giovedì 26 aprile 2012

The Avengers - I Vendicatori





Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Azione - Regia: Joss Whedon

The Avengers. I Vendicatori. Sono sbarcati in Italia, prima ancora che in America. Sono arrivati il 25 aprile, il giorno della (nostra) Liberazione.
I Vendicatori è un film per nerd incalliti: ma pur sempre di liberazione si tratta. Effetti speciali e scene al cardiopalma restituiscono allo spettatore più di due ore di divertimento e adrenalina. Per il nerd incallito e per l'appassionato dei fumetti Marvel, The Avengers regala anche qualche riflessione in più.
Non è un caso che alcuni dei supereroi Marvel vengano inseriti nella stessa squadra e messi a confronto: Iron Man, Captain America, Hulk, Thor comandati dal direttore dello S.H.I.E.L.D Nick Fury, affiancato da due assassini infallibili, la Vedova Nera e Occhio di Falco.
Proprio dal confronto tra eroi si può capire bene quale sia il concetto stesso di supereroe, quale sia il modo in cui la società li percepisce e il cinema li racconta.

Loki, fratello adottivo di Thor, per motivi di gelosia, ha intenzione di radere al suolo il pianeta Terra e diventarne il dio indiscusso. Loki ha una sua teoria personale: gli uomini si riempono la bocca della parola "libertà", ma non la sanno tradurre nella pratica. Lottano per poi essere sottomessi da nuovi poteri peggiori dei precedenti. Lottano, ma non fanno altro che essere governati. Gli uomini sono nati per essere governati. Tanto vale - dice Loki - che gli uomini vengano governati senza che lottino per una libertà inesistente. Loki dona la "pace" ai suoi sudditi: vale a dire gli toglie la smania di libertà.



Smania. Parola esatta per definire i supereroi di questo film, assieme a dolore, eccentricità, stranezza, rabbia, ingovernabilità. Bruce Banner è un ricercatore intelligentissimo; esposto ai raggi gamma, diviene Hulk nei momenti in cui non sa controllare la rabbia. Thor è un dio. Tony Stark è un uomo ricchissimo con un ego smisurato, che veste il suo corpo di un'armatura infallibile, impersonando Iron Man. Steve Rogers ha fatto da cavia ad un progetto del governo americano durante la seconda guerra mondiale, è diventato un supersoldato, ma, ibernato, ha dormito per settant'anni, perdendo il suo mondo e i suoi affetti. Hulk, Iron Man, Thor e Cap se ne vanno in giro vestiti (o svestiti, nel caso di Hulk) in maniera strampalata, luccicante, eccentrica. Sono immagini. Sono simboli.



Thor e Iron Man sono due facce della stessa medaglia: l'uno dio, l'altro Uomo con la u maiuscola, sempre al centro dell'attenzione, eccentrico e folle come pochi altri. Iron Man è una sorta di dio in terra. Hulk e Captain America sono altre due facce di una stessa medaglia: uno "un nervo scoperto", senza armatura, senza divisa, si muove e spacca tutto senza seguire le leggi del mondo e della decenza, ma solo quelle di un istinto ferito. Cap è un uomo fortissimo, ma investito di una responsabilità illimitata: veste con la bandiera degli Stati Uniti, è il simbolo dell'America in guerra, deve essere sempre pronto, razionale, stratega, anche quando non può. È interessante come il film mostri Hulk e Cap nelle prime scene in cui compaiono: Bruce Banner/Hulk è in India e cerca di aiutare la gente povera curandola; Cap sbatte i pugni furiosamente contro un sacco da box e tira ganci così forti che spacca tutto. In queste scene, per un attimo, Hulk e Cap invertono i loro ruoli: l'irrazionalità diventa razionalità e viceversa.

I Vendicatori ci vengono presentati così: "squilibrati ed emarginati" - come li definisce lo stesso Nick Fury - litigiosi, egocentrici, egoisti, eccentrici, smaniosi di mostrarsi al mondo, ma anche dilaniati da intimi dolori inesplicabili, votati ad una solitudine ingiusta. Il film ce li mostra continuamente in un delicato e precario equilibrio tra Es, Ego, Superego e divinità. Nel verso giusto e nel suo contrario. Thor è un dio, sarebbe “oltre”, ma sanguina e ha un amore terreno. Hulk è l'Es nella sua forma più estrema, istinto e voglia di libertà oltre ogni limite. Iron Man è l'Ego, un ego così sviluppato che non ascolta nessun'altra voce: sa solo modellare gli istinti a proprio piacimento. Cap è il Superego, una persona che, prima ancora di essere, è ciò che il governo gli chiede di essere, fino al sacrificio più intimo. Cap è il terreno su cui si battono voleri a lui estranei, ma che lo responsabilizzano fino all'inverosimile.



