venerdì 27 dicembre 2013

I sogni segreti di Walter Mitty

Titolo originale: The secret life of Walter Mitty - Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Commedia/Sentimentale - Regia: Ben Stiller

La vita è un percorso tortuoso, difficile da interpretare. Dobbiamo essere avventurosi o rintanarci nel nostro nido? Nessuno ha la risposta giusta. Ma, molto probabilmente, la vita è un mix perfetto di entrambi i comportamenti. Vedere il mondo e fare cose pericolose è ciò a cui tutti ambiscono, per apparire belli agli altri o semplicemente per dire di aver vissuto davvero. Ma pochi sanno guardare bene oltre i muri. E meno ancora hanno la sensibilità per ritrovarsi, avvicinarsi e sentirsi. La vita è questo: un viaggio intorno al mondo che riconduce a noi; la consapevolezza che solo dentro di noi e nella persona che amiamo possiamo trovare tutte le risposte alla nostra esistenza.

To see the world, things dangerous to come to, to see behind walls. Draw closer, to find each other and to feel. That is the purpose of life

È questo il motto che campeggia all'ingresso degli uffici di Life, il magazine per cui lavora come archivista fotografico Walter Mitty (Ben Stiller). Walter ha una vita reale apparentemente insignificante: ma la sua vita segreta è piena di sorprese. Walter, infatti, ogni tanto si incanta a immaginare ciò che potrebbe fare, ciò che potrebbe essere e il mondo mirabolante che potrebbe plasmare. E nelle sue fantasie è sempre il supereroe della sua vita. Ma ora Walter ha un problema reale. Life sta per diventare completamente digitale: sì, perderà la produzione cartacea e, con essa, perderà anche risorse umane, cioè persone. La Life digitale perderà un po' di carne e sudore, un po' di parole dette e non solo scritte per e-mail e un po' di sentimenti. L'ultimo numero cartaceo dovrà essere celebrato con una copertina particolare: il negativo 25 inviato dal fotografo Sean O'Connell (Sean Penn). Ma del negativo 25, in redazione, non vi è traccia. Così, il pacato, timido e chiuso in se stesso Walter Mitty sarà costretto a prendere uno zaino da viaggio e ad attraversare il mondo per ritrovare il negativo. Non può più permettersi di sognare, deve agire.
Inizia un viaggio per lande desolate e bellissime, attraverso mari, monti, ghiacci, pianure, vulcani e rocce. Un viaggio che è attorno al mondo ma che è soprattutto dentro il mondo, il mondo interiore di Walter.



Ben Stiller stupisce per la maestria con cui ha calibrato tutti gli elementi del film. Non solo lo ha diretto, ma si è diretto in quanto protagonista della storia. Ha saputo alternare bene i momenti reali con quelli fantastici, utilizzando due registri diversi ma in qualche modo complementari, riuscendo a confondere le acque e a inserire in maniera indolore i momenti sognanti in quelli reali; si è fermato ad un passo dal kitsch nel momento in cui i sogni di Walter diventavano oltremodo surreali ed esagerati e ha saputo - soprattutto - controllare la sua recitazione. Conosciamo Stiller come attore comico, ma qui la commedia lascia spazio alla malinconia e il buon Ben si fa spesso attore drammatico, sorprendentemente consapevole di ogni gesto e di ogni singola espressione.
Gli effetti speciali abbondano, è vero: ma Stiller preferisce puntare su altro e cioè sull'effetto "speciale" e realistico della Natura: le ampie panoramiche su territori sterminati, tra la Groenlandia, l'Islanda e l'Himalaya, sono le vere sorprese visive del film, accompagnate da una scelta musicale degna di nota, lirica ed emozionante (su tutti i pezzi scelti spicca il gruppo islandese degli of Monsters and Men).
I cinque minuti dedicati a Sean Penn sono i più toccanti del film: Penn buca lo schermo e ci regala una lezione sulle non-foto e su certe scelte che noi, in un periodo di troppe immagini, non dovremmo mai dimenticare.



Ad un breve racconto del 1939, Stiller aggiunge notevoli elementi della modernità: la crisi economica e la digitalizzazione del lavoro; i social network che, chiaramente, non sono la vita, sono solo un suo pallido se non falso riflesso, un mettersi in vetrina per piacere agli altri fuggendo da se stessi; e la digitalizzazione del cinema. La perdita di contatto con la pellicola. La storia del cinema. Stiller fa continui omaggi ai grandi nomi del passato e si diletta a giocare con citazioni da pellicole del presente. Insomma: quello di Ben Stiller è un essere qui e oggi con moderazione, abbracciando le novità con la giusta misura, metabolizzandole a poco a poco senza mai dimenticare ciò che il breve e recentissimo passato della storia del cinema e delle comunicazioni ci ha insegnato.

Un film grandioso e di ampio respiro che ci dice che, in fondo, tutto quello che cerchiamo di pericoloso e avventuroso nella vita ce lo abbiamo in tasca. Come quando andiamo al cinema: ci sediamo in sala e viviamo per due ore un'avventura altrui che, però, svela sempre qualcosa di noi stessi. E la cosa più grande che possiamo fare è proprio affrontare noi stessi. Sfidarci. Conoscerci, anche e soprattutto attraverso l'altro. È questo il viaggio più difficile per l'animo umano.  

mercoledì 25 dicembre 2013

Immagini di Natale - Silvestro Lega, Opere varie


Dentro casa, il giorno di Natale, si respira un'aria che difficilmente si respira durante il resto dell'anno. C'è una sorta di intimità centrifuga che travolge silenziosamente tutto - può essere un controsenso, ma è così. Il giorno di Natale l'intimità familiare diventa ancora più intima, sprigionando qualcosa che le parole non possono descrivere. Si è tutti - più o meno - sulla stessa lunghezza d'onda, a condividere lo stesso spazio con la stessa atmosfera.
Se dovessi descrivere l'intimità natalizia, prenderei l'immagine di una madre che in casa prepara tutto per la vigilia e il gran pranzo e che tuttavia ha sempre un occhio per il suo bambino - che gioca, non si preoccupa di preparare e vive il Natale con un'innocenza e un senso di protezione che nessuno mai più prova.

Ma prenderei anche un momento di riposo, quello tra l'ultima portata e la decisione di giocare a carte, quello in cui ci si allontana dal tavolo imbandito per chiacchierare o stare in silenzio a fissare quel che rimane del Natale.
Prenderei pure due fidanzati che si allontanano dalla famiglia festante in sala e parlano - o tacciono - guardandosi negli occhi e promettendosi Natali futuri.
Eppure prenderei anche un'altra immagine, quella dell'esploratore solitario. Quello che ha bisogno di allontanarsi un momento dalla festa in sala da pranzo e di girare e toccare i muri e i mobili delle altre stanze. Prenderei il momento di intimità con gli oggetti, l'addobbo silenzioso nell'angolo più remoto della camera da letto, il balcone con le luci a fare da maggiordomo, il piatto con l'antipasto avanzato e riportato in cucina.
E, infine, prenderei quello sguardo gettato oltre le persiane a osservare il Natale di fuori.

