martedì 25 settembre 2012

RocknRolla e The Italian Job


Titolo: The Italian Job - Anno: 2003 - Nazionalità: USA - Regia: F. Gary Gray

Titolo: RocknRolla - Anno: 2008 - Nazionalità: Regno Unito - Regia: Guy Ritchie

Due film pieni di richiami e in alcuni casi simili: tra i due, divari incolmabili.

Chi è un RocknRolla? Un RocknRolla non è solo sesso, soldi, droga e rock'n'roll. Un RocknRolla è quello che vuole tutto.
Ma cos'è “tutto”?

Trama



The Italian Job è la storia di una rapina e di una vendetta. Steve Frazelli (Edward Norton) partecipa ad una rapina in quel di Venezia assieme alla sua banda – Charlie, Lyle, Rob e John Bridger – ma dopo poche ore la tradisce, uccide il vecchio John e ruba ai compagni tutti i lingotti d'oro presi in laguna. Charlie, Lyle e Rob decidono di vendicarsi e di riprendersi i lingotti e per questo ingaggiano Stella Bridger, figlia del defunto John e maga nello scassinare casseforti.

RocknRolla è la storia di illeciti appalti immobiliari, di tangenti, di due rapine da sette milioni di sterline e della scomparsa di un'opera d'arte pregiata. Il tutto nella modernissima Londra, dove si contendono potere e soldi il vecchio Lenny, magnati russi e Il mucchio selvaggio (essenzialmente composto da Mr One Two, Mumbles e Bob il Bello). In mezzo, una maga dei numeri, Stella, la commercialista che muove e ruba milioni e milioni di sterline. Di lato, ma in realtà protagonista assoluto, Johnny Quid, figliastro di Lenny, odiato dal padre, rockstar data per morta, assuefatto ad ogni tipo di droga e amante delle opere d'arte.


Chi è il cattivo?

In The italian job, a rigor di logica, sono tutti truffatori: ma, mentre Steve uccide,  Charlie, Lyle e Rob  operano senza spargimenti di sangue. Quindi, anche se tutti sono rapinatori, Steve è quello che dal pubblico viene percepito come realmente cattivo. The Italian Job si costruisce come il più classico dei film americani: in un mondo di cattivi c'è sempre quello più cattivo che lo spettatore deve odiare e il truffatore buono che fa bene a rubare. Meglio ancora se di mezzo c'è una vendetta, se un padre/rapinatore è stato ucciso poco dopo aver dato la sua sentenza sulla vita: scegli qualcuno con cui vuoi stare e non lasciarlo scappare.

In RocknRolla chi è il cattivo? Be', tutti. Ma sarebbe riduttivo parlare di cattivi, meglio dire gangsta navigati, criminali surreali, amanti delle spacconate esagerate, di quelle che, anche se ciniche e cattivissime, si fanno amare dal pubblico. Qui, lo spettatore non si trova diviso tra bene e male: può scegliere il criminale con cui identificarsi. Vuoi essere l'impeccabile e spietato Archie (Mark Strong)? La rockstar maledetta, Johnny Quid? O il criminale un po' perditempo, che scorda di rubare le chiavi della macchina durante una rapina (Mr One Two, cioè Gerard Butler)? L'imbarazzo della scelta è un espediente tipico della serialità, ma anche dei videogiochi – in particolare, il legame più stretto è quello con No More Heroes.
Se The Italian Job è il più classico dei film, RocknRolla è il più anomalo dei film, poiché mutua spunti dalla musica, dalla tv, dal fumetto, dalle logiche videoludiche.

Stella e Stella Bridger


Thandie Newton è Stella, l'artista della finanza, è quella che vive e lavora di numeri. Fa la contabile al magnate russo che vuole acquistare terreni londinesi da edificare, ma allo stesso tempo lo truffa, rubandogli milioni di sterline di tangenti. Anche Stella Bridger (Charlize Theron) è una maga dei numeri: i numeri, però, stavolta, sono quelli delle casseforti, sono i conti che la donna fa per trovare la giusta combinazione. Una mora, l'altra bionda, la prima di madre africana, la seconda sudafricana. Il risultato di Stella e di Stella Bridger è lo stesso: l'obiettivo sono i milioni. La prima Stella, però, lo fa per il puro gusto di prendere e di arricchirsi, cinica, longilinea femme fatale, algida anche nel sesso. Stella Bridger stavolta ruba per vendicare il padre defunto, nella speranza di una riconciliazione post-mortem. Bel sentimento padre figlia in pieno american style che, in Rocknrolla, viene trasferito in maniera antitetica su Lenny e Johnny Quid: Lenny odia il figliastro, Johnny odia il patrigno e gli ruba il quadro sia perché ama l'arte, sia per mettere nei guai il vecchio.