Da questo punto di vista, è esemplare la scena in cui tutti i Vendicatori litigano tra di loro. Proprio in quella sequenza vengono messe in evidenza quelle tensioni tra Ego, Es e Superego che può vivere una mente con responsabilità pesanti, così pesanti da dover rinunciare a tutto.
Si comprende, così, chi sono i supereroi e cosa rappresentano: sono, in primis, persone speciali con poteri che non hanno richiesto; il governo li vuole, ma alle sue condizioni, pronto ad incolparli qualora qualcosa vada storto. I cittadini li amano, ne esaltano subito le immagini, e da loro s'aspettano sempre il meglio.
Ma i supereroi sono persone con aspettative comuni e responsabilità oltre la loro portata. Sono persone alle prese con i normali sentimenti di ogni giorno, solo più amplificati e più difficili da gestire. Le loro superiorità fisiche o mentali li costringono a fare qualcosa per il mondo. Vorrebbero vivere e amare, ma non possono: e una volta nella mischia si rimboccano le maniche. Rispetto alle persone “normali”, i supereroi hanno più volontà di partecipare e più spinta al sacrificio. Qualcosa che tutti potremmo avere, se solo volessimo. Ma di cui non ci prendiamo carico.
Il supereroe non ha nulla di diverso dagli altri: Steve Rogers un tempo era uno scricciolo che prendeva botte da chiunque; Tony Stark è un uomo con un magnete nel petto che gli permette di sopravvivere; Hulk è pur sempre un uomo alle prese con le sue emozioni; e Thor è dovuto cadere dal cielo per capire che solo in qualità di umani schiacciati si può sentire la spinta ad agire.
È un po' come il cerchio greco: dentro l'uomo, sopra gli dei, sotto le belve. Quando l'uomo usciva fuori dal cerchio era uno hybristes, troppo vicino a dio o troppo vicino alla belva. Ma i miti ci tramandano solo storie di eroi macchiati di hybris, di uomini giusti che hanno oltrepassato i loro limiti.
I vendicatori sono uomini che escono fuori dal cerchio, che, per sopravvivere o proteggere, si avvicinano troppo a dio o alle belve. Formano una squadra di folli mascherati in grado, però, di essere compatti al momento giusto: quello giusto per liberare l'umanità. In fondo, i Vendicatori rappresentano molteplici aspetti dell'essere umano: rabbia, ego, voglia di riscatto, voglia di sentirsi divinità, emozioni forti. Come fanno a gestire tutto questo? Trasfigurando: incanalando tutto ciò che sono in qualcosa di costruttivo, creativo, scientifico e utile. I vendicatori sono solo una metafora dell'umanità.

Il film può essere senza pretese e momento di puro godimento. Ma inevitabilmente finisce per riflettere: narra bene il montare delle emozioni, la presa di coscienza, i caratteri dei protagonisti. Tra gli occhioni dolci e sofferenti di Cap, le battute sarcastiche di Stark, la fisicità di Thor e l'espressione furiosamente libera di Hulk, gli attori si sanno destreggiare molto bene (Murk Ruffalo particolarmente indicato per interpretare Hulk al posto di Edward Norton) e donano immagini di eroi molto verosimili.
Inutile sparare a zero su film di genere e di questo genere. Sanno come costruire opere senza sbavature di sceneggiatura, fanno sognare per un attimo gli spettatori, sanno raccontare anche ciò che non è direttamente visibile: e ringraziamo la Marvel se ha saputo creare un universo fantasioso e perfettamente credibile.


venerdì 20 aprile 2012

Arrietty






Anno: 2010 - Genere: Drammatico - Nazionalità: Giappone - Regia: Hiromasa Yonebayashi

Arrietty è un film prodotto dallo Studio Ghibli e sceneggiato da Hayao Miyazaki. Il Maestro si è stavolta ispirato al romanzo The Borrowers, di Mary Norton.

Arrietty appare come uno dei film più delicati e forse anomali usciti fuori dalla fantasia di Miyazaki. Non ci sono palline di fuliggine, né spiriti, né trasformazioni improvvise, magie e corridoi da un mondo all'altro.

Due mondi ci sono, ma sono sovrapposti. C'è il mondo sopra il pavimento, quello in cui vive Shō, un ragazzino di quattordici anni malato di cuore, e c'è quello sotto il pavimento, dove vive Arrietty, una prendimprestito. Arrietty e la sua famiglia, di notte, non visti, attraversano i labirintici corridoi che si dipanano sotto il pavimento, escono fuori e prendono ciò di cui hanno bisogno per allestire la loro casa, piccolina e preziosa, sotto il pavimento.

Arrietty e la sua famiglia vengono chiamati gnomi (sarebbe opportuno sapere quale è il termine esatto utilizzato in giapponese), ma non sono affatto gli gnomi dell'immaginario collettivo. Arrietty è una ragazzina normalissima, particolarmente bella; è solo molto, molto piccola. Vorrebbe vivere una vita normale e avere sempre tutto a disposizione nella sua casetta sotterranea.

Per questo, seppure Arrietty sia un essere piccolino, non lo si può in tutto e per tutto considerare un essere magico come gli altri personaggi miyazakiani. Arrietty è un'umana in miniatura, che non può usare la magia né per aiutare Shō, né per difendersi dai cattivi, né per aiutare la sua famiglia.
Non appena la sua casetta è messa in pericolo, infatti, Arrietty è costretta ad andarsene.

Questo mutamento colpisce e stupisce. Miyazaki non crea personaggi che possono fare tutto, ma un umano in piccolo che sogna semplicemente una vita tranquilla, normale.
Arrietty può essere facilmente scambiata per qualcosa da catturare o da mettere in bella mostra nelle vetrine degli umani grandi. Ecco: l'umano grande non ha la giusta percezione nell'affrontare la vita, le sua asperità e le sue bellezze. L'umano "grande" riduce tutto a cosa piccola: così la governante della casa vuole catturare Arrietty con la ditta di disinfestazione per topi; la mamma di Shō preferisce lavorare e stare lontano dal figlio, invece di coprirlo delle necessarie attenzioni. Allo stesso tempo, gli umani piccoli sanno vedere in grande: Arrietty e la sua famiglia danno il giusto valore ad ogni cosa, una zolletta di zucchero dura un anno, dai biscotti si ricava la farina per fare il pane, da un chiodo piegato un appendiabiti. Ogni oggetto è visto non per ciò che è, ma per ciò che può diventare, dimostrando quanto la fantasia e la creatività siano beni nascosti, invisibili agli occhi dei più, ma, soprattutto, siano beni universali e imprescindibili, quelli senza cui il genere umano non potrebbe vivere. Tutto ciò di cui usufruiamo è frutto di un'invenzione.

