lunedì 28 ottobre 2013

Shingeki no Kyojin (L'attacco dei giganti)


Titolo originale: Shingeki no Kyojin (lett. I giganti dell'avanzata) - Anno: 2013 - Nazionalità: Giappone - Genere: Fantasy/Catastrofico/Strategico - Episodi: 25 - Stagioni: Una (in corso) - Tratto dal manga di: Hajime Isayama - Regia: Tetsuro Araki

In un universo parallelo, il mondo è dominato da feroci giganti asessuati che divorano gli uomini.
L'umanità, per scongiurare l'estinzione, ha costruito altissime mura e ha diviso quella poca terra ancora dominata in tre zone concentriche. La più interna è quella abitata dal governo e dai potenti. Le mura esterne sono quelle più esposte ai giganti. Tuttavia, le mura hanno un'altezza che nessun gigante conosciuto ha mai raggiunto.
Fino a che, un giorno, un fulmine non squarcia il cielo. E compare un gigante che supera di gran lunga l'altezza delle mura. Il gigante crea un varco; un altro gigante, corazzato, finisce il lavoro e apre la strada a tutti gli altri. I giganti iniziano a banchettare.
In mezzo alla gente, al caos e al sangue, c'è un bambino, Eren, accompagnato dalla sua inseparabile amica/sorella Mikasa e dal gracile amico Armin. Eren odia i giganti. Il suo sogno è quello di entrare, un giorno, nel Corpo di Ricerca, una parte dell'esercito che, sulla divisa, porta cucito uno stemma a forma di ali: è l'unico comparto che può uscire dalle mura ed esplorare il mondo. Il Corpo di Ricerca è l'avanguardia delle forze armate: cerca di eliminare più giganti possibili, ma al rientro dalle missioni risulta sempre tragicamente decimato.
Il sogno di Eren – quello di entrare a far parte del Corpo, vedere il mondo e il mare – diventa una ragione di vita e una promessa di vendetta il giorno in cui i due giganti abbattono le mura e fanno strage. Eren giura ancora una volta di eliminare tutti i colossi proprio nel momento in cui, inerme, vede uno di loro divorare sua madre.





Passano gli anni, Eren, Mikasa e Armin entrano nell'esercito e vengono duramente addestrati. E, proprio quando sembrano pronti, succede ancora: una nuova breccia, inespressivi giganti che divorano uomini, lo sterminio della  popolazione. È giunto il momento per Eren, diventato uomo, di vendicarsi, di mantenere la sua promessa, di dimostrare l'eroismo che ogni spettatore si aspetta.
Eppure, alla puntata cinque, tutto si spezza. Tutti i topoi di anime e manga, tutto il già visto e l'atteso, decenni di cultura animata nipponica e non e di serie tv e di film vengono spazzati via in un colpo.
Altro che colpo. È il colpo di scena dei colpi di scena. Il totalmente inaspettato. E anche, finalmente, qualcosa di nuovo. La sceneggiatura inizia a regalarci di tutto, privandoci di ogni appiglio. Un tradimento/inganno allo spettatore di tale caratura si vede molto poco, soprattutto in televisione.
È questo uno dei motivi principali per cui L'attacco dei Giganti è l'anime del momento. Nato da un fumetto piuttosto acerbo nello stile, ma in crescita costante – un po' come è avvenuto per Kuroko no Basket, incisivo, veloce e tagliente nella storia, ma grezzo nel disegno e comunque in maturazione – Shingeki no Kyojin ha il sapore di qualcosa dal forte impatto, che difficilmente si può dimenticare.
A questo si aggiunga che anche il genere proposto è un genere sfuggente. Anzi, questa storia, forse, non ha neppure un genere. Fantasy? Catastrofico? Zombie movie in versione gigantesca? Politica, spionaggio, terrorismo? Tutto e niente. Perché L'Attacco dei Giganti non è neppure una di quelle storie con il supereroe dai poteri magici, forte ma in crescita. No. È una storia di ragazzini deboli che vogliono solo vivere. È la storia di quanto siamo piccoli fuori, ma giganti dentro. È la storia di quanto l'uomo, pur nella sua fragilità, sia in grado di fare grandi cose. I membri dell'esercito possono fare qualcosa di grandioso: volare. Per muoversi “liberamente” tra i giganti e attaccarli nel loro punto debole (la base del collo), i membri dell'esercito dispongono di un sistema di manovra multidirezionale, che permette loro di agganciarsi a mura e alberi e di essere spinti in aria da un forte getto di pressione. Ed è davvero liberatorio e spietato ad un tempo vedere tutti questi esseri simili a insetti poter volare e poter comunque gustare il piacere del volo l'istante prima di finire, all'improvviso, nella bocca di un gigante – tra l'altro, il momento del volo è uno di quelli che, a livello di tecnica d'animazione, regala più brividi. 














Shingeki no Kyojin stupisce a ogni puntata. Soprattutto perché gli episodi non hanno uno schema fisso e, anzi, propongono strutture sempre diverse, riuscendo a spiazzare completamente la visione. Si possono fare mille ipotesi su quello che avverrà: nessuna di quelle sarà mai azzeccata.