Insomma, prenderei Silvestro Lega. Non le sue opere, proprio l'artista - un vero e proprio cantore dell'intimità, uno sguardo dentro il mondo che però sa ergersi per osservare tutto sin nei minimi dettagli. Lo sguardo di Silvestro Lega è lo sguardo ideale per vivere il Natale: non solo partecipe della festa, ma attento osservatore e artefice. 

domenica 22 dicembre 2013

Immagini di Natale - Schiele, Krumau



E, alla fine, ci si ritrova ancora una volta di fronte a quella porta. Oltre quella maniglia, ogni anno, si festeggia il Natale. Sempre con lo stesso rito, con le stesse portate, con le stesse parole e le stesse canzoni.
Ma, prima, ci si sofferma a guardarla - quella porta. Prima di suonare il campanello. Si alza la testa e ci si storce il collo per guardare le piccole finestre delle abitazioni che si stagliano contro il cielo nero - in attesa della mezzanotte.
Da un balcone pendono luci. Da una finestra spunta una stella di Natale. Un'altra ancora non ha nulla e allora pensi che tutto il calore del Natale sia dentro, solo dentro. Oppure no, affatto: là nessuno festeggia il Natale. C'è chi, fuori il balcone, accanto al Babbo Natale impiccato e penzolante, ha messo ad asciugare panni umidi di lavatrice e guazza. E, allora, pensi: qualcuno, il giorno della vigilia, tra un pesce, una luce e un parente a cui rispondere bene o male, ha pensato a lavare i panni.
Capisci, allora, che il giorno di Natale la vita non si ferma. Siamo noi a fermarla, per forza di cose, o non avrebbe significato - o ci sfuggirebbe dalle mani fino alla pazzia.

Schiele ha dipinto la piccola Krumau un numero impressionante di volte. Da ogni angolazione, dall'alto, dal basso, d'estate, d'inverno, oltre il fiume, dalle colline - con gli occhi pieni di meraviglia o ricolmi di tanta atroce delusione. Eppure, ogni volta, meglio di altri, ha saputo donare al mondo qualcosa che spesso ci sfugge. La casa, la casa vista da fuori. Ogni finestra è una storia da raccontare, ogni luce una persona che vive, ogni facciata è un un'espressione, ogni straccio ad asciugare è emblema di un'esistenza che esiste. Crediamo di essere noi e solo noi l'unico punto di vista sul mondo, eppure ogni finestra ci apre ad altri mondi e dalle finestre si affacciano altri occhi, pronti a guardare la vita a proprio modo. Di sicuro, dipingendo questo scorcio, Schiele non ha pensato al Natale. Ma la sua Krumau curva e compatta rievoca proprio il Natale: le case strette tra loro, incastrate l'una nell'altra, assomigliano a persone. Sono case anonime eppure fatte di sangue, di carne, di pulsazioni - e di storie da raccontare.

Allora stai lì e stai per suonare il campanello. Prima di farlo, prima di entrare nella tua casa del Natale, lanci un'altra occhiata, in completa solitudine e padrone del mondo, alle anonime finestre tutte attorno - ognuna festeggia il Natale a proprio modo, ognuna coi propri odori, ognuna col proprio continuo scorrere. E la vita galleggia nel palmo della tua mano.

venerdì 20 dicembre 2013

Immagini di Natale - Monet, La Pie


La pie - version française 
The magpie - english version

Versione italiana

Natale è percorrere una lunga strada prima che sia Natale. 
Si attende che quella porta si apra, che la tavola imbandita si manifesti, che il caminetto scoppietti. Si desidera il tepore delle mura domestiche e delle persone che le abitano. 
Ma, prima, Natale è una lunga strada.
Fredda, col ghiaccio, con la neve, con un po' di pioggia, con tanta pioggia. In auto, a piedi - sotto l'ombrello, senza l'ombrello. Con la sciarpa calda tirata fin sotto gli occhi e le mani rosse e screpolate. 
Natale è un'attesa, Natale è l'attesa. 
Natale è l'odore dei cibi prima che vengano mangiati. è il dolce dei dolci prima che vengano assaporati. Natale è apparecchiare la tavola - e preparare tutto sin nei minimi dettagli. 
Forse, Natale non è più Natale il giorno di Natale. 
Ma tutto il Natale che c'è prima è oltre il Natale.

C'è una gazza sullo steccato di Monet. una piccola macchia nera. E, oltre, una casa, nascosta dagli alberi e da un cumulo di neve che sa di bufera passata. 

Immagino che l'attesa del Natale sia arrampicarsi lungo quello steccato e puntare alla casa - di sicuro calda e accogliente, magari con le castagne che sfrigolano sul fuoco e una donna che prepara una zuppa per scaldare mani e stomaco. Puntare a quella casa da lontano, col freddo pungente e una strada impervia in mezzo alla neve alta. 

E noi siamo come gazze, un punto fermo tra prima e dopo, tra la strada percorsa e quella da percorrere. Vogliamo entrare in casa, ma amiamo guardarla da lontano, in un crocevia di pensieri e ricordi e malinconie. A godere, da soli, nel sentirci persi nello sterminato bianco del fuori, sapendo che ci attende un caldo dentro. 

La pie - version française

Noël est un long chemin avant l'arrivée de Noël .
On s'attend que la porte s'ouvre, que la table préparée se révèle, que la cheminée crépite. Vous désirez la chaleur de la maison et des gens qui l'habitent.
Mais d'abord, Noël est un long chemin.
Froid, avec la glace, avec la neige, avec un peu de pluie, avec beaucoup de pluie. En voiture, à pied - sous le parapluie, sans le parapluie. Avec l'écharpe chaude tirée sous les yeux et les mains rouges et gercées .
Noël est une attente, Noël est l'attente.
Noël est l'odeur de la nourriture avant d'être mangée. Est les gâteaux avant de les savourer. Noël est mettre la table - et préparer toutes le choses dans les moindres détails .
Peut-être Noël n'est pas Noël le jour de Noël.
Mais l'attente avant l'arrivée de Noel est plus de Noël.

Il y a une pie sur la palissade de Monet. Une petite tache noire. Et, en plus, une maison, cachée par les arbres et par un tas de neige qu'il flaire de tempête passée.

Je suppose que l'attente de Noël soit une longue grimpée sur cette palissade pour regarder la maison - chaude et confortable bien sûr, peut-être avec les châtaignes qui grésillent sur le feu et une femme qui prépare une soupe pour réchauffer les mains et l'estomac. Regarder la maison de longue distance, avec le froid glacial et une rue inaccessible au milieu de la neige haute.

Et nous sommes comme des pies, un point arrêté entre avant et après, entre la rue parcouru et celle-là à parcourir. Nous voulons entrer dans la maison, mais nous aimons la regarder de loin, à un carrefour de réflexions et de souvenirs et de mélancolie. Pour jouir tout seul, en nous perdant dans le blanc immense de l'extérieur, mais sachant qu'il nous attend un accueil chaleureux à l'intérieur.