Forse la più grande invenzione dell'uomo è la casa. La casa che ci si costruisce mattone dopo mattone e mobile dopo mobile è la diretta espressione di ciò che dentro di noi concepiamo come focolare, famiglia, rifugio, intimità, luogo sicuro a cui far ritorno. La casa non può essere la semplice somma di mobili all'ultima moda. Ogni mobile deve essere riempito e abbellito con una parte di noi. La foto che abbiamo fatto in quella vacanza; la tisana che ci piace bere; il dvd del film preferito; il cuscino della morbidezza giusta. Non sono semplici comodità, ma il modo in cui costruiamo la vita giorno dopo giorno per proteggerci e sentirci tranquilli. Arrietty abbellisce le finestre con alcuni poster che mostrano il mare: si affaccia e crede di vederlo. Dietro il poster, c'è solo pietra grezza, ma Arrietty si porta dentro il mare e il mare farà parte della sua casa, in qualsiasi modo e dovunque lei vada.

Tuttavia, Arrietty, a causa della piccolezza dell'uomo grande che le distrugge la casa, è costretta a cambiar dimora. Cosa c'è di peggio? Dover ricominciare tutto da capo, dover lasciare le proprie cose indietro: Arrietty dovrà ricostruire una nuova casa, prendendo in prestito da altri umani. E probabilmente ce la farà, perché lei, la casa, se la porta dentro. Non sarà così forse per Shō, che cambia casa per stare meglio, per non affaticare il cuore, ma che rimane pur sempre un bambino solo, ignorato dai genitori. Proprio da quel cuore metaforicamente malato, comprendiamo che l'affetto è il mattone della casa. Un po' come il vecchio di Up, che solo dopo aver letteralmente trascinato la casa sulle proprie spalle, comprende che la casa, in sé, è un simbolo, un simbolo mentale e affettivo, non solo un oggetto. Così come Howl raduna una famiglia strampalata attorno ad un focolare: la casa si smembra e si ricompone sotto gli effetti di ciò che accade in famiglia, ma l'importante è tenerne vivo il focolare, il centro, vale a dire il cuore. Se la casa non parte da dentro, non ci sarà mai nulla da costruire.

Ancora una volta, lo Studio Ghibli e l'immenso genio di Miyazaki ci pongono di fronte alla vita in modo esemplare, rovesciando semanticamente i termini e riempiendo l'inquadratura delle meraviglie della Natura: la semplicità, la quotidianità, la delicata attenzione alle piccole cose è ciò che rende reali la casa e la vita.

lunedì 16 aprile 2012

Battleship



Anno: 2012 - Genere: Azione - Nazionalità: USA - Regia: Peter Berg

I film come Battleship sono i più divertenti da analizzare. Apparentemente solo piacere fine a se stesso, in realtà portatori di discorsi sociologici più o meno inconsapevoli – come da tradizione del cinema americano.

Ci sono vari livelli di fruizione per Battleship.

Primo livello di fruizione: i film per famiglie, quelli da domenica pomeriggio, quando si decide di radunare figli e nipoti, munirli di barile di popcorn e fargli guardare un film che è ispirato alla Battaglia Navale del gioco Hasbro. È il livello del puro divertimento: divertimento assicurato, non c'è che dire.
Passano due ore tra sobbalzi e risate, di sicuro non ci si annoia. Tra l'altro, bisogna fare a tal proposito una piccola annotazione tecnica: rispetto ai precedenti film – tipo Transformers – questo Battleship sembra aver migliorato il livello di chiarezza negli effetti speciali. Fino ad ora le inquadrature erano saturate da effetti digitali confusionari e oggetti e azioni risultavano indistinti, fastidiosi alla vista. Battleship dimostra un miglioramento tecnico e questo fa ben sperare per i futuri film: la tecnica finisce per diventare estetica, ben vengano i film in cui si sperimenta la tecnica in vista del futuro.

Il secondo livello di fruizione è quello di chi si ferma alla storia, senza l'analisi - atteggiamento giustissimo. La storia è classica, piena di quei cliché americani che – almeno agli occhi di chi ha visto miliardi di film – appaiono ostentati. Tuttavia, in un film del genere sono necessari: o non sarebbe un film per tutti. C'è il classico ragazzo intelligente ma sbandato (Taylor Kitsch) che viene obbligato dal fratello ad entrare in marina. Il ragazzo intelligente ma sbandato ha ovviamente un amore da proteggere: ama la figlia dell'Ammiraglio (Liam Neeson). Ma, come da più classica della tradizioni, ecco la catastrofe: gli alieni invadono il pianeta, poggiano le loro basi in mezzo all'Oceano Pacifico e scatenano l'inferno. Inizia la guerra, ci sono perdite, ci sono i momenti tristi, quelli trionfali, lieto fine, bacio, scena finale dopo i titoli di coda.