L'altro elemento di forza della serie è il protagonista, Eren Jaeger. Il suo personaggio è praticamente unico nel suo genere per motivi che non vanno qui elencati o si perderebbe tutto il colpo di scena. Al di là di questo, comunque, Eren è un personaggio dalla forza estrema, sicuro, fermo, ma anche animato da una violenza repressa eclatante, in grado di esaltare lo spettatore e di farlo smaniare col sangue che ribolle nelle vene.

La storia ha delle potenzialità enormi che, si spera, verranno ulteriormente sviluppate senza decadere, dato che di carne al fuoco per fare faville ce ne è davvero moltissima. L'unica speranza è che non si indugi troppo, ma si vada, in futuro – per la seconda stagione – direttamente al sodo, senza allungare esageratamente il tutto e continuando sulla strada dello spiazzamento.

L'attacco dei giganti si pone sulla scia di molte altre produzioni di questo periodo, cinematografiche e non. Ci si trova, ancora una volta, di fronte ad una storia terribilmente catastrofica, in cui l'umanità rimasta deve compattarsi per il bene comune ma in cui, per certi versi, vige la legge della giungla e i malvagi cercano di soverchiare i retti e gli onesti.

Potremmo citare la minaccia costante in The Walking Dead. Con la differenza che il fumetto di The Walking Dead regala davvero ad ogni pagina un colpo di scena devastante, mentre la serie tv è molto più edulcorata. L'attacco dei giganti, seppur meno cruento a livello televisivo, sa essere, anche per il grande pubblico, una produzione in grado di sconvolgere. E non è affatto facile assorbire su larga scala una serie che sfugge a ogni definizione e aspettativa. Ma, in fondo, è questa la cosa davvero divertente e forse nuova per una produzione animata tanto seguita.  



lunedì 21 ottobre 2013

Muze - l'app che ti cineconosce e ti cineconsiglia



I cinefili più indecisi la troveranno molto utile.
Pensate a quei week-end passati di fronte alle mille offerte di un multisala. Un film convince poco, un altro non è il genere che ci piace ma potrebbe rivelarsi una sorpresa, un altro lo aspettate da tempo ma la critica lo boccia, un altro è osannato dalla critica ma il pubblico lo affossa, un altro ancora è quello che piace all'amico o alla fidanzata ma che vi fa storcere la bocca. Insomma, quando non si sa cosa scegliere e si rischia di bloccare la fila al botteghino, d'ora in poi, basta prendere il proprio smartphone e aprire Muze.

Muze è l'applicazione che conosce i tuoi gusti cinematografici e che, in base ad essi, ti consiglia il film più adatto alle tue esigenze. Come fa? Quando la lancerai, dovrai votare i film già visti, scegliendo da un minimo di 0.5 stelle (se giudichiamo il film pessimo) ad un massimo di 5 (quando il film ci ha fatto sognare). Votati i film visti, Muze potrà incrociare i dati forniti e proporti i film che più si avvicinano a te. Sulla pagina iniziale dell'applicazione vi sarà un elenco di film al cinema. Accanto ad essi appariranno pollici verdi rivolti verso l'alto, pollici capovolti di color rosso, faccine piuttosto esplicative sul tipo di film: in altre parole, sui film ancora non visti, Muze sta tentando di indovinare il tuo gusto. L'obiettivo è quello di non rimanere delusi dopo una pellicola scelta a scatola chiusa.

Seguendo questo link sarà possibile leggere tutte le caratteristiche tecniche dell'applicazione.

Probabilmente, i cinefili più coriacei, convinti e sempre aggiornati non troveranno utile questa applicazione. E invece è utile lo stesso. Almeno per quel che mi riguarda. C'è una funzione, Voti a raffica!, che è molto simpatica. Muze presenta una serie di film scelti a caso nel calderone dell'intera storia del cinema. Se li hai visti, voti, altrimenti vai avanti. Ebbene, nel corso della sfilata di film vengono rievocate pellicole di ogni epoca e genere, pellicole che si sarebbe tanto voluto vedere e che, per un motivo o per l'altro, non sono state recuperate; oppure film visti decenni fa e finiti nel dimenticatoio e che, rivedendone titolo e locandina, vien voglia di riguardare. In altre parole, Muze può funzionare anche da database semplice e diretto per poter ottenere con grande facilità elenchi infiniti di film da guardare e riguardare.

Devo dire che finora Muze è stata molto vicina ai miei gusti. Anzi, ha azzeccato i miei gusti al 99%  - l'1% di errore è dovuto al fatto che mi ha sconsigliato Solo Dio Perdona - ma comprendo benissimo, forse il film di Refn è piaciuto soltanto a me e a pochissimi altri.

