martedì 21 gennaio 2014

American Horror Story: Asylum

Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Horror - Episodi: 13 - Stagioni: 3-in corso - Ideatori: Ryan Murphy e Brad Falchuk

American Horror Story ha dimostrato e continua a dimostrare di volersi muovere in un ambito affascinante e pericoloso: l'universo femminile. Si era già detto per Murder House che protagonista della serie era la donna – madre, moglie, amante, figlia – una donna che in sé racchiudeva la razionalità e la follia, l'odio e l'amore in una sorta di riedizione americana e contemporanea della Medea greca.
Con Asylum non ci si discosta molto da questo approccio il quale, anzi, si fa piuttosto intricato e complesso.
In Murder House il luogo del racconto era la casa infestata. Anche in Asylum vi è un luogo ben preciso e circoscritto, da cui difficilmente la macchina da presa e la sceneggiatura escono: un istituto psichiatrico. Siamo nel 1964 e i malati di mente non godono ancora di cure mediche all'avanguardia: a occuparsi di loro ci sono Dio, la Chiesa, un monsignore e un gruppo di suore. Inutile dire che la malattia mentale venga vista in maniera demoniaca e inutile dire che la “cura” sia molto vicina alla tortura o al martirio. Ma è pur vero che in Asylum non è tutto bianco o tutto nero. I colori sono i più vari e le sfumature sono molteplici, specie quelle del rosso – che qui indica uno spettro che va dalla passione, all'amore, alla maledizione.
Gli attori di Asylum sono gli stessi di Murder House. Ma interpretano personaggi diversi rispetto alla serie precedente. Eppure, nell'assegnazione dei ruoli, si è seguita una logica molto precisa. I personaggi di Asylum non sono poi così lontani da quelli di Murder House. Valgano due esempi su tutti.



Jessica Lange - mostruosamente brava! - spicca su ogni altro attore/personaggio: se nella prima serie era la madre privata della maternità perché aveva visto morire tutti i suoi figli, in Asylum è la suora ex cantante che cerca la redenzione – e che troverà pace, seppure per pochi momenti, in un improvvisato nucleo familiare caldo e accogliente.
Il Tate psicopatico di Murder House, diverrà un Kit dapprima scambiato per un feroce serial killer e poi si rivelerà un uomo incline ai buoni sentimenti e alla paternità.
Potremmo continuare con gli esempi, ma meglio non insistere con gli spoiler. Basti sapere che questa trovata non destabilizza lo spettatore, dal momento che utilizza un continuum logico nella tipologia dei personaggi tra una serie e l'altra.



Come già detto nell'introduzione, Asylum si concentra sulla figura femminile. Gli uomini appaiono orpelli. C'è la donna-madre, la donna-non madre, la donna-mostro, la donna-angelo e la donna-sesso, la donna-morte e la donna-demonio, la donna-fragilità, la donna-ambizione e la donna-violenza. Ognuno di questi personaggi mostra un aspetto dell'essere femminile. Eppure, ancora una volta, non si scende nel banale, non si generalizza mai. Tutt'altro: ogni donna porta dentro di sé uno di questi aspetti, decretando, al contempo, la particolarità e l'universalità del proprio essere.
Gli uomini sono tutti posti in relazione alla donna: il medico nazista che conduce feroci esperimenti sui malati mentali è vittima della sua stessa mania per la donna-purezza, incantato da una caratteristica femminile mai completamente scevra da aspetti negativi; Bloody Face, il serial killer, è ossessionato dalla donna che non si assume le sue responsabilità di madre; Kit non ha un'ossessione vera e propria ma rimane un uomo legato alle (proprie) donne in maniera inscindibile, che siano le sue due mogli o la madre fittizia (come si rivelerà nel finale). In ogni caso, l'essere maschile risulta una conseguenza dell'essere femminile, influenzato dalla donna nel bene o nel male.



