venerdì 27 maggio 2011

Pagine ispiratrici - 3

«Nella poesia russa l'"enjambement" è usato in modo particolarmente ricco da Puskin. Nella poesia inglese da Shakespeare, Milton e poi ancora da Thomson, Keats e Shelley. Nella poesia francese da Victor Hugo e André Chénier. Leggendo con attenzione le opere di questi poeti e analizzando di ogni singolo caso le premesse costitutive e gli effetti espressivi, possiamo trarne un decisivo insegnamento soprattutto per quanto riguarda il problema della distribuzione audiovisiva delle immagini nel loro montaggio sonoro.
Di solito la struttura formale di una poesia osserva la suddivisione in strofe, ripartite a loro volta in versi in base a una certa scansione metrica. Un grande interprete di un'altra struttura formale della poesia è Majakovskij. Nel suo "verso spezzato" l'articolazione non viene costruita in base ai limiti del verso, ma in base ai limiti delle "inquadrature".
Majakovskij non opera con versi come:

Pustota. Letite.
V zvezdy vrezyvajas'.

(Il vuoto. Volate.
Fendendo le stelle)

ma con "inquadrature":

Il vuoto...
volate,
fendendo le stelle.

Majakovskij spezza il verso proprio come farebbe un esperto montatore per costruire una tipica scena a contrasto.
Prima l'uno, poi l'altro, quindi la loro contrapposizione.
1. Il vuoto (la ripresa di questa "inquadratura" dovrebbe far vedere le stelle in modo che la loro presenza sottolinei il vuoto che le circonda).
2. Volate.
3. Solo adesso, nel terzo pezzo, viene mostrato il contenuto della prima e della seconda inquadratura in situazione di contrasto.»

S. M. Ejzenstejn, Montaggio 1938, in Il montaggio, a cura di P. Montani, Marsilio, Venezia 1986

lunedì 23 maggio 2011

Pirati, oltre ogni confine

Pirata è sinonimo di artista. Di creativo, di creatore, di onnipotente e di dio.

Non è un'esagerazione.

Il pirata vuole dominare i mari. Il pirata crea la sua fama, plasmandola attraverso parole e gesti tanto improvvisati, quanto plateali e calcolati.

Il pirata è ricorsivo.

Non ha mai un punto di approdo, è il viaggio che conta. La fine di un'avventura coincide con l'inizio di una nuova e più esaltante. Il pirata non si stanca mai. Cerca sempre.

E può mettere fine alla sua avventura solo in un modo: con una morte epica, che possa brillare nella storia e nel mito.


Il pirata vive nel tra, perché vive sul e nel mare. I porti sono solo brevi momenti di stasi. Quanto è bello e pericoloso il mare? Cosa nasconde il mare, quanto è profondo? Più lo esplora e più il pirata comprende che intorno a sé l'inesplorato non si esaurisce mai. Più conosce il mare e più rimane ammaliato dai suoi segreti. Il pirata lotta e non può mai stancarsi. Si riempie del vento e della tempesta. S'inonda gli occhi del tramonto e poi delle tenebre, che s'incontrano con lo spumeggiare del mare notturno e lasciano quel brivido, sì, il brivido delle avventure nascoste.


Il pirata passa la sua vita a farne un'opera d'arte. È la lotta che conta, è l'andare contro ogni regola imposta, anche contro le regole della stessa pirateria. Un cappello in testa, la spada in mano, un urlo alla sua nave e un po' di mare in petto. L'orizzonte lontano, irraggiungibile. E l'irraggiungibile lo eccita, perché sarà proprio sfidandolo che la sua fama sarà infinita e immortale.


Ma nonostante il peso delle sue azioni e dei suoi pensieri, il pirata fa tutto per gioco. La sua vita è un gioco, come è il modo leggero e ludico con cui l'affronta.

È il gioco ciò che lo stimola di più e giocare è come essere bambini.


Gli artisti non smettono mai di giocare. Dentro di loro la fase infantile ludica non retrocede. Non può che avanzare e diventare sempre più complessa e sempre più misteriosa. Quel gioco, poi, è l'avventura della vita, quella che non stanca, che si percorre, finisce e ricomincia da capo ogni volta. Con quel brivido, sì, il brivido delle avventure nascoste. Andrà bene o andrà male, quel gioco può durare anche solo un secondo, il tempo di una cannonata o di una parola, ma sarà il secondo più intenso mai vissuto.