Handsom Bob e Handsom Rob



Handsom Rob è Jason Statham, l'autista, il tombeur de femme che ama i motori e che sui suoi motori vuol far sciogliere le donne. Handsom Rob non sbaglia un colpo, tutte cadono ai suoi piedi. Handsom Bob è Tom Hardy (prima dei chili di Bronson e di Bane): Handsom Bob, apparentemente, riesce a mettere in orizzontale qualsiasi donna voglia. Ma in una surreale scena, confessa a Mr One Two di essere gay e di volerlo. Qual è lo scopo di RocknRolla? Quello di deviare continuamente lo spettatore, di sbalzarlo da una parte e dall'altra, di fargli credere una cosa e poi il suo contrario. The Italian Job ti guida, RocknRolla è un delirio psicotropo.



Russi contro ucraini

I mafiosi ucraini di Italian Job sono vendicativi, ma non uccidono – neppure loro! Al cattivo Steve sarà solo inflitta una punizione (neppure troppo crudele), nessuna tortura, nessuna morte dolorosa. I russi di Rocknrolla, be', sono degli autentici rocknrolla. Spietati, assassini praticamente immortali, una volta che riescono ad avere Mr One Two tra le mani lo legano al letto e gli fanno assaggiare strane pratiche... E ritorniamo al discorso iniziale: i cattivi dalla parte dei buoni sono buoni, i veri cattivi non possono che diventare ancora più cattivi, quasi demoniaci. E anche se la realtà di RocknRolla è adulterata dal parossismo (degli stupefacenti, della regia), sembra molto più reale della rapina indolore e senza sangue di The Italian Job.

Il finale

Buono e buonista quello di Italian Job, un nuovo inizio rocknrolla per Rocknrolla. Johnny Quid trionfa. Dopo la sua danza all'inferno, tra deliri, omicidi e allucinazioni fatte di crack, una volta disintossicato e ripulito è pronto per intraprendere una strada fatta di realtà marcia nascosta da bellezza sensuale.
La classicità di Italian Job è ovunque: dalla sequenza iniziale che, in nuce, contiene la risoluzione del problema nella scena finale, all'happy ending abbastanza scontato. RocknRolla riflette un'autorialità più europea, rintracciabile nella sceneggiatura intricata, nella contaminazione con altri media, nell'insistenza sulle immagini e la loro forma, nella ricerca di un fine e di un senso ultimo in tutto il film, seppure di genere. E allora: qual è la reale differenza tra The Italian Job e RocknRolla?

La sigaretta

Handsom Rob è in macchina, bloccato nel traffico di Los Angeles e fuma una sigaretta. In alto, un cartello antitabagista gli dice che, in quella sola giornata, otto persone sono decedute a causa del fumo. Rob sbuffa, gli rovinano la giornata, gli rovinano la goduria, ma obbedisce e getta la sigaretta. Davanti a lui, un uomo blocca la fila perché sta ripassando la parte per un provino.
Johnny Quid, nella scena più profonda e poetica di RocknRolla, usa un pacchetto di sigarette per parlare della vita – e dell'arte. “La bellezza è un melodioso canto di morte” dice. Perché la vita lo è, bella e spietata, e anche l'arte, bella, ma carica di significati nascosti, significati che poi finiscono sempre per parlarti dell'unico motivo per cui si fa arte: per sdrammatizzare e controllare la morte. Se alcune scene prima Johnny Quid aveva ammazzato un buttafuori a colpi di matita e di Rock & Roll Queen dei Subways, ora parla disincantato e malinconico mentre suona il pianoforte.
Ed è qui che ci troviamo di fronte al vero RocknRolla: quello che fa della vita un'opera d'arte e che legge la vita solo con gli occhi dell'arte. Nessun buonismo, nessuna mezza misura. Solo l'aspra percezione  dell'illusione disillusa. È questa la realtà dolce/amara tutta da vivere, con i suoi deliri e le sue contraddizioni, con l'happy ending non sempre happy e quasi mai davvero end. Il quadro nasconde la realtà, quel quadro rubato che, nel film, mai si vede.
RocknRolla: esempio di come una semplice trama standardizzata alla The Italian Job possa diventare opera d'arte. RocknRolla affronta la vita tramite l'opera, The Italian Job la consuma fino a un attimo prima di farsi male, poi la getta dal finestrino.