Christmas is a long way before Christmas comes.
You expect that the door opens, that the table is laden, that the fireplace crackles. You want the warmth of the home and of the people who lives there.
But, first, Christmas is a long way.
Cold, with ice, with snow, with some rain, with much rain. By car, on foot - under the umbrella, without the umbrella. With the warm scarf pulled up under the eyes and red and chapped hands.
Christmas is an expectation, Christmas is the expectation.
Christmas is the smell of the food before it is eaten. Christmas is the sweet cakes before they are savoured. Christmas is to prepare the table – and to prepare everything to the smallest detail.
Maybe Christmas is not Christmas on Christmas Day.
But the wait before Christmas is beyond the Christmas Day.

There's a magpie on the fence of Monet. A small black stain. And, beyond, a house, hidden by trees and by a heap of snow that smells like passed storm.

I imagine that the anticipation of Christmas is a long climb on that fence to watch the home - warm and cozy for sure, maybe with the chestnuts that sizzle on the fire and a woman that cooks a soup to warm hands and stomach. Watching that home from a long distance, with the bitter cold and a difficult road in the middle of the high snow.

And we are like magpies, a staple between before and after, between the road traveled and the one ahead. We want to get into the house, but we love watching it from afar, at a crossroads of thoughts and memories and melancholy. Enjoying all alone, feeling lost in the endless white outdoor, but knowing that there is a warm interior.

lunedì 2 dicembre 2013

Georges Seurat



Il due dicembre del milleottocentocinquantanove nasceva Georges Seurat.
Neoimpressionista, postimpressionista, puntinista. Tante le definizioni che accompagnano il suo nome e tuttavia qualcosa sfugge. 
Seurat e le sue ricerche ottiche, Seurat e la scienza, Seurat e gli studi sui colori complementari. Seurat e i puntini. Ma non sempre solo puntini. Anche macchie, un continuo picchiettare di colore sulla tela.



Eppure, nonostante tanto studio e tanta scienza, Seurat ha qualcosa di magico.
Le sue opere appaiono sospese. C'è un non so che di onirico in quei personaggi simili a statue eppure evanescenti - da lontano un unico corpo, un'unica forma, e da vicino un esplodere di macchie e un dissolversi di ogni oggetto in un caleidoscopio di colori. 
Seurat, un puntino - davvero - nella storia, andato in pasto alla sua esistenza per una strana febbre a trentadue anni appena, ecco, Seurat, come gli altri suoi compagni post-Monet, post-Renoir e post-Degas è stato un anello di congiuntura con le avanguardie. Nei suoi quadri, con l'istinto dell'occhio, si leggono tante anticipazioni che poi il Novecento avrebbe fatto proprie. 
La magia: l'incantesimo che annulla tutti i puntini, tutte le macchie, solo se si fa qualche passo indietro.
Tanta scienza e tanta magia. Come il cinema - nato tra chimica e fisica, ha dato vita ai sogni e alle fantasticherie più grandi del mondo.


lunedì 25 novembre 2013

American Horror Story: Murder House

Anno: 2011 - Nazionalità: USA - Genere: Horror - Episodi: 12 (prima stagione) - Stagioni: 3-in corso - Ideatori: Ryan Murphy e Brad Falchuk

La maternità negata è indicibile sofferenza. I passi successivi sono segnati dal rancore, dalla furia, dall'odio, dalla follia. La maternità negata, spesso, può essere causata da un uomo vigliacco e per nulla in grado di adempiere al suo ruolo di bravo partner. In altre parole: non fate arrabbiare una donna. Non violatela, non traditela, non portatele via ciò che ha di più caro.
Il risultato può essere dei più orrorifici.
Ce lo hanno insegnato i greci, con la terribile storia di Medea. Resa pazza dal tradimento, ha inflitto violenza e si è autoinflitta la sofferenza più grande.

Gli autori di American Horror Story, per la prima stagione – Murder House – sono andati a pescare forse uno dei temi più difficili e meno comprensibili di sempre. La donna. La donna intesa in senso sanguigno e uterino, la donna che ama visceralmente, la donna tradita, la donna madre, la donna che partorisce, la donna che soffre. La donna folle e terribile e terribilmente bella.

Ben e Vivien sembrano la coppia perfetta. Bellissimi, benestanti, una figlia, Violet, altrettanto bella, intelligente e problematica. Ma Ben tradisce sua moglie con una donna molto più giovane, Hayden. Per cercare di risanare il rapporto, i due coniugi cambiano città e casa e comprano una vecchia villa degli anni Venti in un prestigioso quartiere. 
La casa era stata costruita dal medico delle star di Hollywood e dalla sua bellissima moglie: nello scantinato, il dottore praticava clandestinamente aborti su aspiranti attrici.
Ben e Vivien non sanno che la loro nuova casa è stata ribattezzata La Casa degli Omicidi. Per novant'anni, infatti, le mura dell'abitazione si sono macchiate di sangue, schizzato via da corpi massacrati nel corso di efferati omicidi.



Il punto è: la casa non è affatto disabitata. La casa è piena di gente. Anzi, la casa è piena di fantasmi. I passati inquilini sono tutti morti in circostanze simili: ex-madri distrutte dal dolore che uccidono e si uccidono; mogli tradite che uccidono la prole e si suicidano; o mogli tradite che uccidono il marito fedifrago e l'amante; la coppia che vuole un figlio, ma è in crisi e, morendo, è condannata a un'eterna esistenza fatta di litigi e rimpianti. Ci sono le madri che non hanno visto neppure nascere il proprio figlio e che ne cercano uno disperatamente. Ma c'è anche il rovescio della medaglia, ci sono i figli. I figli che non hanno avuto un'esistenza facile, quelli che hanno avuto in sorte madri troppo prese dal loro ruolo da non poter donare neppure un briciolo di sincera maternità. Ci sono i figli-mostri, divenuti tali solo perché privati del giusto affetto.

Ben, Vivien e Violet – da vivi – vivono la stessa esperienza dei loro ospiti (quasi) invisibili. Moglie e marito sono in crisi, aspettano un bambino ma continuano ad essere in crisi; Violet se ne sta chiusa tutto il giorno in camera, privata delle attenzioni dei genitori, troppo presi dai loro caroselli relazionali.
E il punto è: una casa con una tale storia, costruita sulle fondamenta di bambini mai nati e di madri monche, ecco, una casa così ti rapisce.