Però il pollice verso accanto a Una notte da leoni 3 è stato davvero provvidenziale: e come dare torto a Muze?


venerdì 11 ottobre 2013

Kuroko no Basket



Anno: 2012 - Nazionalità: Giappone - Genere: Sportivo/Scolastico - Episodi: 25 (prima stagione)/1-in corso (seconda stagione) - Tratto dal manga di: Tadatoshi Fujimaki - Sceneggiatura: Noburo Takagi - Regia: Shunsuke Tada

C'erano una volta gli anime sportivi. Intendiamoci: ci sono ancora. Ma hanno subito un radicale mutamento. Le basi sono sempre quelle: gli anime sportivi sono monotematici fino alla mania, si pensa solo a vincere, i protagonisti non mangiano, non dormono, hanno relazioni sociali limitate al terreno di gioco e non fanno che giocare – anche di notte, anche in pausa pranzo. Per vincere, vincere e ancora vincere. A volte, ovvio, perdono. Ma quando perdono vincono lo stesso, dato che riescono a intavolare per ore discussioni filosofiche sullo sport e sul significato della vittoria. Gli avversari sono "nemici" di una battaglia all'ultimo sangue, ma non nemici da disprezzare o sbeffeggiare: semmai sono nemici degni di rispetto e onore. E sono sempre avversari incredibilmente forti - in confronto il protagonista è uno sfigato qualsiasi, nonostante abbia a disposizione armi apocalittiche. Gli anime sportivi sono, quindi, sempre romanzi di formazione - certo, estremamente inflessibili, alle volte - ma che comunque usano lo sport per raccontare la crescita fisica, emotiva e psicologica dell'adolescente.



Come detto, queste sono le basi: possono essere più o meno marcate, ma ci sono sempre, o non sarebbe una produzione giapponese sullo sport. Poi, ci sono le cose che, negli ultimi venti o venticinque anni, sono cambiate. Chi è stato bimbo tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio dei Novanta ricorderà bene che gli anime sportivi hanno temprato la pazienza e la sopportazione di lunghi, lunghissimi pomeriggi passati a veder terminare un campo da calcio o a veder finire la traiettoria di una palla che da tonda era diventata ovale e poi simile ad uno straccio bagnato, prima di andarsi a schiantare e bucare una rete o scalfire il pavimento. E ci chiedevamo se la rete da calcio sarebbe mai tornata giù dopo essere stata colpita dal pallone e se Yu Hazuki (al secolo Mila) sarebbe mai atterrata, dopo aver battuto a centinaia di metri di altezza. Aspettavamo giorni per vedere un goal e mesi per vedere terminare una partita, consapevoli del fatto che la successiva sarebbe stata identica.
Certe lungaggini erano e sono proprie anche di altri generi, ma sullo sport si avvertono indubbiamente di più. Non passa inosservata una partita di calcio in grado di durare svariate ore, ecco.

Oggi, le cose non appaiono così estreme come una volta. O, meglio: l'estremizzazione si è spostata da un ambito all'altro. Gli ultimi anime sportivi visti confermano proprio questo: pochi episodi per una sola stagione, gare e partite visibilmente accorciate, personaggi sempre più fuori dagli schemi, sempre più simili a supereroi.



Il primo che porto ad esempio è Kuroko no Basket (Il basket di Kuroko). Ennesima produzione sul basket - probabilmente lo Slam Dunk di Takehiko Inoue rimane il punto fisso nella storia delle immagini a fumetti - si sa difendere molto bene e conferma proprio quanto detto sinora: personaggi sopra le righe e una sintesi non indifferente anche nei punti nevralgici della storia.
Tetsuya Kuroko arriva al liceo Seirin dopo un passato brillante alla scuola media Teikou. Era il sesto uomo di quella che era stata definita la Generazione dei Miracoli: cinque ragazzi dalle capacità di gioco estreme e oltreumane. Finite le medie, il quintetto base si sparpaglia tra le scuole con le squadre di basket più prestigiose. Kuroko, invece, decide di iscrivesi in una scuola con una squadra appena formata e che ancora non ha mostrato le sue vere possibilità. Il punto è: Kuroko non sa fare nulla. Non sa tirare a canestro e non palleggia, è alto centosessantotto centimetri e ha il peso di una ragazzina, non è muscoloso, né riesce trasportare pesi. L'unica cosa in cui è specializzato sono i passaggi. È così bravo e veloce a passare che nessuno lo vede: in campo, nessuno si accorge di lui tanto da essere soprannominato l'uomo invisibile. In realtà, Kuroko usa la tecnica del misdirection. Distoglie l'attenzione da sé per potersi muovere in campo come preferisce. Eppure, questa è una tecnica piena di falle: più Kuroko è in campo, più gli avversari si accorgono di lui, meno effetto hanno i suoi passaggi. La trovata geniale dell'autore è questa: Kuroko non è invisibile solo in campo, ma anche nella vita oltre il parquet di gioco. Nessuno lo conosce o riconosce, nessuno lo vede quando cammina, nessuno si accorge di lui nei corridoi, in classe, in fila alla mensa. Kuroko è invisibile sempre: solo quei pochi - pochissimi - che lo conoscono da vicino sanno apprezzarlo davvero. In altre parole, (quasi) per la prima volta, una storia sportiva non si concentra sull'atleta forte e spaccone di turno, sul campione in grado di fare piroette e pirotecnie inimmaginabili, ma su un ragazzino normale, che forse mai vedrà le luci della ribalta, ma cui la vita così, da "fantasma", lo accontenta. Perché l'importante è divertirsi con i compagni di squadra, non vivere per una vittoria che forse mai arriverà. Ma, se arriverà, avrà un sapore più dolce e sincero.

