venerdì 30 dicembre 2011

LILLO E GREG - L'uomo che non capiva troppo




Lillo e Greg sono in scena al Teatro Olimpico di Roma con la commedia L'uomo che non capiva troppo, scritta e illustrata da Claudio Gregori.


Come già nelle precedenti commedie, anche L'uomo che non capiva troppo si staglia nell'orizzonte del metateatro, del metagenere e del metalinguaggio in generale, proponendo un'interessante commistione tra cinema e teatro.

Il titolo ricalca chiaramente L'uomo che sapeva troppo di Hitchcock. Felix (Pasquale "Lillo" Petrolo) è un geometra che vive una vita normalissima, quasi scialba, accanto ad una moglie casalinga e non più bella - le loro giornate raggiungono il culmine quando possono sedersi in poltrona, rigorosamente in pigiama, a guardare in tv "Guardia di finanza 2".
Ma non tutto è come sembra e ben presto Felix dovrà assistere allo svelarsi di una verità scioccante: sua moglie Edna e il suo migliore amico Oscar (Claudio "Greg" Gregori) sono due agenti segreti. Il sipario cade e tutto, attorno a Felix, non è più come prima. Sua sorella, sua cognata, la sorella di Oscar, persino la portinaia, la sora Nanda: sono tutti agenti segreti.

Da quando la verità viene a galla, Felix si trova al centro di una spy story dai connotati surreali e inevitabilmente comici. Le citazioni sono più che evidenti: un po' Mr e Mrs Smith, un po' Codice da Vinci, un po' Alias, un po' X-Men. La storia procede per gag soprattutto linguistiche, doppi sensi, significati compresi e poi disattesi. Claudio Gregori ha scritto una storia dai dialoghi complessi, caratterizzati dall'uso di una sorta di grammelot, che vuole ricalcare e parodiare il linguaggio un po' astruso, incomprensibile, difficile da seguire, pieno di dialoghi veloci di certe spy stories fatte di codici segreti. I suoni delle parole richiamano qualcosa di familiare, ma poi se si ascolta bene... non significano niente! Lo stesso plot ha una trama complessissima che si risolve alla fine in un nulla - un nulla divertentissimo: proprio quando ci si aspetta il finale apocalittico...

Tutta la storia è giocata su un filo conduttore non sempre visibile ma comunque dal significato sottile: la musica. Greg è leader della blues e swing band "Blues Willies". Nella commedia il suo personaggio accenna a canzoni swing e blues, affermando, in ogni occasione, che il blues - la vera musica - non va più  di moda. Allo stesso tempo, i "cattivi" devono impadronirsi di uno strano manufatto che ha il potere di diffondere nel mondo una cattiva musica - che di certo non è il blues, lo swing o il rock'n'roll, ma quella dance e pop che, come si dice nella commedia, istupidisce le menti. È questa però la realtà: la musica più commerciale, che segna le sorti del mercato e delle radio, non è sempre la migliore: è quella che, pur coinvolgendo tutti, è sempre frutto di un ascolto musicale passivo e non ponderato. Questo rinchiude la musica vera, fatta di strumenti, passione, sudore e improvvisazione, nei piccoli club delle città.

Il sottotesto non manca ed è foriero di riflessioni. Tuttavia, la natura metateatrale e persino metacinematografica delle commedie di Lillo e Greg è da analizzare attentamente.

La Baita degli Spettri (mix esplosivo tra The Others e Non aprite quella porta che ha indotto a ridere per due ore senza soluzione di continuità) inizia con un dialogo in un tedesco un po' maccheronico. I teatranti si fermano, "stoppati" da due voci che stanno guardando un dvd: "abbiamo sbagliato la selezione della lingua", dicono, e ricomincia tutto da capo in italiano. Alla fine della commedia, agli spettatori è data la possibilità di vedere le scene tagliate del "film" e le interviste agli attori negli extra del dvd. 

