lunedì 28 gennaio 2013

Frankenweenie


Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Fantastico/Animazione - Regia: Tim Burton 

Il Frankenweenie del 2013 è un adattamento dell'omonimo cortometraggio che Tim Burton girò nel 1984. La trama è identica, così come il bianco e nero della fotografia. Cambia la tecnologia utilizzata: se, nel 1984, probabilmente per mancanza di mezzi, Burton girò il corto con attori veri, questa volta si è sbizzarrito con il suo amato stop-motion.

Il risultato è dei migliori. Dopo alcuni film tratti da storie non originali (né Alice in Wonderland, né Dark Shadows sono nati dalla mente di Burton), il nostro gotico regista ripropone un racconto partorito completamente dalla sua testa. Gli elementi riconoscibili ci sono tutti, così come i colpi di genio.

L'horror e lo stralunato fanno sempre parte della poetica del regista. Ma nelle storie originali come Vincent, Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere o questo Frankenweenie (solo per citare i film animati) Burton utilizza l'horror e lo stralunato a proprio modo, piegandoli alle proprie esigenze e dando loro significati che sfuggono ad ogni regola.
In particolare, l'aspetto terribile e orrorifico dei film di Burton non rimane mai in superficie, né rimane mai a livello di semplice genere che ha il compito di spaventare: il terribile e l'orrorifico in Tim Burton sono sempre intimisti, sono ripiegamento interiore, un modo per guardare al proprio animo con tutta la malinconia possibile, quella di chi si sente solo e un po' diverso.

Tuttavia, i film di Burton piacciono a moltissimi, perché, in fondo, tutti siamo diversi: e, di fronte alle riflessioni dei personaggi burtoniani, al loro sgranare gli occhi di fronte alle cose, alla loro sensibilità, tutti noi riusciamo ad identificarci.


Victor Frankenstein è un bimbo appassionato di scienza. Non ha amici umani, ne ha solo uno, unico e insostituibile: il suo cagnolino Sparky. Con Sparky, Victor fa il cinema, girando piccoli film pieni di strampalati effetti speciali; con Sparky, Victor si rinchiude in soffitta, crea e inventa. Cosa c'è di più bello di creare e inventare nella solitudine del proprio fantastico mondo? Nulla. Ma il padre di Victor non la pensa così. Crede che il figlio debba fare attività sociale e sportiva e costringe Victor a giocare a baseball. Così, durante una partita, Sparky insegue la pallina battuta dal padrone, finisce in mezzo alla strada, viene investito e muore. Victor è solo. Non ha più un amico, né un compagno con cui condividere le proprie creazioni. Ma, ispirato dal suo insegnante di scienze, Mr Rzykruski, decide di fare proprio come il dottor Frankenstein: disseppellisce Sparky e lo sottopone alle scariche dei fulmini per rianimarlo. Il risultato è sorprendente: un piccolo Sparky ricucito ritorna in vita, grazie alla scienza e all'amore. Ma i cittadini di New Holland saranno pronti a capire e ad accettare quanto avvenuto?



Il film segue diverse direttrici, tutte molto interessanti, tutte molto stratificate. I temi cari a Burton ricorrono, ma in maniera molto più sottile e suscettibili di diverse interpretazioni.
Ad esempio, molto denso è il tema del padre, sempre sviscerato da Burton. Il padre di Victor a tratti si dimostra molto comprensivo nei confronti del figlio: è l'unico padre in città ad accettare le avanguardistiche lezioni del professore di scienze, che tutti additano come stregone. Allo stesso tempo, però, il papà di Victor è il responsabile (più o meno indiretto) della morte di Sparky; è colui che prima dice: “se potessimo fare qualcosa per riportare in vita Sparky, lo faremmo”, ma, contrariato di fronte al cagnolino-zombie, pronuncia una frase poco felice ma molto realistica: “è facile promettere l'impossibile!”.