E, tuttavia, l'identità sfuma. Lo dice la stessa etimologia della parola, che racchiude in sé il concetto di "uguaglianza" e di "distinzione". Gli ideatori della serie inseriscono un ulteriore elemento di complessità: si sta parlando di identità, sì, ma si tratta di identità all'intero di un istituto psichiatrico. Si tratta di identità in qualche modo violate, negate, erose. La donna-mostro è rinchiusa perché mostro. La donna-ninfomane perché ninfomane. La donna-fragilità perché è fragile. La donna-demonio è rinchiusa in un abito da suora e Suor Jude ingabbia dentro di sé la sua femminilità sofferente ed esplosiva. L'istituto psichiatrico ha il duplice ruolo di negare l'eccentrica identità dei pazienti e di affermarla con forza. Eppure, l'ospedale si rivela un microcosmo perfetto per ogni paziente. Una volta fuori, è impossibile adattare la propria particolarità all'insipido mondo dei normali. I normali, mostruosi nel loro giudizio da benpensanti, popolano un mondo intero di follie – di follie negative, false, malvagie. L'asylum è il ricovero ideale, quello in cui la molteplicità dell'essere umano fragile, sensibile, particolare può emergere senza il giudizio altrui. Non è un caso, infatti, che fuori dell'ospedale tutti riescano a sopravvivere solo per poco tempo. La parola scelta per il titolo è inequivocabile: asylum significa manicomio, casa di ricovero, ma anche rifugio e asilo.



Ed è proprio a tal proposito che si inserisce quel sottotesto apparentemente incomprensibile e gettato in faccia allo spettatore con noncuranza, quello degli alieni. L'alieno, anzi, appare indispensabile in una storia del genere. Non è da leggere come elemento reale, ma come un commento, una metafora per l'intera storia. Ci aiuta, ancora una volta, l'etimologia: alienus. L'alieno è di per sé l'altro sconosciuto di cui si ha paura. I folli dell'ospedale psichiatrico sono gli alieni della società, quelli che vengono rinchiusi per il loro comportamento ma, soprattutto, per il loro modo di vedere le cose. Vengono spediti in un'altra galassia, in un posto che si vede da lontano, di sfuggita, e che si vuole poi subito eliminare dalla vista e dai pensieri. La definizione di alieno è l'ultimo baluardo dell'identità-non identità dell'uomo: si cerca di ingabbiare i pazzi in una definizione medica, ma non si può. La mente e l'animo umani sono troppo complessi, specie in chi è più fragile, più sensibile, più intelligente. Ciò che fa paura di queste persone è la non facile categorizzazione. I folli sono la dimostrazione che l'essere umano non è perfetto, che la normalità non è normale, che il quotidiano può essere bizzarro. Sono lo specchio terribile in cui si teme di riflettersi. Sono speciali, ma passano la vita a sentirsi dire che sono diversi, che sono l'incarnazione del male. Si cerca di applicare i loro comportamenti eccentrici a scoperte e teorie mediche di ogni sorta. Li si prende, li si analizza, li si sviscera, fino a far loro del male. Li si scompone, ne si ruba l'identità. Ma, in fondo, i folli, con l'identità, non sanno che farsene. Perché loro non sono identici a niente e nessuno. Per questo, una delle scene fondamentali della serie è il musical/sogno (The Name Game): tutti i pazienti recitano una filastrocca in cui scompongono e ricompongono i loro nomi in tutta libertà, scatenando il corpo e la mente. Saranno pure rinchiusi dietro spesse sbarre di ferro, ma Asylum ci dice che i pazzi sono gli unici esseri umani davvero liberi.


E, infatti, gli unici non liberi, gli unici pazzi che sopravvivono all'esterno sono coloro che usano la pazzia per la propria normalità. L'uomo che nasconde la propria inclinazione alla violenza dietro un rispettabile aspetto da medico: è l'uomo debole, che costruisce la sua vita su una monomania. L'uomo che fa coppia con la donna che tradisce gli affetti, gli amici e se stessa per farsi strada nel mondo dei normali. Quest'ultima è la donna-ambizione, la donna-falsità, la donna-normalità, quella che infanga il nome di tutte le altre donne alle prese con la verità e la coerenza.