Con Intrappolati nella commedia, Gregori si era inerpicato in una commedia sì divertente ma forse troppo complessa nell'esplicare il senso metalinguistico di cinema e teatro. Ne avevo già parlato qui

Con L'uomo che non capiva troppo si ritorna a metà tra la fruizione per tutti e l'accurata analisi formale: in questo caso il cinema è nelle citazioni, nelle uscite un po' kitsch di certi film d'azione, nel canzonare un genere che attrae il pubblico con scene e frasi mirabolanti, ma privo, spesso, di una sceneggiatura credibile.
La natura filmica di questa commedia è anche espressa dall'uso dello schermo che fa da sfondo alla scena: sullo schermo gli spettatori assistono ai titoli di testa, con un esilarante video musicale interpretato da Max Paiella, ai titoli di coda e ai disegni di Greg che fanno sia da scenografia sia da elemento portante del racconto. 


Lillo ha una mimica esplosiva, perfetto nella parte dell'uomo comune, bravissimo a ricalcare in maniera parossistica i modi di parlare e di muoversi della vita quotidiana. Lillo rappresenta lo spettatore che, allo stesso modo del protagonista, non capisce granché: e proprio quando Lillo sottolinea la sua incomprensione scatta la risata. Greg, geniale nella sua eleganza, interpreta diversi ruoli, camuffandosi perfettamente nell'aspetto e nel tono della voce. Interessante il cattivo che parla con l'accento "tedesco dei cattivi", ma che poi non sa una parola della lingua alemanna: parla così solo perché fa scena, perché è una convenzione di genere che subito viene smascherata.

Insomma: meccanismi di genere distrutti e ricomposti, metalinguaggio, surrealismo, comicità. L'uomo che non capiva troppo è tutta forma che esprime un contenuto fortissimo.

giovedì 22 dicembre 2011

IL FILM DI NATALE - Mary Poppins




Anno: 1964 - Genere: Fantastico/Animazione/Musical - Nazionalità: Usa - Regia: Robert Stevenson

Il film di Natale dell'infanzia è per eccellenza Mary Poppins.

Non si tratta di un reale film natalizio, almeno non nelle intenzioni degli autori. È il classico film Disney che compare in tv la vigilia o il giorno di Natale e che - possono anche essere le tre di notte - la sottoscritta guarda sempre.
Lucine dell'albero accese, dolciumi e biscotti tipici a portata di mano, tanto calore e buio in sala.
Inizia Mary Poppins.

Perché è un film natalizio?

Perché Mary Poppins racconta gli affetti familiari e lo fa usando la magia. E il Natale non è forse l'occasione per rinvigorire gli affetti familiari? Il Natale non è forse un po' magico?
Sulla magia - anche inquietante - del Natale hanno scritto illustri signori, basti pensare al Christmas Carol di Dickens e all'orrorifico, fantasmatico elemento che viene messo in scena per far comprendere le motivazioni del Natale.

Non parlo del Natale strettamente religioso, ma di quello radicato nelle abitudini e nel folklore della gente. C'è qualcosa di segreto: Babbo Natale che arriva, il buio, la notte che s'infittisce e il misterioso con cui giocano gli adulti per far divertire e crescere i bambini.
Guardare e riguardare in questo clima Mary Poppins non può che essere azzeccato e anche  foriero di riflessioni.

Mary Poppins è un'istitutrice così perfetta che riesce in tutto - e forse a tratti risulta anche un po' antipatica. Tuttavia il suo compito è nobile. Riavvicinare i membri di una famiglia, distratti per motivi legati alla vita frenetica, ad un padre troppo autoritario e tutto preso dal lavoro e a un madre suffragetta troppo svampita. I bimbi, Jane e Michael, sono lasciati allo stato brado. Devono essere educati ai doveri e alla famiglia. Ma è qui che Mary Poppins risulterà per nulla canonica e del tutto rivoluzionaria. Educa i bambini attraverso la fantasia, l'immaginazione e la loro magia.