American Horror Story è un horror per famiglie, che ha tre buoni motivi per essere guardato. Il primo è la brevità: dodici episodi rendono il tutto molto compatto. La storia si conclude nell'arco delle poche puntate e soddisfa, più o meno, tutti i misteri. Inoltre, lo stile della regia e del montaggio permette di passare da un intreccio narrativo all'altro in manera saettante: non ci si perde in troppi giri di parole, le sequenze e le inquadrature sono brevi e fulminanti. Nessun dialogo interminabile, nessun continuo ritorno sugli stessi argomenti. Il concetto va compreso subito o non compreso affatto: la verità si svela repentinamente, con colpi di scena fulminei. Il resto, come è giusto che sia per un horror, rimane nell'ombra.
Il secondo motivo è il tema trattato e già ampiamente esplicato. Un tema universale e che tuttavia rimane inspiegabile. Del resto, come si può rendere razionale qualcosa di così atavico e carnale come la maternità? Nessuno riuscirà mai ad entrare nella testa di una donna diventata o che sta per diventare madre, nella mente dell'unico essere umano che, nel corso della propria vita, può avere un “organo” in più da cui poi è costretto a separarsi, provando felicità e dolore al contempo. Un tale e denso nucleo tematico non poteva che essere un casus belli dei migliori per un horror.



Il terzo motivo è lo sdoganamento dell'horror. Si sa, tutto ciò che arriva in tv e che prosegue per molte puntate con una cadenza precisa diventa familiare. Non esiste nessuna serie tv in grado di respingere o disturbare seriamente lo spettatore. Una serie tv entra nella quotidianità delle persone e diviene lo specchio di una parte della loro personalità. Dai crimini più efferati ai sentimenti più melensi, tutto, in tv, diventa familiare.
E qui diventano familiari anche i fantasmi e i loro indicibili dolori: dolori che poi sono quelli dei vivi. Anche l'equilibrio vita-morte si fa improvvisamente quotidiano. Perché Murder House ti dice che esiste un per sempre. E, in fondo, il fantasma si condanna da solo. Può rimanere eternamente rancoroso e può decidere di rendere la propria eternità meravigliosa.

Insomma, come già detto, l'horror si sdogana: e il misterioso orrorifico diventa più disteso e conciliante. Ma, beninteso: l'inquietudine non viene lavata via, altroché. L'inquietudine resta e resta perché fonte di tale sentimento è il nucleo del mondo. Quel grembo sanguinante che mai finirà di ammaliarci e respingerci.

sabato 16 novembre 2013

Another me, Heart of Lion, I'm door by door - Festival Internazionale del Film di Roma



È molto difficile scrivere a proposito di un film come Another me della Coixet. Non si comprende affatto cosa la regista abbia voluto fare o dire: se girare un horror, un thriller psicologico, un trash o cos'altro. Fay è alle prese con un grande dolore: il padre è affetto da sclerosi multipla e si sta spegnendo; sua madre lo tradisce. Il tunnel in cui è caduta l'adolescente si fa sempre più oscuro: Fay si sente perseguitata da una ragazza in tutto e per tutto identica a lei. Sembrerebbe che la cosa sia solo frutto della fantasia (o della pazzia) della protagonista, in realtà - e qui la sceneggiatura scade totalmente - si scopre che Fay ha avuto una gemella omozigote, morta prima del parto: ed ora la sorella sta tornando per reclamare il posto in famiglia e per vendicarsi. Il film, fino ad un certo punto, è ben confezionato e caratterizzato da effetti molto convincenti. Negli ultimi tre quarti d'ora, si lascia andare e la sceneggiatura si sfilaccia: i dialoghi sono di una banalità sconcertante, la scoperta della verità avviene senza pathos e gli eventi precipitano in modo sin troppo veloce, risultando, tra l'altro, privi di senso logico. Inoltre, vengono presentati parecchi personaggi con del potenziale, ma che rimangono lì a ricoprire un ruolo completamente inutile. Forse la delusione deriva dal fatto che per gran parte del film ci si aspetta che il doppio di Fay sia un doppio psicologico, una proiezione di se stessa per via della sofferenza che sta provando. È questo il primo pensiero logico che uno spettatore farebbe di fronte ai primi minuti di un film del genere: e invece no. La Coixet si inerpica su un sentiero molto pericoloso che la porta ad insabbiarsi in un B-movie senza pretese. Altra nota dolente è la (mancata) mise en abyme del Macbeth - Fay, nella recita scolastica, ricopre la parte di lady Macbeth: la Coixet non riesce a sfruttare neppure quella che poteva essere la caratteristica vincente del film, ossia il possibile parallelo con la tragedia di Shakespeare. Potremmo salvare la colonna sonora, molto bella per la verità, ma nulla di nuovo: il tema principale, You haunt me, ricorda in molti passaggi l'atmosfera creata da Ghost of love in quell'immenso capolavoro di Inland Empire. In più, anche il tema affrontato non è per nulla nuovo. Potrebbero venire in mente tanti film, ma qui ne viene in mente solo uno, italiano, davvero di grande caratura: H2Odio di Alex Infascelli, nel quale la presenza/ assenza della gemella mai nata portava alla pazzia e rendeva il film di grande impatto emotivo e visivo – un vero horror psicologico.



Sono altri i film che hanno dimostrato di saper dire qualcosa di diverso in modo diverso - e questo è avvenuto soprattutto nelle sezioni non in concorso. Ad esempio, all'interno di Alice nella Città, è stato proiettato un lungometraggio che esce fuori di molto dai soliti film di questa costola del Festival. Dentro Alice nella città, di solito, troviamo film che per protagonisti hanno ragazzi e che sono rivolti essenzialmente ai ragazzi. Heart of Lion, invece, devia e ci regala una vera sorpresa.
Teppo non è un ragazzo ma un adulto. E, soprattutto, è nazista convinto. Passa le serate a ubriacarsi, a stendere il braccio, a inneggiare a Hitler e a picchiare immigrati. È disoccupato e non riesce a trovare lavoro proprio a causa dei suoi precedenti penali. Finché un giorno incontra la bellissima e biondissima Sari e si innamora. Di lei vuole tutto, anche il figlio avuto da una precedente relazione. Ma il bimbetto a cui Teppo si prepara a far da padre è di colore. Ormai, però, Teppo ha giurato sul suo onore e non può tirarsi indietro: lui, nazista, farà da padre ad un bambino di colore. Il film, per quanto ci mostri inquietanti scenari nazisti, non ha nulla di pesante, né fa sentire l'angoscia che molti film trasmettono affrontando lo stesso tema. L'operazione qui è più sottile: il regista rovescia le situazioni, le rende ironiche e finisce per mettere in ridicolo i pensieri di Teppo. Teppo, nel frattempo, matura. E capisce che buono e cattivo, bianco e nero non dipendono né dalla provenienza né dalla pelle: ogni essere umano è diverso, ognuno ha una sua particolarità, ognuno agisce sul momento, per amore, amicizia o antipatia - inutile voler condizionare i rapporti umani con astratte regole sulla razza che, poi, all'atto pratico, vengono vanificate. Il film ha delle trovate davvero divertenti e sa suscitare un riso elegante nei momenti giusti: ad esempio, quando Teppo insegna al figliastro, maltrattato a scuola, a difendersi con le stesse tecniche da rissa che lui usava nelle nottate di violenza razzista; oppure quando Teppo viene messo sotto pressione dal bambino e subisce dispetti di ogni sorta. E finiscono, l'un l'altro, per chiamarsi scherzosamente "nazista sfigato" e "scimmietta negra". Ma ormai le parole e le definizioni sono vuote, i due si vogliono bene e basta, in barba a qualsiasi pregiudizio. Lo ripetiamo: Alice nella Città matura sempre più.




