mercoledì 26 novembre 2014

Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano

Nel 1911 Umberto Boccioni realizza due versioni della stessa opera. È la serie degli Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano. La prima versione è strettamente futurista, la seconda nasce dopo che l'artista ha conosciuto le opere dei cubisti. Ma il punto non cambia. Futurista o cubofuturista, Boccioni ha sentito il bisogno di analizzare più volte il concetto di partenza, di addio, di stasi, di movimento. Il soggetto è il medesimo. Figure ignote sono sulla banchina di una stazione. Il treno sbuffa. Qualcuno saluta e rimane sulla banchina a guardare quel treno allontanarsi; qualcun altro monta sul treno e si allontana. 

Gli addii, 1911, prima versione














Gli addii, 1911, seconda versione


Ne Gli addii le persone si abbracciano, strette in un vortice che sta per sgretolarsi. È quel cerchio perfetto che si crea quando ci si stringe alla persona cara. In quella stretta si sente il calore dell'altro e si avvertono i ricordi, si cerca di trattenerli, si teme che sfuggano. Ci si separa. Ci si guarda negli occhi. Un ultimo sbuffo del treno, il carbone invade la stazione, bisogna salire. 

Quelli che vanno, 1911, prima versione

Quelli che vanno, 1911, seconda versione


Quelli che vanno sono linee oblique che attraversano la tela come saette, come fulmini. Quelli che vanno, sembra dirci Boccioni, vanno sempre, sono proiettati in avanti, sono presente e già futuro. Quelli che vanno sono l'automobile che sfreccia senza freni nella nuova città elettrica e che solo contro un muro o sul fondo di un burrone può fermarsi. Quelli che vanno sono come quello smilzo di Antonio - Sant'Elia - il ventottenne architetto del futuro, rimasto eterno ventottenne ed eterno futuro dopo che un proiettile futurista, in trincea, gli ha centrato la fronte. 


Quelli che restano, 1911, prima versione

Quelli che restano, 1911, seconda versione


Quelli che restano sulla banchina sono linee dritte o ondulate, da su a giù, impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro. Quelli che vanno sembrano volare. Quelli che restano sono pressati dalla forza di gravità, piantati a terra, immobili, sofferenti. Ma quelli che vanno sono già morte. Quelli che restano avvertono tutto il peso della vita. In un limbo, incapaci - ma non è detto - di qualsiasi movimento.

Movimento. Questa è la parola giusta.

Quando, nei primi Manifesti, i Futuristi gridarono la loro voglia di futuro, lo facero prendendosela con un'Italia che, appena nata, era già vecchia. I Futuristi volevano bruciare i musei e distruggere il chiaro di luna, se la prendevano con le cascanti attrici dei melodrammi più zuccherosi e i nozionisti pronti a scambiare per cultura un vuoto elenco di codici. Ma quello dei futuristi non era terrorismo. Non dobbiamo prendere alla lettera quello che dicevano. Dobbiamo considerarlo metaforico. Tutto un discorso di movimento. Sapevano bene che la cultura italiana era immobile. Da secoli. Erano ben consapevoli che la cultura italiana non coltivava nulla. Prendersela col museo non era troppo diverso da quella che poi sarebbe stata la provocazione Dada: attaccare il luogo della contemplazione-senza-capire significava asserire che l'Arte, per i più, altro non era che qualcosa da guardare distrattamente, giudicare bella solo per il nome, da dimenticare al quadro successivo. Qualcosa di incomprensibile. Sarà capitato a tutti di fare il turista dell'ultim'ora - che bello il Colosseo - e non avere gli strumenti per capirlo. Ma se non si capisce il museo, perché ci si adegua, perché lo si giudica bello? Solo perché lo fanno tutti? Ecco. Il movimento. Il ragionamento. Guardare all'Italia approfondendone ogni lato, sviscerarla, avendo il coraggio di andare a fondo. E di cambiare.
Il movimento. Non è solo quello fisico. Per Boccioni non era movimento fisico. Non era solo quello a bordo dell'automobile. Tanto è vero che Umberto fu il più emotivo e drammatico dei primi futuristi. Per lui Movimento era sua Madre, ritratta, scomposta e ricomposta infinite volte, chiamata Materia, un corpo immobile eppure dinamico - è quello che gli ha dato la vita.
E allora, se Gli addii sono un vortice di ricordi ed emozioni stretti in un abbraccio, chi e cosa sono quelli che vanno e quelli che restano? Sono un punto di vista. Il treno è solo una metafora. Il treno è dentro di noi. C'è chi sale davvero su quel treno, va via eppure resta attaccato a ciò che si è lasciato dietro. E c'è chi resta sulla banchina. Fuori immobile e dentro un continuo agitarsi di sogni, paure, ansie, previsioni continuamente disattese e improvvise manifestazioni di vita. Quelli che vanno, vanno così veloci che non vedono quasi nulla e per vedere avrebbero bisogno di fermarsi. Quelli che restano vedono tutto, se ne stanno lì a farsi trafiggere, li vedi fermi, fragili, una piccola onda di tono su tono, eppure cambiano, evolvono, la vita li attraversa, li travolge - la vita, la fermano.
Del resto, se i fermi nel fisico ma non nell'anima non fossero stati davvero in movimento, Boccioni non avrebbe perso tempo ad analizzarli. Boccioni, tutta la vita, ha cercato il movimento in ciò che è immobile, ha trovato il movimento in ciò che è fermo. L'opera d'arte. Perché non il cinema, perché non la musica. La pittura. La scultura, quanto di più pesante ci sia. Il bronzo imponente delle Forme uniche. Un uomo che, fermo, si muove. Che affronta un'atmosfera spessa come un muro e una gravità pesante come un macigno. Fermo, ma evolve, perché il suo corpo si deforma.
Ci si trova in un posto e l'anno dopo si è sempre nello stesso posto eppure tutto è cambiato.

Boccioni lo sapeva. Tutto si muove, anche quando sembra di stare fermi. La vita si muove, la storia si muove. Tutti vanno, tutti restano. A volte si è consapevoli di andare e si dice addio, ci si dice addio. Il più delle volte non si comprende il movimento e il vortice dell'addio serve solo a fermare un attimo di vita - che altrimenti svanirebbe nel flusso cangiante e irrefrenabile dei ricordi.

2 commenti:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Fino a qualche tempo fa non ne sapevo un granché dei futuristi, né mi interessavano; poi ho visto un quadro di Boccioni all'Arengario di Milano e la mia prospettiva è cambiata totalmente.
Penso che dal vivo rendano ancora di più il senso di movimento di cui parli. I vortici, la velocità, il futuro: sono le emozioni che passano attraverso questi dipinti e che li rendono dei capolavori!

Veronica ha detto...

È successa la stessa cosa a me. Li consideravo poco interessanti... Poi li ho visti dal vivo (e ho visto dal vivo proprio la serie degli Stati d'animo) ed è cambiato tutto. Tra l'altro ho potuto ammirare la serie degli Stati d'animo più di dieci anni fa e ancora l'emozione è forte. (La prima versione è al Museo del Novecento di Milano...)