Poi, c'è il tema della creatività. La creatività, quella al confine con il genio, spesso attraversa i film di Burton, ma è sempre una creatività incompresa. Victor è un piccolo scienziato. Grazie alla scienza, dà vita al cinema. Cinema e scienza, infatti, non sono molto distanti tra loro. Grazie a scoperte scientifiche è nato il cinema. Arte e scienza, quindi, sono due facce della stessa medaglia. Arte e scienza, seppur in modi diversi, hanno a che vedere con la vita: l'arte dà vita a un mondo nuovo; l'autore letteralmente partorisce qualcosa di vivente. La scienza inventa cose nuove e lo scienziato può dirigere le proprie invenzioni verso il bene o verso il male. In Frankenweenie, arte e scienza si uniscono per dar vita a qualcosa. È un'opera d'arte ma è anche vita: Sparky. Allo stesso tempo, però, non è una vita normale, perché se fosse una vita normale, non susciterebbe attenzione; è una vita creativa, quella che Victor dà a Sparky: ricucito, con i chiodi o con pezzi di stoffa, il cane non è più un cane, è una creazione a sé stante, anche se rimane un essere in grado di provare sentimenti. L'aspetto esteriore provoca repulsione: tutti si fermano a quell'aspetto, non riuscendo ad ammirare la bellezza interiore di Sparky. Succede così a Jack, quando porta i regali ai bambini durante la notte di Natale; succede al cadavere che vuole sposarsi; succede a Vincent, fuori bimbo ma dentro uomo tormentato; succede anche a Edward, con le sue mani di forbice desiderose di accarezzare eppure involontariamente violente.

Nel 1984, il corto Frankenweenie si concludeva con la fuga di Sparky verso un'altura, mentre il cagnolino era inseguito da una folla inferocita che voleva sopprimerlo; nel 1990, Edward Mani di Forbice si concludeva in modo analogo, con la stessa fuga del protagonista da una folla che non si sforzava di guardare e capire. Tuttavia, i due film hanno esito diverso: a Edward tocca quello tragico, la non accettazione, la diversità e la solitudine.
Sono due facce della stessa medaglia, ancora una volta. Un mostro può risultare simpatico ed essere accettato, in altri casi un mostro fa solo paura e nessuno si sforza per vedere cosa c'è oltre il significante. È un destino a cui tutti siamo un po' condannati: ognuno di noi è un corpo e una mente e chi ci guarda non sempre riesce a conoscerci a fondo, non sempre supera le antinomie tra esterno e interno, esteriore e interiore.



Come Victor si sporca le mani con qualcosa di molto vivo, con materia animale, con l'elettricità, la carne, il sangue, la terra, così anche Burton torna alla materia: di sicuro, con lo stop motion ora può avvalersi di tecniche supportate dal digitale, ma non può esimersi dal creare i personaggi con la plastilina, dal dar loro la vita praticamente, veramente e non solo digitalmente. L'attenzione di Burton alla materia è ben visibile anche nell'uso del bianco e nero. Il bianco e il nero scavano le immagini, dando ad esse forma: i bianchi macerano, mentre i neri scolpiscono. Il risultato è un film effettivamente esistente: non solo pellicola, non solo effetti speciali, ma qualcosa di vero e tangibile. Come vera e tangibile è la vera Arte. Vera e tangibile è la vera Vita. Vacua e insipida la vita di chi non guarda, non sente, non pensa.

lunedì 21 gennaio 2013

Django Unchained



Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Western - Regia: Quentin Tarantino

Django Unchained è un capolavoro. Difficile dare sentenze così perentorie, specie a caldo, senza che siano passati gli anni necessari per formulare un giudizio meno soggettivo e istintivo possibile. Ma non ci si può esimere dal pensare che Quentin Tarantino, stavolta, abbia girato il suo maledetto capolavoro.

Tutto torna in maniera perfetta: sceneggiatura e sua verosimiglianza, regia, ritmi, recitazione, montaggio, fotografia. Tarantino non sbaglia una virgola e ti tiene incollato alla poltrona per tre ore – senza sentire il peso del tempo.

Avete presente quei film western che ti si attaccano addosso e, mentre li guardi, hai la sensazione di cavalcare col protagonista, di stringere in mano un fucile, di sentire il vento in faccia? Django Unchained è questo, un mix perfetto e letale di avventura, action, contenuti forti, sentimenti liberatori, emozioni uniche. Tarantino riesce perfettamente a rimanere in bilico tra il western, la classicità del genere, la sua inconfondibile autorialità. Se, da un lato, viviamo l'avventura come solo i bambini sanno fare quando giocano (primo principio di ogni film western), dall'altro lato siamo consapevoli di assistere ad un'opera curata, dettagliata, attenta, consapevole.