Sì, perché quel gioco, quel gioco piratesco, vuol dire semplicemente vivere la vita senza perderne un istante, senza farla mai scivolare via. Vento negli occhi, sole sulla pelle, corde tra le mani, mare in petto, tra tempesta, calma piatta, luce sfolgorante e tenebra luminescente sulla spuma di un silenzio fragoroso.


Il pirata e l'artista non perdono un particolare.


Questo l'ho sempre pensato, ma l'ho capito a fondo osservando il modo in cui Long John Silver ha diretto la sua vita come il più impeccabile dei maestri d'orchestra. E ieri sera, al cinema, ho solo trovato conferma ai miei pensieri. Non importa quanti film facciano sui pirati dei Caraibi o quanto si somiglino tra loro le storie, la ricorsività è insita nel pirata e nell'avventura di ogni vita che sia cosciente di sé.

giovedì 5 maggio 2011

The Good Wife

In Italia è arrivata e passata quasi sotto silenzio una tra le migliori produzioni televisive statunitensi degli ultimi anni. Si tratta di The Good Wife e porta la firma di Ridley e Tony Scott. I due executive producers hanno saputo dirigere e confezionare un'opera televisiva che si trova perfettamente a metà tra il già visto e l'esplorazione di nuovi sentieri, genere e autore, plot che cattura chiunque e messaggio di una certa profondità. Così, The Good Wife ci pone di fronte ad una complessa stratificazione di significati e chiavi di lettura che – e questo è il più grande merito – non fanno della serie tv un prodotto confusionario e caotico, ma qualcosa di un'omogeneità mai vista e che difficilmente si rintraccia nelle produzioni seriali.


Le serie televisive, anche le migliori, sviluppandosi nel corso di molte puntate e prolungandosi più del dovuto per ragioni di audience, rischiano continuamente di cedere, di portare sullo schermo sceneggiature imperfette e prive di mordente che, spesso, a causa della disomogeneità di regia, cause ed effetti, non risultano reali (ribadisco che per me reale non vuol dire che si riferisce alla realtà, ma in grado di creare una realtà propria, autonoma, forte, un universo perfettamente credibile, anche se si narra di mostri, fantasmi e guerre nello spazio).


Ma veniamo al dunque e spieghiamo perché una serie così attraente sia finita su Rai2 nella seconda serata del sabato sera.

Alicia Florrick (Julianna Margulies) è la nostra good wife. È sposata con Peter Florrick, potente procuratore di stato che finisce in carcere a seguito di uno scandalo di escort e soldi pubblici usati per scopi privati. Alicia, nonostante sia stata tradita, si senta tradita e abbia visto distruggere la sua vita tanto bella e patinata quanto falsa, è lì, per mano al marito, il giorno della sua ultima conferenza stampa da uomo libero.

Alicia finge o è sul serio una brava moglie? La Margulies ci offre un personaggio di un'ambiguità esaltante, perfettamente in bilico tra dovere familiare, dignità femminile e desideri inconfessabili che vengono occultati in nome di doveri e dignità. Ma Alicia Florrick è anche una donna molto forte. Dopo che il marito è stato rinchiuso in carcere, prende i suoi due figli adolescenti, cambia casa e decide di tornare a lavorare: cioè a fare l'avvocato. Diventa un'associata giovane in un facoltoso studio d'avvocati, la Stern, Lockhart&Gardner. Will Gardner, socio fondatore, è amico di Alicia dai tempi dell'università e rappresenta l'alternativa da lei mai esplorata: Will è segretamente (ma neanche troppo) innamorato della sua amica e collega.

Fin qui abbiamo un materiale che rischia di diventare disomogeneo ma che, nonostante sia estremamente composito, non scricchiola mai. Ci sono il legal drama e la storia d'amore, vengono affrontati temi sociali profondamente attuali (scandali sessuali, crisi economica, corruzione politica), si indaga su Peter Florrick (colpevole o incastrato?) e la sua famiglia; a questi macrofiloni si aggiungano le piccole storie di contorno dei personaggi minori che rendono la narrazione senza dubbio articolata.