Al museo MAXXI è stata proiettata una rassegna di cinema sperimentale. Nello spettacolare e galattico scenario del museo, in un ambiente distante e tranquillo rispetto al caos del centro festivaliero, si sono avvicendati esperimenti video che hanno poco a che vedere col mainstream o col modo classico di fruire le immagini in movimento. Uno di questi film - o di sperimentazioni in immagine - è stato l'indiano I'm door by door, un festoso appuntamento con la vita di Om. Un continuo giubilo di colori, canzoni, montaggi non logici di immagini affastellate l'una sull'altra e da gustare per eccesso. Un surplus costante che satura gli occhi e non lascia un attimo di riposo.

giovedì 14 novembre 2013

Quod erat demostrandum e I corpi estranei - Festival Internazionale del Film di Roma



Finora due film in concorso sono stati visti.
Il primo è Quod erat demostrandum, un lungometraggio romeno sul rapporto tra ricerca scientifica e dittatura all'epoca di Ceausescu. Il film è molto interessante, soprattutto per un controllo formale che non si vedeva al cinema almeno dagli anni Sessanta e dall'epoca d'oro dell'autorialità europea. Ne parlerò più diffusamente nel mio pezzo in uscita per Taxi Drivers.

L'altro film in concorso è I Corpi Estranei di Mirko Locatelli.
Antonio parte per Milano col suo bimbo malato. Padre e figlio passeranno settimane lente in ospedale, tra operazione e terapia. Qui, Antonio conoscerà altre persone e sarà costretto a uscire dal suo guscio di ignoranza e pregiudizio.



Il film - almeno alla proiezione vista da me - ha ricevuto un'accoglienza un po' fredda, ma occorre ben capire il senso del lungometraggio. Ci si può fermare alla storia e alla sceneggiatura: la prima interessante e toccante, la seconda sviluppata un po' meno bene, se non altro perché, con un tema del genere, avrebbe potuto raggiungere climax interessanti, invece rimane piuttosto monocorde e sempre uguale a se stessa. Non distingue, cioè, tra momento di raccordo e momento clou - anzi, il film è tutto un raccordo, nulla è clou.
Allo stesso tempo, però, sempre visto il tema affrontato, ha un suo senso narrare una storia priva di climax, anzi, una storia volutamente sfiancante. Uno degli argomenti affrontati è l'attesa: l'attesa per la malattia del bimbo, per i responsi delle analisi, per l'esito dell'operazione. E l'attesa ferma il tempo, l'orologio non gira più, tutti i momenti sono uguali a loro stessi: con un'attesa del genere, dolorosa, esistono solo la stasi e l'angoscia. Certo, si potrebbe dire che, nella vita di tutti i giorni, quando si ha una risposta o arriva qualcosa che si attende, l'essere umano vive un climax. Ma, tuttavia, se l'intenzione del regista era quella di fermare il tempo creando senso di stasi, l'operazione è riuscita.



Veniamo al titolo, I corpi estranei. La storia, apparentemente, è quella di un padre che porta il figlioletto in un centro oncoematologico pediatrico per le cure necessarie. In realtà la storia non è sulla malattia del bimbo, la storia riguarda solo Antonio e il modo in cui cambia-non cambia, aspetta, desidera, si comporta. No, non è ancora esatto: la storia non è quella di un padre, è quella del corpo di un padre. È indubbio che il vero interesse per la macchina da presa sia quello nei confronti del corpo di Antonio. Già la scelta dell'attore appare inequivocabile. Filippo Timi è un uomo dalla bellezza rude e maschia, esplosiva e centrifuga; la sua voce è cavernosa, tenebrosa, lo sguardo fulminante. La macchina da presa indaga lui, Antonio col corpo di Timi, mentre fuma, fa la doccia, telefona, prega, bestemmia. La macchina da presa si attacca ad Antonio e di Antonio coglie mosse, sguardi impercettibili, gesti invisibili, il movimento dei muscoli, dei polmoni, del sangue che scorre. La macchina da presa entra nella carne di Timi - e gli altri smettono di esistere. Antonio/Timi è una monade, estraneo al contatto con gli altri, i quali, in breve, diventano solo fantasmi: la moglie è solo una voce mai udita al telefono, a cui Antonio risponde con un rozzo: "c'ho voja de scopà"; i ragazzi tunisini che gli si muovono attorno sono, per lui, esseri inferiori, bisogna lavarsi le mani dopo averli toccati; gli altri padri in piena sofferenza come Antonio diventano accessori di cui disinteressarsi. Antonio non si accorge degli altri, vive solo se stesso, sente solo se stesso. Anche suo figlio rischia di sparire, non sempre per fortuna. Il piccolino è l'unico con cui Antonio ha un rapporto più carnale - il padre lo bacia sulle manine, sulla bocca, lo imbocca, ne ascolta il pianto straziante. Eppure, a volte, anche il corpo del bambino svanisce, rimane solo Antonio col suo problema folgorante: e si capisce che, quando il dolore è talmente tanto, si rischia di isolarsi per proteggersi da tanta atrocità. In fondo, nella sua vita rozza, ottusa e piena di pregiudizi, Antonio è un eroe: i suoi comportamenti sono un proteggere e un proteggersi.
Il film poteva dare molto di più, specialmente sul versante del ritmo e sui sopracitati climax. Ma, in definitiva, è un'opera riuscita, perché si avverte una certa compenetrazione tra forma e contenuto.

mercoledì 13 novembre 2013

Song'e Napule - Festival Internazionale del Film di Roma

I Manetti Bros sono l'anello mancante tra il cinema di genere più insipido e il cinema d'autore. Anzi, vanno oltre la dicotomia: perché si dilettano con i generi, ma sono anche autori. Ed è questo che dà anima al Cinema. I due fratelli spuntano al Festival fuori concorso, con un film che ha attirato fiumi di spettatori, memori di quel piccolo grande capolavoro horror-rap di Zora la Vampira e dei lavori più recenti, come quelli dietro L'Ispettore Coliandro. L'idea da cui partono è semplice. Napoli: la squadra anti-crimine capeggiata dal Commissario Cammarota cerca da anni il latitante Serracane. Si presenta l'occasione di catturarlo durante un matrimonio tra figli di camorristi, celebrato in una sorta di villa bunker. Si decide, così, di infiltrare un poliziotto inesperto ma che sa suonare bene il piano. E, no, il poliziotto-pianista Paco Stillo (Alessandro Roja) non deve eseguire armoniose melodie di musica classica: deve suonare la tastiera a fianco dell'idolo melodico napoletano di turno, il carismatico e un po' tamarro - ma pieno di cuore - Lollo Love (Giampaolo Morelli). Inizia così il "teatro" di Paco Stillo, timido e impacciato, che deve prima infiltrarsi nella band di Lollo Love - con lo pseudonimo atomico di Pino Dinamite - e poi nella villa durante il matrimonio. 