Tarantino lo sa bene. Lo sa così bene che, per la prima volta davvero, dimostra di essere un autore totalmente maturo. Forse, in questo film sperimenta meno che in altri, ma è così che deve essere: sia perché il genere western ha dei codici ben precisi, sia perché ormai Tarantino ha assorbito la sperimentazione degli anni passati e l'ha fatta propria girando un film di una perfezione sconcertante: riuscendo ad essere autore riconoscibile e unico anche maneggiando un genere come il western.


Tarantino ha delle fonti di ispirazione notevoli: Leone e Corbucci, la Trilogia del Dollaro e Django. Sorpattutto Django. E lo vediamo già dalla sequenza d'apertura, durante la quale risuona il tema di Django del 1966, composto da Luis Bacalov. Solo che, stavolta, non c'è un uomo che trascina una bara, c'è una fila di schiavi neri incatenati tra loro e costretti a camminare a piedi nudi, feriti, marchiati, repressi ma rabbiosi.
Entra in scena Tarantino: lo fa inserendo un personaggio monumentale, il dottor Schultz, un tedesco prima dentista e ora cacciatore di taglie. Il dottor Schultz è Christoph Waltz, l'Hans Landa di Bastardi Senza Gloria. Se Landa era un cacciatore di ebrei, razzista sino all'inverosimile, il dottor Schultz, nel 1858, non riesce a vedere la differenza tra bianchi e neri. C'è una sorta di redenzione per Waltz/Landa/Schultz. Schultz è il rovescio della medaglia di Landa e su questo confine è giocato tutto il film di Tarantino: sulle contraddizioni. Nulla, nel mondo, è solo bianco o solo nero. Il bianco può essere nero e viceversa. La metafora del colore della pelle non è casuale e va ben oltre la superficie cromatica.
Schultz libera Django perché lo schiavo lo aiuti a cercare i Brittle Brothers, sui quali pende una succosa taglia. Questo è il primo elemento di originalità, a cui se ne aggiunge un altro potentissimo: Django è nero. Chi ha mai visto "un negro a cavallo”? Nessuno, forse nemmeno al cinema, perché tutti i film western girati sono western di biondi eroi o antieroi, in cui il nemico è sempre messicano o indiano e l'uomo africano non è neppure contemplato.

È una folgorazione: Django ha un magnetismo mai visto, subito ci si identifica con lui, con la sua storia di repressione, libertà ed estremo amore per la moglie Broomhilda. Tarantino costruisce il personaggio di Django passo dopo passo, dalle sue parole sospirate, all'inizio, nel buio di una notte in cui aleggia solo terrore, dal suo corpo nudo piagato dalle scudisciate, fino alla scelta del cavallo, degli abiti, del cappello, della pistola e della sella, oggetti sempre più personalizzati. È così che si costruisce un eroe.



Un eroe che uccide, che spara, che cova vendetta, come ogni buon eroe del Selvaggio West (che in realtà è un Selvaggio Sud). Django ama ma è un duro, recita una parte (quella del negriero) perché è un uomo libero e da uomo libero non ha paura, neppure di sporcarsi. Nel sud più profondo del Mississipi, lo aspetta la moglie, una bellissima donna il cui corpo è sempre messo in mostra negli aspetti più crudeli: torturato, piagato, marchiato, picchiato, martoriato. Tarantino non lesina sulla violenza, come fa sempre, solo che stavolta dietro la sua violenza c'è qualcosa in più. Tarantino ci sciocca e ci fa riflettere. Non passano inosservati i corpi degli schiavi orribilmente stretti in medievali armature adunche. La sua violenza pulp si fa improvvisamente una stretta al cuore, in alcuni casi inguardabile, come la morte di D'Artagnan, uno schiavo destinato alla lotta tra Mandingo. Quella violenza cieca e gratuita, quello splatter che sempre Trantino ci ha dato in pasto, ora si fanno efferati e non sempre mostrabili. Beatrix Kiddo cava un occhio davanti alla macchina da presa alla sua nemica giurata, in Django, un mandingo cava gli occhi al suo avversario ma noi non lo vediamo. È una violenza che si percepisce, non si vede ma si sente scorrere nelle vene: perché quella violenza è stata vera e storica e di fronte a quella violenza non si può ridere, si può solo riflettere. Come riflette il dottor Shultz, un assassino provetto ingaggiato dallo Stato, ma scioccato dalla morte di D'Artagnan, tanto che non ce la fa a rimanere nei ranghi e a rispettare la legge.



