stagione è piena di difetti, ma, in generale, Veronica Mars è ricchissima di pregi, tanto da aver portato una vera e propria ventata di novità nella storia delle serie televisive.
La novità sta proprio nell'aver coniugato la serie tv sugli adolescenti alle storie di crimine. Veronica è una sorta di mix tra Detective Conan e James Bond, solo che molto più ironica e frizzante: riesce a risolvere misteri intricatissimi solo grazie alla logica e all'intelligenza, aiutandosi, talvolta, con le attrezzature più ingegnose che ci siano – microspie, microfoni, fotocamere nascoste nelle penne e un'amica genio dell'informatica.
Infine, Veronica Mars fa leva su un elemento per nulla banale – poi ripreso anche da quella geniale e meravigliosa produzione di Friday Night Lights, anche se in maniera più autoriale e sperimentale: la trasformazione totale dei personaggi-tipo del teen drama. Dopo Veronica Mars, gli adolescenti alla Beverly Hills, quelli, insomma, che si prendono tanto sul serio da cadere nel ridicolo, vengono ridimensionati, diventano addirittura antipatici. Veronica fa parte di un mondo di miliardari, ma tutti i figli di papà con le auto all'ultima moda e i vestiti firmati sono trattati come macchiette, persone che avranno fortuna nella vita solo perché dotati di un cospicuo patrimonio, ma prive di qualsiasi connessione tra cervello e bocca.
Veronica e il suo amico Wallace sono l'emblema della normalità: i due ragazzi, pur senza un quattrino, raggiungono i loro obiettivi solo perché sono persone belle dentro, con una tenacia incrollabile, voglia di rivalsa e tanta, tantissima feroce autoironia. 

Veronica Mars è stata cancellata alla terza stagione, ma aveva tutte le carte in regola per poter ulteriormente rinnovare il panorama dei teen e dei crime. Si parlava, già, di una quarta stagione in cui Veronica avrebbe iniziato l'internato all'FBI. Ma della quarta stagione ancora non vi è traccia. Tuttavia, pare che in cantiere ci sia un film, per il quale Rob Thomas e Kristen Bell hanno raccolto oltre cinque milioni di dollari di fondi. Le riprese dovrebbero essere già iniziate e il film dovrebbe uscire nelle sale il prossimo anno: sperando che esca davvero e che faccia un po' di luce su una storia brutalmente troncata.  

lunedì 23 settembre 2013

Burials - Track list e primi videoclip ufficiali



Il 22 ottobre si avvicina: è questa la data fatidica per l'uscita di Burials, nuovo album degli A Fire Inside, band molto amata da queste parti.

Ora è disponibile la track list: 

The Sinking Night
I Hope You Suffer
A Deep Slow Panic
No Resurrection
17 Crimes
The Conductor
Heart Stops
Rewind
The Embrace
Wild
Greater Than 84
Anxious
The Face Beneath the Waves

La band ha reso disponibili i videoclip ufficiali dei primi due estratti, I Hope You Suffer e 17 Crimes.
Il secondo è quello che stupisce: probabilmente è il solo video "colorato" e scintillante degli AFI. 




lunedì 16 settembre 2013

In Trance



Titolo originale: Trance - Anno: 2013 - Nazionalità: Regno Unito - Genere: Thriller/Psicologico - Sceneggiatura: John Hodge/Joe Ahearne - Regia: Danny Boyle

Francisco Goya è uno degli artisti più incollocabili della Storia dell'Arte. C'è, qui, già un ossimoro: come si può incasellare l'Arte? Come si può dare un'etichetta a qualcosa di così sfuggente che non segue i tempi, le mode, ma solo l'affannosa ricerca visivo-mentale-intellettuale dell'artista?
Ebbene, Francisco Goya è indefinibile. Per l'epoca in cui ha vissuto, lo si potrebbe inserire a forza nel Romanticismo, ma probabilmente ha una visione più originale e personale dei romantici veri e propri. Neoclassicismo? Men che mai. Allora, quando ci si trova in difficoltà nell'affannosa e talvolta improduttiva volontà di categorizzare, si dice che un artista abbia anticipato i tempi. Goya era già con un piede nell'Impressionismo e poi nelle Avanguardie Storiche  - espressionista, surrealista, sì.
In realtà, Goya non era nulla di tutte queste cose. Goya era Goya. Aveva un'idea precisa del mondo e dell'arte. Semmai, se proprio volessimo attaccare un'etichetta alle opere di Goya, potremmo usare le parole: modernità, realismo (per certi versi, non per altri), inquietudine, mente.
Pensando a Goya, infatti, sovviene subito uno dei suoi capolavori: Il sonno della ragione genera mostri. Uno per riassumerne tanti: qui, Goya parla dell'irrazionalità non controllata a dovere, irrazionalità che percorre i suoi dipinti sia nei racconti più lucidi (come La fucilazione), sia nelle opere in cui il concetto è reso in maniera astratta. Anche laddove Goya ci mostra paesaggi ameni o corpi di giovinette e giovinetti, ci conduce in un mondo imperfetto, che ha perso la classica razionalità dell'arte greca, di Michelangelo, di Canova. La Maja desnuda, ad esempio, sta lì a ricordare che il corpo delle donne non è Il Corpo Ideale; esistono tanti corpi fortunatamente imperfetti e non tutti hanno il bacino proporzionato alle spalle o il seno perfetto. Anzi, Goya instilla il dubbio: forse una modella nuda davanti al pittore (o, in generale, una ragazza nuda davanti ad un uomo) arrossisce. Di certo, non mantiene alcuna superiorità divina. La maja desnuda è inquietante per il modo in cui si mostra pur non essendo perfetta. È, in altre parole, reale. Di una realtà disturbante, perché ha poco a che vedere col Bello artistico.