Terzo livello: non si possono non notare alcuni e non troppo frammentari momenti in cui si fa riferimento – consciamente o meno – alla situazione politica statunitense.
Svaniscono i russi quali acerrimi nemici degli USA: ogni due sequenze vengono nominati i cinesi. I cinesi analizzano, i cinesi bombardano, è sempre colpa dei cinesi... ma forse sono i Nord Coreani? È chiaro che il terrore statuinitense si è spostato molto più a oriente: non più i russi, non più gli afghani (l'Afghanistan è nominato di sfuggita solo da un veterano menomato), ma i cinesi e i nordcoreani. Ma c'è di più. Questo timore per l'estremo oriente viene chiaramente esplicato in una scena che colpisce: un grattacielo di Hong Kong viene distrutto da un oggetto volante. È il modo in cui viene distrutto a far pensare: il regista usa le stesse inquadrature che hanno fatto il giro del mondo quando sono state distrutte le Twin Towers. Inquadratura dal basso verso l'alto, oggetto volante che trancia un grattacielo, nubi, fuoco e urla. C'è un'operazione da psicologia di massa: stavolta la torre che viene distrutta non è statunitense, è quella di Hong Kong. Il regista trasferisce il terrore del suo popolo su un altro Paese, allontanando, solo fittiziamente, la paura. Allontanare il simbolo americano degli ultimi dieci anni e collocarlo in un altro continente e in un'altra cultura ha lo scopo di colpire duramente tutti i popoli al di fuori degli Stati Uniti. È la stessa logica con cui, nelle catastrofi, i film USA si accaniscono con morbosità sulla distruzione del Colosseo, di San Pietro, della Tour Eiffel o del Big Ben di Londra: è una distruzione anche culturale, una sorta di affermata superiorità, ma anche di inconscio ripetersi delle distruzioni civili che sono alla base di un Paese come gli Stati Uniti d'America.

Il film si svolge alle Hawaii. Pearl Harbor ritorna continuamente. Con la differenza che i giapponesi non sono più nemici: lo sono solo su un campo di calcio. La flotta nipponica combatte fianco a fianco con quella statunitense: nel porto di Pearl Harbor, di fronte ad una nuova catastrofe mondiale, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki sembra dimenticata del tutto. I problemi rimangono Cina, Hong Kong e Nord Corea, forse i tre luoghi dell'estremo oriente non del tutto espugnati dagli Stati Uniti.

Chi sono questi nemici? Questi alieni? Se li si guarda a livello di mera storia, non si capisce: vengono sulla terra per distruggere, ma dal plot non sono chiare le loro intenzioni. Tuttavia c'è un elemento che, letto ad un livello più profondo, fa capire meglio le intenzioni. Gli alieni percepiscono come nemico solo l'acciaio e le armi. Laddove vedono battere un cuore, si tirano indietro. In altre parole: non eliminano l'uomo, ma solo le macchine con intenzioni violente. Il problema è che, se un grattacielo è catalogato come nemico e viene distrutto, di conseguenza muoiono anche le persone che lo abitano. Gli alieni hanno un duplice scopo: attaccano i simboli del mondo economico e bellico della Terra e lottano contro le armi di distruzione di massa. Due elementi contrastanti che si riuniscono in una sola figura, l'alieno. Un caso? Chi è che nel mondo fa guerra a tutti coloro che possiedono armi di distruzione di massa? Chi nel mondo ha distrutto il simbolo del potere economico americano?
Gli alieni, così – come sempre – finiscono per rappresentare molte cose: sono l'altro sconosciuto, la minaccia del tutto incomprensibile, il terrore che anche gli americani hanno di essere sottomessi, dopo aver sottomesso prima gli indiani e poi il resto del mondo (frase epica del film: “Faremo la fine degli indiani d'America!”); gli alieni sono l'altro geografico e cioè quell'Oriente che gli Stati Uniti non riescono a penetrare e controllare del tutto; infine, sono l'altro psichico, vale a dire il lato oscuro di noi stessi. In questo caso, il lato oscuro e inspiegabile degli Stati Uniti. Soldati impeccabili e pronti al sacrificio, gli Statunitensi sono anche coloro che si comportano in modo molto similare al proprio nemico: combattono le armi altrui con le stesse armi. Gli americani, poi, non sono veri americani: sono un mix di popoli africani, europei e asiatici. Ogni americano è anche altro da sé.

Con quale mezzo vengono sconfitti gli alieni? Con una corazzata cimelio della Seconda Guerra Mondiale, comandata dai suoi veterani: vecchi mezzi sempre efficaci. Vecchi mezzi non solo bellici ma anche comunicativi: dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale tutte le generazioni statunitensi hanno fatto una guerra, lo zio Sam ha sempre puntato il dito verso i suoi compatrioti e il cinema ha sfruttato non poche volte episodi di guerra per le sue produzioni. Insomma: nulla è cambiato. Il mito degli USA sempre forti permane, l'eroicità americana è a tutti i livelli. Il più interessante e toccante livello di eroicità del film è forse rappresentato dalla personale azione di guerra di un veterano senza gambe. Intelligenza e strategia (non prestanza fisica) gli permettono di riconsiderarsi un soldato e un uomo intero: anche qui, nel dare onore ai menomati di guerra, c'è forse la volontà di dare, finalmente, visibilità a tutti i nati il 4 luglio per troppo tempo dimenticati.
Il cinema americano, da sempre, si fa veicolo della società americana, svelandone i meccanismi meno evidenti, contestandoli, affermandoli, mostrandoli nelle loro ambiguità. E l'alieno, da sempre, rappresenta l'ambiguità perfetta per il cinema.