Jane e Michael entrano in un quadro e vivono una fantastica giornata alle corse dei cavalli, mangiando dolci e ripetendo a più non posso supercalifragilistichespiralidoso. Mary li inserisce in un quadro. La messa in quadro è simbolo del cinema, ma più in generale, è il simbolo dell'arte: vale a dire dell'immaginazione che, da libero sfogo, si va ad incanalare in una forma e in un risultato compiuti. Grazie all'immane fantasia veicolata in qualcosa di costruttivo, si può fare tutto e il contrario di tutto. Si può prendere il tè sospesi a mezz'aria; si può ballare con gli spazzacamini sul tetto e guardare Londra tra sbuffi di fumo; si può entrare in una palla di vetro e vedere quello che c'è e che non c'è nel mondo - poco importa se sia reale o solo fantastico. Ma ci si può anche rendere conto delle cose importanti, fare una scala di valori: grazie alla fantasia e al saper vivere in modo magico, allora si può capire che è più importante far volare un aquilone in famiglia, anziché lavorare un giorno in più.

Mary Poppins, da questo punto di vista, è un film natalizio che va visto canonicamente a Natale. È un invito alla fantasticheria e ai buoni sentimenti, all'essere creativi a tavola, nello scambiarci un dono, nello stare insieme e nelle relazioni familiari. In altre parole: si può vivere bene solo immettendo la creatività e l'immaginazione nella vita quotidiana.

giovedì 8 dicembre 2011

Jane Eyre



Anno: 2011 - Genere: Drammatico - Nazionalità: Regno Unito - Regia: Cary Fukunaga

Jane Eyre, il celeberrimo romanzo di Charlotte Brontë, diventa un film perfettamente riuscito nella forma e nei contenuti, abbellito da un cast stellare che vede protagonisti Michael Fassbender (300, Bastardi Senza Gloria e nel 2011 interprete di X-Men, A Dangerous Method, Shame), Jamie Bell (quest'anno al cinema già con The Eagle), Judi Dench e la giovane Mia Wasikowska.


Jane Eyre può essere catalogato come romanzo "femminile". In realtà si tratta di una storia che parte dal particolare e che ha la capacità di divenire incredibilmente universale - tanto che sopravvive ai secoli e Charlotte Brontë sembra essere immortale.

Jane Eyre è una giovane governante "con una triste storia", perché "tutte le governanti ne hanno una". Jane ha sofferto, vittima dei soprusi del cugino, cacciata dalla zia malvagia e maltrattata nel collegio di Lowood, dove incontra e perde la sua migliore amica. Ma Jane ha anche sempre saputo risollevarsi, forte delle proprie convinzioni e dei propri sogni, perseguendo, in quanto donna, una libertà per nulla facile e scontata. Jane è una ragazza esteriormente composta e pacata, ma dentro di lei brucia l'intelligenza, il ragionamento, il discorso sagace, la passione artistica. Il suo barcamenarsi tra un aspetto fragile e un temperamento focoso esplode quando giunge a Thornfield, di proprietà del signor Edward Rochester, dove Jane dovrà fare da precettrice ad Adele, la pupilla del padrone.

Ma il mestiere di precettrice diventa il pretesto per un continuo confronto con il signor Rochester, uomo brusco, irascibile, devastato da una inconfessabile ferita del passato. Tra i due nasce l'amore - inevitabilmente - ma non nasce secondo le modalità dell'etichetta. I due si amano perché si sono scrutati dentro e hanno osservato reciprocamente le proprie anime: Jane non scende a compromessi e Edward è passionale e focoso.



Rochester vede in Jane qualcosa di puro, unico - la ragazza piena di sentimenti che non cede a niente se non alla propria volontà di donna, diversissima da tutte le meschine dame inglesi, pigre bamboline adagiate sulle loro ricchezze.

La storia - nel libro e nel film - prosegue per risvolti tragici e barlumi, luminescenze che danno speranza non solo alla piccola Jane ma a tutto quel pubblico, maschile e femminile, che voglia identificarsi in questo immenso personaggio.

Il film si sviluppa seguendo passo passo il romanzo e interpretandolo alla perfezione. Da tale interpretazione esce un'opera filmica che racchiude in sé il gotico (ma già il romanzo è profondamente gotico, se lo si analizza bene), il romanzo di formazione e a tratti l'horror.