Di certo è impossibile riassumere in poche righe un artista tanto complesso.
L'unico motivo per cui si cerca di riassumerlo sono Joe Ahearne Danny Boyle: che rendono Streghe in Aria di Goya protagonista del loro film.
Difficile scrivere la trama di In Trance. Diciamo solo questo: Streghe in Aria viene rocambolescamente rubato sotto le mani di Simon (James McAvoy), un banditore d'asta. Franck (Vincent Cassel), durante la rapina, colpisce Simon che dimentica tutto, i fatti e dove si trova il dipinto. Così, si rivolge ad una ipnoterapeuta, Elizabeth (Rosario Dawson), per cercare di ricordare gli eventi.
Sembra un film lineare, ma non lo è: è un trip, un viaggio psichedelico e psicotropo come solo Danny Boyle sa fare. È un'ipnosi, dall'inizio alla fine. La musica martella come non mai, le inquadrature dai colori elettrici si confondono tra passato, presente, ricordi, induzioni, pensieri, sogni e immagini che si credono realtà e a volte non lo sono e immagini che si pensano sogni ma a volte non lo sono. E anche il genere del film, ad un certo punto, diventa un altro genere: nulla rimane identico nel corso del film, nulla è come sembra.
Insomma, Boyle confonde le acque, regalando comunque un film chiarissimo: chiarissimo perché non è razionale, ma tutto mentale. In Trance segue il modo in cui la mente lavora, pensa, immagina, sovrappone pensieri a ricordi e a fantasticherie. Lo spettatore si inserisce meravigliosamente in questo viaggio mentale, provando lo stesso terrore di quando i sogni, mentre dormiamo, ci sovrastano.



In altri termini, Boyle fa un film irrazionale nel modo più razionale e coerente possibile. Cioè ricalca il lavoro di Goya. Che sia proprio Streghe in Aria il protagonista di questo film non è affatto un caso: perché non Rembrandt (che pure viene citato), perché non Degas e neppure Van Gogh? Perché solo Goya è tanto irrazionale quanto razionale, tanto onirico quanto reale, tanto spietato quanto formalmente composto. Goya si mantiene proprio a metà, misterioso eppure lucido: sempre con la situazione in mano, anche quando non sembra. O non avrebbe potuto parlare di argomenti tanto complessi, né aprire nuovi orizzonti all'arte.
E poi, Streghe in Aria sembra ricalcare la storia di Simon, che è quel che non è, che si trasforma in continuazione, carnefice-vittima-carnefice e poi di nuovo vittima, divorato dalle sue proiezioni mentali, come nel dipinto quel corpo in alto è braccato dalle tre streghe che sembrano (e sottolineo sembrano) la proiezione dell'individuo sottostante col telo bianco in testa.
Appunto, proiezione: l'uomo col telo bianco proietta in alto una storia tutta mentale. Goya aveva forse anticipato anche il cinema? Non lo sappiamo. Anzi, di sicuro non è così. Ma Goya ha analizzato bene la mente umana, trasponendola su tela. Semmai, è Boyle a prendere Goya e a farlo diventare l'emblema della settima arte. 
Boyle costruisce un film che è un continuo schermo nello schermo. Ci sono i dipinti, c'è l'iPad, lo smartphone - tutti schermi che aprono storie a imbuto. E poi ci sono le finestre, i vetri dei loft, che hanno la stessa funzione di schermi e che ci raccontano le storie della mente – vere, false, ricordate o solo immaginate.




