venerdì 28 novembre 2008

PROIEZIONI NOTTURNE - O' pai O'

Allora, propongo un altro film da quelli che ho visto al Festival di Roma.
Ragazzi, questo è una bomba!

Ricordo di essere partita prevenuta: film brasiliano... mai visti film brasiliani... chissà che mi capiterà... magari qualche sorta di mezzo documentario sui quartieri difficili... anche perché nella guida del festival quella pseudo trama che c'era traeva proprio in inganno.

E invece... "O' pai O'", film sceneggiato e diretto da una donna, Monique Gardenberg, sapete che vuol dire? I sottotitoli inglesi hanno tradotto "Look at this!" e quindi diciamo "Oh, guarda un po'!"
E infatti quando l'ho visto mi sono detta "Guarda un po' che bel film!" Un film di una freschezza assoluta, corale e magistralmente girato. L'ultimo giorno di carnevale un gruppo di persone, tra amici e conoscenti, si prepara a passarlo nel modo più euforico possibile, nonostante problemi di ogni sorta. C'è la padrona del palazzo, cattolica e devota, che chiude l'acqua a tutti gli inquilini C'è il travestito (ragazzi, non potete capire che donna che era quell'attore!) che cerca l'amore L'uomo che sta per diventare padre e che pensa a guardare sotto le gonne delle ragazze (e dei ragazzi!) C'è la barista lesbica Le popolane che spettegolano a ogni angolo La brasiliana fintamente europea, che spaccia per vero un ricco amore nel vecchio continente, E poi c'è lui, Roque, il decoratore di corpi per il giorno di carnevale. Una scena finale, durante la festa del carnevale, piena di gente e di colori e di musica, momento in cui si intrecciano e trovano compimento tutti i destini e, quando meno te lo aspetti, arriva questa tragica, drammatica, sequenza finale, che ti toglie il respiro: e che è valsa un lungo applauso finale alla sala Sinopoli. Così come, a metà film, è partito spontaneo l'applauso in sala al monologo di Roque sui bianchi e sui neri. "Sono nero, ma se fai una battuta rido anche io ccome un bianco!" Roque alza la voce, si incazza, zittisce gli altri personaggi del film e zittisce noi spettatori. Ragazzi, Roque (Lazaro Ramos) era in sala quel giorno! E sono contenta perché l'applauso gli è arrivato direttamente. Ora vi metto il link alla scena iniziale del film. Ho trovato questa chicca su internet e vi prego di non perdervela! Dura poco più di due minuti e consiglio soprattutto ai maschietti di arrivare fino in fondo perché avranno una dolce visione.


O' pai O' sequenza iniziale
E questo è il trailer!

martedì 25 novembre 2008

ALL NIGHT SONG - Afi, Miss Murder

Per me parlare di musica è qualcosa di impossibile. E' ovvio che non posso comunicare quello che mi trasmette una canzone, ciò che mi suscita... perché per me ascoltare la musica è il passo direttamente precedente all'immaginazione e allo scrivere.
Cercherò di parlare poco, quindi, e di far ascoltare molto. E soprattutto cercherò di presentare i gruppi che piacciono a me e che credo siano poco conosciuti.
Parlerò principalmente degli AFI, perché credo sia un gruppo sconosciuto in Italia. Un gruppo che mi fa impazzire.


AFI: A Fire Inside. E il fuoco che hanno dentro lo accendono anche dentro di te. Il loro genere? sicuramente si muovono nell'ambito del rock, ma la loro caratteristica principale è l'andare oltre: non si fermano mai, sperimentano di continuo, mescolando generi sempre diversi. Vengono definiti con tanti nomi, ma credo appunto che ciò che li caratterizza sia la sperimentazione. Parlando di loro, spero di far notare le loro peculiarità e i loro cambiamenti.
La prima canzone che proporrò è diventata molto famosa; o almeno: se qualcuno ha guitar hero III la conoscerà: Miss Murder. Il video che riporto da YouTube è il director's cut, con annesso il Prelude del disco di cui Miss Murder fa parte, Decemberunderground.
La canzone dimostra un po' tutte le caratteristiche degli Afi: l'uso dell'elettronica (elemento fondante soprattutto Decemberunderground), una chitarra molto varia, la capacità del basso e della batteria di riempire enormemente il suono (se si pensa che ai live sono solo loro 4 a suonare, senza uso di chitarre in più e la musica satura comunque l'ambiente!...questo vuol dire saper suonare!) e soprattutto, una voce estremamente eclettica e potente.


