sabato 28 gennaio 2012

Fuga


Anno: 2006 – Genere: Drammatico – Nazionalità: Cile – Regia: Pablo Larraín





Eliseo Montalbán è dietro le quinte. Frac, capelli in ordine, sotto il braccio la lunga partitura della sua Rapsodia Macabra, composizione per orchestra e pianoforte. Tutta Santiago è accorsa a teatro per vederlo dirigere la sua opera. Eliseo è giovanissimo, sente il peso del pubblico, sente il giogo di quell'immagine – violenta e sanguigna – che gli ha permesso di comporre la sua Rapsodia.
Entra in scena, porge la mano al primo violino, alza le braccia e dà voce alla sua orchestra. Georgina, la pianista, bellezza sudamericana, “suona con l'utero” quei tasti d'ebano e avorio che sprigionano musica terribile. Al secondo movimento della struggente composizione di Eliseo, i tasti d'ebano e avorio si colorano di rosso. Il naso di Georgina sanguina. La pianista che suona con l'utero cade a terra, priva di vita. Giù il sipario, Eliseo sprofonda nel silenzio mentre cade a terra accanto a Georgina in un urlo muto.
Quella sera, dopo aver bruciato la partitura, Eliseo, in frac, cerca di dormire. Ma sogna Madama Butterfly, in un onirismo dai tratti soffocanti, quella stessa Madama Butterfly sulla cui aria "Un bel dì, vedremo", qualche sera prima, Eliseo e Georgina, in teatro, tra i palchetti bui, avevano fatto l'amore.
Il sogno lo risveglia. Sotto la pioggia Eliseo torna in teatro. Si insanguina per rompere un vetro e prendere un'accetta. Spacca il suo pianoforte, riducendolo in mille pezzi.

E allora è manicomio, è isolamento, è terrore del “pianoforte assassino”, è elettroshock. È scrivere su ogni singolo centimetro di muro quella Rapsodia Macabra iniziata da bambino e mai conclusa. Perché la Rapsodia fu scritta nel sangue, fu scritta dal sangue, sulla scena di un delitto consumatosi davanti al pianoforte. La partitura vuota si macchia di rosso e quei pallini rossi diventano musica. Una partitura maledetta. Non riesce mai a giungere alla fine: prima che termini, la musica porta sempre via qualcuno.




Eliseo suona una fuga di Bach per Claudio, suo amico in manicomio, omosessuale che vuole “fugar”.
Bisogna fuggire, indubbiamente.
Ma la fuga di un musicista dalla musica non è cosa semplice.
La cosa più semplice è, invece, il mare. La risacca. Il silenzio attonito delle sue profondità. I segreti che nasconde. La dispersione delle onde sonore che, sott'acqua, si fanno suoni lenti e informi. Il mare nasconde la musica. L'acqua è purificazione.

E allora ecco un'isola artificiale galleggiante, piccola, stanza all'aperto per pianoforte e quartetto d'archi. Ma nessuna melodia. Eliseo è un pescatore e ha solo bisogno delle profondità marine. Quelle da cui tutto il film è iniziato.

Pablo Larraín gira il suo primo film. Tra imperfezioni e ingenuità riesce a colpire nel profondo. Gestisce in modo a dir poco perfetto il montaggio del sonoro. Architetta silenzi e suoni, laddove i suoni sono solo piano e violini. Nel ralenti dell'elettroshock non si sente alcuna scarica elettrica: solo archi.

Un film che va visto perché decreta la superiorità di immagine e suono sulla parola nella costruzione filmica. Perché è un film che in Italia non esiste e, se esiste, esiste solo in spagnolo senza sottotitoli. E la sua comprensione è assicurata, anche se lo spagnolo non lo si conosce.
Fuga, autentica comunicazione visiva e sonora. 


Manicomio, elettroshock e archi da circa 2:15

lunedì 23 gennaio 2012

Noêin:02. L'attesa sta per terminare

Quali suoni, quali voci, quali visioni allieteranno, stavolta, la corte del Principe Splendente?





Noêin:02. Una produzione del gruppo Nachtbummler.

Immagini, racconti, riflessioni di:

fosco niemand/ diego mazzo/ sanzio h./ bouquet/ tristam strauss/ SID+NEY/ Yupa/ Veronica Mondelli

Presto, nuove anticipazioni...






venerdì 20 gennaio 2012

Kodak in bancarotta, Megaupload chiuso: riflessioni sulla distribuzione cinematografica

Il fondatore di Megaupload è stato arrestato e il sito chiuso. La Anonymous ha risposto con una serie di attacchi a vari siti statunitensi. 

