lunedì 16 settembre 2013

In Trance



Titolo originale: Trance - Anno: 2013 - Nazionalità: Regno Unito - Genere: Thriller/Psicologico - Sceneggiatura: John Hodge/Joe Ahearne - Regia: Danny Boyle

Francisco Goya è uno degli artisti più incollocabili della Storia dell'Arte. C'è, qui, già un ossimoro: come si può incasellare l'Arte? Come si può dare un'etichetta a qualcosa di così sfuggente che non segue i tempi, le mode, ma solo l'affannosa ricerca visivo-mentale-intellettuale dell'artista?
Ebbene, Francisco Goya è indefinibile. Per l'epoca in cui ha vissuto, lo si potrebbe inserire a forza nel Romanticismo, ma probabilmente ha una visione più originale e personale dei romantici veri e propri. Neoclassicismo? Men che mai. Allora, quando ci si trova in difficoltà nell'affannosa e talvolta improduttiva volontà di categorizzare, si dice che un artista abbia anticipato i tempi. Goya era già con un piede nell'Impressionismo e poi nelle Avanguardie Storiche  - espressionista, surrealista, sì.
In realtà, Goya non era nulla di tutte queste cose. Goya era Goya. Aveva un'idea precisa del mondo e dell'arte. Semmai, se proprio volessimo attaccare un'etichetta alle opere di Goya, potremmo usare le parole: modernità, realismo (per certi versi, non per altri), inquietudine, mente.
Pensando a Goya, infatti, sovviene subito uno dei suoi capolavori: Il sonno della ragione genera mostri. Uno per riassumerne tanti: qui, Goya parla dell'irrazionalità non controllata a dovere, irrazionalità che percorre i suoi dipinti sia nei racconti più lucidi (come La fucilazione), sia nelle opere in cui il concetto è reso in maniera astratta. Anche laddove Goya ci mostra paesaggi ameni o corpi di giovinette e giovinetti, ci conduce in un mondo imperfetto, che ha perso la classica razionalità dell'arte greca, di Michelangelo, di Canova. La Maja desnuda, ad esempio, sta lì a ricordare che il corpo delle donne non è Il Corpo Ideale; esistono tanti corpi fortunatamente imperfetti e non tutti hanno il bacino proporzionato alle spalle o il seno perfetto. Anzi, Goya instilla il dubbio: forse una modella nuda davanti al pittore (o, in generale, una ragazza nuda davanti ad un uomo) arrossisce. Di certo, non mantiene alcuna superiorità divina. La maja desnuda è inquietante per il modo in cui si mostra pur non essendo perfetta. È, in altre parole, reale. Di una realtà disturbante, perché ha poco a che vedere col Bello artistico.



Di certo è impossibile riassumere in poche righe un artista tanto complesso.
L'unico motivo per cui si cerca di riassumerlo sono Joe Ahearne Danny Boyle: che rendono Streghe in Aria di Goya protagonista del loro film.
Difficile scrivere la trama di In Trance. Diciamo solo questo: Streghe in Aria viene rocambolescamente rubato sotto le mani di Simon (James McAvoy), un banditore d'asta. Franck (Vincent Cassel), durante la rapina, colpisce Simon che dimentica tutto, i fatti e dove si trova il dipinto. Così, si rivolge ad una ipnoterapeuta, Elizabeth (Rosario Dawson), per cercare di ricordare gli eventi.
Sembra un film lineare, ma non lo è: è un trip, un viaggio psichedelico e psicotropo come solo Danny Boyle sa fare. È un'ipnosi, dall'inizio alla fine. La musica martella come non mai, le inquadrature dai colori elettrici si confondono tra passato, presente, ricordi, induzioni, pensieri, sogni e immagini che si credono realtà e a volte non lo sono e immagini che si pensano sogni ma a volte non lo sono. E anche il genere del film, ad un certo punto, diventa un altro genere: nulla rimane identico nel corso del film, nulla è come sembra.
Insomma, Boyle confonde le acque, regalando comunque un film chiarissimo: chiarissimo perché non è razionale, ma tutto mentale. In Trance segue il modo in cui la mente lavora, pensa, immagina, sovrappone pensieri a ricordi e a fantasticherie. Lo spettatore si inserisce meravigliosamente in questo viaggio mentale, provando lo stesso terrore di quando i sogni, mentre dormiamo, ci sovrastano.