Kuroko, a scuola, conosce Kagami, un armadio dall'elevazione spaventosa; Kagami è in grado solo di schiacciare e alla lunga risulta prevedibile. Kuroko decide di essere l'ombra e Kagami la luce: più la luce è splendente, più l'ombra è oscura.

In venticinque episodi appena, ci vengono mostrati ingresso in squadra delle due matricole, partite di allenamento e ben due fasi del campionato. In mezzo, siparietti divertenti - quasi sempre legati al cibo - campus scolastici d'allenamento, flashback sintetici ed efficaci. Ad esempio, una delle partite più importanti ci viene mostrata per esteso solo a metà: per il resto è stata sviluppata con una serie di fotogrammi fissi della durata di pochi secondi. Le due partite successive sono state narrate da una voice over e da poche altre immagini.



Come dicevamo, l'esagerazione sta altrove. Esagerazione comunque non nuova nello sport, dato che, ad esempio, già Eyeshield 21 aveva lavorato sul paradosso in maniera non indifferente. E il paradosso sta appunto nella caratterizzazione dei personaggi. Kuroko è un ragazzino invisibile e inespressivo, invisibile e inespressivo anche quando per giocare si trasforma in belva risoluta: non sa fare nulla, solo passaggi, è l'Uomo Invisibile. Kise, un suo ex compagno di squadra, è l'Imitatore: è bravo solo a imitare giocate altrui. Un altro ex collega, nonché ex migliore amico di Kuroko, Aomine, è il genio del basket solo e annoiato, tanto che salta gli allenamenti e inizia le partite a metà: non trova un avversario in grado di farlo divertire. Midorima, un ansioso ossessivo-compulsivo, pieno di amuleti e dipendente dall'oroscopo, sa fare tiri da tre da canestro a canestro. Anche i giocatori del Seirin, pur non paragonabili alla Generazione dei Miracoli, hanno specialità da eroi: Kagami salta e schiaccia; Hyuga sa fare solo tiri da tre nei momenti di maggior pressione; Mitobe è muto ed esperto nei ganci; Izuki, invece, ha una vista d'aquila e sa veder anche nei coni d'ombra, anticipando le mosse degli avversari. Nonostante questo, la squadra di Kuroko è ancora debole: e lo è perché non si affida all'uno ma al tutti. Il tema principale di Kuroko no Basket, infatti, è sconfessare l'eroismo del campione che trascina da solo l'intera squadra. Per Kuroko vale l'idea, appunto, del passaggio, del contare sugli altri e non solo su se stessi. Nella squadra di Kuroko giocano tutti, non solo il campione.














Anche la protagonista femminile ha la specializzazione di un supereroe. È Riko Aida, non la manager, non la ragazza da conquistare, ma la coach della squadra. Con un solo sguardo riesce a vedere tutti i parametri vitali dei giocatori e a regolarsi di conseguenza su allenamenti, potenziamenti e riposo. Ovviamente, non arriva a portare una seconda di reggiseno (topos immancabile!) e in cucina è un disastro - più volte ha quasi avvelenato la sua squadra. Sua diretta antitesi è Satsuki Momoi, manager della squadra rivale, si dichiara, non corrisposta, fidanzata di Kuroko, ha almeno una quarta di reggiseno, è bellissima, ma in cucina è sempre un disastro: è abile nel raccogliere e incrociare dati come fosse un'agente della Cia e sa prevedere alla perfezione mosse e contromosse.

Nulla di umano in questa storia, quindi: ma, nonostante ciò, la sintesi a cui si va incontro a vantaggio di una maggiore caratterizzazione dei personaggi rende la storia estremamente piacevole e avvincente. Molto più realistica e, non è una contraddizione, molto più umana. Di sicuro, il maggior supporto è dato dalle nuove tecniche di animazione che rendono gli anime sportivi - quindi produzioni in cui il movimento è necessario - realistici. Un tempo, si sopperiva a questa mancanza deformando, ad esempio, i palloni da gioco: capitan Tsubasa se ne stava per chilometri con una gamba a terra e l'altra alzata a portare una palla e a chiacchierare come nulla fosse. Le partite della squadra di Kuroko sono partire reali, in cui i movimenti devono essere rallentati per essere compresi: non si è certo persa la prassi di chiacchierare in campo o di mostrare aure invisibili o sfondi elettrici, ma il tempo non è più dilatato e, anche se dura tre episodi, si ha l'impressione di assistere ad una vera partita di quaranta minuti.  


venerdì 4 ottobre 2013

Anna Magnani: Recitare la Verità - Roma Fiction Fest



Anno: 2002 - Nazionalità: Italia - Genere: Documentario - Regia: Daniela Picconi e Sandro Lai