I Manetti Bros hanno calibrato tutto alla perfezione: sceneggiatura priva di buchi, perfettamente logica e fluida; dialoghi geniali dal ritmo vincente, tanto che la risata scatta sempre nei momenti giusti; le battute comiche non scadono mai nel banale o nel volgare, ma la comicità si mantiene sempre molto elegante. E poi, la scelta del cast: su tutti spiccano Alessandro Roja e quella vera bomba di Giampaolo Morelli. Paco Stillo è forse uno dei migliori personaggi visti nel recente cinema italiano. E non si esagera: è stato costruito da manuale, basti vedere la crescita a cui va incontro e al modo perfettamente credibile in cui cambia - dal poliziottino raccomandato, occhialuto e con i capelli fuori moda, all'infiltrato sempre un po' impacciato, ma poi in grado di adattarsi al ruolo e, grazie ad esso, di crescere, sia come persona che come poliziotto. È come dire: grazie alla finzione si migliora. In questo caso è verissimo. Non è solo il personaggio a crescere, è anche Roja a modificare in modo opportuno la sua interpretazione nel corso del film. L'attore recita soprattutto con gli occhi e questo non è affatto facile. 


Morelli non sbaglia una battuta, un'intonazione, uno sguardo o un gesto. Alla sua prima apparizione come Lollo Love, Giampaolo Morelli appare irriconoscibile: e saper trasformare il proprio aspetto in nome del ruolo da interpretare è quanto di più difficile e apprezzabile ci sia. Anche il resto dei comprimari è di tutto rispetto. Se ne citi uno su tutti: un insospettabile Peppe Servillo non ha nulla da invidiare al fratello Toni.

L'elemento vincente, che rende il film ad un tempo di genere e d'autore, è la capacità di far apparire tutto universale ed esportabile. Napoli non è Napoli e basta. Bella e terribile, solare e malinconica, Napoli è se stessa ma è anche una città qualsiasi, perché ci viene mostrata con uno sguardo intelligente: quello che permette di usare gli stereotipi e allo stesso tempo di scardinarli. In questo modo non si generalizza, i pregiudizi decadono e ogni spettatore, dal milanese al romano al palermitano, riesce ad identificarsi nella città e a vedere in essa qualcosa della propria. 
I Manetti Bros non sbagliano davvero un colpo. Costruiscono un film con evidenti omaggi ai poliziotteschi degli anni Settanta, si dilettano con effetti speciali esagerati e divertenti, costruiscono gli spazi in maniera impeccabile - la scena dell'inseguimento nella villa è davvero ben realizzato - ma, soprattutto, riflettono sul film. I Manetti, in qualche modo, sono autoriflessivi, gestiscono alla perfezione le regole di genere ma, allo stesso tempo, le smontano e ce le mostrano, facendo cadere la quarta parete: e questo è ciò che fanno solo gli Autori con la A maiuscola.

Patema Inverted - Festival Internazionale del Film di Roma



Yasuhiro Yoshiura, già conosciuto e recensito con Pale Cocoon, fa capolino al Festival di Roma con un film di grande impatto visivo ed emotivo. Inserito in Alice nella Città, inutile dire che avrebbe meritato un posto nella selezione ufficiale.
Ci troviamo, infatti, di fronte ad un film d'animazione d'autore - anzi, dovremmo dire di fronte ad un regista che continua a muoversi sul versante della sperimentazione. Yoshiura riprende temi e atmosfere dal piccolo gioiello che fu Pale Cocoon. In essi inserisce caratteristiche tipiche del "genere", momenti più adatti ad un pubblico meno avvezzo al non ordinario. Ma la struttura portante di questo film rimane, appunto, la voglia di sperimentare.
Il tema è ampiamente già battuto, sia da Yoshiura che da altri autori - basta andare a riprendere il Metropolis di Lang. A seguito di un esperimento per potenziare la forza di gravità, gli uomini hanno sovvertito le leggi gravitazionali. Alcuni sono rimasti ancorati a terra, altri hanno visto modificare il loro peso, si sono capovolti e sono caduti nel cielo - che immagine poetica! Alcuni Capovolti, però, hanno trovato il modo di sopravvivere creando un città sotterranea e letteralmente agli antipodi rispetto a quella "terrena".
Finché un giorno la Capovolta Patema mentre cade nel cielo viene fermata da Age. Tra i due ragazzini, cui è proibito uscire dal proprio mondo, nasce una tenera amicizia - e non solo - volta a sovvertire tutte le regole.
Yoshiura costruisce il film col suo solito ritmo sospeso, fatto di silenzi e osservazione del meraviglioso che ci circonda. Gli sguardi, i ricordi, le riflessioni dei protagonisti prendono il sopravvento sulle parole: il risultato è un affresco silenzioso e carico, potente, tutto da ammirare e da seguire col fiato sospeso - perché Yoshiura fa in modo che la sua storia non sia prevedibile e ci conduce verso un finale inaspettato.



Lo sguardo e le prospettive sono continuamente capovolte: intere sequenze sono girate in modo che lo spettatore veda tutto al contrario; in altri casi Yoshiura si diletta in soggettive adrenaliniche, lente ma vertiginose, in cui la testa del soggetto si muove quasi fosse un videogioco in prima persona. 
Yoshiura ha un grande pregio ed è quello di aver riscritto le regole dello Sci-Fi, specie nel mondo dell'animazione nipponica. Più che aria da nerd, si respira aria da 2001: Odissea nello Spazio. Vi è cioè la volontà di girare uno Sci-Fi privo di azione nel senso canonico del termine e carico di filosofia: una poetica che in Yoshiura va a toccare sempre argomenti molto complessi - il ricordo storico, il valore delle parole e lo sguardo del diverso, quest'ultimo qui analizzato.
Come il mondo è pieno di persone capovolte, apparentemente diverse ma in grado di stabilire un contatto profondo e di volare assieme, così Yoshiura capovolge le regole e realizza uno Sci-Fi molto personale, poco galattico e profondamente intimo. E arriva. Arriva nei recessi più nascosti dello spettatore.