AFI:


Davey Havok - voce
Jade Puget - chitarra
Hunter Burgan - basso
Adam Carson - batteria


Il video di Miss Murder





domenica 23 novembre 2008

... ansia da scena...

Invece di giorno sai veicolare il fantasma verso qualcosa di razionale.
E la paura è afferrabile.
Tra le varie cose più intime e personali che mi mettono paura, sicuramente quella più manifestabile è l'ansia da... pubblicazione.
Ieri sera nel letto ho manifestato un desiderio, frutto della paura del prodotto finale scritto, intriso dalla certezza del ridicolo e da una vergogna che mi avvampa il viso.
Se su Google scrivi "sguardi notturni" non ti viene il mio blog, anzi, non ti viene proprio niente - meno male, ho pensato.
Ma quanto è banale e ingenuo Nightshot? Si vede proprio che l'ho scritto ormai più di due anni fa.
Ma quanto può essere stato ridicolo il mio modo di scrivere e quanto è ridicola la storia che ho montato?
Sai quanta gente (quanta? ma chi se lo legge, poi?) direbbe a ragione che il tutto è assolutamente inverosimile?

Cioè... Credo che sia abbastanza stupido che una persona... e poi... nel bel mezzo della notte... e quell'altra persona...; e che alla fine... insomma... nel parco....; e ancora, di giorno entrambi o entrambe decidono.... FINE.

Poiché ormai sono tanti giorni che ho spedito il mio lavoro definitivo alla casa editrice e ancora non mi hanno fatto sapere nulla, l'altro ieri sera ho fatto un sogno: avevano cambiato la copertina, anziché l'autobus, sopra ci avevano messo un disegno parecchio brutto, udite udite, della scena clou! E io dico ad Ale: "Caspita che spoiler che hanno fatto!" e Ale: "Che ti frega, tanto si sa che nel libro sono tutti (SPOILER)".

Anche se me lo chiedeste, non vi dirò mai cosa raffigurava il disegno sulla copertina nel mio sogno. Forse se lo leggete... ve lo dico.
Caspita che marketing ingenuo, il mio.

sabato 22 novembre 2008

Ansia da vita...

Niente di meglio che guardare di notte.
Niente di peggio che guardare di notte.
Tutto è diverso, affascinante ma anche terribile.
Cosa fare...?
In quei momenti in cui manca l'appiglio e sembra che anche di giorno sia notte.
Voglio pensare che sia solo un momento biologico e non mentale.
Voglio pensare che andrà tutto bene.
Non voglio pensare a quello che manca o che mancherebbe.
Quando è buio, bisognerebbe solo dormire. Troppi fantasmi.
Ma quando lo sguardo è notturno, c'è poco da fare:
anche la minima sciocchezza ti attraversa e ti ferisce, ti lascia una indelebile ferita.
Amo dormire, ma purtroppo troppo spesso l'insonnia è mia compagna.
E i fantasmi arrivano, affamati come non mai.

Inizio a snocciolare pan di stelle da un pacchetto come fossero pop corn. E' troppo tempo che non mangio cioccolata.
E allora scrivo. Se fisso qualcosa, se un fantasma lo catturo, forse mi rendo conto che ciò che mi mette paura sono solo le parole.
Forse è così. Ma il fantasma rimane.

Mi riempio di pan di stelle e la mia afta in bocca ringrazia.