Questi tre elementi emergono di sicuro dalla sceneggiatura ma soprattutto dalla fotografia. È nella resa iconografica che il film dimostra di essere riuscito. Sembra di stare di fronte ad un quadro di Friedrich. La natura si piega ai sentimenti umani, proprio come quella de I dolori del giovane Werther. Gli alberi sembrano rovi aggrovigliati, immersi in un grigio piombo, grigio nebbioso, mentre sfumature di nero emergono quando il sentimento e lo stato d'animo dei personaggi assumono toni cupi e oscuri. Le ombre sono profondissime, appena rischiarate da candele rosso fuoco che nascondono misteri abbaglianti.






La natura assume tratti beige, marrone e ocra punteggiati da un verde scintillante e dallo sbocciare dei fiori, quando le situazioni si appianano e sembrano risolversi. I personaggi modificano il loro aspetto esteriore per esprimere la devastazione delle loro emozioni e delle loro esperienze. Per questo ogni attore sembra essere stato scelto accuratamente per fisionomia e movenze (vi rimando all'immagine finale in cui compare Edward, nel suo nuovo aspetto).



Grazie a questa immensa cura per il dettaglio fotografico, il film, come è giusto che sia, parla solo attraverso l'immagine e il romanzo - o meglio - le parole del romanzo, i contenuti del romanzo, si fanno quadro, colore e montaggio.
Il grande, grandissimo pregio di questo Jane Eyre sta appunto nel far sparire le parole, i perché, le cause e gli effetti spiegati dettagliatamente.
Ejzenstenianamente i significati e i perché sono affidati a montaggi interni all'inquadratura e tra inquadrature.

A questo proposito è bene sottolineare alcune trovate molto interessanti. Ad esempio, il film non procede in ordine cronologico come il libro. Inizia, invece, dalla fuga di Jane da Thornfield - in realtà all'inizio noi vediamo solo una fuga, sarà alla fine del film, quando la prima sequenza verrà replicata con qualche dettaglio in più, a capire di quale fuga si tratti. Jane arriva così alla casa del pastore Saint John. Da qui iniziano flashback, alcuni più lunghi di altri, che non hanno il compito di spiegare o descrivere, ma di mostrarsi: le immagini appaiono, semplicemente, affiorano all'improvviso come ricordi taglienti. Siamo noi spettatori che abbiamo il compito di comprendere quanto avviene attraverso il montaggio suscitato nella nostra testa in qualità di attrazione. Nessuno ci spiega nulla, per fortuna. Gli scarti temporali tra i vari passaggi vanno riempiti dallo spettatore che, per tutto il film, fantastica.

Così come fantastica leggendo il libro. Jane Eyre rappresenta tutto il riscatto che una vita infelice può avere, l'amore, il sogno della propria vita, il selvaggio e l'istinto che si fanno lucida volontà. Procedendo con la lettura monta l'emozione. Ugualmente l'emozione cresce nel film, sia per chi conosce già il libro, provando piacere nel vedere in movimento passioni irrefrenabili, sia per chi non lo ha letto e cova il desiderio di sapere come va avanti la storia e quali misteri si celano dietro le porte e gli arazzi, tra la natura inglobante e protagonista, tra le mura diroccate e bruciate di un castello.

Ne esce fuori un'opera davvero ben fatta. Bazin lo aveva affermato più di cinquant'anni fa che il cinema, attraverso gli adattamenti cinematografici, è in grado di mostrare le proprie peculiarità espressive e formali - cioè proprio attraverso l'interpretazione delle parole e la loro trasformazione in immagine

Jane Eyre in questo film emerge come personaggio fortissimo, quello che tutti noi vorremmo essere. Si lascia attraversare dalle chiacchiere, ne esce ferita ma indubbiamente rinforzata. Conosce l'amore, e vuole conoscerlo a modo proprio, non nel comune senso maschile del termine. Procede a briglia sciolta, sola e con la fermezza di chi vuole esplorare il mondo.
E poi il sogno si concretizza. "È forse un sogno questo?", si chiede Rochester nell'ultima battuta del film, e lei risponde: "Allora svegliatevi".
Il film si interrompe qui, lasciando in un silenzio immaginifico quei particolari che Charlotte Brontë dà alla fine del libro sul futuro di Jane e Edward.