martedì 12 novembre 2013

Las brujas de Zugarramurdi - Festival Internazionale del Film di Roma




Gesù Cristo, un Soldatino verde, Spongebob, Minnie, un vestito appeso ad una gruccia e un bimbo di dieci anni rapinano un compro-oro: il bottino è una sacca piena di fedi nuziali che, oltre il materiale prezioso, portano promesse infrante, menzogne e tradimenti.
La fuga è rocambolesca, Spongebob muore sotto colpi di mitraglia, Minnie e il vestito vengono arrestati. Gesù, il Soldato e il bambino prendono in ostaggio un tassista e fuggono verso la Francia. In macchina, vengono giù le maschere: Gesù ha deciso di rapinare il compro-oro per pagare gli alimenti alla moglie e poter tenere con sé il figlio. Il soldato ha paura di dire alla sua donna avvocato che è disoccupato. Il tassista, tre figli con donne diverse, si associa ai lamenti maschilisti e decide di diventare complice della rapina e della fuga: solo per fuggire da quelle streghe  delle donne.
Ma i tre uomini e il bambino non sanno che le vere streghe sono già sul loro cammino. Per entrare in Francia, infatti, i fuggitivi devono passare attraverso Zugarramurdi, un paesino che ha assistito, in passato, a diversi sabba e che ha visto ardere molte streghe.
Ed ecco che la rapina tarantiniana - ma molto più surreale - diventa una commedia-horror infarcita di maschilismo e femminismo estremi, se non malati. Perché per de la Iglesia, narrare una storia tanto folle significa analizzare in maniera cinica il rapporto maschio-femmina dalle origini del mondo ai nostri giorni. 
Già dai titoli di testa si comprende l'idea del regista - ironica verso il mondo femminile, ma anche verso  quello maschile - secondo cui il mondo, da sempre, è dominato dalle donne e basato su una società matriarcale. Dalle Veneri Paleolitiche fino ad Angela Merkel, l'umanità ha potuto vantare donne fatali, streghe, ammaliatrici ma anche grandi artiste e filosofe. L'uomo non si è di certo lasciato sacrificare sull'altare del femmineo: e, per secoli, ha inventato assurdità di ogni tipo pur di relegare la donna a livelli inferiori. Per de la Iglesia, tale atteggiamento, è solo dettato dalla paura: l'uomo teme la donna, teme le reazioni della propria compagna per come si comporta coi figli o con gli amici, per come lava i piatti o lascia i calzini in giro per casa. Le donne non vengono da Adamo, ma da Madre Natura, sono nate prima, sono il fondamento dell'intera esistenza. Gli uomini di de la Iglesia sono sciocchi, estremizzazione di un certo modo istintivo di fare e pensare maschili; le sue donne sono esageratamente puntigliose, emotive, non lasciano nulla al caso, tessono la loro tela e dirigono in maniera ferma tutto ciò che hanno intorno - e possono farlo con la razionalità più audace o la pazzia più distruttiva. Le donne sono demoni e angeli, gli uomini cadono facilmente nel loro tranello. Ma anche le donne diventano facili vittime: basta una frase smielata detta in un momento di lotta, basta un bacio e anche le donne si addolciscono. Insomma: psicologia a volte spicciola, ma resa paradossale per riflettere su se stessi e strappare la risata. L'idea finale di de la Iglesia è che l'amore riequilibra le parti: quando sono innamorati, l'uomo e la donna, rispettivamente, reprimono il maschile e il femminile che è in loro. Questo porta alla felicità: ma, a volte, la felicità stanca e l'istinto primordiale, quello che conduce uomo e donna alla lotta, riemerge. 
Il difetto tematico del film sta nell'aver reso tutto troppo bianco e troppo nero, ma, in fondo, è proprio sullo stereotipo - anche un po' cattivo - che si ride. Tuttavia, il regista ci lascia con un'immagine amara e forse non subito visibile: quella del bimbo che, in un numero di magia, taglia a metà la compagnetta e poi la ricompone, di fronte ad una platea divertita. Il bimbo sorride cinico, la bambina, sanguinante e ricomposta, se ne va barcollando - che sia metafora di quanto in realtà avviene, di una donna presa, tagliata, ferita, ricucita a immagine e somiglianza dell'uomo, per il puro piacere maschile, di fronte ad una comunità che non si accorge di tanta efferata violenza?
Tecnicamente il film procede a ritmi incalzanti davvero travolgenti, anche se, giunto alla scena del sabba, de la Iglesia allunga di troppo i tempi, esagerando oltremodo e rendendo a tratti stucchevole quella sua tipica cifra stilistica del paradosso che, laddove ben controllata, è divertente e vincente.  


lunedì 11 novembre 2013

Se chiudo gli occhi non sono più qui - Festival Internazionale del Film di Roma



Un piccolo resoconto sulle prime proiezioni seguite al Festival.

Se chiudo gli occhi non sono più qui, di Vittorio Moroni.
Se si potesse definire il film con un'immagine, occorrerebbe scegliere una di quelle finali, fugaci, in cui il regista ci mostra un'insegnante di fronte ad una classe vuota.
Quale migliore metafora per raccontare non solo la storia di Kiko, il protagonista, ma quella di una miriade di giovani e meno giovani alle prese col nostro tempo?
Kiko è italo-filippino, è orfano di padre ed è costretto a rinunciare allo studio per lavorare in cantiere alle dipendenze del patrigno.
Kiko si pone mille domande sulla vita e sul destino, supportato da un anziano e misterioso uomo ma, soprattutto, dal dolce ricordo del padre. Da suo padre Kiko ha ereditato la passione per il cielo, per le stelle e l'infinito. Dall'anziano aiutante, invece, ricava pensieri, riflessioni e le giuste domande - quelle a cui nessuno trova risposta. In tutto questo la scuola non c'entra, è insufficiente o sufficiente solo in parte: perché un conto è formarsi leggendo da sé, amando i grandi autori e ricercando in loro similitudini con la propria vita, un conto è far proprie le fredde domande dei curricula ministeriali, quelle che i professori impongono per mettere un voto. Insomma, la scuola serve, ma la miglior scuola è la vita.
L'elemento interessante del film - che forse procede troppo per riflessione, rallentando il ritmo sul finale della storia - è che non ci troviamo di fronte a uno dei tipici lungometraggi tanto imbevuti di realtà da annullare il gusto per la fotografia o la regia. Moroni alterna un registro più crudo a uno più lirico e sognante: il primo è quello che supporta il mondo reale, doloroso e crudele, il secondo è quello dei bei ricordi e dei sogni. Su ogni cosa spicca l'interpretazione di Mark Manaloto, l'attore protagonista, qui alla sua prima esperienza: il ragazzo buca lo schermo con una sincerità disarmante, cosa che, spesso, gli attori troppo "costruiti" finiscono per perdere. 

Un film in cui molti adolescenti si sono riconosciuti, tanto che la proiezione è riuscita ad attirare una platea totalmente riempita dalle scuole. Presto la mia recensione su Taxi Drivers.