Si tratta di una svolta che ha il sapore dell'epocale, anche perché avviene il giorno dopo l'annuncio della bancarotta della Eastman Kodak. Un caso? Di sicuro sì, ma si ha quasi l'istinto di associare i due eventi. 

Sia Megaupload che la Kodak rappresentano due modi di fare e fruire i prodotti culturali. La Eastman Kodak ha favorito la nascita del cinema. Senza la pellicola non vi sarebbe potuta essere alcuna impressione fotografica e alcuna immagine in movimento. La pellicola racchiude in sé qualcosa di mitico e simbolico ad un tempo. Unico strumento in grado di offrire, attraverso la sua particolare emulsione, quel senso di “fasullo” che solo le pellicole possiedono. La Kodad rappresenta il cinema analogico. Quello dei film fatti "a metri", dei singoli fotogrammi visibili, toccabili e realmente esistenti, quello del taglio con le forbici, quello degli effetti ottenuti sporcando la pellicola con il caffè o applicandovi sopra qualunque oggetto il genio del montatore volesse sperimentare. 

Il cinema analogico non esiste più da tempo. Da anni ormai il montaggio è solo digitale. Si gira con macchine digitali, che comunque devono esse perfezionate, e spesso solo dopo aver girato in digitale qualcuno riversa il film su pellicola, per gonfiarlo, per dare il senso del "cinema-cinema". È digitale anche la fruizione del film. Non ci sono più le videocassette, ma dvd e blu-ray. E, in alcuni casi, neanche più quelli. 

A questo punto entra in scena Megaupload - e simili. La fruizione del film ha subito una serie innumerevole di cambiamenti: il cinema diventa file sharing. Una condivisione di immagini ormai eteree, digitalizzate, di cui ci si può appropriare senza spendere un soldo. Si creano misure sempre più ristrette per evitare la circolazione dei file sul web. Circolazione che è impossibile fermare, per la natura stessa del web. E misure troppo strette sono in contrasto con quell'anima priva di vincoli propria di Internet. 

Un esempio: gli ebook. Gli ebook non possono essere "prestati" (dopo un tot di copia/incolla dell'intero file, l'azione viene interdetta), così come non possono essere fotocopiati (se cerco di copiare e incollare una pagina di un libro, mi troverò di fronte alla protezione del .pdf). Eppure, con i libri cartacei, ho il diritto di fotocopiare fino al 15% delle pagine e posso prestare il libro a chi voglio e quante volte voglio. Il digitale e la Rete permettono una libertà incredibile di circolazione delle informazioni e della cultura, eppure chi detiene un certo potere continua a imporre restrizioni che mai si sono viste nella cultura analogica. 

Si deve, però, fare un distinguo: scrivere un libro non comporta costi, costi che invece hanno un certo peso per i film. Costano le attrezzature, costano gli attori, costa realizzare il menu di un dvd o di un blu-ray. 

Tuttavia, non credo che un Megaupload qualsiasi possa mettere in crisi il cinema. I collezionisti, gli appassionati, compreranno sempre i dvd o i blu-ray. La gente continua ad andare al cinema, perché è un'esperienza unica – sia che si voglia amoreggiare con il partener adolescente, sia che si voglia passare il sabato con gli amici, sia che si abbia istinti da cinephile coriaceo. 

Inoltre, tutti hanno sempre maggiore interesse a comprare l'ultimo televisore da mille pollici, in 3d, in 16:9, cavi HDMI e via dicendo. Che vuol dire questo? Che l'alta definizione piace e sta diventando cosa fattibile anche per i semplici consumer e non solo per gli addetti ai lavori. Che senso ha comprare un cavo ad alta definizione se non per vedere un blu-ray? E a che servono i nuovi hard disk da un tera, se non per riempirli di film? Inutile prenderci in giro: l'hardware ultimamente prodotto va solo in una direzione.

Il download di un film dalla rete segue criteri precisi: si guardano film che, per tempo o per mancanza di fiducia, non ci si comprerebbe mai o per i quali non si andrebbe al cinema. Ma, sorpattutto, sistemi di file sharing come questi servono da potente trasmissione culturale. Finalmente anche attraverso la Rete si possono fruire film che difficilmente potrebbero comparire sui circuiti distributivi ufficiali (e legali). Un esempio su tutti è Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera, il film di Kim Ki-duk deliberatamente privato, nella versione europea, della scena finale per una censura dalle motivazioni molto banali: si è voluto “aggiustare” il film per donargli una morale più occidentale e meno coreana - è stato come aver sfregiato La Pietà di Michelangelo. La rete ha permesso di recuperare quella sequenza, altrimenti sottratta alla conoscenza degli Europei. 
Nella mia tesi di laurea specialistica figura il film Elegia del viaggio di Sokurov. Il regista russo ora è molto apprezzato in Italia ma non tutti i suoi film sono distribuiti. Nella videoteca dell'università il film non c'era. Girava solo una copia videoregistrata da Fuori Orario di Enrico Ghezzi. 