Di fronte al cattivissimo e spietato Calvin Candie, il bianco occhi azzurri per eccellenza, non si può che provare vero disgusto. Ma si prova disgusto anche di fronte a quegli schiavi che hanno iniziato a pensare come i bianchi: Stephen è una canaglia, nero cane da guardia dei bianchi che non cambia idea neppure di fronte alle ingiustizie. Così, Tarantino ci porta in un mondo estremamente complicato: un uomo nero a cavallo, eroe indiscusso, affascinante, forte, con la battuta pronta, uno schiavo mai stato schiavo, neppure con le catene; neri che, invece, senza catene non sanno che fare, neri che piegano la testa volutamente, schiavi che amano essere schiavi, schiavi che, di fronte a Django, trovano la forza per lottare; bianchi bastardi che trattano l'umanità intera come un'immensa grande schiava, e uomini bianchi, europei e tedeschi di così larghe vedute impossibili da immaginare nel 1858.
L'umanità è varia e complessa, è una trama indistricabile. Quel binomio bianco/nero di cui parlavamo sopra è la cifra che attraversa l'intero film. Bianco e Nero non sono rispettivamente Bene e Male, come spesso il cinema o la società vogliono farci credere: il Male può essere candido e in apparenza virgineo, mentre il Bene può nascondersi in ciò che più appare fosco. La dissimulazione, il gioco delle parti, la recita, sul palco o nella vita, non ci dicono che questo: che le categorie vengono meno sempre, specie in storie così complesse e epiche.
Nel dircelo, Tarantino costruisce il Mito, quell'Epopea universale che solo il western sa dare. Amore, morte, lotta, ribellione, violenza – la libertà è l'obiettivo, come se Django fosse un novello Prometeo Incatenato, come una nuova versione di Broomhilda e Siegfried, mise en abyme del film.
C'è una scena in cui questo è ben evidente. La cavalcata finale di Django - un fucile in mano e niente sella -  quando l'ex schiavo, letteralmente scatenato, è deciso a tornare a Candyland a riprendersi la moglie. Tarantino indugia su quella cavalcata, con il montaggio, la fotografia e la musica. Quello è il suo climax: Django è definitivamente, indiscutibilmente un Eroe. È uno di quegli eroi di cui, nella storia del cinema, tra cinquant'anni ancora si parlerà: si aggiunge al Biondo di Eastwood o al solitario Django di Corbucci. No. Non è un John Wayne. Django è sulla scia degli spaghetti western. Tarantino è sulla scia degli Spaghetti Western. E, stavolta, lo fa con la più grande umiltà possibile: cita, ma le citazioni si fanno raffinate e non sempre evidenti, hanno più il sapore degli omaggi; si autocita ben poco, riflette su di sé e sul suo cinema meno che in altri film, non è mai esagerato o fuori luogo. Tarantino ha smesso di giocare, ora la sua arte è l'arte di un Maestro. Consapevole di far cinema e al contempo umile. Equilibrio di forma e del contenuto che essa emana.
È indubbiamente questo il tuo capolavoro, Quentin.

venerdì 18 gennaio 2013

Django



Anno: 1966 - Nazionalità: Italia/Spagna - Genere: Western - Regia: Sergio Corbucci


Django è un western targato anni Sessanta, nato nello stesso periodo dell'epocale e mitica Trilogia del Dollaro di Leone. Spaghetti western vennero definiti questi film dai critici americani, per indicare un western molto diverso da quello fordiano, johnwayniano, buonista e razzista di Hollywood. Spaghetti western ha un senso dispregiativo, senza dubbio, ma proprio quel western all'italiana, prodotto senza pretese, come un B Movie destinato al pubblico di massa e poi al dimenticatoio, avrebbe fatto scuola e sarebbe rimasto nella memoria di molti.