In altri termini, Boyle fa un film irrazionale nel modo più razionale e coerente possibile. Cioè ricalca il lavoro di Goya. Che sia proprio Streghe in Aria il protagonista di questo film non è affatto un caso: perché non Rembrandt (che pure viene citato), perché non Degas e neppure Van Gogh? Perché solo Goya è tanto irrazionale quanto razionale, tanto onirico quanto reale, tanto spietato quanto formalmente composto. Goya si mantiene proprio a metà, misterioso eppure lucido: sempre con la situazione in mano, anche quando non sembra. O non avrebbe potuto parlare di argomenti tanto complessi, né aprire nuovi orizzonti all'arte.
E poi, Streghe in Aria sembra ricalcare la storia di Simon, che è quel che non è, che si trasforma in continuazione, carnefice-vittima-carnefice e poi di nuovo vittima, divorato dalle sue proiezioni mentali, come nel dipinto quel corpo in alto è braccato dalle tre streghe che sembrano (e sottolineo sembrano) la proiezione dell'individuo sottostante col telo bianco in testa.
Appunto, proiezione: l'uomo col telo bianco proietta in alto una storia tutta mentale. Goya aveva forse anticipato anche il cinema? Non lo sappiamo. Anzi, di sicuro non è così. Ma Goya ha analizzato bene la mente umana, trasponendola su tela. Semmai, è Boyle a prendere Goya e a farlo diventare l'emblema della settima arte. 
Boyle costruisce un film che è un continuo schermo nello schermo. Ci sono i dipinti, c'è l'iPad, lo smartphone - tutti schermi che aprono storie a imbuto. E poi ci sono le finestre, i vetri dei loft, che hanno la stessa funzione di schermi e che ci raccontano le storie della mente – vere, false, ricordate o solo immaginate.




E poi, ovvio, c'è la voce di Elizabeth: con l'ipnosi e la sua voce suadente, riesce a indurre immagini e situazioni, come la migliore delle prestigiatrici. Fa vere e proprie magie, racconta storie in cui il paziente si identifica e si riconosce e in cui si adagia. Elizabeth è in grado di far credere vere storie false, di far dimenticare, di far ricordare ricordi non propri o del tutto fittizi. Quale potere più grande? E non è lo stesso potere delle immagini cinematografiche? E non è lo stesso potere – quello ipnotico – che aveva Goya con quei dipinti nuovi, avulsi da ogni contesto, oscuri, che risucchiavano morbosamente?: una melma di colori bruciati da cui l'occhio vorrebbe liberarsi, ma che continua a fissare con avidità, come se in quella oscurità riconoscesse se stesso.  

5 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Non avevo pensato minimamente a Goya ma tu hai dato un interpretazione bellissima e quindi sí mi é piaciuto, sei molto acuta sul serio, complimentoni!

Babol ha detto...

Mi unisco alla cara Barbara, bellissimo il parallelo tra Goya e In Trance. A maggior ragione, mi sento di apprezzare ancor più questo film sottovalutato!!

GIOCHER ha detto...

C'è uno strano buco di legame,tra il pezzo di preambolo e l'incipit della rece vera e propria. Sei anche la prima di cui leggo che ne ha una opinione così positiva, di questo film,e considerando i paurosi tuffi nel metafisico che ti ho letto fare quasi inutilmente in precedenza,ho i miei seri dubbi....Ma mi hai incuriosito ed ìncoraggiato, chè mi scocciava perdermi un Boyle.
Me lo recupero!

Anonimo ha detto...

La risposta di Giocher (tanto acuto quanto educato) è l'unica cosa che mi stona in questo spazio che hai con eleganza e profondità dedicato all'ottimo film di Boyle.

Grazie per le tue parole!

GIOCHER ha detto...

Adoro gli anonimi...fanno così Sardegna!