venerdì 14 febbraio 2014

Il capitale umano

Anno: 2014 - Nazionalità: Italia - Genere: Drammatico - Regia: Paolo Virzì

Il capitale umano non è solo lo spaccato di un'Italia cinica e meschina, fotografata in un periodo di feroce crisi economica e morale. Il capitale umano è innanzitutto l'affresco di un'umanità priva di remore, regole, scrupoli, un'umanità che non si ferma di fronte a nulla, che vive di bugie e falsità, un'umanità che non è più umana. Virzì avrebbe potuto ambientare il suo film in un'altra epoca e ottenere lo stesso risultato: perché - e lo si ripete - Il capitale umano non parla del particolare, ma di una situazione più universale.

La storia ruota tutta attorno ad un mistero - chi guidava la jeep che ha investito il povero cameriere in bicicletta? Ma la crime story si rivela utile per svelare tutt'altro mistero, quello che connota i rapporti umani. Il film si apre con l'incidente e prosegue per capitoli, ognuno dei quali affronta separatamente la giornata dei vari protagonisti. Le scene dunque si ripetono  da punti di vista diversi: il risultato è un eterno ritorno sui fatti, ma ad ogni sequenza il nostro senso della verità muta. È questo il solo modo per poter svelare una realtà che altrimenti rimarrebbe sommersa da strati e strati di falsità, nascosta sempre dalla facciata sociale, dalla ricchezza, da un bon ton di comodo.



Eppure, Virzì non si ferma solo alla menzogna dell'upper class (italiana, ma pure planetaria): ci narra anche dell'arrivismo della classe media o delle difficoltà di chi vive in situazioni sociali degradate. A dettare le relazioni sono rapporti basati esclusivamente sulla bugia. Solo identificandoci con il protagonista di turno possiamo capire davvero sentimenti e situazioni. Visti dall'esterno, i personaggi si muovono in un continuo valzer di inganni: Serena, per tutti, è fidanzata con Massimiliano, ma non lo è. Dino sembra ricco, ma non lo è. Carla sembra la ricca mecenate amante del teatro - e dei teatranti - ma non lo è. Tutto questo svuota i personaggi, rendendoli talvolta simili a macchine, talvolta in grado di sprigionare una verità atroce e assoluta, disarmante. Ad esempio, crediamo per tutto il film che Massimiliano sia nervoso perché ubriaco e drogato, ma alla fine sappiamo che il motivo della sua sofferenza è ben più profondo. 

L'unico momento di verità pressoché totale lo si ha verso il finale, quando si sviluppa un rapporto davvero sincero, quello tra Serena e Luca. Forse non è un  caso che Virzì ci porti ai margini della società, quella delle periferie-ghetto, per mostrarci la verità. Luca, pur avendo mentito per salvare lo zio - un essere infimo e gretto - è puro; la sua aderenza alle cose è sempre estrema e totale, tanto che il ragazzo ama disperatamente e soffre disperatamente. E non si tirerà indietro di fronte all'ineluttabilità dei fatti. La verità fa capolino nel finale, ma Virzì non ce la mostra completamente: l'ultima inquadratura è fugace, l'unica in cui i due personaggi si scambiano un sorriso sincero. Ma è qui che il film deve chiudersi: perché un film sulla falsità umana non può proseguire, può solo lasciarci la speranza che tra Serena e Luca possa prendere vita qualcosa di diverso da tutto ciò che abbiamo visto per due ore.