E poi, ovvio, c'è la voce di Elizabeth: con l'ipnosi e la sua voce suadente, riesce a indurre immagini e situazioni, come la migliore delle prestigiatrici. Fa vere e proprie magie, racconta storie in cui il paziente si identifica e si riconosce e in cui si adagia. Elizabeth è in grado di far credere vere storie false, di far dimenticare, di far ricordare ricordi non propri o del tutto fittizi. Quale potere più grande? E non è lo stesso potere delle immagini cinematografiche? E non è lo stesso potere – quello ipnotico – che aveva Goya con quei dipinti nuovi, avulsi da ogni contesto, oscuri, che risucchiavano morbosamente?: una melma di colori bruciati da cui l'occhio vorrebbe liberarsi, ma che continua a fissare con avidità, come se in quella oscurità riconoscesse se stesso.  

venerdì 13 settembre 2013

Aku no Hana (I Fiori del Male)


Anno: 2013 - Nazionalità: Giappone - Genere: Psicologico/Scolastico/Adolescenziale - Episodi: 13 (Fine Prima Parte) - Tratto dal manga di: Shuzo Oshimi - Sceneggiatura: Aki Itami - Regia: Hiroshi Nagahama

L'adolescenza come la sequenza horror della vita. L'adolescenza intesa come viaggio all'inferno, tra angeli deviati e demoni di una purezza sconcertante. In un mondo in cui il vero male è la normalità. E in cui il Male che sboccia dentro di noi, se ben coltivato, può essere la nostra salvezza.

Takao Kasuga ha quindici anni. Non fa che leggere I Fiori del Male di Baudelaire, il suo scrittore preferito. Lo legge e lo rilegge, come se il libro fosse la sua personale Bibbia e il poeta una sorta di nuovo dio. Takao vive in un paesino chiuso, immobile, circondato da alti monti che sembrano insuperabili. Takao ha una "donna angelo" di cui è segretamente innamorato: è la sua compagna di classe Nanako Saeki, delicata, bellissima, agli occhi di Takao pura.
Seduta dietro Takao, a scuola, c'è Sawa Nakamura, la ragazza più strana della classe, isolata, soffocata da qualcosa che nessuno capisce, l'unica in grado di aggredire il professore con un “sei un pezzo di merda” e di guardarlo impunita con occhi che trafiggono.
A Takao, adolescente diverso dalla media, in grado di chiudersi in camera a leggere per ore, succede qualcosa. Rimane solo in classe e il sacchetto contenente la tuta da ginnastica di Saeki misteriosamente cade. Lui, attratto, lo apre, guarda la tuta – come nel più classico dei feticismi – ma, al primo rumore che sente, terrorizzato dall'essere scoperto, va in confusione e scappa con il prezioso indumento anziché riporlo nel sacchetto. Il giorno dopo, a scuola, scoppia il caso: tutti sono convinti che un maniaco abbia rubato la tuta di Nanako.














A osservare segretamente tutta la scena c'era proprio Sawa Nakamura che coglie l'occasione per mettere sotto ricatto Takao e per stipulare, con lui, un contratto.
È qui che prende vita un demoniaco triangolo tra Nanako, Sawa e Takao, alle prese con situazioni normali che si fanno stranianti, inquietanti, fuori contesto. Takao è solo infatuato di Nanako, Nanako risponde dolcemente alla dichiarazione, Sawa si diverte a gettare qua e là trabocchetti: ma, in fondo, l'intento di quest'ultima è solo quello di buttare giù “tutti i muri” che separano Takao dal suo vero essere. 

Sawa definisce Takao “deviato” e “pervertito”, ma è lei a esserlo per prima anche se non nel senso sessuale del termine. All'improvviso, Sawa e Takao si scoprono legati: a unirli ci sono odio, rabbia e impotenza perché si sentono diversi in un mondo di normali.
Takao e Sawa, in fondo, hanno già squarciato il velo di Maya. Riescono a vedere attraverso, riescono a vedere la falsità della morale, l'immobilità mentale ed emotiva a cui l'uomo è condannato per non apparire diverso dagli altri, costretto a mantenere segreto il vero se stesso.
Quello di Takao e Sawa, è vero, sarà un angosciante viaggio all'inferno: ma, man mano che lo vivranno, si sentiranno liberi. Il rapporto tra i due ragazzi - che va ben al di là dell'amicizia o dell'amore - è un necessario sostenersi per scoprirsi e coltivarsi, come avviene alla fine della puntata sette: quando, entrambi alla pari – Takao non più succube di Sawa – decidono di esplodere nell'azione più rivoluzionaria, irriverente, creativa della loro adolescenza.
Nella distruzione del già dato, del già visto, del già vissuto in maniera assolutamente identica da secoli, vi è la sola possibilità di salvezza, redenzione, crescita. E Takao e Sawa decidono di crescere per conto loro, di seguire il loro sentiero, di non affidarsi a nessuno, a nessuna moda, a nessuna morale già stabilita.