giovedì 20 novembre 2008

PROIEZIONI NOTTURNE - Playing for Charlie

Visto che avevo intenzione di realizzare qualche rubrica su questo blog e visto che studio principalmente cinema, inizio dal cinema. E visto anche che ho passato gli ultimi otto giorni di ottobre al Festival del cinema di Roma, allora vi parlerò dei film che ho visto lì: in modo tale da portare anche un po' di conoscenza su produzioni cinematografiche che tanto in Italia mai si vedranno: si potrebbero definire film d'essay, solo perché sono film australiani, olandesi, brasiliani, argentini e così via; in realtà se li si va a vedere si capisce che li si definisce d'essay solo perché, vista la loro provenienza geografica, non sono americani o italianopopolari e quindi non spendibili commercialmente. Io, invece, credo di aver visto dei film assai godibili e questo vale per chiunque, anche per chi non è molto abituato a vedere film.
Ma comunque. Iniziamo.
Il primo film che ho visto, per la sezione "Alice nella città" è stato Playing for Charlie.
E' un film australiano di una regista esordiente, Pene Patrick. Ho appena letto un articolo su questo film sulla rivista Close-up, la quale non è per niente buona con il lungometraggio, anzi, spara a zero in continuazione sul film e sul festival. Sul festival ha ragione: fino allo scorso anno non era un "Festival" ma una "Festa", il che dà alla cosa un senso completamente diverso; inoltre, rispetto all'altro anno, quest'anno non ci sono stati grandi eventi di rilievo culturale.
Su quello che dice del film, invece, potrei dissentire. Devo dire che non mi piace leggere la "critica" ai film: io sono abituata a fare un'analisi dei film di tipo accademico, quindi usando un procedimento più scientifico: mi pongo una tesi, vado alla ricerca della sua conferma o smentita, elaboro il risultato. Quindi, per me, una critica è assolutamente inutile, perché tra l'altro é molto basata sul gusto di chi la scrive, invece un accademico può scrivere che un film è interessante a livello scientifico anche se non è proprio il suo film preferito.
Dunque: per me un film è interessante se la sua forma elabora un contenuto. Cioè se dalla forma io ho compreso appieno il senso e il contenuto del film. E io qualcosa di questo genere in Playing for Charlie l'ho trovata. Il film racconta la storia di Tony, un ragazzo di 16 anni con la passione e un gran talento per il gioco del rugby (del resto, stiamo in Australia!). Però Tony non se la passa troppo bene: suo padre è morto da un anno, lasciando lui e la madre in una grave situazione economica; in più, c'è Charlie, questo fratellino di pochi mesi, un bimbo bellissimo che sta mettendo i denti e per questo piange in continuazione. La mamma di Tony è malata di sclerosi multipla e lavora soltanto di notte come telefonista in un call center (vi prego, non tagliatevi le vene!). Pertanto, è Tony che si occupa di Charlie, per tutto il giorno. La complicazione nasce quando qualcuno nota Tony e vuole farlo entrare nella squadra di stato di Rugby, con borsa di studio e trasferimento in Sudafrica. A questo punto, sono due i grandi problemi di Tony: l'opposizione della madre al suo allenamento a scopo valutativo nella squadra di stato e il fatto che il ragazzo porti gli occhiali, i quali gli impediscono di giocare liberamente a rugby. E non può permettersi delle lenti a contatto. Allora spunta fuori Scarf, fratellastro delinquente di Tony, più grande di lui: Scarf aiuta Tony in ogni modo, gli dà le lenti a contatto, le scarpe da ginnastica nuove ma lo fa rubando e chiedendo in cambio a Tony aiuto in una sua azione criminale.
Non vado oltre. Tony è un ragazzo che, nonostante la sua età, è completamente responsabilizzato. Nasconde alla madre i suoi allenamenti con la squadra di stato, che avvengono di sera, quando lei è al lavoro, e per questo il ragazzo porta con sé al campo Charlie, al quale dà il latte e cambia i pannolini tra flessioni, un calcio al pallone e una meta. Lo spettatore arriva a provare una enorme rabbia nei confronti delle persone che circondano Tony e che non ne capiscono il valore, anzi lo sfruttano a più non posso, in primis la madre, poi il fratellastro Scarf, poi Tony incontra difficoltà con gli allenatori che vorrebbero dare la maglia numero 10 a un fighetto figlio d'arte e nipote d'arte.
Close-up lamenta, per questo film, una mancanza di estro registico. Uno: non per forza un regista per raccontare una storia deve fare un film alla Bergman o alla Fellini; due: una cifra formale c'è, è quasi nascosta e in sordina, ma quando la si nota, è un vero tocco di poesia.
Ed eccola: sin dalla prima inquadratura e per l'inizio di ogni sequenza, l'immagine nasce fuori fuoco, cioè sfocata. Si fa fatica a capire quale sia l'immagine, ma a poco a poco lo sguardo che guarda mette a fuoco la sua visuale e appare praticamente sempre un paesaggio; questo in accompagnamento ad una musica che dapprima sembra un carillon, poi ci accorgiamo che è una chitarra elettrica che simula un carillon, riempie del tutto l'immagine, la satura, inizia l'arpeggio con un grande riverbero. Quello che ne evinco è che ciò a cui assistiamo è la soggettiva di Tony, che non vede bene, che gioca senza occhiali, ma soprattutto che non riesce a mettere a fuoco il mondo, non lo mette a fuoco sia a livello fisico che a livello mentale, perchè non capisce, perché si trova a disagio in un mondo che, per qualche strano scherzo del destino, sembra convogliare tutte le sue brutture contro di lui. E infatti il paesaggio che viene messo a fuoco è quasi sempre un paesaggio naturale, corrotto da fabbriche inquinanti. Il film è pieno di questi momenti assolutamente extradiegetici, di commento, di interiorità del protagonista, di poesia e quindi di accentuazione del senso del film. E' ciò che dicevo prima: quando la forma mi dà il contenuto, mi dà il senso del film.
Trovo che certe perle nei film (o almeno: per me sono perle), valgano l'intero film. E non sono assolutamente d'accordo con Close-up che dice che un film del genere, così "lacrimevole", non sia di nessun insegnamento ai ragazzini a cui la rassegna Alice nella città era dedicata. Se volete, potete leggere la breve critica di Close-up al film qui. Non vorrei raccontarvi il finale. Magari, se lo volete conoscere me lo chiedete espressamente. Anche perché non credo che in una sala italiana uscirà questo film australiano.