Al Roma Fiction Fest è stato dedicato un piccolo spazio di poco meno di un'ora alla più grande attrice italiana del Novecento: Anna Magnani
Anna Magnani: Recitare la Verità è un breve documentario, che raccoglie interviste, spezzoni di film o di rappresentazioni teatrali dell'attrice e ricordi di chi ha avuto la fortuna di lavorare con "Nannarella".  Dalle teche Rai sono venute alla luce vere e proprie perle, interviste che ormai, a pieno titolo, devono entrare nella Storia - e non solo nella storia della tv, del cinema o dello spettacolo. 
Perché Anna Magnani ha saputo incarnare sia l'Attrice che la Donna di ogni epoca, studiando, lavorando duramente, senza mai fermarsi o adagiarsi sugli allori. Colpiscono alcune interviste durante le quali la Magnani, già consacrata dall'Oscar, teme il suo ritorno in teatro: ha paura di non saper utilizzare più la voce, abituata ai microfoni dei set cinematografici. 
Una figura unica: e lo dice lei stessa, non per immodestia. Anzi, nel corso di un'intervista afferma di non sapere di essere un'attrice, di non sapere se definirsi davvero tale: un'attrice, in fondo, proprio perché è attrice, è un modello, è sempre uguale. E lei, di sicuro, non è mai stata "uguale".
Anna Magnani sembra sempre la stessa, ma non è così. Forse sembra la stessa perché, come recita il titolo di questo documentario, ha recitato la verità. In altre parole, recitando, ha raccontato la realtà del suo tempo ma, allo stesso tempo, ne ha creata una nuova, quella fatta delle sue pose plastiche, dei suoi gesti, dei suoi occhi sbarrati, delle sue occhiaie, della sua voce sempre rauca e profonda. Creando una nuova realtà, la Magnani ha fatto Arte. 



Una presenza scenica costante, fuori e dentro lo schermo o le quinte teatrali. Da Bellissima a Mamma Roma, dalla rivista a Medea, ha saputo incarnare le sfaccettature e gli stati d'animo femminili più complessi e, tuttavia, ha sempre dato vita a personaggi di un'umanità straziante, folgorante e, molto spesso, dolorosa. 

Un piccolo gioiello da vedere, insomma, da vedere a casa, in tv, e nelle scuole, perché questo documentario è una testimonianza di non poco conto sulla grande verve artistico-culturale che si è respirata in Italia per parecchio tempo - solo alcuni nomi: Visconti, Fellini, Pasolini, Rossellini. Verve culturale che ha fatto spiccare l'arte italiana anche all'estero - e qui mi riferisco ad un passaggio della vita della Magnani di grande interesse: è stata amica di Tennessee Williams dopo aver recitato in un film tratto da una sua storia. Per non parlare del lavoro dell'attrice accanto a Burt Lancaster e Jean Renoir. 



Il rimpianto è quello di non averla potuta vedere a teatro nel ruolo di Medea, uno dei più faticosi a livello fisico e psicologico, secondo l'attrice. Molti spezzoni dei suoi film, invece, sono stati mostrati. E, non a caso, il documentario si chiude con uno degli ultimi lavori della Magnani, un mediometraggio girato per la tv. 
La Magnani è una sciantosa ormai anziana e alla fine della sua carriera, mandata al fronte durante la Prima Guerra Mondiale per cantare e risollevare gli animi dei soldati in trincea e, in particolare, dei feriti. Pronta per cantare una canzone piena di retorica, non appena si apre il sipario e si rende conto delle condizioni dei soldati, si strappa di dosso la bandiera italiana e intona 'O Surdato 'Nnamurato. Una produzione indubbiamente minore, ma in cui la Magnani dà tutta se stessa e in cui, ancora una volta, riesce a strappare pathos e lacrime. 

Rectify - Roma Fiction Fest


Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Thriller - Stagioni: Una (in corso) - Episodi: 6 - Ideatore: Ray McKinnon

Un Twin Peaks lirico, un Cold Case più complesso e sfaccettato, uno Stand By Me vent'anni dopo: Rectify è pieno di tributi, ma sa mantenersi originale. Probabilmente, la forza di questa nuova serie televisiva è il protagonista, Daniel Holden. Attorno a lui gravita un gran numero di personaggi, tutti più o meno già presentati: ma Daniel Holden ha un magnetismo che pochi character di serie tv hanno.

Daniel ha passato gli ultimi vent'anni della sua vita nel braccio della morte, accusato di aver stuprato e ucciso la sua fidanzatina di sedici anni. Nel corso delle due decadi, per cinque volte è stata programmata l'esecuzione di Daniel e per cinque volte è stata rimandata. Rinchiuso in un cunicolo bianco, Daniel ha fatto meditazione, ha letto moltissimo ed è stato, pur essendo dentro, “fuori”. Ha basato tutta la sua vita su alcune rigide abitudini e sulla mancanza di ottimismo: mai e poi mai avrebbe creduto di poter uscire di carcere.



E, quando esce, trova la famiglia ad accoglierlo: la sorella Amantha, che fa di tutto per lui; una madre timorosa delle conseguenze della scarcerazione; un patrigno e due fratellastri. Tutto è cambiato eppure nulla è cambiato. Daniel ha l'impressione di essere stato via solo poche settimane. Ma, soprattutto, chi lo ha messo in prigione la prima volta ha intenzione di rinchiuderlo di nuovo. Daniel è uscito per un cavillo tecnico: dopo vent'anni, le analisi hanno stabilito che non c'è alcuna traccia del suo DNA nel corpo della ragazza.