Non parliamo solo del western come fonte di ispirazione per Tarantino o Robert Zemeckis (che ha omaggiato l'Eastwood di Leone più volte nel suo Ritorno al Futuro): parliamo, più in generale, di scuola dell'inquadratura, scuola del primissimo piano e del campo lungo, scuola dei ritmi, dello zoom e della profondità di campo, della musica con evidente costruzione drammatica, di scuola della sceneggiatura, scuola di battute ad effetto e, ultimo ma non meno importante, scuola di cinema fucina di antieroi, bastardi e cinici, senza paura ma pieni di macchie. Fino a quel momento, nei film di genere, gli eroi erano per lo più limpidi: solo ai noir erano relegate figure più intense e ricche del fascino dell'ambivalenza.

Così, ecco che certe etichette, come eroe, buono e giusto, si declinano in diversi modi. Quel Buono di Leone non è poi così buono: ha solo un senso della giustizia tutto suo in un mondo in cui la giustizia non esiste.

Spaghetti western ha significato anche scuola dell'icona: e, così, un poncho o una bara diventano simboli che attraversano anni e anni di storia del cinema e che appassionano e ispirano oggi come allora.

Non esagero se dico che anche l'universo del fumetto e del manga abbia attinto a piene mani da quelle storie tutte italiane, almeno per la costruzione dell'eroe in conflitto con il resto del mondo.

Django è indubbiamente tra questi film. Non solo perché Tarantino lo ha amato tanto da dedicargli un film ad esso ispirato. No. In Django di Corbucci c'è moltissimo da leggere.

Un film non perfetto, con una sceneggiatura non sempre di ferro, solida nella prima parte, più slabbrata nella seconda. Rimane un fatto inequivocabile: Django è tra i film più iconici della storia del cinema italiano – e non solo. Django non punta tanto sulla sceneggiatura, ma sulle singole immagini e sui simboli che da esse nasceranno. L'icona, in Django, è ciò che emerge, la cosa realmente importante del film. Perché è proprio quell'icona che sa emozionare lo spettatore più di mille sceneggiature impeccabili. 

La prima icona è Django vestito con la divisa nordista che si trascina una bara. Potente quell'immagine: Django è quasi un fantasma, l'abito strappato, gli stivali sporchi di fango, il cappello nero, la bara infangata, la corda sfilacciata. Django porta con sé la morte e un presagio pesante. Fa più paura la sua immagine che la sua pistola.

Poi c'è il rosso dei fazzoletti e dei cappucci del maggiore Jackson, un razzista ante Ku Klux Klan convinto che i messicani siano una razza inferiore: si diverte e massacrarli facendoli correre e sparandogli come fossero piattelli.

Il saloon. Corbucci fa sì che il suo saloon diventi Il Saloon per eccellenza, luogo di bevute, scazzottate, tensione e prostituzione.

Infine, c'è l'ultima icona, quella che rimane tanto quanto l'uomo con la bara: la tomba con la pistola insanguinata. Non servono parole. Anzi: più silenzio c'è, più l'icona svolgerà il suo compito e riuscirà a bucare lo schermo.



La musica, in Django, è presente, firmata da un maestro come Luis Bacalov. Ma rimane in disparte: conta molto di più il sibilo del vento che si intrufola in ogni buco, in ogni serratura e in ogni scena, quasi a fare da osservatore silenzioso, a ritmare intere sequenze.

Corbucci si diverte a suddividere lo spazio in piani quasi arditi, apparentemente scollegati, ma uniti tra loro dal concetto, producendo vera e propria attesa, vera e propria tensione. Una sequenza su tutti: la scazzottata tra Django e Riccardo nel Saloon, ripresa sia oggettivamente che in soggettiva. Le inquadrature in soggettiva, agitate e quasi surreali, ci fanno sentire la presenza della macchina da presa, anzi, la vita autonoma del mezzo cinematografico.

Perché, in fondo, un Leone o un Corbucci hanno fatto questo: hanno reso presente la macchina da presa, la regia, la musica e la fotografia. Ed è questa consapevolezza del mezzo che è giunta ai registi più attenti, Tarantino in primis.

giovedì 17 gennaio 2013

Jeff Nichols: dopo Take Shelter, Mud

Mud e i due bimbi sul Mississipi


Mud è il nuovo film di Jeff Nichols. Presentato a Cannes, sarà al Sundance il 19 gennaio prossimo. Uscirà negli Stati Uniti il 26 aprile e ha già una data d'uscita per la Francia. Ancora, purtroppo, nessuna notizia di una distribuzione italiana. Al momento, sono solo USA e Francia i Paesi che ospiteranno l'ultima fatica di Nichols.