Ciò che davvero colpisce è il modo schietto e senza filtri, senza buonismi, con cui viene presentata la società americana ad alti livelli. La corruzione impera; il potere offusca la morale e il buon senso; e, soprattutto, gli avvocati non sono lì a fare da paladini della giustizia, ma sono uomini interessati solo al bene del loro cliente, sia esso colpevole o innocente, e che valorizzano esclusivamente la verità processuale, nascondendo quella oggettiva. Ci si può trovare a difendere un assassino e non c'è posto per i principi o i buoni sentimenti. Alicia di sicuro ne ha, ma, ancora una volta, si mantiene in bilico tra i suoi principi e il dovere dell'avvocato.


Ogni personaggio è perfettamente calato nella parte e rappresenta un “tipo” americano (e non solo) senza esagerare nella creazione della maschera. C'è l'avvocato appena laureato che è pronto a tutto pur di fare carriera; c'è Diane Lockhart, una socia fondatrice dello studio, avvocato brillante, donna intelligente, democratica e impegnata; c'è Kalinda, l'investigatrice dello studio, ragazza di origini indiane impenetrabile e misteriosa. C'è Will, avvocato elegante e uomo di mondo. C'è Elia Gold, personaggio stravagante, uno dei migliori della serie: è l'uomo potente che sa sfruttare ogni mezzo possibile e immaginabile per tirare fuori dai guai le persone come Peter Florrick. Sì, Peter Florrick, personaggio amato/odiato, simbolo di una società bifronte.

Ma è Alicia a portare la serie su un altro piano; senza di lei The Good Wife non avrebbe lo stesso spessore. Alicia è un concentrato di significati morali e sociali che non può lasciare indifferenti. Lei è innanzitutto donna, una bella donna e la sua carica femminile pervade ogni altra cosa (come non notare che, nel corso delle puntante, la forza di Alicia cresce come cresce la sua bellezza). È donna avvocato, è madre, è donna tradita, è donna tradita esposta al pubblico ludibrio, ma è donna forte che affronta ogni cosa apparentemente senza alcun problema. Alicia non esprime direttamente i suoi sentimenti; il gioco è sottile. Per tutte e ventitré le puntate lo spettatore si chiede: “Alicia ama il marito? Ama Will? Vuole difendere quell'assassino? Alicia vuole divorziare o no?” La risposta non è data apertamente. Perché la brava moglie è proprio quella che sa mascherare tutto e che non fa trapelare emozioni, specialmente il dolore e la delusione. Il che rende tutto molto più complesso.

Nulla è lasciato al caso.

E le alte intenzioni della serie tv si evincono sin dalla prima puntata, quando Diane Lockhart, nel suo studio, mette in bella mostra una sua foto assieme a Hillary Clinton che, di certo, è tra le chiavi di lettura privilegiate.


Tutto è narrato sempre in modo accattivante. La regia e il montaggio non sono certo di quelli più televisivi. Di frequente le puntate iniziano in medias res, la costruzione della storia si fa complessa, il montaggio veloce ci porta da una e dall'altra parte per mostrarci eventi contemporanei. Spesso ci si prodiga in lunghe carrellate che a volte coprono un'intera sequenza: è il momento in cui l'avvocato, seguito dai suoi associati, cammina per i corridoi e velocemente dà disposizioni sul da farsi. Questa è la cifra stilistica dell'intera serie.


In definitiva, The Good Wife, per sceneggiatura, regia, temi trattati e recitazione, è, pertanto, una delle migliori serie tv degli ultimi anni, migliore di altre che pur molto buone e di alta qualità non sono riuscite a mantenere nel corso delle puntate la stessa coesione e compattezza.

L'ultimo episodio della prima stagione ci ha lasciati con un cliffhanger che ha tolto il respiro e che, allo stesso tempo, ha confermato la grande attenzione alla forma che si ha in questa serie. La storia ha un andamento circolare, finisce dove era iniziata, cioè nel corso di una conferenza stampa di Peter Florrick. La good wife è ancora una good wife?


Alla fine di tutto questo discorso, ciò che deve far riflettere è che gli statunitensi hanno dimostrato ancora una volta di possedere capacità artistiche e spettacolari in grado di produrre discorso culturale a tutti i livelli della comunicazione.