Tutta la prima puntata si muove abilmente tra la gente attorno a Daniel, che si agita o per difenderlo o per accusarlo, e Daniel stesso, apparentemente imperturbabile, imperscrutabile, immobile, rigido, quasi ingessato, improvvisamente investito dalla vita “vera”. Daniel non esprime sentimenti in maniera diretta, a volte ride, altre piange, altre ancora parla poco, ma il suo volto rimane sempre immobile, forse preoccupato, forse impaurito, forse solo in attesa di ciò che accadrà. È solo grazie al personaggio di Daniel – innocente o colpevole? - che la serie ha questa gran forza. A cui si aggiunge un dettaglio non trascurabile: per quanto sia un thriller, Rectify ha momenti molto lirici, che spesso ricordano le soluzioni di musica e immagini di Friday Night Lights. C'è una certa tendenza a riprendere scenari naturali incontaminati per lungo tempo, in silenzio o con la musica di sottofondo: Bon Iver con la sua Flume ci regala un momento davvero alto, quando Daniel esce di prigione e si addormenta nell'auto guidata dalla sorella; o, ancora, Daniel si ferma a guardare l'alba, a lungo, e la regia ci regala uno scenario giallo e arancione mozzafiato. Oppure il finale della prima puntata, col suicidio di uno dei testimoni in mezzo al bosco, tra alti alberi in cui la figura dell'uomo quasi scompare.

Tra gli executive producer di Rectify c'è Melissa Bernstein, che è stata dietro anche alla produzione di Breaking Bad. Ci sono molti punti in comune tra le due serie; indubbiamente, il primo è dato dai personaggi: doppi e spesso difficili da catalogare, in grado di nascondere dentro sia il bene che il male; c'è il punto di vista dei personaggi, che hanno uno sguardo disincantato sul mondo, diverso da tutti gli altri; e c'è anche la brevità della stagione, sette nel caso della prima di Breaking Bad e sei nel caso di Rectify. E, di sicuro, creare serie brevi giova molto alla qualità della produzione.  

giovedì 3 ottobre 2013

The Michael J. Fox Show - Roma Fiction Fest


Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Sitcom - Stagioni: Una (in corso) - Episodi: 22 - Ideatore. Sam Laybourne

The Michael J. Fox Show, nonostante il titolo, non racconta la vita dell'attore Michael J. Fox, ma la vicenda di Mike Henry, affermato giornalista e anchorman: affetto da morbo di Parkinson, ha dovuto abbandonare il lavoro e dedicarsi completamente alla famiglia.

La serie tv, quindi, racconta solo in parte la storia di Fox – il Parkinson e la famiglia: per il resto è tutta invenzione. The Michael J. Fox Show si presenta come serie ibrida, che vuole, da un lato, essere una fiction, dall'altro un documentario.

È molto difficile catalogare questa produzione televisiva, dal momento che si tratta di una storia di finzione che ricalca una storia vera, ma, pur essendo una finzione, è girata con lo stile di un documentario o, a volte, di un reality: la storia, infatti, viene interrotta ogni tanto per dare spazio a piccole interviste ai familiari di Mike, che descrivono la vita dell'uomo e raccontano quanto sia cambiata la famiglia dopo la scoperta del Parkinson.



Per questo motivo, è anche difficile giudicare una simile operazione. Per chi scrive, Michale J. Fox è stato un vero e proprio mito d'infanzia: era l'eroe di Ritorno al Futuro, una delle trilogie che più hanno segnato i nati tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta; una trilogia senza tempo, che ancora oggi riesce a fare breccia anche nei nati negli anni Novanta.
Fox si è ammalato a trent'anni appena ed è praticamente uscito dalle scene. Ha fatto qualche comparsa qua e là al cinema e in tv; è tornato prepotentemente alla ribalta solo con The Good Wife, nella parte di un bravissimo avvocato che spesso usa la sua malattia in maniera cinica per vincere cause, intenerire giudici e teste, per ingannare e avere la meglio sugli avversari. Un ritorno del genere non poteva che essere il più giusto, poiché Fox ha dimostrato di saper utilizzare la propria malattia non per impietosire, ma in maniera del tutto libera dai buoni sentimenti. In questo modo, seppur malato e scoordinato, ha dato prova di essere una persona del tutto “normale”.

The Michael J. Fox Show prende spunto proprio da ciò: riuscire a condurre una vita normale senza dover sempre per forza sottolineare la propria malattia. È questa la prima battaglia di Mike, apparire normale agli occhi degli altri. Ma non sempre ciò funziona, specie in tv, dove casi limite come questo vengono usati in maniera spudorata per spingere lo spettatore alle lacrime o a sentimenti melensi. Questo è il lato positivo della serie: perché Mike/Fox appare ironico ed autoironico, si prende in giro in continuazione, dimostrando grande maturità; inoltre, non esita mai a dimostrare i perfidi meccanismi televisivi.