Come Takao e Sawa si discostano completamente dai loro coetanei, anche Aku no Hana si discosta completamente dal panorama dell'animazione seriale nipponica, divenendo un piccolo caso, unico nel suo genere. Aku no Hana si affida al rotoscope, il disegno è ricalcato a partire da video girati dalla realtà e attori ripresi dal vero. Questa è stata la più grande polemica nata da parte dei fan del fumetto, che hanno attaccato la produzione dell'anime per non aver rispettato lo stile del manga.

In realtà, almeno per quel che ci riguarda, l'uso di una tecnica così particolare, avulsa totalmente dal contesto d'animazione odierno – pieno, strapieno di produzioni di ogni tipo – ha permesso ad Aku no Hana di diventare un gioiello d'autore, di distinguersi da tutti gli altri, di sganciarsi da logiche di genere (il quale, spesso, influenza lo stile del disegno) e di correre su un binario diverso dalla produzione di massa. Inutile dire che, al di là del rotoscopio, Aku no Hana fa affidamento su un ritmo che difficilmente troviamo in una serie televisiva, animata o no: tredici episodi che si muovono lentamente, poi esplodono, passando da un silenzio in cui si nasconde il demoniaco a fragori pieni di tensione, che pongono lo spettatore in seria crisi.

Lo scopo del rotoscope è quello di dare un esagerato senso di realtà all'animazione: di fronte ad Aku no Hana, lontano anche dai patinatissimi teen drama, ci si sente messi dentro la storia senza averne chiesto il permesso. La volontà della produzione è proprio quella di fuggire da qualsiasi incasellamento. Con Aku no Hana si rivivono tutte quelle situazioni drammatiche e tragiche tipiche dell'adolescenza: si vive l'angoscia di sentirsi tra, tra il giudizio dei genitori e il giudizio dei propri coetanei, tra la voglia di essere se stesso e la cattiva necessità di essere come gli altri, per non apparire diversi. Costantemente alle prese col giudizio altrui, ci si dimentica cosa si è. Sawa non ha alcun interesse per questa logica, tanto che si comporta come vuole in ogni occasione. Takao, invece, deve lavorare a lungo per riuscire a essere se stesso.
In fondo, quelle parole con cui Sawa definisce Takao – deviato e pervertito – non hanno nulla a che vedere col senso lato del termine. Vanno intesi, invece, in senso etimologico. Per-versum, andare controsenso, contro il senso comune. Takao non è realmente un deviato. Non se ne va in giro a fare il maniaco. Solo che legge Baudelaire, legge poesie, le capisce a fondo, guarda il mondo e lo coglie al volo: lui è deviato perché devia dalla strada che percorrono tutti come pecore.














L'atmosfera horror si respira tutta. Sembra che da un momento all'altro, dalle strade immobili in cui non cambiano neppure i manifesti delle pubblicità, esca una creatura soprannaturale e maligna. In realtà, il maligno sta negli altri, in tutta la cattiveria che hanno nel giudicare senza sapere.

Il fiore che, durante l'adolescenza, sboccia è quello che ci renderà adulti. L'importante è che sbocci bene. Se sboccia il fiore del Male, ci si trova di fronte a due possibilità. Nel contesto sbagliato, con le persone sbagliate e percorrendo le scelte altrui, il Male cova e diventa davvero male, brutto, nocivo, violento. Se il fiore del male viene coltivato a dovere, solo col proprio personalissimo concime, nella terra che più ci sembra fertile per il nostro spirito, allora sboccerà il Fiore del Male luminoso e salvifico, quello che esprimerà il vero Io, il vero essere.

Ed è così che si arriva a quel capolavoro che è la sigla finale di Aku no Hana, Hana ga saita yo. Due voci robotiche scandiscono che il fiore è sbocciato, mentre tra esse si insinua un suono martellante e inquietante, che sarà sempre l'unico e solo leitmotiv di Takao e Sawa. Lo ritroveremo più volte arrangiato diversamente nelle scene culmine della serie animata, a ritmare situazioni fortemente, drammaticamente emotive e che entrano in profondo contatto con lo spettatore. È più un ritmo che scandisce l'esistenza, l'esistenza di chi vive la pubertà fuori dagli schemi costituiti, sperando in una vita adulta vera e sincera.



martedì 10 settembre 2013

Tramonto a Montmajour (attribuito a Vincent van Gogh, 1888)

Il dipinto della settimana non può che essere questo, Tramonto a Montmajour, esposto proprio ieri al museo di Amsterdam dedicato al pittore olandese. 