Altra proiezione della giornata per certi versi folgorante è stata Le streghe di Zugarramurdi di Alex de la Iglesia. Ma questa è un'altra storia che racconteremo presto.

venerdì 8 novembre 2013

Festival Internazionale del Film di Roma 2013



La nuova edizione del Festival di Roma è appena partita.
Sguardi Notturni ci sarà e tenterà di essere il più operativo possibile. 
Di sicuro, non sarà possibile coprire ogni evento: il programma è ricchissimo e, tra un film e l'altro, tra una conferenza e l'altra, un incontro e l'altro, non c'è neppure il tempo di fermarsi a pensare! Insomma, un bagno di cinema. Tuttavia, altrettanto sicuro è questo fatto: Sguardi Notturni ci sarà con la solita curiosità e con gli occhi sempre ben sgranati.

lunedì 28 ottobre 2013

Shingeki no Kyojin (L'attacco dei giganti)


Titolo originale: Shingeki no Kyojin (lett. I giganti dell'avanzata) - Anno: 2013 - Nazionalità: Giappone - Genere: Fantasy/Catastrofico/Strategico - Episodi: 25 - Stagioni: Una (in corso) - Tratto dal manga di: Hajime Isayama - Regia: Tetsuro Araki

In un universo parallelo, il mondo è dominato da feroci giganti asessuati che divorano gli uomini.
L'umanità, per scongiurare l'estinzione, ha costruito altissime mura e ha diviso quella poca terra ancora dominata in tre zone concentriche. La più interna è quella abitata dal governo e dai potenti. Le mura esterne sono quelle più esposte ai giganti. Tuttavia, le mura hanno un'altezza che nessun gigante conosciuto ha mai raggiunto.
Fino a che, un giorno, un fulmine non squarcia il cielo. E compare un gigante che supera di gran lunga l'altezza delle mura. Il gigante crea un varco; un altro gigante, corazzato, finisce il lavoro e apre la strada a tutti gli altri. I giganti iniziano a banchettare.
In mezzo alla gente, al caos e al sangue, c'è un bambino, Eren, accompagnato dalla sua inseparabile amica/sorella Mikasa e dal gracile amico Armin. Eren odia i giganti. Il suo sogno è quello di entrare, un giorno, nel Corpo di Ricerca, una parte dell'esercito che, sulla divisa, porta cucito uno stemma a forma di ali: è l'unico comparto che può uscire dalle mura ed esplorare il mondo. Il Corpo di Ricerca è l'avanguardia delle forze armate: cerca di eliminare più giganti possibili, ma al rientro dalle missioni risulta sempre tragicamente decimato.
Il sogno di Eren – quello di entrare a far parte del Corpo, vedere il mondo e il mare – diventa una ragione di vita e una promessa di vendetta il giorno in cui i due giganti abbattono le mura e fanno strage. Eren giura ancora una volta di eliminare tutti i colossi proprio nel momento in cui, inerme, vede uno di loro divorare sua madre.





Passano gli anni, Eren, Mikasa e Armin entrano nell'esercito e vengono duramente addestrati. E, proprio quando sembrano pronti, succede ancora: una nuova breccia, inespressivi giganti che divorano uomini, lo sterminio della  popolazione. È giunto il momento per Eren, diventato uomo, di vendicarsi, di mantenere la sua promessa, di dimostrare l'eroismo che ogni spettatore si aspetta.
Eppure, alla puntata cinque, tutto si spezza. Tutti i topoi di anime e manga, tutto il già visto e l'atteso, decenni di cultura animata nipponica e non e di serie tv e di film vengono spazzati via in un colpo.
Altro che colpo. È il colpo di scena dei colpi di scena. Il totalmente inaspettato. E anche, finalmente, qualcosa di nuovo. La sceneggiatura inizia a regalarci di tutto, privandoci di ogni appiglio. Un tradimento/inganno allo spettatore di tale caratura si vede molto poco, soprattutto in televisione.
È questo uno dei motivi principali per cui L'attacco dei Giganti è l'anime del momento. Nato da un fumetto piuttosto acerbo nello stile, ma in crescita costante – un po' come è avvenuto per Kuroko no Basket, incisivo, veloce e tagliente nella storia, ma grezzo nel disegno e comunque in maturazione – Shingeki no Kyojin ha il sapore di qualcosa dal forte impatto, che difficilmente si può dimenticare.
A questo si aggiunga che anche il genere proposto è un genere sfuggente. Anzi, questa storia, forse, non ha neppure un genere. Fantasy? Catastrofico? Zombie movie in versione gigantesca? Politica, spionaggio, terrorismo? Tutto e niente. Perché L'Attacco dei Giganti non è neppure una di quelle storie con il supereroe dai poteri magici, forte ma in crescita. No. È una storia di ragazzini deboli che vogliono solo vivere. È la storia di quanto siamo piccoli fuori, ma giganti dentro. È la storia di quanto l'uomo, pur nella sua fragilità, sia in grado di fare grandi cose. I membri dell'esercito possono fare qualcosa di grandioso: volare. Per muoversi “liberamente” tra i giganti e attaccarli nel loro punto debole (la base del collo), i membri dell'esercito dispongono di un sistema di manovra multidirezionale, che permette loro di agganciarsi a mura e alberi e di essere spinti in aria da un forte getto di pressione. Ed è davvero liberatorio e spietato ad un tempo vedere tutti questi esseri simili a insetti poter volare e poter comunque gustare il piacere del volo l'istante prima di finire, all'improvviso, nella bocca di un gigante – tra l'altro, il momento del volo è uno di quelli che, a livello di tecnica d'animazione, regala più brividi. 














Shingeki no Kyojin stupisce a ogni puntata. Soprattutto perché gli episodi non hanno uno schema fisso e, anzi, propongono strutture sempre diverse, riuscendo a spiazzare completamente la visione. Si possono fare mille ipotesi su quello che avverrà: nessuna di quelle sarà mai azzeccata.

L'altro elemento di forza della serie è il protagonista, Eren Jaeger. Il suo personaggio è praticamente unico nel suo genere per motivi che non vanno qui elencati o si perderebbe tutto il colpo di scena. Al di là di questo, comunque, Eren è un personaggio dalla forza estrema, sicuro, fermo, ma anche animato da una violenza repressa eclatante, in grado di esaltare lo spettatore e di farlo smaniare col sangue che ribolle nelle vene.

La storia ha delle potenzialità enormi che, si spera, verranno ulteriormente sviluppate senza decadere, dato che di carne al fuoco per fare faville ce ne è davvero moltissima. L'unica speranza è che non si indugi troppo, ma si vada, in futuro – per la seconda stagione – direttamente al sodo, senza allungare esageratamente il tutto e continuando sulla strada dello spiazzamento.

L'attacco dei giganti si pone sulla scia di molte altre produzioni di questo periodo, cinematografiche e non. Ci si trova, ancora una volta, di fronte ad una storia terribilmente catastrofica, in cui l'umanità rimasta deve compattarsi per il bene comune ma in cui, per certi versi, vige la legge della giungla e i malvagi cercano di soverchiare i retti e gli onesti.

Potremmo citare la minaccia costante in The Walking Dead. Con la differenza che il fumetto di The Walking Dead regala davvero ad ogni pagina un colpo di scena devastante, mentre la serie tv è molto più edulcorata. L'attacco dei giganti, seppur meno cruento a livello televisivo, sa essere, anche per il grande pubblico, una produzione in grado di sconvolgere. E non è affatto facile assorbire su larga scala una serie che sfugge a ogni definizione e aspettativa. Ma, in fondo, è questa la cosa davvero divertente e forse nuova per una produzione animata tanto seguita.