Eppure qualcosa non funziona nella serie. A tratti, è troppo sopra le righe, troppo confusionaria. Si vuole a tutti i costi dimostrare che la famiglia Henry ha preso il Parkinson con coraggio e che non si lascia abbattere dalle difficoltà. Ma le situazioni paradossali sono sin troppe e vanno a scapito di una migliore caratterizzazione dei personaggi, che sono ridotti a macchiette; a ciò si deve aggiungere il poco convincente registro da peudo-documentario che non rende onore alla vera battaglia di Michael J. Fox. Quello che ne esce fuori è una sorta di reality privo di realtà. Forse, se si fosse optato per una serie televisiva/documentario sulla vera vita di Fox, con la sua vera famiglia, la cosa sarebbe stata molto più interessante. O, forse, avrebbero potuto optare per la fiction vera e propria senza gli intermezzi-interviste a Mike e famiglia.

Certo, il solo pilot è poca cosa per giudicare: ma, da un titolo del genere, ci si sarebbe aspettati una produzione molto più originale, forse anche un po' più sperimentale, e meno sitcom. Vedremo come andrà avanti la produzione che si annuncia molto lunga (22 episodi) e, quindi, difficile da gestire a livelli qualitativi alti.

The Americans - Roma Fiction Fest


Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Spy-story/Storico - Stagioni: Una (in corso) - Episodi: 13 - Ideatore: Joe Weisberg

Elizabeth e Philip Jennings sono sposati, hanno due figli e vivono in una graziosa villetta in uno dei quartieri più tranquilli della città.
In realtà, non sono nulla di tutto questo. Solo i loro figli sembrerebbero reali: Elizabeth e Philip sono due spie russe trapiantate in America per abbattere la nazione dalle fondamenta. Siamo nel 1981, Reagan è appena stato eletto e la Guerra Fredda sembra meno fredda del solito.
Non sappiamo nulla di Elizabeth e Philip, né il loro vero nome, né da dove vengono. Si sono soltanto incontrati alla fine del loro addestramento, all'inizio degli anni Sessanta. Hanno dovuto innamorarsi e si sono sposati, per dar vita ad una messa in scena perfettamente credibile.
Sono entrambi spietati, ma pieni d'amore nei confronti dei figli, che nulla sanno della doppia vita dei genitori. Di giorno, Philip ed Elizabeth accompagnano Paige e Henry a scuola, di notte si armano e uccidono, rapiscono, si mettono in contatto con i piani alti del direttorato sovietico.
Tutto sembra filare liscio fino a che di fronte a loro non si trasferisce un agente dell'FBI che fa controspionaggio: deve scovare quelle spie russe che hanno rapito il Capitano Timoshev. E Timoshev giace legato nel cofano dell'auto di casa Jennings.



La serie ha troppi punti di contatto con Homeland e, anzi, sembra dichiaratamente ispirarsi ad essa, sia per la storia di spionaggio che per alcune scene (come la sequenza in cui i coniugi Jennings fanno sesso in auto, in maniera molto simile a Carrie e Brody durante la prima stagione). Mentre Homeland analizza il nemico attuale degli USA, The Americans fa un salto indietro nel tempo di oltre trent'anni e analizza i nemici storici degli americani, i russi, i comunisti e i socialisti. Se Homeland cerca di comprendere sia le ragioni degli Stati Uniti che le ragioni "nemiche", The Americans si identifica solo - almeno per il momento - con le spie sovietiche.

The Americans, nonostante una prima sequenza molto movimentata, parte in sordina e inizia a convincere solo a metà del pilot. È a questo punto che la storia comincia a ingranare e a coinvolgere molto di più lo spettatore. Il problema della serie, essenzialmente, è il rivolgersi ad un passato che i ventenni di oggi (cioè i principali fruitori di serie tv) ignorano e nel quale potrebbero identificarsi poco. Inoltre, la trama risulta molto complessa, nulla a che vedere con Homeland che, nonostante la storia intricata, riesce a tenere incollati allo schermo.



Il punto di forza di The Americans, semmai, è l'atmosfera intimista che si respira tra le mura domestiche delle due spie. Non c'è molta azione, a parte la prima sequenza. Tutta la puntata si muove tra flashback tormentati, pensieri e riflessioni seriose dei due protagonisti che, sulle prime, potrebbero sembrare il Mr e Mrs Smith russi, ma che in realtà sono molto più complicati e sofferenti.
Lei è gelida, socialista convinta, apparentemente non innamorata del marito; poi però non esita a difenderlo e ad addossarsi colpe che non ha; lui appare talmente innamorato della moglie e dei figli che vorrebbe addirittura consegnarsi e vivere da borghese americano, abbandonando quella lotta socialista che gli ha condizionato la vita.
I due attori, Keri Russel e Matthew Rhys, sono perfetti nella parte, scelti anche per l'aspetto fisico, caratterizzato da zigomi alti e schiacciati e da occhi di ghiaccio.

Da sottolineare la colonna sonora, tutta anni Ottanta: sentire Phil Collins nel bel mezzo di un omicidio seguito da una scena d'amore tra i due protagonisti riporta indietro nel tempo in maniera molto efficace.