Ne Il capitale umano - dove appare un diverso Virzì, oscuro, rinnovato e in grado di dire molto ancora - ciò che conta è rappresentare l'uomo non in quanto uomo, fatto dei sentimenti estremi e carnali di Luca, ma l'uomo in quanto macchina, in quanto generatore di denaro, in quanto profitto o perdita. I due estremi di questa polarità sono Giovanni, il grande capo, l'affarista, il dio-denaro incarnato, e il cameriere coinvolto nell'incidente. Giovanni, paradossalmente, è un uomo vero: perché non crede e non cede alle illusioni, sa che la sua vita, dominata dal denaro, è una continua bugia. Per partito preso, non crede all'innocenza del figlio Massimiliano, non crede che la moglie sia intelligente, non crede nelle capacità di nessuno, comprese quelle dei fratelli, insultati di continuo: Giovanni si muove in un mondo algido, meccanico, ma perfettamente credibile. È, appunto, un dio-denaro personificato, qualcosa di molto vicino al demonio, con quei capelli tirati all'indietro e simili a due infernali corna. Un uomo che scommette sulla crisi e vince, pur sapendo di costruire la sua ricchezza sulle ceneri dei poveri.

L'altro estremo è il cameriere: non ha un'auto, ma pedala in mezzo alla neve, non viene pagato con regolarità, non sa che ne sarà della sua esistenza e arranca faticosamente. Il valore della sua vita, però, è tragicamente ben quantificato: poco più di duecentomila euro, dice l'assicurazione, considerando aspettativa di vita e quantità e qualità delle relazioni familiari.
La dualità tra Giovanni e il cameriere fa venire alla mente il film di Cronenberg, Cosmopolis: con la differenza che Virzì dice le cose come stanno coinvolgendo lo spettatore in prima persona, tirandolo in ballo ed evitando di allontanarlo con continui discorsi filosofici sul denaro.
Tutti gli uomini sono merce di scambio, è questa l'atroce verità. E a dominare lo scambio è la macchina, che nel film viene metaforizzata nella jeep di Massimiliano, nera e oscura, guidata da non si sa chi, che uccide il cameriere come uccide le relazioni tra i personaggi. Il film di Virzì potrebbe essere una riedizione del nuovo millennio del pensiero di Marx, ma non lo è, perché lo sguardo di Virzì è disincantato: il regista sa che è il capitale a dominare gli uomini e non il contrario; le cose non si risolveranno solo rovesciando i termini e le polarità sociali. Gli unici fattori che possono dare valore alla vita sono le relazioni e i sentimenti, qualora questi risultino veri e sinceri.



Un'opera davvero sorprendente, l'ultima di Virzì. Dietro una crime story, il regista cela una serie di riflessioni profonde e amare, che disturbano e amareggiano lo spettatore. L'impianto registico è solido, essenziale ma monumentale per la perfezione dell'incastro delle sequenze, per l’ambientazione minimale, per la fotografia algida giocata sui toni di grigio e, soprattutto, per la recitazione degli attori. La regia è solida, sì, ma il cast la fa da padrone, sprigionando una bravura che di rado, ultimamente, si vede nel nostro cinema. Di sicuro, è merito di Virzì, sempre in grado di dirigere gli attori con maestria e di tirare fuori da loro interpretazioni di tutto rispetto, costruite in maniera millimetrica ma sempre molto vere. Bentivoglio, Bruni Tedeschi, Gifuni (immenso!), Golino, Lo Cascio sono lì in qualità di mostri sacri: ma anche i più giovani si difendono benissimo, proponendo una recitazione fluida e scanzonata, quella di chi si è affacciato al palcoscenico da poco e lo affronta senza troppe sovrastrutture.

Il film si chiude dando il senso di una fredda perfezione, quella dell'ingranaggio in cui si infilò in maniera del tutto nuova Chaplin nel suo Tempi Moderni. È un ingranaggio ormai impossibile da smontare; tutta la società è meccanizzata, perfino il cinema è una macchina: solo in pochi sono riusciti a uscir fuori da un uso in serie del mezzo filmico, Chaplin in primis, ma poi, per l'Italia, Carmelo Bene, citato da Virzì con Nostra Signora dei Turchi. E non è un caso: perché Bene fece cinema negando il cinema, dissolvendolo, annullando la macchina da presa e i suoi meccanismi, compresi quelli della recitazione. Il cinema, per Bene, non era niente, ma la doppia negazione suggeriva che il cinema era tutto, in realtà, quel tutto sfuggente, quel tutto vero e a volte irriducibile a qualsiasi tipo di arte. Per contrasto, Virzì realizza un'opera agli antipodi rispetto a quella di Bene, riuscendo a far coincidere forma e contenuto. Se Bene non è quantificabile con la sua opera imprendibile, Virzì ci mostra un'umanità, invece, perfettamente quantificabile. È atroce ed è vero: quando il film si chiude con l'ultima dissolvenza rimane uno schermo buio, uno specchio in cui, nolente, lo spettatore deve riflettersi, uno specchio in cui, però, non vede più nulla. 