Come permettere la diffusione culturale? Le strade per distribuire cultura sono sempre esistite e si sono sempre più velocizzate. Un tempo c'era la Via della Seta, ora abbiamo la Rete che permette di far arrivare ovunque nel giro di pochi secondi cultura, informazione e sapere. 

Il file sharing e i circuiti distributivi ufficiali devono convivere. È giusto che vi sia la libertà di compare il blu-ray di un film, di inserirlo con la sua bella custodia all'interno della propria videoteca divisa per generi e autori. Anziché fare azioni così estreme come arrestare il fondatore di Megaupload, si potrebbe, invece, cercare di fare leva su sistemi di distribuzione alternativi e trasformare totalmente il sistema culturale: abbattere i costi (cosa che il digitale permette), modificare i sistemi di produzione e di distribuzione, pagare il giusto (ad esempio, il costo dei film Apple potrebbe scendere), rendere gratuiti i film più vecchi (come avviene per i romanzi ormai caduti in pubblico dominio). E ancora: perché le grandi catene di cinema, come UGC e Warner, con l'acquisto del biglietto non danno anche la possibilità di scaricare la copia digitale del film, magari fornendo il cliente di un codice (già avviene all'interno dei blu-ray)? Perché non creare videoteche digitali, in cui prestare i film “a tempo” (e la cosa potrebbe avvenire in egual misura anche per i libri)? 

La rete, del resto, risponde alla cultura Hacker della libertà di creazione. I software liberi. La libera circolazione. La cultura libera.

mercoledì 11 gennaio 2012

Agnes Grey, di Anne Brontë


Agnes Grey è il romanzo della più piccola e forse meno conosciuta delle sorelle Brontë, Anne.
Anne ha seguito lo stesso destino di Emily, si è ammalata di tubercolosi poco dopo la morte della sorella, con l'inevitabile, tragica conseguenza.
Charlotte Brontë descrive le sue care sorelle in modo appassionato e pieno di emozione. Tuttavia, per giustizia, qui ci occuperemo solo della sorella più giovane.


Anne lavorò come istitutrice, era una ragazza seria, severa, molto religiosa. Accettava tutto in modo solo apparentemente impassibile, era in grado di sopportare elevate dosi di sofferenza senza riversarla su chi le stava accanto. Era molto affezionata a suo fratello Patrick (chi delle tre sorelle non lo era?) e lo strazio della sua vita e della sua morte - pittore schiavo dell'oppio e dell'alcol - la segnò profondamente, benché lei non lo avesse mai mostrato.

Anche Anne Brontë entra nell'aura mitica, un po' 
misteriosa, senza dubbio romantica, sofferta e a tratti gotica, che avvolge Charlotte e Emily. I loro destini, tutti accomunati dalla scrittura e da una morte prematura, non possono non affascinare e lasciare un segno anche nel più indifferente dei lettori. I loro romanzi traboccano di sofferenza, ma di quella sofferenza universale e inevitabilmente condotta a catarsi, sempre grazie ad un finale lieto e speranzoso.

Ciò che più colpisce di queste tre sorelle con il pallino per la "prima persona" e spesso scambiate per uomini (i loro pseudonimi erano Currer, Ellis e Acton Bell), è proprio il contrasto tra disperazione e speranza. Una vita (quella vera) fatta di indicibili prove, contro la vita (quella dei romanzi) in cui le prove vengono superate e all'orizzonte c'è sempre la luce.

Se le Brontë ci parlano attraverso la loro vita personale, ci parlano però, soprattutto, attraverso i loro romanzi: e l'universalità delle storie e dei messaggi che tramandano è testimoniata dal fatto che, ancora oggi, siamo qui a parlare di tre sorelle che a malapena, per destino o chissà cosa, hanno scritto poco più di un romanzo per una (Charlotte fu la più prolifica).

Agnes Grey probabilmente è il meno dotato dei tre romanzi. Ma ha un indubbio fascino che, innanzitutto, scaturisce dallo stile asciutto di Anne, lineare, senza orpelli, essenziale: in questo minimalismo navigano parole perfettamente pesate, ognuna delle quali ha significati profondissimi, sempre ragionati, sempre in bilico tra terra e cielo, tra disperazione e salvezza.