Vi lascio ai tre minuti di intenso monologo di Johnny Quid.



martedì 18 settembre 2012

Full Metal Jacket, 25 anni e non sentirli



Full Metal Jacket uscì negli USA e in Europa tra giugno e ottobre del 1987
Un quarto di secolo e l'immensa opera di Kubrick ancora parla per la nostra epoca. 
Nel film, la guerra è quella del Vietnam, spesso assurta a paradigma di ogni altro conflitto dell'era contemporanea. E non è sbagliato dire che anche Full Metal Jacket è diventato il paradigma di ogni altro film di guerra. Perché Kubrick ha saputo analizzare e vedere lontano. 
Nel 1987 la guerra del Vietnam era conclusa da più di dieci anni. Senza ombra di dubbio, aveva lasciato uno squarcio negli Stati Uniti, nel mondo e nella cultura in generale. Mentre il globo si divideva tra guerrafondai e figli dei fiori, Kubrick ha fatto qualcosa in più. Ha analizzato la natura umana, riassumibile nel personaggio di Joker, nel suo Born to Kill, nella sua spilla col simbolo della pace, nelle sue imitazioni di John Wayne.
Kubrick ha girato un film sulla natura animale dell'uomo, incline all'istinto e alla razionalità, mescolata a quel gusto per il gioco che l'umanità ha sempre usato per spiegare il mondo. Il gioco è l'unico modo in cui un conflitto si può affrontare - di per sé irrazionale, la guerra sarebbe oltremodo irrazionale senza qualche piccola regola. 
L'aveva già detto Renoir, ne La grande illusione.
Lo conferma Kubrick, creando un film in cui il gioco della guerra si fa paradossale: i soldati vivono il conflitto e la violenza imitando il mondo del cinema e il sistema ludico. Non a caso, la colonna sonora di Full Metal Jacket ha dello straniante. Surfin' Bird dei Trashmen, mentre si spara a tempo di musica e si sfila con le barelle cariche di soldati agonizzanti, è l'emblema dello straniante del film, è il simbolo della guerra percepita come folle gioco, forse per meccanismo di difesa, forse solo perché, in fondo, la guerra ha delle regole che somigliano ad un gioco.  Kubrick aveva già capito che la guerra sarebbe divenuta sempre più mediatica e mediatizzata, alla portata di tutti, un evento in grado di entrare in casa senza essere compreso a fondo nella sua atrocità. Kubrick aveva capito che, volenti o nolenti, avremmo vissuto la guerra da uno schermo e che, folli o sani, razionali o violenti, ne avremmo preso parte.
Vedendo la scena di Surfin' Bird sembra quasi di assistere alla sequenza di un videogioco, una sorta di sparatutto ante-litteram.
Sono tanti coloro che mettono fiori nei cannoni, ma giocano alla guerra solo virtualmente, accendendo la PlayStation o l'Xbox. Siamo un po' tutti come Joker - quale nome migliore? - animali nati per uccidere, burloni, incoscienti e pacifisti nell'anima.

lunedì 17 settembre 2012

The Kitchen Daughter

Autrice: Jael McHenry - Titolo italiano: La cucina degli ingredienti magici - Traduzione: Elisabetta De Medio - Casa Editrice: Corbaccio