lunedì 17 novembre 2008

Domanda e risposta

La domanda che mi pongo è: perché fare il DAMS e decidere di scrivere? Perché studiare cinema e scegliere come forma privilegiata di espressione la scrittura? E in particolare la narrativa (anche se scrivere saggi teorici mi piace e non poco!)?
La prima risposta, la più semplice, è che scrivo da quando sono piccolina; su per giù ho iniziato a undici anni a scrivere raccontini gialli, tanto per il gusto di scrivere storie (orrende). Solo qualche anno più tardi mi sono resa conto che per me scrivere era un'esigenza. E qui scatta il secondo e ben più importante motivo: credo che scrivere sia la forma migliore per esprimermi. E non solo per esprimermi, per dare vita a quello che penso, ai mondi che immagino, ma anche per cercare di capire quel qualcosa che mi sfugge. Quindi, per me, scrivere, diventa quasi una ricerca. Una ricerca e un modo di espressione che sono assolutamente diretti e, nonostante ci sia la forte mediazione e il grande ostacolo delle parole, immediati. Cosa voglia dire, immediato, in questo caso, può essere un mistero, ed è molto difficile da spiegare a parole. Potrei fare un esempio.
Ok, studio cinema. Il cinema è bellissimo, è una grande forma d'arte e il regista ne è l'autore. Ma il regista può avere un'esperienza immediata di quello che fa? Io non ho mai fatto un film in prima persona, ma avendo girato attorno al problema, mi sono facilmente accorta che il regista è solo la punta dell'iceberg di un lavoro che vede sul set almeno un migliaio di persone. Cioè: almeno mille persone da gestire per far sì che la propria opera (qui ovviamente si parla di registi autori) viva sullo schermo. Il regista deve avere a che fare con uno sceneggiatore, con un direttore della fotografia al quale dire come fare un'inquadratura, un montatore... e questi sono solo i principali personaggi di una troupe... per non parlare degli attori! L'attore, secondo me, è il più grande impedimento fisico al lavoro di un regista. Gli attori sono essi stessi persone che pensano, parlano, interpretano a modo proprio una parte e magari finiscono per litigare con il regista...
I film costano un sacco di soldi. In Italia attori anche non troppo conosciuti vengono pagati mille euro al giorno per ogni giorno di lavorazione del film. Tra i tanti lavoratori che esistono su un set ci sono i runners. I runners, hanno il compito di correre da una parte all'altra, non solo per esigenze strettamente neccessarie al set, ma anche, udite udite, per esaudire i desideri o i capricci degli attori. La produttrice con cui ho fatto il laboratorio di produzione cinematografica ha detto che spesso un runner determina la buona riuscita di un film: ad esempio c'è l'attrice che non recita se non ha le caramelle di quella marca che vuole lei; e il runner via a cercargliele. Insomma... potremmo dire che il runner che deve esaudire un capriccio di un attore è un elemento di spreco che potrebbe non esistere, magari si potrebbero dare due bastonate sui denti agli attori e farli recitare a suon di botte, visti tutti i soldi che prendono per una ventina di giorni di lavoro. Tutto questo genera dispersione nella gran confusione di un set.