Agnes fa parte di una famiglia perfetta: ha una madre e un padre pastore, che si amano moltissimo, si sono sposati contro il volere delle rispettive famiglie e hanno messo al mondo due figlie che si adorano - Agnes e Mary. Quella che descrive Anne è il prototipo di una famiglia realmente felice, come non avviene, invece, in Jane Eyre o Cime Tempestose.

Ma Agnes vuole conoscere il mondo e dimostrare a tutti che ha delle qualità. Così, per aiutare l'economia della famiglia, si allontana da casa e inizia a fare l'istitutrice.

Da qui in poi, Anne  Brontë si dispiega in un saggio appassionato e coinvolgente, tremendo e attuale, sull'educazione e l'istruzione. Chiunque abbia a che fare con scuole e studenti, può perfettamente ritrovarsi nell'esperienza di Anne/Agnes: bambini ricchi e viziati, restii a qualunque forma di educazione, con genitori colpevoli - assolutamente colpevoli - dell'ignoranza dei figli, ma pronti ad addossare la colpa di ogni manchevolezza all'istitutrice - l'istitutrice che non dà mai ragione, che sgrida sempre, che non vizia, che è sempre ferma e piena di morale.
La sconcertante lucidità di un racconto che risulta adatto a qualunque epoca colpisce dritta allo stomaco: Agnes rappresenta la fermezza di un mondo che si dissipa sempre più e contro quel mondo vacuo, mellifluo, molle, dell'agiatezza e della vanità lei si scaglia con i suoi mezzi. Si partecipa con la mente e con i sensi, all'esperienza di Agnes, che è stata anche l'esperienza di Anne.

La giovane Agnes sgomita per far valere i suoi principi e allo stesso tempo si chiude nel suo carattere poco espansivo: ma in fondo ha solo bisogno di qualcuno che la sostenga, di un amico che la capisca, perché nel mondo di Agnes sono davvero in pochi a pensarla come lei.

E arriva il signor Weston, un pastore, buono, retto, affascinante, anche lui un po' chiuso, ma in grado di scorgere il diamante grezzo fra tanti oggetti di bigiotteria, lucidati per l'occasione.

I sobbalzi sono pochi, non c'è la passione travolgente di Jane Eyre, né quell'epopea tragica, maledetta, di Cime Tempestose. Ma Agnes Grey rapisce, palpita, conduce ad un'inevitabile identificazione, sa essere estremamente rivoluzionario: quale romanzo ottocentesco ci racconta di una donna lavoratrice, che a tutti i costi vuole affermarsi sacrificando ogni cosa, che fonda una propria scuola e che decide di trovarsi un compagno solo per amore e non per economia? Volendo, in Agnes Grey ci sono tutti i presupposti per un racconto femminile e femminista, oltre che per un'analisi intramontabile dell'Educazione.

E ciò che colpisce è soprattutto il finale: il finale di Agnes Grey e quello di Anne Brontë.

Nel 1849 Anne si ammala. Esprime il desiderio di andare al mare. Il 24 maggio Charlotte e Anne raggiungono la costa. Il 28 maggio Anne si spegne serenamente.

Nelle ultime pagine di Agnes Grey, Anne descrive una passeggiata sul mare di Agnes, accompagnata dal signor Weston. Lui la conduce su una collina a strapiombo sul mare. Il temporale è passato. L'aria è fresca. Tra i due prende vita l'ultima, deliziosa conversazione del romanzo.

È proprio questo il punto. La vita di Anne svanisce dietro quella di Agnes, lasciandoci, inaspettatamente, con uno speranzoso lieto fine.

mercoledì 4 gennaio 2012

I film del 2012


I film del 2012, come per ogni altro anno, saranno tantissimi.
Tra questi, ce ne sono alcuni che vanno sottolineati.

Tra i film in uscita, in imminente uscita, ce ne è uno che incuriosisce non poco: Shame di Steve McQueen. La trama probabilmente non è così comune. Ma l'interesse è tutto proiettato sulla nuova prova d'attore di Michael Fassbender.

Fassbender non è solo – oggettivamente, obiettivamente, universalmente – un bell'uomo. Fassbender è soprattutto un attore dalla mimica e dalla recitazione inusuali. Un attore in grado di cambiare realmente i lineamenti del volto in base al personaggio che interpreta. È un attore in grado di sacrificare il suo bel faccino da divo europeo e ormai hollywoodiano sull'altare dell'interpretazione.