Ginny potrebbe essere definita una strana ragazza. Una ragazza con qualche problema, un po' svitata. Ma lei preferisce definirsi una "che ha una personalità". Avverte di non essere tanto normale, ma da vent'anni circa compila il suo Quaderno della Normalità per capire che la parola normalità ha talmente tante sfumature che finisce per abbracciare anche termini ad essa antitetici e comportamenti parecchio stravaganti.
Ginny è sempre chiusa in casa, non guarda le persone in faccia e non sopporta che la tocchino. Se qualche estraneo osa sfiorarla, lei urla, fugge, infila le mani nelle scarpe e negli stivali di mamma e papà. Non riesce a laurearsi, perché le manca l'esame di comunicazione orale. Nel corso della sua vita ha avuto una serie infinita di fissazioni. Ma solo una è sopravvissuta: la cucina.
Ginny è una cuoca sopraffina, bravissima. Tutto ciò che è ingrediente sparpagliato e insignificante, sui suoi fornelli, diventa cibo squisito, cucinato con perizia e attenzione.

Un giorno, Ginny perde entrambi i genitori. E, per forza di cose, è il momento di cambiare. Ma cambiare non sarà facile, perché è probabile che la "personalità" di Ginny sia qualcosa di più, forse una sindrome o chissà cos'altro. Ciò che importa è che rimane sola; la sorella Amanda (madre un po' isterica, non troppo normale) non si fida di lei perché non la vede adulta e teme possa combinare pasticci. Amanda vuole portar via Ginny dalla casa dei genitori. Una casa di duecento anni, nella cui cucina avvengono cose straordinarie: quando Ginny prepara la ricetta scritta da una persona passata a miglior vita, le appare il fantasma. Sarà grazie a questi fantasmi (reali, immaginari?) che Ginny scoprirà la verità sulla sua famiglia e su di sé.

Senza svelare oltre, andiamo al dunque. The Kitchen Daughter è un libro che trabocca di dolore, solo che non ce ne accorgiamo mai. Soltanto a freddo, a posteriori, lo capiamo: nel libro c'è la continua e incessante presenza della morte e l'unico contatto che Ginny ha con la vita è quello con le sue novità peggiori. Ma, appunto, questa sofferenza non si percepisce: il romanzo è narrato al presente, con la stessa leggerezza degli accadimenti cui non puoi dare spiegazione proprio perché stanno avvenendo; la storia è in prima persona e noi lettori vediamo tutto con gli occhi e la "personalità" di Ginny, che ha un modo tutto suo di reagire alle cose; questo particolare punto di vista porta nello stile di scrittura, molto asciutto, una continua ironia (a volte un po' nera, ma pur sempre ironia).

Soprattutto, è l'elemento culinario che stempera il dolore. Non è un caso che l'autrice, una giornalista blogger di cucina, abbia creato questo binomio morte/ricette. La preparazione dei piatti diventa una sorta di catarsi non metaforica ma letterale. Gli ingredienti che prepariamo sulla tavola sarebbero inermi, morti, se non li assemblassimo per farli rinascere in forme nuove. È così che funziona la cucina, è così che funziona la vita. Nella vita le persone andate non tornano, ma chi resta (a volte, non sempre, come dimostra il personaggio di David) ha un istinto di sopravvivenza che lo aiuta a rinascere, con o senza dolore, con o senza amarezza. 
Il cibo diventa il simbolo di ciò che facciamo per andare avanti. Ogni ingrediente resuscita. Finito il piatto, abbiamo donato la vita a qualcosa che non ne aveva più. La cucina è terapeutica. È un meccanismo che ci dà potere sulle cose e ci permette di assorbirne il colpo. Interessante anche il terzo elemento inserito accanto a morte e ricette: i disturbi comportamentali. Chi ha comportamenti strani (o non normali) tende a creare un proprio schema d'azione - sempre lo stesso - con cui rispondere alla vita. Se lo schema difensivo non basta, si va nel panico. Lo schema è sufficiente finché la vita non ci offre nulla di scioccante. Se ci dà una novità bella, possiamo assorbirne il colpo con ansia, ma con più facilità. Tuttavia, la vita ci offre anche novità dolorose: è lì che lo schema si dissolve. Applicarlo per forza al caos e all'imprevisto diventa impossibile e tragico.
Ginny applica i suoi schemi, che però non bastano più. Senza genitori, da sola in casa, non può più permettersi di non parlare con gli altri, di non fare la spesa, di infilare le mani nelle scarpe di papà per evitare contatti. I cambiamenti non avvengono con coscienza. Semplicemente Ginny agisce travolta dal caos. I suoi comportamenti si adattano al resto, scoprendo che non tutto ciò che non si fa è terribile.
Nel minimalismo dello stile, nella velocità degli eventi, senza accorgercene, ci troviamo prima a pensare all'unisono con una Ginny in panne, poi con una Ginny via via più autonoma e matura. Il personaggio cresce e non è un monolite, lasciandoci intendere che la parola "normalità" è solo un'etichetta a cui tutti (sani e malati) sfuggono. Nella trama non tutto combacia perfettamente, ma la sensazione finale è quella di una storia coerente che vive di vita propria, caratterizzata da quelle imperfezioni e da quei "non-so" che l'esistenza ci fa sperimentare ogni giorno.