Il pilot della serie tv parte in maniera non troppo convincente e si fa via via sempre più interessante: ma potrebbe esplodere e diventare un successo - seppur sempre un successo di nicchia. Basta che punti ad una semplificazione della trama e che continui così nell'analisi psicologica dei due personaggi.

mercoledì 2 ottobre 2013

Sleepy Hollow - Roma Fiction Fest


Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Fantasy/Horror - Stagioni: Una (in corso) - Episodi: 13 - Ideatori: Alex Kurtzman/Roberto Orci/Phillip Iscove

Parlando di Sleepy Hollow viene subito in mente quel meraviglioso e orrorifico film di Tim Burton: Il Mistero di Sleepy Hollow era una storia di maledizioni, vendetta e stregoneria, in un'epoca in cui la scienza – quella portata avanti da Ichabod Crane/Johnny Depp – timidamente faceva la sua prima apparizione e si poneva in contrasto con un mondo di superstizioni e pregiudizi. La genialità di Burton fu quella di risolvere una storia horror in maniera quasi del tutto razionale, riducendola ad un thriller di grande impatto.
Sarà per Burton, Depp o per quella sceneggiatura priva di sbavature che il pilot di Sleepy Hollow convince poco. O, meglio: potrebbe convincere ma, allo stesso tempo, ha tutte le carte in tavola per capitolare miseramente.
Il pilot della serie si pone in maniera abbastanza compatta, eppure mette troppa, davvero troppa carne al fuoco: e, con tutta questa carne, il barbecue rischia di andare completamente in fumo.



Ichabod Crane è uno scienziato-spia alle dipendenze di George Washington; decapita il Cavaliere nel 1781, proprio nel bel mezzo di una battaglia della Guerra di Indipendenza Americana. Ferito dal Cavaliere – che poi sarà il Cavaliere senza testa – Ichabod mescola il suo sangue a quello del nemico e si sveglia duecentocinquanta anni dopo in una caverna, ai giorni nostri. Si risveglia Ichabod e si risveglia anche il Cavaliere senza testa, che comincia a mietere vittime per tutto il moderno villaggio di Sleepy Hollow. Tuttavia, nella cittadina maledetta c'è Abbie, un'agente di polizia che ambisce all'FBI e che si trova – per destino o meno – coinvolta in questa serie di omicidi, decidendo di risolverli ad ogni costo. Lei è l'unica a credere ad Ichabod, giudicato dai più pazzo. Nel corso dell'episodio verranno fuori altri particolari: Katrina, la moglie di Ichabod, è una strega arsa viva e ora imprigionata dal Cavaliere in una non meglio specificata dimensione; il teschio del Cavaliere è seppellito sotto la lapide di Katrina; il Cavaliere Senza Testa è la Morte e, allo stesso tempo, uno dei Quattro Cavalieri dell'Apocalisse descritti nella Bibbia. Abbie, da ragazza, ha incontrato un demone: demone che avrebbe risvegliato il Cavaliere nel duemilatredici.














Insomma, dalla Guerra di Indipendenza a George Washington, dalla stregoneria alla religione, dalla scienza alla Bibba, Sleepy Hollow rischia di scadere nel trash se gli autori non saranno in grado di dare un senso più o meno logico a tutto questo pot-pourri. Per certi aspetti, la storia della serie tv ha più legami con il racconto originale di Washington Irving rispetto a quella di Burton: per altri aspetti, invece, se ne allontana in maniera forse troppo ardita.
Ichabod Crane è interpretato da un personaggio che tutto sembra meno che un professore di Oxford: è indubbiamente il personaggio che ha la presa maggiore, ma forse è eccessivamente perfetto e belloccio per interpretare Crane. E, dicendo questo, non si intende fare alcuna connessione con il Crane di Depp. Semmai, osservando il nuovo Crane, non viene in mente quello di Depp ma – eppure è così – Connor Kenway di Assassin's Creed III. L'ambientazione è la stessa, il soprannaturale c'è in entrambe le storie. Ichabod Crane è una spia più con l'aria del combattente smaliziato, proprio come Connor, che dello scienziato curioso e intimorito. Impossibile non notare il legame tra questo Sleepy Hollow e il terzo capitolo di Assassin's Creed, sia per certi scenari, sia per una certa mescolanza tra giochi di potere e misticismo.
Il personaggio che dovrebbe incutere più terrore di tutti, invece, naufraga: il Cavaliere senza testa se ne va in giro con una giubba rossa del Settecento e – udite udite! - oltre l'ascia, che sempre ricorda quella di Connor, con un fucile a pompa e una mitraglia. Non c'era bisogno di altro per destituire di senso il cattivo della storia. 

Certo, il pilot è poca cosa rispetto all'analisi dell'intera serie. Però, se queste sono le premesse, si teme per la riuscita della storia. Storia che può salvarsi solo in un modo: se la si risolve tutta in una sola stagione, evitando di mettere altra carne al fuoco e cercando di tirare velocemente, ma con coerenza, tutte le fila del discorso. E aggiungendo un po' di spirito horror in più che, finora, non è stato molto incisivo: l'atmosfera non disturba, è sin troppo conciliante e rischia di far naufragare Sleepy Hollow nel mare delle anonime serie tv dall'aspetto familiare e quotidiano.