Avevamo già amato e adorato Jeff Nichols con Take Shelter, un'opera tesa e sospesa, giocata su una psicologia raffinata e, allo stesso tempo, in grado di stringerti lo stomaco  in una morsa per due ore di fila. Take Shelter ti dice: "non puoi far altro che guardarmi". Lo spettatore è costretto ad arrendersi alla tensione emotiva della trama e della regia, finendo per pensare come il pazzo (?) protagonista del film. Qui la mia recensione.
Take Shelter possiede una serie di elementi in grado di catturare come pochi film sanno fare: la bimba sorda, la pazzia che si fa strada in maniera inequivocabile e quasi naturale nel protagonista, sequenze e ambientazioni da fine del mondo, il ritmo di un horror. Nichols ha saputo creare un thriller pur non essendoci vero materiale per un thriller, ma "solo" quello per un dramma psicologico che può sorgere in chiunque nel momento in cui si accorge della preziosità che ha accanto: la famiglia. Pare, infatti, che Nichols abbia scritto la sceneggiatura del film proprio poco dopo il matrimonio e a causa dei continui spostamenti che il lavoro gli imponeva di fare.

Mud e i due bimbi sulla barca in mezzo al bosco


Anche Mud, almeno dal trailer e dal poco che si sa sulla trama, ha molti punti in comune col thriller. Matthew McConaughey è Mud, un personaggio che vive nascosto su un'isola lungo il Mississipi. Trovato da due bambini, Ellis e Neckbone, Mud racconta loro il suo passato rocambolesco, quasi fosse un film d'azione: Ellis e Neckbone rimangono presto affascinati dall'uomo. Ed è a questo punto che Mud chiede ai ragazzini di aiutarlo a fuggire perché, a quanto pare, è braccato da qualcuno.

Il trailer ci mostra la classica provincia americana, quella dimenticata dal mondo ma immortalata da Nichols in splendide inquadrature cariche di colori, pregne di vita e, al contempo, quasi surreali per il loro eccedere e il loro uscir fuori dall'inquadratura. 





mercoledì 16 gennaio 2013

S.H.I.E.L.D. - La serie televisiva


Agente Coulson
S.H.I.E.L.D. è la nuova serie tv della Marvel. È in programma per il 2013 e avrà una puntata pilota curata, sia per regia che per sceneggiatura, da Joss Whedon, già autore di The Avengers.

E, infatti, S.H.I.E.L.D. prende le mosse dalla battaglia di New York. La storia inizia proprio dopo la conclusione dell'apocalisse aliena scongiurata dai Vendicatori, che hanno salvato l'umanità grazie ad un eccezionale lavoro di squadra e alla capacità di ognuno di mettersi al servizio dell'altro, lasciando da parte egoismi e fobie (che ogni buon supereroe ha).

Le puntate saranno autoconclusive e ci mostreranno la folle quotidianità degli agenti dello S.H.I.E.L.D., quegli uomini abituati ad agire nell'ombra, senza maschera né fan al seguito. E, sorpresa delle sorprese, il protagonista della serie tv è l'agente Coulson, interpretato sempre da Clark Gregg. Già ipotesi paradossali e macchinose gareggiano tra loro: se S.H.I.E.L.D. è ambientato successivamente alla battaglia di New York, come fa l'agente Coulson ad essere vivo? 

Che domande!

L'universo Marvel ci ha abituati a decessi e resurrezioni e a storie parallele che mostrano versioni diverse della vita (e della morte) di un eroe. Ad esempio, nella versione Ultimate, Tony Stark sta morendo e ha pochi mesi di vita. Ma che dire di Capitan America? Morto alla fine della Civil War, resuscita rocambolescamente, dà vita alla serie Capitan America Rinato, ma poi cede lo scudo a Bucky Barnes, anch'esso prima morto, poi di nuovo vivo, poi Soldato d'Inverno, poi nuovo Capitan America (e la storia continua con serrati colpi di scena). 