Ringrazio l'amica blogger MemoriaRem per avermi fatto conoscere il libro

venerdì 14 settembre 2012

The Brave e La Luna




Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Fantasy - Regia: Mark Andrews, Brenda Chapman, Steve Purcell

The Brave è il nuovo film Pixar, anticipato dal bellissimo cortometraggio La Luna.
La particolarità di The Brave è il sottotesto che aleggia per tutto il film. Merida è una principessa, erede al trono e destinata ad essere sposa del principe di un regno vicino. Ma la giovane è tale e quale alla sua cascata di capelli rossi: ricci, ribelli, scompigliati, ingestibili. Non accetterà mai di essere vinta da un principe nel corso di una sciocca gara di tiro con l'arco.
Merida ha altri programmi: vuole cavalcare, lottare, combattere, andare a caccia. In altre parole, non ha alcuna intenzione di essere la classica principessa Disney. Vedere The Brave fa capire come le cose siano cambiate nell'immaginario collettivo.
Se, fino a circa quindici anni fa, la protagonista ambiva a sposarsi col principe, oggi non è più così. Fine ultimo della principessa non è più essere moglie, madre e regina, ma donna in grado di combattere e di essere autonoma. Su questo piano metatestuale, è possibile leggere il rapporto tra Merida e sua madre, la regina Elinor: Merida è figlia dell'oggi, la madre è la classica principessa del passato, quella che si rimette all'ordine principesco e del marito. Ma con qualcosa in più. Elinor è precisa e ha indubbiamente intenzione di perpetuare l'ordine costituito (fare della figlia una ragazza educata, regina infallibile e moglie devota), ma è anche una donna che cerca di placare il caos (maschile) attraverso regole tutte al femminile.
In realtà, scopriremo poi, la regina non ha intenzione di imporre alla figlia un destino crudele: vuole solo darle gli strumenti necessari per potersela cavare con signorilità, eleganza e intelligenza in un mondo governato dagli uomini – uomini che pensano a bere, a picchiarsi e a giocare e che, seppur bambinoni, prendono le decisioni importanti. Per questo occorre una donna che la sappia lunga: per farli ragionare. Ciò che fa Merida è un percorso dalla ribellione nei confronti della figura materna ad un'acquisizione di ciò che la donna (la donna vera) è: un coacervo di controllo e autocontrollo per evitare che l'ordine familiare, sociale o lavorativo si disperda. Altrimenti, senza ordine, saremmo animali.
Ed ecco l'incantesimo. Merida tramuta la madre in orso. Mossa geniale degli sceneggiatori: una madre che diventa orso è, allo stesso tempo, quanto di più metaforico e letterale possa esserci. Elinor diviene animale selvaggio nell'aspetto e non riesce a controllare né i suoi movimenti, né il linguaggio, per quanto cerchi di farlo; i mugugni dell'orso/regina sono un chiaro emblema dell'incomunicabilità che diviene fonte di caos. Ma l'orso è anche simbolo di ferocia: se noi uomini non avessimo una ragione e non avessimo inventato delle regole, staremmo ancora a comunicare per versi e grugniti, ad ucciderci a morsi, a invadere il territorio altrui, a confondere le figlie con le madri, i padri con i fratelli. L'uomo ha creato una serie di sovrastrutture per sopravvivere al caos - sovrastrutture non sempre giuste e talvolta disattese - ma rimane pur sempre un animale figlio della natura. 
Il film procede per negazione, spogliando i protagonisti delle sovrastrutture che hanno imposto: da regina a madre a donna a femmina ad animale. Non siamo che questo. Il climax finale, la lotta tra due orsi un tempo uomini, esplica in maniera perfetta il significato di tutto il film.
La verità sta nel mezzo, probabilmente: riuscire ad essere se stessi e a costruire il proprio destino senza dover essere gratuitamente ribelli (alla stregua di animaletti) e senza dover seguire regole rigide che non ci appartengono.
Per quanto molto criticata perché dalle idee troppo sterili, credo che la Pixar sappia ancora costruire sceneggiature di una certa profondità: e lo fa, certo, usando i classici cliché – forse non sempre azzeccatissimi, forse presenti per attrarre un target di più piccoli, ma sempre adatti quando si parla per metafore – e proponendo diversi piani di lettura.