Il dipinto è stato attribuito a van Gogh dopo due anni di studi; lo si fa risalire al 1888, anno in cui il trentacinquenne Vincent si trasferisce ad Arles.

Tramonto a Montmajour, infatti, ritrae, sullo sfondo a sinistra, l'abbazia di Montmajour, che si trova a pochi chilometri da Arles. Probabilmente è una delle prime opere che van Gogh ha realizzato dopo il trasferimento; per questo motivo, il dipinto è considerato un lavoro "di transizione". Il 1888 è, tra l'altro, l'anno in cui van Gogh dà vita alla famosa Camera di Vincent ad Arles, opera che presenta una tavolozza molto più accesa di questa.

Non ho di sicuro le competenze per giudicare l'attribuzione e mi fido del lungo lavoro che è stato fatto negli ultimi due anni prima di ufficializzare la scoperta. All'occhio mi sono saltati due probabili padri ispiratori di questo dipinto, due Camille dell'arte francese. L'istinto visivo - ma potrei sbagliare - mi riporta a una crasi tra i paesaggi e gli alberi di Corot e i paesaggi e gli alberi di Pissarro: solo che il tutto sembra metabolizzato e trasceso dalla pennellata viva ed espressionistica di van Gogh. 

Insomma, un'opera da osservare attentamente. Un'opera che meraviglia perché, a distanza di decenni, un artista così lontano da noi ha regalato ancora una volta l'emozione della prima esposizione. 

In questo articolo sono ben spiegati i motivi dell'attribuzione.

venerdì 6 settembre 2013

Invisible Monsters - pt 2

E poi, ripensandoci col favore e il consiglio del pomeriggio, della notte e della mattina, capisci che Palahniuk, in Invisible Monsters, trova una soluzione a tanto nichilismo.  Anzi, ne trova due. Si tratta sempre di soluzioni nichiliste, ma di grandissimo impatto e che, in qualche modo, fanno presagire la possibilità di una ricostruzione.

La prima soluzione è inventare e reinventare storie. La storia di se stessi e della propria vita. Mettere un punto e andare a capo. Ricominciare a scrivere la propria (nuova) storia. 

La seconda soluzione è ben più complessa. Di fronte all'unica scelta dell'annullamento di se stessi e dell'identità costruita dal mondo (celebre la frase del romanzo: "Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto"), di fronte al nostro sé composto solo da altri e da quello che vogliono gli altri, l'unica scelta è amare.
Si sceglie la persona che merita davvero il nostro amore, puro e incondizionato. Quella con cui si condivide ogni istante e ogni centimetro del nostro pensiero e del nostro stile di vita. La si sceglie fra milioni. La si sceglie e la si ama.
E, paradossalmente, quella persona da amare senza riserve è il riflesso di noi stessi. Alla fine, Shannon fa una scelta precisa in favore di Brandy Alexander. In lei, in lui, vede se stessa. Shannon rinuncia a sé per amare Bandy. Ama se stessa attraverso l'amore per l'altro.

"Completamente e totalmente, permanentemente e senza speranza, per sempre amo Brandy Alexander. 
E questo basta."

giovedì 5 settembre 2013

Invisible Monsters - Chuck Palahniuk

Autore: Chuck Palahniuk - Anno: 1999 - Traduzione: Manuel Rosini - Casa Editrice: Mondadori

Continua il viaggio nell'universo di Chuck Palahniuk: impossibile rimanere senza le sue righe. L'esigenza di divorare la sua opera omnia nasce dalla voglia di mettere assieme tutti i puzzle di quello che sembra un unico, lunghissimo romanzo, composto – finora – da dodici, grandi capitoli.
Invisible Monsters può essere una di quelle storie che cambiano l'esistenza. Dentro c'è il mondo, c'è tutta la vita.