Tolte le elucubrazioni mentali di chi ha visto troppo cinema con il pallino per l'analisi, il film risulta godibile e due ore di divertimento sfrenato, quello della coscienza stimolata dal mare del già-visto e del non-visto tecnologico, non fanno male a nessuno.
Tutti i film meritano di essere visti: spesso riescono a dirti tra le righe quello che non t'aspetti.

venerdì 13 aprile 2012

Donne nell'arte: Leonora Carrington


È il 1944 e sul numero 4 della rivista VVV, in inglese, Leonora Carrington dà l'atroce testimonianza del baratro fisico e psichico in cui era caduta solo poco tempo prima: “Esattamente tre anni fa, ero internata nella clinica del dottor Morales, a Santander (Spagna) e giudicata pazza incurabile dal dottor Pardo, di Madrid, e dal console inglese.”

È questo l'incipit di En Bas, l'opera più dura che Leonora Carrington abbia scritto. Nata a Lancaster nel 1917 da un famiglia molto ricca, abbraccia la pittura surrealista. Si trasferisce giovanissima in Francia e qui tre fatti la fanno precipitare nel nulla: l'occupazione nazista, l'amore sconvolgente per Max Ernst e la depressione oscura causata dall'arresto di lui.

Leonora ha poco più di vent'anni, dipinge, scrive e non si adegua alla società, al pensiero e alla psiche borghesi. È stato in primo luogo il senso comune a giudicarla pazza: di famiglia borghese, non adottava comportamenti propriamente borghesi. Vederla saltellare sugli scogli a piedi nudi, mentre le altre ragazze cercavano marito, faceva sorgere facili dubbi sulla sua sanità mentale.

Ma, soprattutto, le sue mani erano sempre sporche di colori. A poco a poco forgia la sua arte: dipinti surrealisti di una follia lucida, paradossalmente razionale. Leonora si diverte a sovvertire i segni, a vedere il Vero solo nello Strano e nel Meraviglioso e a sospettare del normale, dello scialbo, del quotidiano. Per questo scrive un racconto, La debuttante, in cui Leonora immagina fervidamente di spedire al ballo non se stessa, ma una sua sostituta: una iena. E dipinge un quadro, un Autoritratto: Leonora è scapigliata, in pantaloni, e sta stringendo un accordo con una iena nella sua stanza. Una stanza vuota in cui potenti linee di forza uniscono un puledro bianco, un cavallo a dondolo, la iena e la stessa Leonora. Il cavallo a dondolo può essere l'infanzia, l'equilibrio precario tra l'essere istintivi e dover fare ciò che la società richiede. Il cavallo a dondolo procede in due direzioni: verso il puledro bianco, la follia libera, e verso la iena, spietata divoratrice di cameriere, ciò che la donna diverrà col suo ingresso in società.

Autoritratto



Tre gatti


Leonora scompone il mondo, ma scompone anche il suo corpo. Imprescindibile per comprendere la sua vita sono En Bas e le descrizioni crude e impietose che l'artista fa della sua condizione fisica in manicomio: legata al letto di contenzione, sporca dei suoi escrementi, si divincola preda degli spasmi e di quella medicina che tanto segnerà il suo fisico, il Cardiazol. Leonora è attenta a ciò che il Cardiazol le produce: surrealisticamente seziona il suo corpo, quasi fosse un happening in cui si costruisce il fatto artistico. E l'analisi di ogni vena, di ogni palpito, di ogni spasmo, diventa un modo per andare oltre il corpo, per raggiungere la psiche tanto decantata dai Surrealisti. Nei deliri, nell'epilessia, nelle convulsioni e nelle smorfie, Leonora sa che sta perdendo il contatto con il fuori. È dallo stato di follia razionale che trae spunto per la sua arte magica: quella delle allucinazioni, dei flou, dei contorni perduti, delle forme che si dissolvono e diventano qualcos'altro. Un mondo chiaramente onirico e sospeso: ma molto più straniante perché la sospensione e l'evanescenza di colori, forme e linee è dentro la realtà. Non oltre, non fuori, ma dentro: e ci si sente perduti di fronte ai suoi quadri, perché lo Strano e il Meraviglioso sono il rovescio scalpitante delle nostre vite così normali da essere inquietanti.


Leonora ha una grandissima capacità di ripresa. Nel giro di pochi anni guarisce. Gira il mondo. Lavora per il teatro, per il cinema, scrive racconti carichi di humor nero, dipinge al fianco di grandi artisti. Ancora molto giovane, si trasferisce in Messico: qui vivrà una lunghissima vita, che troverà compimento il 26 maggio del 2011.

mercoledì 11 aprile 2012

Tim Burton: il 2012 con "Frankenweenie" e "Dark Shadows"




Tim Burton regalerà un 2012 succulento a tutti coloro che, dei suoi film, hanno fatto uno stile e una ragione di vita. 

Con Frankenweenie il regista tornerà a far vivere lo stop-motion, affiancato all'ormai onnipresente 3D. Il film è il remake di uno dei primi cortometraggi di Burton, girato nel 1984 con attori in carne ed ossa: la storia è quella di un bimbo che, per riportare in vita il cagnolino prematuramente scomparso, si cala nei panni del dottor Frankenstein. È uno dei pochi film di Burton in cui il lieto fine è stato davvero lieto e in cui non si avvertiva troppa sofferenza.

Il lungometraggio in stop-motion e con un drammatico, misterioso e fortemente espressionistico bianco e nero, fa già intendere - almeno dalle prime foto di scena - una maggiore e ovvia maturità nel trattare il tema del cagnolino ricucito e riportato in vita. Il disegno del bimbo protagonista molto ricorda quello di Vincent, uno dei primi cortometraggi in stop-motion di Burton, vero capolavoro visivo-musicale-lirico in cui risiede tutta la poetica, passata e futura, del regista. 