lunedì 10 febbraio 2014

Smetto quando voglio

Anno: 2014 - Nazionalità: Italia - Genere: Commedia - Regia: Sydney Sibilia 

Smetto quando voglio è la rinascita del cinema italiano: un regista giovane, un film che parla dei nostri tempi, un'opera attenta alla forma. E il gioco è fatto.
Smetto quando voglio è un manifesto generazionale, sia a livello sociale che cinematografico.

Un gruppo di ricercatori dalle menti brillanti e geniali, sbattuto fuori dalle università, decide di impiegare le proprie capacità acquisite in anni e anni di studio in un'attività criminale tra le più redditizie: lo spaccio di droga.

Nelle mani di un altro regista italiano, questo plot sarebbe diventato altro, sarebbe potuto essere l'ennesimo revival neo-neorealista, con quella spocchia intellettualoide e talvolta incomprensibile che ha tolto energie al cinema italiano. E, invece, Sydney Sibilia, classe 1981, esordiente, non spreca l'occasione. E fa di questo plot una vera bomba. Capisce, soprattutto, che per parlare della realtà il realismo non è più sufficiente – almeno per il cinema italiano. Anche per parlare della realtà – soprattutto per parlare della realtà – occorre utilizzare il paradosso. Chuck Palahniuk lo ha detto, qualche tempo fa, nel corso di una chat: prendo un problema e lo estremizzo, lo rendo paradossale per analizzarlo, ridimensionarlo e metabolizzarlo. Sibilia fa altrettanto, dimostrando una grandissima maturità nel maneggiare il materiale cinematografico. E non si cita Chuck Palahniuk a caso: è chiaro che Sibilia si sia imbevuto di tutto ciò che la cultura ha saputo darci negli ultimi venti anni. E, francamente, negli ultimi venti anni la produzione culturale – da quella più sperimentale a quella più pop - non è stata appannaggio dell'Italia. In Smetto quando voglio si leggono impressioni di ogni sorta – un'eco di Breaking Bad, dialoghi tarantiniani, fotografia all'evidenziatore di alcuni tra i lavori più psicotropi di Danny Boyle



E potrebbero essere trovati di sicuro altri riferimenti. Tuttavia, il lavoro complessivo appare del tutto originale e l'elemento autoriale e personale rende il film unico, senza aggrapparsi a citazionismi e scopiazzature e riuscendo a rieditare i codici della commedia italiana. Il regista non si perde in troppi giri di parole e lavora molto per sintesi: anche le scene in cui si procede per analisi appaiono veloci e comunque sempre esaurienti. Il climax è costante e l'adrenalina è la cifra stilistica di ogni sequenza, anche di quelle più calme, che nascondono sempre qualche trovata geniale – ma, probabilmente, la trovata più geniale è il contrasto tra il livello basso e bieco del mondo descritto e il linguaggio aulico dei laureati che si atteggiano a criminali. La scelta musicale, infine, appare di grande impatto: i brani non sono mai un mero sottofondo, ma sono lì a fare da commento - in modo omogeneo o per contrasto - alle immagini che corrono sullo schermo.



Il regista ha saputo ricondurre un'opera cinematografica all'arte. Spesso si dimentica che uno degli aspetti dell'arte è l'estremizzazione della realtà di cui si parla. L'arte – tutta – è una lente d'ingrandimento sulla realtà, è l'evidenziazione della realtà: non si può fuggire da questo o lo spettatore si ritroverebbe di fronte a immagini caotiche e senza un punto di vista, come avviene nella vita di tutti i giorni. Spesso capita di vedere – e il cinema italiano degli ultimi decenni lo ha fatto sin troppo – film dalle buone sceneggiature ma che non hanno alcun interesse per la fotografia, il montaggio o determinate scelte registiche.