venerdì 17 gennaio 2014

Usagi Drop


Daikichi ha trent'anni, è scapolo e sta facendo una folgorante carriera all'interno della ditta per cui lavora. Fa tardi tutte le sere seduto alla sua scrivania e, quando esce, va a bere con i colleghi.
Un giorno, Daikichi deve tornare nella sua città natale per il funerale del nonno, del quale, da anni, l'intera famiglia ignora vicissitudini e abitudini. E, una volta riunitisi tutti i parenti per la celebrazione funebre, la scoperta è  scioccante: il nonno ha una bimba di sei anni, avuta dalla sua giovane badante e abbandonata dalla madre per motivi misteriosi. La piccola Rin-chan è ormai sola. È timida, non parla e nessuno sa che farne. Daikichi, invece, ne rimane folgorato. Rin, che tecnicamente è sua zia, ha qualcosa che Daikichi ancora non riesce a decifrare. Quando tutti decidono di affidare Rin ai servizi sociali, Daikichi fa la mossa più azzardata della sua vita: decide di occuparsi della bambina.



Inizia un viaggio, tenero, delicatissimo, della durata di undici puntate, che è un indubbio percorso di crescita: non per Rin, come si potrebbe credere. Ma per Daikichi. Il ragazzo si fa uomo e si scopre pieno di sentimento paterno anche se biologicamente padre non è. Quello di Daikichi è un viaggio alla scoperta delle piccole cose della vita, quelle bellissime e che danno un significato tutto speciale all'esistenza. Non sono né le dodici ore di lavoro al giorno, né l'effimero drink tracannato coi colleghi a dare senso all'esistenza. A dare senso all'esistenza è Rin che bagna il letto; è la colazione fatta assieme; è pettinarle i capelli e farle i codini; è il primo dentino che cade, il primo giorno di scuola, il primo tifone vissuto insieme. È l'albero piantato in ricordo di ogni bell'evento. È sacrificarsi. È non uscire più la sera, è preferire una condizione lavorativa peggiore pur di stare con il proprio bambino.



Usagi Drop ci pone di fronte a stralci di vita vissuta. Non accade nulla di strettamente narrativo o cinematografico. Ma in realtà accade di tutto. A segnare il ritmo sono le piccole scoperte che i bimbi, in tutta purezza e ingenuità, fanno ogni giorno. E, soprattutto, le scoperte che fanno gli adulti seguendo i propri bambini: avere un figlio, in fondo, significa non solo maturare, ma anche rinascere, avere la possibilità di vivere una seconda vita. Certo, con le difficoltà del caso. Perché Usagi Drop non è buonista - affatto - e ci mette di fronte alle situazioni familiari più complicate. C'è la mamma divorziata e abbandonata dal marito che teme di prendere la febbre e essere licenziata; c'è il papà che ha cambiato lavoro, rinunciando a quello per cui era tarato, pur di stare con la figlia. Poi c'è la mamma solo biologica che mamma proprio non si sente e rinuncia alla figlia per la carriera. E c'è il papà solo nominale che per dare affetto ad un figlio non proprio sacrifica tutto della sua vita.




Ecco, Usagi Drop ci parla con una schiettezza sconcertante e con una semplicità tanto disarmante quanto complessa: dissolve il concetto di famiglia tradizionale e preferisce puntare, invece, sul concetto di affetto familiare: quest'ultimo può nascere anche in situazioni parentali "anomale" tra persone che non hanno alcun legame di sangue. Per questo, la puntata più bella e indicativa dell'intera serie è proprio quella del tifone. Quando Daikichi e Rin fanno rifugiare nella propria casetta di legno mamma Yukari e suo figlio Kouki. Una serata passata a cucinare,  lavare i piatti e fare compiti, mentre fuori la pioggia e il vento battono sulla casa, ma senza scalfirla: dentro, una nuova famiglia sta prendendo forma, una famiglia in cui ognuno si occupa dell'altro senza forzature genetiche, sociali o burocratiche. Due bambini si fanno amare da due adulti soli e pieni di problemi, ma che nei figli vedono la possibilità di infinito e di guardare il mondo con occhi nuovi.