Per Frankeweenie bisognerà aspettare, dato che il film uscirà negli Stati Uniti il 5 ottobre 2012. Nonostante questo, in Italia è già stato rilasciato il teaser trailer.


L'uscita di Dark Shadows, invece, è imminente: sia negli USA che in Italia il film sarà disponibile il prossimo undici maggio. Per Dark Shadows Burton si è ispirato all'omonima serie televisiva che ha segnato la sua adolescenza. Dan Curtis, negli anni Sessanta, aveva immaginato una serie televisiva horror, le cui vicende ruotavano attorno ad una combriccola di vampiri, zombie e lupi mannari.

Burton crea una famiglia vampiresca capeggiata dal solito istrionico attore-feticcio Johnny Depp. Ciò che colpisce sono le dichiarazioni che Burton sta rilasciando in questi giorni a proposito del film: lo ha definito un horror, un film gotico e dark, ma anche melodrammatico e in stile soap opera. Per Burton questo sembra essere un film importantissimo, sia perché affonda le radici nel suo background culturale, sia perché, come ha detto lui stesso, Dark Shadows è un film molto sperimentale. Il tema è sempre il medesimo: la storia è quella di un vampiro che, tra vampiri, si sente inadeguato e fuori posto. 

Tale tematica è ricorrente in ogni film di Tim Burton: la solitudine, la diversità, la creatività, l'incomunicabilità, l'incomprensione, il compromesso, l'individuo e la società. Questi i temi trattati, ora in modo leggero, ora in modo drammatico, oscuro o tragico e tutto appare discendere da una causa in particolare: la capacità che i protagonisti hanno di vedere le cose in modo diverso rispetto agli altri; la capacità di vedere altro e oltre, di saper costruire e creare con tanta libertà mentale da dover cadere vittime della gabbia del senso comune. Il cortometraggio Vincent probabilmente è il più esplicativo in tal senso: il bimbo protagonista vive sospeso tra due mondi, la realtà, una trappola, e la sua smodata fantasia, vera libertà. Ma la confusione dei due universi è croce e delizia per chiunque sappia di vivere in un tramite, in bilico, in equilibrio precario tra ciò che si è e ciò che gli altri vedono senza capire a fondo.


Burton ha sempre avuto il merito di trattare tali temi, complessi e profondi, avvalendosi di un linguaggio sì, di genere, ma subito riconoscibile, in grado di diventare facilmente simbolo. Tuttavia, la vera capacità di Burton è quella di rovesciare i significati dei significanti. Di vedere nel segno non l'evidente ma il suo contrario, fino a creare contrasti e ossimori degni di nota: un famoso regista pessimo, una sposa cadavere, un Natale halloweeniano, una carezza tagliente, una libertà che sa, paradossalmente, intrappolare. 

La gabbia della libertà mentale e creativa è una condizione comune a molti. E, per questo, diciamo grazie a Tim Burton: per aver detto al mondo ciò che il mondo spesso ignora. 

martedì 10 aprile 2012

Google Art Project




Google Art Project è laGalleria virtuale che permette di visitare alcuni tra i musei piùimportanti al mondo e di poter letteralmente scandagliare le opered'arte, disponibili in altissima risoluzione.
Al momento sono presentioltre trentamila opere, tra dipinti, sculture, antiche pagine ecodici minati messi a disposizione da Google. Ma è probabile che ilnumero sia destinato a salire. I musei in cui Google Art è entratosono importanti e famosi, tra cui i nostri Uffizi e i MuseiCapitolini, ma anche l'Hermitage o la National Gallery di Londra.

L'utente ha lapossibilità di navigare tra un'opera e l'altra e di analizzareoltremisura ogni singola immagine. Chi ha già un account Google eGmail deve solo fare il log-in per accedere alla sua areariservata e iniziare subito l'esplorazione artistica. Puòcercare l'opera che gli interessa per titolo, autore o Galleria.Inoltre - e questo è davvero un punto in più - può salvare leopere nella propria area personale. All'interno della pagina La miagalleria si possono creare gallerie personalizzate, con un titolospecifico e alcune righe di descrizione. Le gallerie personalipossono essere pubbliche e private e con un semplice click è possibile modificare le impostazioni sulla privacy.

Una volta "raggiunta" un'opera, ci si trova di fronte al dipanarsi di un mondo: da un solo dipinto si possono esplorare le opere dello stessoartista, dello stesso tema o della stessa Galleria. Si possono farevertiginosi zoom sulle immagini senza che queste perdano la qualità:un vero e proprio sogno per qualsiasi cultore, che così ha lapossibilità di vedere sin nel minimo dettaglio le pennellatedell'artista. L'opera viene realmente scomposta e analizzata, megliodi quanto si possa fare con un libro. La visita in loco è di sicuroimportantissima, ma in una Galleria è possibile rimanere solo a distanza. L'osservazione in loco permette di sentire sulla pelle lapastosità dei materiali e di poter osservare il dipinto senza che lecondizioni di luce e ombra siano esageratamente falsate. Tuttavia,per l'analisi vera e propria, il progetto di Google è utilissimo,anche perché gratuito. Senza pagare alcun biglietto si può accederead una Galleria dall'altra parte dell'Oceano e godere da vicinissimo di un'opera d'arte. Inoltre, grazie alla tecnologia di Google Earth, è possibile entrare direttamente nei corridoi delle Gallerie (basta cliccare sull'omino in alto nella pagina) e dare vita ad una visita virtuale - anche alla Casa Bianca. Durante la passeggiata, accanto alle opere appare un simbolo (+) che, cliccato, permette di aprire la pagina con i dettagli dell'opera in alta risoluzione.