Invisible Monsters è una sorta di Fight Club al (quasi) femminile. Shannon McFarland è una ragazza bellissima. Fa la modella ancora a bassi vertici, ma la sua bellezza non potrà che portarla in alto, davvero in alto, in cima a tutte le passerelle. Un giorno, però, mentre guida, Shannon viene raggiunta al volto da un misterioso sparo. In breve: perde metà faccia. Di lei, della vecchia, bellissima Shannon rimangono solo gli occhi. Via mascella e mandibola, via i denti, via la lingua, che si riduce ad un molle muscolo ormai inservibile. Shannon non parla più. Shannon diventa un mostro, costretta ad andare in giro con masse di veli per non scioccare gli occhi altrui. Shannon, da qualche parte, ha un fratello di un anno più grande, Shane: omosessuale – almeno per quello che dicono i genitori – cacciato di casa, apparentemente morto di AIDS. Shannon ha (aveva) una migliore amica, Evie, modella anche lei, ma non davvero bella: ha troppa carne, ossatura troppo sviluppata e, soprattutto, è invidiosa della bellezza di Shannon.
Shannon ha (aveva) anche un fidanzato, Manus: un poliziotto di trent'anni apparentemente eterosessuale, omosessuale fino in fondo.
Nel suo calvario per ricominciare a parlare, Shannon incontra la Principessa Brandy Alexander. Brandy è transgender. Ha tutto ciò che sembra femminile: seno, labbra, vita, bacino. A Brandy – bellissima – manca solo l'operazione finale per diventare totalmente donna. Operazione che Brandy rimanda con un viaggio, un folle on the road, assieme a Shannon e a Manus. Durante il viaggio da una parte all'altra degli USA, Brandy gira per case in vendita, ruba medicinali (soprattutto ormoni femminili), li trangugia, li rivende. Shannon, invece, in preda ad un odio sconnesso, dà al suo ex fidanzato Manus ormoni femminili di nascosto. Vuole distruggerlo. Shannon vuole distruggere tutti, in primis se stessa. Fino ai mille colpi di scena, finali e non, che tappezzano una storia che è quella e che alla pagina successiva non è più quella, non più la stessa, è sempre un'altra storia.

Palahniuk scrive un romanzo geniale. Alla sua base, vi è una tra le filosofie più complesse trovate sinora nei suoi libri. L'identità: uno sfuggente tramite tra il nostro aspetto fisico e ciò che siamo dentro. In Fight Club, Palahniuk era arrivato a dire che non siamo il nostro nome, non siamo la nostra casa, né il nostro lavoro. Per essere qualcuno dobbiamo essere qualcun altro. In Invisible Monsters arriva alle estreme conseguenze di questo ragionamento. Perché neppure ciò che possediamo davvero – la nostra faccia, il nostro corpo – ci appartiene. E neppure la nostra storia ci appartiene, perché è una storia fatta di racconti, parole, definizioni.
Passiamo tutta la vita ad autodefinirci e a essere eterodefiniti (concedetemi il termine). Siamo oppressi dalla definizione degli altri, che può essere quella speranzosa e ossessiva dei genitori, quella delle istituzioni, quella della società, della pubblicità, dei modelli di bellezza. In base a ciò che dicono gli altri, tentiamo di autodefinirci. Ma perché dovrei essere io con il capo firmato o i capelli di quel colore o con le labbra in quel preciso modo? Chi dice che il riflesso nello specchio sia veramente io, io come voglio essere, io come come sono?
E, così, Palahniuk fa un'operazione complessa: crea dei personaggi che, allo specchio, hanno un riflesso diverso rispetto al loro sembiante. Nessuno è come è: Shannon che era una bella modella e che ora è un mostro, l'eterosessuale che è omosessuale, il morto che non è morto, la donna che non è davvero donna, il transgender che non è né etero, né trans, né omosessuale. La definizione dell'individuo – e del personaggio – si sposta sempre più in là fino a diventare completamente sfuggente. Il fatto è che se vuoi essere davvero te stesso, autonomamente te stesso, devi essere invisibile. Devi sfuggire a qualsiasi definizione. Non devi essere quella costruzione imposta dal te stesso sbagliato e dagli altri. Gli altri, occorre destabilizzarli, impedir loro di ingabbiarti, di darti un nome, un ruolo nell'immenso gioco del mondo.
Che vuol dire essere commessa, insegnante, architetto, blogger, disoccupato, falegname, artigiano, artista, scrittore? Che vuol dire essere ingabbiato in una tendenza sessuale? Che vuol dire il nostro nome? E che vuol dire il nostro aspetto fisico, quell'immagine che non è mai ferma, sempre transeunte, sempre naturalmente in movimento e sempre fermato – da noi, da tutti – in uno stereotipo? Non vuol dire nulla, perché nessuna di queste parole ha realmente un senso per quell'infinito che abbiamo dentro e che ci ostiniamo a rendere de-finito, finito, chiuso, circoscrivibile. È che l'essere umano indefinito ci fa paura. Non è catalogabile. Eppure l'in-, l'indefinito, l'invisibile, l'infinito è ciò che può definirsi realmente essere, realmente libero.
Arrivi alle ultime righe di Invisible Monsters e rimani basito, solo, perso. Con una storia tra le mani che non è più una storia, è anche la tua storia. È pura vita che scorre, pulsante.

