sabato 16 novembre 2013

Another me, Heart of Lion, I'm door by door - Festival Internazionale del Film di Roma



È molto difficile scrivere a proposito di un film come Another me della Coixet. Non si comprende affatto cosa la regista abbia voluto fare o dire: se girare un horror, un thriller psicologico, un trash o cos'altro. Fay è alle prese con un grande dolore: il padre è affetto da sclerosi multipla e si sta spegnendo; sua madre lo tradisce. Il tunnel in cui è caduta l'adolescente si fa sempre più oscuro: Fay si sente perseguitata da una ragazza in tutto e per tutto identica a lei. Sembrerebbe che la cosa sia solo frutto della fantasia (o della pazzia) della protagonista, in realtà - e qui la sceneggiatura scade totalmente - si scopre che Fay ha avuto una gemella omozigote, morta prima del parto: ed ora la sorella sta tornando per reclamare il posto in famiglia e per vendicarsi. Il film, fino ad un certo punto, è ben confezionato e caratterizzato da effetti molto convincenti. Negli ultimi tre quarti d'ora, si lascia andare e la sceneggiatura si sfilaccia: i dialoghi sono di una banalità sconcertante, la scoperta della verità avviene senza pathos e gli eventi precipitano in modo sin troppo veloce, risultando, tra l'altro, privi di senso logico. Inoltre, vengono presentati parecchi personaggi con del potenziale, ma che rimangono lì a ricoprire un ruolo completamente inutile. Forse la delusione deriva dal fatto che per gran parte del film ci si aspetta che il doppio di Fay sia un doppio psicologico, una proiezione di se stessa per via della sofferenza che sta provando. È questo il primo pensiero logico che uno spettatore farebbe di fronte ai primi minuti di un film del genere: e invece no. La Coixet si inerpica su un sentiero molto pericoloso che la porta ad insabbiarsi in un B-movie senza pretese. Altra nota dolente è la (mancata) mise en abyme del Macbeth - Fay, nella recita scolastica, ricopre la parte di lady Macbeth: la Coixet non riesce a sfruttare neppure quella che poteva essere la caratteristica vincente del film, ossia il possibile parallelo con la tragedia di Shakespeare. Potremmo salvare la colonna sonora, molto bella per la verità, ma nulla di nuovo: il tema principale, You haunt me, ricorda in molti passaggi l'atmosfera creata da Ghost of love in quell'immenso capolavoro di Inland Empire. In più, anche il tema affrontato non è per nulla nuovo. Potrebbero venire in mente tanti film, ma qui ne viene in mente solo uno, italiano, davvero di grande caratura: H2Odio di Alex Infascelli, nel quale la presenza/ assenza della gemella mai nata portava alla pazzia e rendeva il film di grande impatto emotivo e visivo – un vero horror psicologico.



Sono altri i film che hanno dimostrato di saper dire qualcosa di diverso in modo diverso - e questo è avvenuto soprattutto nelle sezioni non in concorso. Ad esempio, all'interno di Alice nella Città, è stato proiettato un lungometraggio che esce fuori di molto dai soliti film di questa costola del Festival. Dentro Alice nella città, di solito, troviamo film che per protagonisti hanno ragazzi e che sono rivolti essenzialmente ai ragazzi. Heart of Lion, invece, devia e ci regala una vera sorpresa.
Teppo non è un ragazzo ma un adulto. E, soprattutto, è nazista convinto. Passa le serate a ubriacarsi, a stendere il braccio, a inneggiare a Hitler e a picchiare immigrati. È disoccupato e non riesce a trovare lavoro proprio a causa dei suoi precedenti penali. Finché un giorno incontra la bellissima e biondissima Sari e si innamora. Di lei vuole tutto, anche il figlio avuto da una precedente relazione. Ma il bimbetto a cui Teppo si prepara a far da padre è di colore. Ormai, però, Teppo ha giurato sul suo onore e non può tirarsi indietro: lui, nazista, farà da padre ad un bambino di colore. Il film, per quanto ci mostri inquietanti scenari nazisti, non ha nulla di pesante, né fa sentire l'angoscia che molti film trasmettono affrontando lo stesso tema. L'operazione qui è più sottile: il regista rovescia le situazioni, le rende ironiche e finisce per mettere in ridicolo i pensieri di Teppo. Teppo, nel frattempo, matura. E capisce che buono e cattivo, bianco e nero non dipendono né dalla provenienza né dalla pelle: ogni essere umano è diverso, ognuno ha una sua particolarità, ognuno agisce sul momento, per amore, amicizia o antipatia - inutile voler condizionare i rapporti umani con astratte regole sulla razza che, poi, all'atto pratico, vengono vanificate. Il film ha delle trovate davvero divertenti e sa suscitare un riso elegante nei momenti giusti: ad esempio, quando Teppo insegna al figliastro, maltrattato a scuola, a difendersi con le stesse tecniche da rissa che lui usava nelle nottate di violenza razzista; oppure quando Teppo viene messo sotto pressione dal bambino e subisce dispetti di ogni sorta. E finiscono, l'un l'altro, per chiamarsi scherzosamente "nazista sfigato" e "scimmietta negra". Ma ormai le parole e le definizioni sono vuote, i due si vogliono bene e basta, in barba a qualsiasi pregiudizio. Lo ripetiamo: Alice nella Città matura sempre più.




Al museo MAXXI è stata proiettata una rassegna di cinema sperimentale. Nello spettacolare e galattico scenario del museo, in un ambiente distante e tranquillo rispetto al caos del centro festivaliero, si sono avvicendati esperimenti video che hanno poco a che vedere col mainstream o col modo classico di fruire le immagini in movimento. Uno di questi film - o di sperimentazioni in immagine - è stato l'indiano I'm door by door, un festoso appuntamento con la vita di Om. Un continuo giubilo di colori, canzoni, montaggi non logici di immagini affastellate l'una sull'altra e da gustare per eccesso. Un surplus costante che satura gli occhi e non lascia un attimo di riposo.

2 commenti:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Peccato per "Another me". I film psicologici con finale a sorpresa possono avere potenzialità sorprendenti, oppure diventare stucchevoli se maneggiati male. Non è da tutti sceneggiare e girare storie di questo tipo.

Anonimo ha detto...

"Heart of Lion" è un film bellissimo. Purtroppo non credo che lo potremo vedere in Italia. E' una vergogna.