Anno: 2011 - Nazionalità: USA - Regia: Enrico Casarosa

La Luna è un cortometraggio Pixar di Enrico Casarosa. Pochi minuti di altissima poesia e di emozioni che non hanno parole. Tre personaggi che usano un grammelot per comunicare. Un uomo, un bimbo e un vecchio. Dalla barchetta su cui si trovano, lanciano l'ancora e agganciano la luna. La luna è ricoperta da stelline luminose e i  personaggi sono tre spazzini del cielo. Il corto, con delicatezza, prepara una grande sorpresa finale, quando si scopre il vero scopo del lavoro del bimbo, dell'uomo e del vecchio – uno scopo sognante, di sicuro impatto emotivo. Casarosa costruisce una leggenda, una fiaba per i più grandi: perché il satellite della terra cambia sempre forma? Be', basta guardare il corto per annullare ogni forma di conoscenza e di razionalità e per continuare a sognare come bambini.
La Luna sembra avere un piccolo legame con The Brave, un legame che sta nel linguaggio: animale nell'uno, grammelot nell'altro. In fondo, non siamo che questo, noi uomini. Tentiamo di articolare parole per dire cose sensate e razionali, ma spesso le parole non rispecchiano nulla del nostro vero sentimento e del nostro pensiero più profondo. Comunicare con le sole immagini o con un suono è forse più aderente alla forma della nostra mente, al modo che abbiamo di sentire e "parlare" con le viscere: comunicazione primordiale, ma schietta e, a volte, necessaria. La comunicazione del cinema.

Un piccolo assaggio:



mercoledì 5 settembre 2012

Venezia 69 - The Guilt



La 69. Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia ha già un primo vincitore. 
Si tratta di David Victori, che è stato premiato da Michael Fassbender per il cortometraggio The Guilt nell'ambito del concorso Your Film Festival, indetto dalla Scott Free Production di Ridley Scott, in collaborazione con Google e YouTube. 
Seguendo questo link si arriva alla pagina dell'evento. 

The Guilt dura appena dodici minuti, ma è emozionante ed esauriente. Questo perché il regista ha narrato il senso di colpa affidandosi solo alle immagini e al montaggio, senza eccedere in verbosità, e caricando il tutto di un'angoscia horror. La metafora della scala sembra particolarmente adatta al tema.

Quindi, vale la pena vedere questo corto, sperando che David Victori possa fare strada nel mondo del cinema. E grazie a YouTube, che ci fa vivere piccole emozioni veneziane anche a chilometri di distanza.



lunedì 3 settembre 2012

The Dark Knight Rises


 

Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Azione - Regia: Christopher Nolan

Una vendetta, un passato lontano, una città apparentemente pulita, ma che brucia e si agita sin dalle fogne, un'irrequietezza nascosta sotto la calma delle falsità e un eroe recluso, chiuso nel suo dolore, storpio, asociale, sfiduciato.
È questa la base interessantissima del capitolo che chiude la trilogia di Nolan dedicata al Cavaliere Oscuro. Qualche piccola cosa sfugge dalla sceneggiatura, rendendola poco meno che perfetta: ma si tratta davvero di inezie. The Dark Knight Rises è il migliore dei tre film, poiché raggiunge un equilibrio eccellente tra i temi trattati, il crescendo di emozioni e una regia sapiente. Il risultato è un film che emoziona - cosa che non sempre è riuscita agli altri due film - e che non annoia pur durando due ore e quarantacinque minuti.