Pensiamo alle possibilitàche una cosa del genere può comportare per l'insegnamento.L'insegnante può realizzare gallerie personalizzate pubbliche, incui inserire le opere spiegate durante la lezione e a cui aggiungerequalche riga in più per i ragazzi che hanno perso la spiegazione. Si puòovviare al problema delle foto sui libri, spesso non troppo veritiereo troppo vecchie. Si possono mostrare opere che i libri noncontengono, ampliando ulteriormente i confini della lezione. Si puòcreare uno spazio per i compiti a casa e si può realizzare unapreparazione in HD prima che, magari, ci si rechi in un museo per una visita guidata. Tutto ciò permette di studiare la Storia dell'Arte senzacosti e con una qualità visiva senza precedenti: un passo in piùnelle nuove frontiere della comunicazione digitale, del mondovirtuale e dell'insegnamento.

giovedì 5 aprile 2012

Il giovane Montalbano





Il Giovane Montalbano è stata un'intelligente serie televisiva trasmessa dalla Rai. Andata in onda ogni giovedì dal 23 febbraio, ha avuto una durata di sole sei puntate.

Dopo l'immensa fortuna de Il commissario Montalbano, interpretato da Luca Zingaretti, Il giovane Montalbano poteva essere una scommessa piuttosto difficile da vincere: cambiare gli attori e scardinare la familiarizzazione del pubblico non è cosa facile. Si rischia facilmente il fallimento.

Michele Riondino è stata la scelta più giusta. Attore giovanissimo e con una certa carriera cinematografica alle spalle, è stato in grado di eguagliare Luca Zingaretti senza alcuna difficoltà. Ha saputo rendere omaggio al suo alter ego più grande, riuscendo tuttavia a dar vita ad un'interpretazione personale e convincente.

Sguardo intenso e grandi doti espressive, Riondino ha dato forma ad un commissario giovane, pieno di nodi irrisolti e preda di un carattere molto spesso attratto dalla solitudine, ma in grado di provare vera e propria sim-patia nei confronti degli altri.

È indubbio che la qualità sta innanzitutto nei romanzi di Camilleri. Lo scrittore ha puntato sulla costruzione di un personaggio “tipo”, ma caratterizzato da una serie di varianti che lo hanno reso unico e subito riconoscibile nella massa dei commissari. Montalbano ama il mare, la cucina a base di pesce, il vino buono della sua terra. Montalbano ama anche le persone e possiede una sorta di sesto senso che lo conduce subito a capire di chi deve fidarsi e di chi no. Tuttavia a volte sbaglia. È costretto a ricredersi. Quando si trova di fronte a colpevoli di atroci delitti il suo sguardo si fa cupo, velato di malinconia, carico di rabbia per la bruttezza del mondo. Per questo, spesso, Montalbano non segue così fedelmente le procedure della giustizia e, pur di raggiungere la verità, non esita a modificare le scene del delitto affinché, appunto, giustizia sia fatta e i colpevoli vengano puniti. Montalbano ha una ragazza, Livia, che vive a Boccadasse, ma che non ha mai sposato perché preferisce la solitudine alla vita di coppia. Suo compagno inseparabile è il mare: è sempre forte l'esigenza di osservare la risacca notturna o di fare una nuotata mattutina (invernale o estiva che sia) che tanto ha il sapore di una rinascita - non solo fisica.

La fortuna di Montalbano sta anche nella rappresentazione di una Sicilia, certo, siciliana, ma anche fortemente italiana: impossibile non innamorarsi di questa terra e impossibile non sentirla propria, anche se solo per due ore. Il cibo, l'aria, i luoghi, l'accento diventano subito familiari, sfondi ideali per gialli intricati, stuzzicanti, a volte cerebrali, quasi vecchio stampo, fatti più di ragionamento che d'azione.

Il prodotto televisivo che ne risulta è di altissima qualità, soprattutto a livello formale. L'ultima puntata dedicata a Il giovane Montalbano, intitolata “Sette lunedì”, è stata un mix vincente di paesaggi nostrani, cimiteri, esoterismo, fantasmi del passato. Il tutto condito da una particolare - e sempre apprezzata - cura per la messa in scena (sequenza degna di nota: Montalbano, Augello e Fazio camminano lungo il corridoio buio di un'antica casa. La luce intermittente illumina ritmicamente ora l'uno, ora l'altro, ora l'altro ancora, lasciando al buio due dei tre).

Il giovane Montalbano è la prova che la tv italiana può realizzare prodotti molto buoni. Storie interessanti, messa in scena e regia curate, attori (purtroppo) poco conosciuti e bravissimi. E su questo bisogna insistere: la produzione prima de Il commissario Montalbano e poi de Il giovane Montalbano ha saputo tirare fuori attori italiani molto dotati, magari provenienti dal teatro o dal cinema meno conosciuto e che, molto più di altri, meriterebbero di girare un film dietro l'altro: l'arte della recitazione è fiorente e in salute in Italia. Basta solo farla emergere. Michele Riondino e Alessio Vassallo (ma non dimentico Beniamino Marcone, Sarah Felberbaum, Alessio Piazza e Valentina D'Agostino, abbagliante nella sua interpretazione di Viola nella prima puntata) hanno di sicuro bucato lo schermo, riuscendo a rompere i pregiudizi degli affezionatissimi di Zingaretti e Bocci e a farsi amare dal pubblico.