Questo per dire che i modi di ridare la vita all'agente Coulson esistono, eccome! Le ipotesi in giro per il web sono molte: alcuni pensano che Coulson apparirà come fantasma, altri come zombie o robot, altri ancora dicono che sarà un clone o che verrà riportato indietro con una resurrezione vera e propria. Altri pensano che, in realtà, Coulson non sia affatto morto, ma che, davanti a Nick Fury, sia solo svenuto per le ferite. Del resto, Nick Fury ha abilmente inventato la storia delle figurine macchiate di sangue trovate nella giacca di Coulson, pur di spingere i Vendicatori all'azione. Potrebbe anche aver inventato la storia della morte dell'agente.

Rimane comunque interessante - e perfettamente in linea con le strategie narrative della Marvel - il fatto che con un linguaggio diverso (quello della serie tv) venga sviluppato un personaggio rimasto sinora ai margini dei film. Inoltre, è di grande interesse veder crescere un attore che ha una carriera ventennale - di quei volti che tutti riconoscono ma a cui nessuno riesce a dare subito un nome, quelli che fanno il cinema silenziosamente e lavorano in maniera indefessa.

Anni di storie Marvel e, più in generale, anni di serie tv, ci hanno insegnato che non sempre un personaggio morto è morto sul serio. Può sempre tornare, che sia un flashback, uno zombie, un'invenzione o un sogno.

martedì 15 gennaio 2013

VIEW Conference 2013



Sguardi Notturni è Media Partner di VIEW Conference 2013. Potete trovare link e loghi dell'evento scorrendo la colonna qui a destra e nella pagina Media Partner del sito.

VIEW Conference 2013 si svolgerà dal 15 al 18 ottobre a Torino. Si tratta di uno dei più grandi eventi nazionali e internazionali riguardanti computer grafica, cinema digitale, nuove tecniche interattive, videogiochi, animazione in 2 e 3D ed esplorazione di effetti visivi di ultima generazione.

Nel corso dell'evento, VIEW Conference proporrà incontri, workshop, mostre, proiezioni, tavole rotonde e lezioni che approfondiranno il tema del cinema digitale e delle nuove tecniche cui si è giunti. Fatto il punto della situazione, si passa alla sperimentazione e, ovviamente, alla pratica.

VIEW Conference dà la possibilità di partecipare a interessantissimi concorsi: registi, animatori e videoartisti, sia studenti che professionisti, potranno partecipare ai contest presentando un proprio lavoro realizzato tra il 2011 e il 2013.

Le sezioni dei VIEW Awards 2013 sono, per ora, VIEW Award Game e VIEW Social Contest. Per avere informazioni dettagliate sui concorsi e per compilare il modulo di partecipazione, basta cliccare sui rispettivi link.

Il termine di consegna delle opere è il 15 settembre 2013. I premi sono particolarmente succosi: dai 1500 ai 2000 euro.

Di seguito, vi riporto le categorie del VIEW Award 2013:

Miglior Cortometraggio
Dedicato al miglior cortometraggio realizzato con animazione 2D o 3D o filmati live con l’integrazione di effetti visivi digitali. Motion capture data possono essere occasionalmente usati per l’animazione. I lavori verranno giudicati in base a criteri di eccellenza tecnica, originalità, creatività, design, ed estetica. La durata non deve superare i 30 minuti.

Miglior Design di un Ambiente
Dedicato al miglior ambiente (esterno o interno) creato con tecniche digitali: può essere interamente in 2D o 3D oppure una mescolanza di grafiche 2D/3D e tecniche di matte painting digitale. La modellazione 3D, il rendering, e il painting digitale possono venire realizzati con qualsivoglia software. Le realizzazioni verranno giudicate sulla base di criteri di eccellenza tecnica, originalità, creatività, e sulla base del valore estetico e architettonico.

Miglior Personaggio
Dedicato al miglior personaggio digitale realizzato per un cortometraggio o per un videogioco. Il personaggio può essere crato con qualsivoglia software di grafica 2D o 3D. Le realizzazioni saranno giudicate sulla base della qualità dell’immagine, del livello tecnico, dell’originalità, della creatività e della personalità del personaggio.

Migliori Effetti Visivi
Dedicato alla miglior sequenza di effetti visivi digitali usati in un’animazione di computer grafica o in un cortometraggio live-action. I VFX possono essere realizzati con qualunque software di grafica 3D e compositing. Le opere verranno giudicate sulla base di criteri di eccellenza tecnica, originalità, creatività, e coerenza con la struttura narrativa del cortometraggio.