Smetto quando voglio non solo riesce bene in quest'operazione appena descritta. Ma fa di più: riesce a creare una forma coerente col contenuto. Sì, vero: il paradosso è uno dei modi attraverso cui far arte. Ma è anche paradossale la realtà descritta da Sibilia. Paradossale ma vera. Chi si è laureato negli ultimi dieci-quindici anni, chi ha solcato nell'ultimo decennio i corridoi universitari potrà identificarsi perfettamente in quanto narrato. I trentenni di oggi sono la generazione dei sottopagati (quando va bene), dello stage non retribuito, dei contratti in perenne scadenza. Eppure sono tutti laureati. Sono la generazione che sforna centodiecielode con una facilità disarmante e che sa riempire il curriculum di competenze linguistiche e informatiche di ogni sorta. Scrivono tesi e ricerche universitarie di grande spessore. Eppure si ritrovano di fronte a professori universitari chiusi nel loro studio a senso unico e che non sanno comprendere dinamiche nuove e diverse. È tutto un sei molto bravo, ma devo far passare l'altro perché aspetta di entrare da prima di te, non è sufficiente, non ci sono soldi. Molti di questa generazione sanno solo studiare, è vero: ma, se potessero, con lo studio potrebbero rivoluzionare il mondo. E invece no. 

Così, ecco che per arrotondare o supplire a quegli striminziti cinquecento euro di assegno di ricerca, c'è chi fa il benzinaio, chi il lavapiatti, chi cerca di sbarcare il lunario giocando a poker e contando le carte. Il punto è: a chi ha studiato e non ha ciò che merita, cosa rimane? Rimane la coerenza. La coerenza è quell'ultima parte di noi che ci tiene in piedi con dignità e fierezza. La coerenza è non fare il ruffiano col professore di turno – o col datore di lavoro di turno, beninteso – per scavalcare gli altri e per ottenere quello che non spetta. La coerenza è essere umili pur avendo conoscenze sterminate. La coerenza è la propria onestà intellettuale. La coerenza è anche rimanere invisibili se questo ci fa stare a posto con la coscienza. E la coerenza, a volte, diventa insistere, insistere anche se l'obiettivo appare lontano e irraggiungibile, anche se non dovessero esserci risultati: in definitiva, coerenza è fare ciò che si sa fare, anche se lo si fa a bassi livelli o naufragando nell'incomprensione altrui. 



Così, ci si tira su le maniche e si sfrutta ciò che si ha studiato. Ed ecco il paradosso: il chimico crea una droga non iscritta nel registro del Ministero e quindi legale; l'antropologo studia i comportamenti umani per spacciare al meglio nelle discoteche; l'archeologo, col suo insospettabile furgoncino addetto agli scavi, fa il palo e trasporta la droga; l'economista investe e gestisce il guadagno. Il paradosso estremo è quello del finale. Eppure, alla fin fine, non sembra più tanto un paradosso. Perché se andaste a guardare i curriculum dei laureati negli ultimi dieci anni, potreste trovare le più disparate esperienze – quasi da saltimbanchi.

Smetto quando voglio è la giusta voce per questa generazione. Non più quella dei sessantenni-settantenni che inorridiscono perché un trentenne precario e sottopagato non riesce a essere autonomo. No. Finalmente un giovane parla per i giovani con un linguaggio subito riconoscibile ai giovani. Un film che, tra l'altro, suscita grasse risate. Ecco: non ci si piange più neppure addosso. Si ride anche laddove si dovrebbe piangere. Perché, in fondo, questa è una generazione forte. I sette ricercatori del film potranno sembrare impacciati, inutili e senza speranza. Ma nascondono una tempra non comune - "hanno le palle che gli fumano" - e sanno essere tremendamente cool