Quindi, serie tv di qualità e di genere, in Italia, sono possibili. Perché Montalbano non approda anche al cinema?
Ma, nel frattempo, auguriamoci che ci sia una seconda stagione.

martedì 3 aprile 2012

La Furia dei Titani




Titolo originale: Wrath of the Titans - Genere: Azione - Nazionalità: USA - Anno: 2012 - Regia: Jonathan Liebesman

La Furia dei Titani - Wrath of the Titans - è il nuovo film mitologico, rigorosamente in 3D, che ha per tema l'antica Grecia e i suoi meravigliosi miti. Stavolta, però, è d'obbligo dire che il 3D ha avuto un suo perché: il film non è stato semplicemente riconvertito in postproduzione ma direttamente girato in 3D e questo non ha fatto che giovare all'economia dell'intero lungometraggio, il quale, più che un film vero e proprio, è un videogioco.

Storia pressoché accennata, veloce, per nulla approfondita. Sceneggiatura scritta quasi en passant: dialoghi ridotti all'osso, talvolta quasi privi di logica nell'economia del racconto (?); stilemi introdotti per semplice dovere di presenza (Perseo che bacia la regina, all'improvviso, senza che vi sia stato nulla di antecedente che facesse pensare ad un simile sentimento).
Neppure il titolo è pienamente centrato: La furia dei Titani. Il plurale non è azzeccato, dato che, semmai, c'è la furia di un solo Titano, vale a dire Crono, la cui presenza nel film si riduce a pochi minuti di caos.

Ma. C'è un ma. La Furia dei Titani è uno dei film con le migliori scene spettacolari-catastrofiche-d'azione che si siano potute vedere negli ultimi anni. Scene letteralmente da brivido. Pura esperienza. Aver girato il film in 3D ha fatto sicuramente la differenza: stavolta gli elementi che dovevano uscire dallo schermo sono usciti davvero, le scene in cui si è risucchiati oltre la quarta parete sono veramente imbuti, tunnel fantasmagorici da cui ci si lascia volentieri rapire.

C'è la continua presenza, in tutto e per tutto, nella fotografia, nell'ideazione di alcuni mostri, nelle scenografie, di un videogioco in particolare: God of War. Inutile dire che la violenza e l'ira cieche di Kratos hanno fatto scuola, sia per la cura con cui ormai si rispolvera la mitologia greca, sia per l'iconografia che è venuta a crearsi.

Le nuove tecnologie cinematografiche finalmente permettono di dare un'immagine fedele ai racconti orali della mitologia greca. L'oralità di quelle ataviche storie puntava su una cosa in particolare: l'immagine, appunto. Gli epiteti, le figure retoriche, le formule, oltre a essere espedienti per fermare nella memoria racconti, versi e dinamiche erano anche un modo per fissare immagini eclatanti nella testa degli ascoltatori.
La mitologia greca e i racconti omerici traboccano di storie violentissime, al limite del paradossale, cariche di sangue, di battaglie, di caos, di poteri strabilianti. Il cinema a lungo ha cercato di esser fedele a queste storie, ma i peplum girati in passato non si sono rivelati all'altezza. Oggi, grazie agli effetti speciali, ad una macchina da presa mirabolante, alla tecnologia digitale, ai filtri, abbiamo la possibilità di dare immagine a ciò che per millenni è stato voce, di restituire i colori vivi al vasellame greco. In questo la pittura antica, compresa quella romana, ha avuto di sicuro un ruolo importantissimo - gli affreschi romani non erano così come li vediamo noi oggi. I pittori romani utilizzavano cere e resine per rendere la superficie degli affreschi traslucida e quasi riflettente (pittura a encausto): e proprio un mondo di colori traslucidi e vivi è quello che il cinema di oggi ci propone.

La Furia dei Titani va visto solo per l'esperienza alternativa che propone. Non c'è bisogno di aspettare lunghi dialoghi, strategie o altri sermoni imposti dalla sceneggiatura. No. Ci si inebria continuamente, si vola tra assi di legno, ci si perde nel labirinto del Tartaro (una delle scene più veloci e complesse, la migliore), si brucia letteralmente nel fuoco, si lotta con mostri a sei braccia o con ciclopi giganteschi.

Di sicuro i videogiochi alla God of War hanno una storia molto più sviluppata di questo film. 

Tuttavia, c'è da dire che La Furia dei Titani indaga continuamente e in modo palese l'aspetto psicologico più navigato della mitologia greca: quella del padre che uccide il figlio, del figlio che si ribella al padre. In questo, La Furia dei Titani lascia quasi sbalorditi, riuscendo a trovare il modo, nei pochi dialoghi che ci sono, di far emergere un lato sì importante dell'interpretazione del mito. Zeus ha intrappolato suo padre Crono, Crono cerca di risvegliarsi prosciugando la vita e il potere del figlio, Ares è geloso del fratello Perseo perché è il preferito da Zeus: per questo il dio della guerra tradisce suo padre. Perseo e Agenore sono due semidei - in altre parole, sono figli illegittimi, di quelli che non si tengono in casa - e raccolgono l'eredità di padri mai avuti. Elios è l'unico che sembra avere un padre che possa insegnargli qualcosa di positivo: e il film finisce sul bambino, figlio di Perseo, che imbraccia un'arma.
Ci sarà un terzo film, indubbiamente, dopo la Furia e Clash of the Titans.

Il cinema è anche questo: puro divertimento, esperienza talvolta fine a se stessa, godimento surreale delle acrobazie dell'immagine.