È questo il bello della scrittura di Palahniuk: parole che sanno di vita. Non ci sono quei vuoti giri di parole, infarciti di tecnicismi da esperto di grammatica. La sua scrittura scorre liscia, eppure i giochi di parole abbondano e sintassi e lessico si fanno complessi. Qui, prendendo spunto dal flash che colpisce le fotomodelle, Palahniuk dà vita ad uno stile, appunto, a "forma di flash": nulla appare lineare, l'autore va avanti e indietro di continuo, senza rispettare la cronologia, ma solo l'abbagliante e sfuggente poetica del lampo. Anche le frasi appaiono più spezzettate che mai, veri e propri flash spesso non subito comprensibili, ma carichi di significati densi.

L'impressione che si ha è che Palahniuk non è uno scrittore. Come i suoi personaggi sfuggono a ogni definizione, anche lui sfugge alla semplice, mera definizione di scrittore. Perché Palahniuk, oltre che scrittore, è regista, fotografo, pittore, scultore, attore, oratore. E non necessariamente sempre in quest'ordine. Palahniuk ha il pregio, da poche saettanti frasi, di creare immagini potentissime. Di comunicare pensieri profondi oltre ogni limite. La sua scrittura esce fuori di sé e non è più scrittura. È quell'immaginità di Ejzensteijn, è quella quarta dimensione che il regista russo ricercava nell'arte: il tempo, la vita, le palpitazioni del cervello e del sangue intraducibili nel linguaggio scritto e parlato. Sì, la scrittura di Palahniuk è estatica. Esce fuori dal libro, si fa film, foto, pittura e, paradossalmente, esempio.

martedì 3 settembre 2013

Redline



Anno: 2009 - Nazionalità: Giappone - Genere: Sci-fi - Soggetto e sceneggiatura: Katsuhito Ishii - Regia: Takeshi Koike

L'amore e la passione, si sa, sono il miglior boost esistente. Sono in grado di muovere qualunque cosa, anche le automobili: purché quelle automobili non siano solo un perfetto e algido ammasso di ingegneria meccanica, ma siano guidate da uomini in carne ed ossa, con un'anima, un cuore, sangue che scorre e un sogno da realizzare.
È questa la base – semplice ma universale e sempre vincente – del plot di Redline, un film d'animazione che riempie gli occhi e funziona proprio come il boost di Burnout per cinefili, appassionati d'animazione, nerd, otaku o semplicemente amanti dell'arte.
Sì, perché un'animazione come questa – risalente al 2009 – si vede davvero poco in giro.

Siamo in un futuro lontanissimo, quando i terrestri vivranno mescolati agli altri popoli dell'universo e potranno vagare tranquillamente da un pianeta all'altro. JP 'Bravo Ragazzo' ha passato gli ultimi anni di vita in galera perché particolarmente avvezzo a truccare le gare automobilistiche. JP ama le corse, ma, soprattutto, da bravo ragazzo qual è, finito non per sua scelta in un giro criminale, ama il sogno di Sonoshee McLaren che, sin da bambina, desidera vincere la Redline, la corsa più prestigiosa (e la più violenta) della galassia. Sonoshee, in anni e anni di corse, è diventata un vero e proprio schianto di ingegnere meccanico in shorts che pilota un'automobile all'ultimo grido. JP l'ha sempre osservata con ammirazione durante tutte le sue gare, sognando, sognando e ancora sognando...
Fino a che, un giorno, i due ragazzi, ormai cresciuti, non si fronteggiano all'ultimo boost durante la Yellowline, la gara che permette di accedere alla fatidica e mitica Redline.
JP non ha una gran macchina, si arrangia come può, ma ha una sana passione, un sogno da coltivare e un amore dolce e segreto da inseguire. Quale migliore occasione della Redline per far combaciare passione, sogno e amore? E, così, ci si trasferisce tutti a Roboworld, un pianeta di robot in cui la Redline, però, è vietata. Qui si scalderanno i motori senza regola alcuna, tra trabocchetti, missili, armi atomiche e di distruzione di massa pronte a esplodere sia dalle automobili che dal governo di Roboworld. La Redline a cui parteciperanno, finalmente, JP e Sonoshee sarà una tra le più agguerrite, violente e movimentate della storia; ma i due ragazzi, gli unici umani a gareggiare, avranno dalla loro le armi più potenti: il sangue, il cuore, l'anima e l'amore.