E il regista? Certo, un regista che riesce a fare grandi film in queste condizioni, indubbiamente ha le palle. Ma tutto questo, per tornare a me, non è il tipo di situazione che mi si addice per... "creare", o per fare semplicemente qualcosa di creativo. Io ho bisogno di essere io e solo io, con i miei pensieri e la musica sparata nelle orecchie. Ho bisogno di essere sola e riflettere perché la riflessione in solitudine per me è determinante. L'unica forma di "cinema" che mi interessa è quella della camera stylo di Astruc, insomma, un cinema che possa quasi essere una penna: andarsene in giro con una piccola handycam e catturare la luce e le ombre. Se in passato si sono interrogati grandi registi e teorici sull'esigenza di un cinema più diretto per gli autori, di un cinema basato su una creazione vicina a quella dello scrittore, allora forse è legittimo che anche io avverta lo stesso problema.
Per me ci sono arti più o meno dirette ed immediate per gli autori stessi che le producono. Metterei da parte la musica: comporre secondo me è da geni, riuscire a fare anche in silenzio (cioè senza strumenti e l'ho visto fare davanti ai miei occhi!) della musica, con tutte le regole che questo comporta è davvero da geni.
Il pittore. Il pittore è, a mio parere, qualcuno che può gettarsi appieno nella sua creazione. Ma la mia grande predisposizione a raccontare storie mi fa preferire, forse anche più dell'attività dello scrittore, quella del fumettista. Il fumettista racconta storie e ce ne dà subito l'immagine... ah! Se sapessi disegnare – ma non so neanche come si tiene in mano la matita!
Non voglio farla troppo lunga, arte per arte: alla fine, ciò che conta è che ognuno ha una modalità diversa per esprimersi ed evidentemente, per lui, quella modalità è la più naturale e immediata che esista.

venerdì 14 novembre 2008

Coming Soon...

Questa, a titolo indicativo, sarà la copertina del mio e-book, Nightshot, edito da Prospettiva Editrice. Quando sarà ufficialmente pubblicato, ve ne darò notizia!
Quest'idea di copertina è stata realizzata da Alessandro Borghini, che è, secondo me, ma anche secondo altri, un genio della grafica! Ale, che farei senza di te? "Grazie" credo che sia poco!!!

giovedì 13 novembre 2008

Comincio da qui!

Eccomi! Ora ho deciso di aprire un blog su blogspot. Finora avevo scritto su livejournal. Se qualcuno fosse interessato, può andare qui http://ilshimya.livejournal.com/e leggere i pochi post che ho scritto.
In ogni caso la ragione principale per cui ora ho aperto questo blog, "Sguardi Notturni" è perchè... quasi ci siamo... tra pochi giorni dovrebbe essere pubblicato, il mio primo (e spero non ultimo) libro, che non è cartaceo ma tutto digitale: è un e-book. Colgo così l'occasione per parlarne e per dire anche qualcosa di intelligente attorno a tutto ciò che mi interessa e che principalmente è il cinema e l'arte, discipline che studio all'università. Uno dei propositi che ho è quello di fare di questo blog non un semplice diario, ma quasi un angolo di web con le sue rubriche... non so, potrei parlare del "Film della settimana", della "Canzone della settimana", dell'Album del mese, dell'anno... insomma, un modo per dare continuità al blog e soprattutto per costringermi ad aggiornarlo. E, ovviamente, un modo per esercitare giornalmente la scrittura e per mettere a posto le mie idee attorno ad argomenti che mi interessano.
Spero di avere un seguito...
Buona lettura!