Quindi, registi, grafici, animatori e videoartisti, se avete un'opera che si confà alle caratteristiche di VIEW, non dovete che farvi avanti. VIEW Conference è una bella vetrina. Vi terrò aggiornati sull'evento.

Stay Tuned!


lunedì 14 gennaio 2013

Fine 2012 e inizio 2013: cosa ci dice il Cinema



Jamie Foxx è Django, lo schiavo di colore

Il duemiladodici si è da poco concluso e il duemilatredici si apre, almeno secondo chi scrive, con le più interessanti aspettative cinematografiche.

Gli ultimi film dell'anno visti al cinema sono stati Lo Hobbit e Ralph Spaccatutto, due lungometraggi non perfettamente riusciti.

Lo Hobbit è il film di un tolkieniano rivolto ad un pubblico di tolkieniani. Un semplice spettatore che voglia inserirsi nella storia, pur avendo visto Il Signore degli Anelli, non riesce a godersi il film. Innanzitutto, è troppo lungo: lungo il film, lunga l'idea della trilogia. Peter Jackson non ha più nulla di nuovo da mostrarci. Con Il Signore degli Anelli aveva effettivamente portato una ventata di novità al cinema, aveva reso visivo un testo apparentemente intraducibile, aveva utilizzato e inventato effetti speciali all'avanguardia e in grado di stupire chiunque, anche i non tolkieniani.
Con Lo Hobbit, ha dimostrato ancora una volta di saper confezionare film di elevata fattura, ma non ha creato nulla di realmente stupefacente. Anzi, la delusione sale quando ci si trova di fronte a due scene che appaiono chiari ricalchi di altre visioni: la sequenza della battaglia tra Thorin e L'Orco Pallido è una chiara ripresa (conscia o inconscia) della battaglia tra Leonida e il mostruoso Immortale che il re decapita in 300. Seconda sequenza sotto analisi: due montagne iniziano a scontrarsi e dividono i tredici nani e Bilbo che camminano su un loro sentiero. Anche questa sa di già visto e in particolare viene in mente God of War e le sequenze relative ai Titani, su cui Kratos forsennatamente si arrampica.

Henry Cavill è Superman

Anche Ralph Spaccatutto (produzione Disney senza Pixar) ha deluso le aspettative. In nuce, era un soggetto bomba: il cattivo dei videogiochi che non vuole più essere un cattivo, lo stravolgimento dei ruoli, la consapevolezza che, nel mondo, senza male, non può esserci né il bene, né l'eroe, né storie da raccontare. Ma tutto questo rimane solo accennato e purtroppo inespresso. Dopo i primi minuti, il film diventa una normalissima storia d'avventura, che non approfondisce quell'immenso patrimonio da cui poteva attingere. Anche in questo caso, molte le riprese da cose già viste: Toy Story e Alice nel Paese delle Meraviglie sono sempre lì a fare da fonte di ispirazione, quando, invece, l'ispirazione avrebbe dovuto essere tutt'altra.

Vronskij e Anna Karenina ballano sorridendosi


Chiuso il duemiladodici, il duemilatredici si appresta ad essere interessante, almeno nelle aspettative – sperando che non vengano deluse. 
L'attesa trepidante è per Django Unchained: chi scrive ama Tarantino, ama i film western e, soprattutto, ama i film western italiani – che si tratti di Leone o di Corbucci poco importa. Frankenweenie, col suo stop motion in bianco è nero, è lì, a seguire Tarantino nell'uscita in sala.

Anne Hathaway è Fantine


La curiosità mi porta verso un'autrice che stimo molto, Kathryn Bigelow, ora al cinema con Zero Dark Thirty. I Miserabili mi ispira particolarmente, anche se sono molto esigente nei confronti dei musical. Ovviamente, attendo come non mai Man of Steel, ultima fatica di Zack Snyder. Adoro il cinema di Snyder, sinora non mi ha mai deluso. E, poi, aggiungerei Beasts of the Southern Wild (sperando che arrivi in Italia). Infine: Anna Karenina di Joe Wright. Non perderei il capolavoro di Tolstoj firmato Wright per nulla al mondo.