Non si esagera se si dice che Redline è uno degli anime migliori di tutti i tempi. L'animazione qui raggiunge vertici altissimi. I personaggi – tutti diversi, tutti sopra le righe – si muovono sinuosi, naturali, quasi reali nonostante la storia non abbia nulla di realistico. Col suo gusto - a tratti punk - per l'esagerazione, ma senza risultare mai opulento e barocco, Redline ci conduce in un trip psichedelico di quelli da cui non vorresti mai scendere. Le automobili futuristiche e paradossali sono solo una metafora del viaggio che lo spettatore, seduto sulla sua poltrona, fa guardando questo film. In Redline non c'è spazio per il già visto. Le stimolazioni nervose che vengono dallo schermo aumentano di inquadratura in inquadratura, di sequenza in sequenza. Ci si innamora dei movimenti, delle mosse azzardate, dei gesti plateali dei personaggi, tanto che allo schermo si chiede sempre di più, sempre di più, sempre di più! – e quel di più arriva, eccome. Si procede in un crescendo di palpitazioni e pulsazioni, i corpi – alcuni pesanti, pesantissimi, di bulloni e ingranaggi – si staccano da terra, perdono gravità, si contorcono in rocambolesche danze. La creatività non si esaurisce mai, come il carburante che anima le automobili e i sogni di JP e Sonoshee.














È così forte l'impatto del film sullo spettatore che il corpo si attacca alla poltrona, come aggredito dalla gravità che si scontra con la velocità – e le membra si deformano, proprio come quelle di JP quando schiaccia l'acceleratore.
Una volta fermi, si esce storditi, si barcolla, eppure non si è stanchi. Si vorrebbe ancora e ancora. Perché il film, veloce come è in molti passaggi, adrenalinico in ogni istante tanto da rifiutare la stasi, si chiude anche bruscamente, ma senza aver tolto nulla alla storia: la chiusura veloce, improvvisa, su quelle due parole che risveglierebbero anche gli zombie se pronunciate con ardore, quella chiusura veloce su labbra che si incrociano – ebbene, quella chiusura così repentina è d'obbligo, è come la frenata finale, lunga, intrepida delle automobili che hanno tagliato il traguardo. Tutto Redline si regge sulla velocità delle automobili da corsa – e questo non è affatto un difetto. Anzi: è l'aver trasformato il contenuto in forma. E, tuttavia, Redline è anche in grado di fermarsi: regala pause tenere e dolcissime, di quelle fatte di improvvisi silenzi e di immagini sintetiche in cui tutto il senso si racchiude – come un fiore e un orecchino lasciati fuori ad una porta o quell'incrocio di sguardi tra Sonoshee e un JP già rapito, durante la prima gara.



Qualcuno potrebbe accusare questo film di essere vuoto intrattenimento dimenticabile. Tutt'altro. Se si assaporano la velocità e l'ebbrezza che accendono JP e Sonoshee, allora si accede ad un nuovo modo di vedere le cose: meravigliarsi di tutto ciò che si ha intorno, spingersi sempre più in là, crederci, rimanendo umani. O, forse, si è in grado di spingersi sempre più in là proprio perché si è umani: le macchine si deteriorano, si rovinano. Distrutte, di loro rimane nulla – proprio come avviene nel finale! - ma dell'uomo rimane la scia dell'azione e del sentimento anche quando inizia a deteriorarsi. Scoprire di avere un sogno e un amore significa scoprirsi infiniti.
Come quel senso di infinito che ci dà l'immagine finale, eterea e fluttuante, in cui i colori si fanno tenui e traslucidi e perdono quel metallico che li ha caratterizzati per tutto il film.
Anche i piccoli – i piccoli di statura, beninteso – possono farcela. Anche la per nulla speciale auto di JP, col giusto autista, può farcela. Quale messaggio migliore di questo?

Redline fa il verso a tantissimo cinema, occidentale e orientale, d'animazione e non, ma rimane unico. La grande banana che JP ha in testa e che ha il sapore degli 80s, Sonoshee sofisticata ed elegante come tante ragazze ma intelligente e in grado di piangere per un sogno come solo poche, pochissime persone sanno fare, il nemico da battere, un Re di Hokuto in versione robotica, echi di Blade Runner, androidi, uomini macchina, alieni, meccanici-ragno, ragazze leziose, uomini travestiti da supereroi, automobili col corpo di donna... non si riesce a smettere di raccontare quello che c'è in questo film. Per non parlare della colonna sonora - vero capolavoro -  che si muove tra pause e silenzi improvvisi e scoppi di battiti che fanno tremare i muri.

Insomma, Redline corre per un'ora e mezza a tutta velocità lungo quella linea rossa e sanguigna che ci riporta a stati davvero ancestrali, alla meraviglia che trabocca dagli occhi e all'amore passionale che ribolle nelle vene.