La sua risata ha poco di glamour. I muscoli del suo viso si contorcono violenti, poi diventano dolci, in un continuo contrasto ben architettato di sentimenti ed espressioni.  Fa breccia con occhi intensi e bocca cinica, risultando a volte del tutto difficile riuscire a riconoscerlo in un film. Da 300 a Bastardi senza gloria, a Jane Eyre, a Centurion, Eden Lake, A Dangerous Method, X-Men... Fassbender è poliedrico, finalmente un attore-veramente-attore che sa essere anche divo nel senso stretto – “anni Trenta” – del termine.

Michael Fassbender diventa un ottimo modo per ricollegarsi ad un altro film in uscita quest'anno, a settembre: Prometheus, il nuovo sci-fi di Ridley Scott. Tornerà ai livelli di Blade Runner? Da quel poco che sinora si è visto nel trailer, il film sembra essere adrenalinico e ha ampie pretese: vedremo se Scott saprà mantenere le aspettative (quelle della sottoscritta, almeno, sono molto alte). Non a caso, Fassbender sarà uno dei protagonisti. Tutti lo vogliono. Anche questo ci dice che è obiettivamente bravo e che non è una moda del momento – se Snyder, Tarantino e Scott si sono accorti di lui, Fassbender non è una moda del momento.


In questo 2012 uscirà anche Frankenweenie, film in stop motion prodotto da Tim Burton. La cosa desta non poco interesse, dal momento che non è la prima volta che Burton realizza Frankenweenie. Nel 1984 il giovane Burton aveva girato un cortometraggio in bianco e nero dal titolo Frankenweenie, la storia di un bambino e del suo cane deceduto, trasformato in una sorta di Frankenstein canino per continuare a vivere (il corto è presente nell'edizione speciale di Nightmare Before Christmas, assieme a Vincent). 





Il cortometraggio non era in stop motion, era realizzato con attori veri. Il piccolo film aveva enormi spunti di riflessione. Ad esempio, il finale era identico nella forma a Edward Scissorhands: tutti inseguono il cagnolino zombie fino al grande cancello del cimitero, così come tutti inseguono Edward fino al cancello del suo castello. Il finale  però cambia radicalmente, il cagnolino viene accettato, Edward è costretto alla solitudine. Il tema è sempre quello del padre che crea il figlio, ma con intenti e sentimenti assai diversi. Da quel che si legge nella trama del Frankenweenie del 2012, il plot sarà esattamente lo stesso: cambieranno la forma e le modalità di realizzazione.

Quest'anno uscirà anche The Avengers: tutti i vendicatori della Marvel riuniti per un unico scopo... salvare il mondo! I film dedicati ai singoli eroi Marvel hanno un loro perché. Sono ben fatti, riescono a catturare l'attenzione e a costruire il giusto mito attorno al personaggio. La reunion di tutti gli eroi, provenienti da epoche e mondi diversi, è molto rischiosa. La curiosità è nel vedere se l'operazione riuscirà nelle forme e nei contenuti e se il film sarà all'altezza delle aspettative dei fan Marvel.

Infine, quest'anno sarà l'anno della produzione (non dell'uscita!) del nuovo Superman: Man of Steel di Zack Snyder, che, però, non avrà le mani nella pasta della sceneggiatura. Il regista, dopo il capolavoro purtroppo flop di biglietti Sucker Punch, non avrà la possibilità di lavorare su una sceneggiatura sua. Come per 300, Watchmen e Ga'Hoole, girerà a partire da storie già scritte e confezionate per i fumetti e la letteratura. Tuttavia, è bene pensare che Snyder saprà metterci il suo, saprà far valere le sue peculiarità d'autore anche in questo caso. La cosa è ammirabile, nonché continua a far vivere una delle tendenze che da sempre hanno animato gli autori del cinema americano. Senza addentrarci in modo approfondito sui motivi storico-culturali di tale atteggiamento, basti sapere che negli Stati Uniti un tempo il regista non era  considerato autore, artista, come lo è in Europa. Il regista era solo un pezzo nella catena di montaggio della produzione fordiana del film. Tuttavia, i più grandi registi del cinema classico americano – parliamo di Hawks, Ford, Hitchcock – usavano il metodo del cut in the camera, per non vedere svilite le proprie riprese in fase di montaggio (fase a cui il regista non partecipava).

È lecito pensare che oggi i registi americani godano di maggiore libertà produttiva. Snyder, tuttavia, rappresenta quell'autore che, pur con i limiti imposti dalla produzione, riesce a far valere la propria poetica. Invidiabile la statura di una tale operazione. Per Snyder, si attende con impazienza il 2013.