Christian Bale regge molto bene il ruolo di un uomo tormentato che trova le forze per rinascere. Di grandissimo impatto il modo in cui la rinascita trova espressione nell'immagine: sconfitto in una prima battaglia contro Bane, Batman viene gravemente ferito alla schiena e gettato in fondo ad un pozzo, un luogo che ricorda la prigione del Tartaro. Da qui non si può scappare, ma i reclusi possono vedere l'uscita e la luce, un'irraggiungibile apertura verso la libertà: la speranza e la disperazione assieme. In una serie di sequenze molto oniriche e quasi intimiste, Nolan costruisce il rapporto tra morte e vita, dal cui scontro nasce l'intreccio tra paura e sopravvivenza. La scenografia si fa metafora e lo spettatore, immobile nella poltrona, si identifica con l'immobilità di Bruce Wayne e desidera raggiungere la luce. È questa la sequenza in cui la recitazione di Bale cambia radicalmente e in cui l'attore sorregge in maniera molto buona il cambiamento interiore di Bruce Wayne.


Bane è l'uomo che indossa una maschera orribile: sotto, un irriconoscibile e bravissimo Tom Hardy. Bravissimo perché il personaggio di Bane non si riduce all'inespressività della maschera. Anzi, Hardy - che già ha dimostrato grandi doti recitative in Bronson di Refn - nonostante la maschera fa trapelare un personaggio ben costruito: dapprima incarnazione del male assoluto, poi agitatore di folle, poi ancora rivoluzionario istrionico, infine uomo dagli occhi azzurri carichi di sentimenti. Bisognerebbe vedere il film con l'audio originale: il doppiaggio italiano non riesce ad essere esauriente ed è uno dei grandi limiti della proiezione.

Nolan costruisce scene magistrali. Fino a metà film, la migliore scena della trilogia rimaneva quella iniziale del secondo capitolo, con la rapina architettata dal Joker. Ma a fine film, quella sequenza rischia di essere scalzata dalla gigantesca macrosequenza della dittatura su Gotham City. Una delle caratteristiche dei tre film di Nolan su Batman è l'atmosfera creata: l'atmosfera non scaturisce mai dal Cavaliere Oscuro ma sempre dal suo nemico. Il risultato è che Gotham City prende le sembianze ora di Due Facce, ora del Joker, ora di Bane. Questo permette di creare seria inquietudine nello spettatore, che vive sulla pelle la mancanza di libertà e il senso di oppressione. La dittatura di Bane su Gotham crea un ambiente grigio, lambito prima dai fumi delle esplosioni e poi dal ghiaccio e dalla neve, espediente geniale per dare alla città la cromia più adatta alla situazione. Ma il grigio non è solo nel colore dell'ambiente, è anche nella situazione sospesa che Nolan ha saputo creare: terribili tribunali giudicanti, caccia all'uomo porta a porta, menti spente, teste abbassate. Il tutto coperto dalla neve, in un'atmosfera da quiete prima della tempesta. I ribelli si muovono silenziosi tra fogne e piccoli passaggi, aspettando il momento buono per far esplodere il caos. Al climax partecipa la rinascita di Bale/Wayne/Batman, lasciando lo spettatore di fronte ad un finale degno di nota.

Nell'ingente mole di film sui supereroi, questo Batman è uno dei più forti e convincenti. È vero, i film su catastrofi e salvataggi estremi da parte di superuomini sono tanti, tantissimi, e non sempre necessari: ma registrano anche incassi da capogiro, segno che il pubblico sente il bisogno di questo genere di storie. È chiara la piccola grande metafora di cui si fanno portatori. Il mondo avrebbe bisogno di un supereroe. Ma tutti i film sui supereroi battono sullo stesso punto: dietro la maschera c'è un uomo qualunque che, come gli altri, soffre e, più degli altri, ha voglia di lottare e rinascere.


Foto di Ron Philips - Warner Bros Entertainment