venerdì 31 agosto 2012

Nuova grafica per Sguardi Notturni

Dopo quattro anni di blog, indubbiamente qualcosa è cambiato. La prima cosa ad esser cambiata è proprio il mio rapporto con Sguardi Notturni. Prima era uno spazio poco aggiornato e che facevo fatica ad aggiornare, per vari motivi. Poi siamo cresciuti assieme, il blog ed io, e ora non possiamo più stare lontani. Adesso sento l'esigenza di aggiornarlo continuamente, anche se non sempre la mia voglia di scrivere e le ore che ho a disposizione vanno d'accordo. Usando una citazione cinematografica, posso dire che Sguardi Notturni è la mia venticinquesima ora. Un momento di distacco dalla realtà, una realtà parallela. 
Sguardi Notturni, inizialmente, è nato come supporto al romanzo che ho pubblicato nel 2009. Poi, per fortuna, si è allontanato da questo mero ruolo di supporto ed è diventato autonomo. Sempre più cinema e sempre più voglia di confrontarmi e di capire i miei errori, per migliorarmi. 

A questi cambiamenti di tipo astratto è seguito il cambiamento grafico ed estetico. Dallo sfondo nero con l'autobus in corsa fotografato ad Atlanta, copertina del mio romanzo, si è passati a qualcosa di molto più aderente allo spirito del blog ed è ciò che potete vedere ora. 

Ringrazio Tristam Strauss per l'eccellente lavoro che ha svolto nel realizzare l'immagine dell'header qui sopra, il logo di Sguardi Notturni e l'immagine dell'albero nella sezione About. Ringrazio Tristam non solo perché i suoi lavori sono sempre di qualità elevatissima, ma anche perché, senza che gli dessi alcuna dritta, ha saputo analizzare e interpretare il blog, riuscendo a realizzare ciò che era più giusto per Sguardi Notturni. Così, l'intro di Lost Highway di David Lynch è diventata la base per l'immagine di testa. Una base variata e arricchita da una mente particolarmente creativa. Lost Highway è il film ideale per rappresentare Sguardi Notturni: la strada che si percorre e di cui non si vede la fine; la strada da cui, forse, ad un certo punto, in maniera del tutto inaspettata, può comparire qualcosa, un mistero, un segreto, un altro sé, un'altra strada in una dimensione parallela – lo squarcio dell'illusione
Quindi: grazie, Tristam Strauss. Poiché le mie parole non basterebbero ad esaurire la personalità di questo artista che stimo moltissimo, vi segnalo il sito Noein.it, in cui troverete biografia e suoi lavori. 

Ringrazio anche chi, quattro anni fa, partecipò con me alla fondazione di Sguardi Notturni, aiutandomi a capirne limiti e possibilità e dandomi preziosi consigli sul blog in particolare e in generale su tutto ciò che ho fatto. 

Il blog ora ha qualche sezione in più, che ho deciso di aggiungere per aggregare tutto ciò che mi riguarda e che si trova sparso per il web: presentazione, contatti, pubblicazioni. Di lato, anche i link ad alcuni social network. La pagina di Fb sarà una sorta di canale parallelo in cui riverserò i pensieri estemporanei che sorgeranno su film, cinema, registi, attori, arte e libri e che, per brevità e velocità, non hanno nulla a che vedere con la forma del blog. 

Non posso che lasciarvi al nuovo Sguardi Notturni e, soprattutto, al mitico David Bowie, voce fluttuante e diafana nei titoli di testa di Lost Highway.

giovedì 23 agosto 2012

Biancaneve e il Cacciatore




Titolo Originale: Snow White and the Huntsman - Anno: 2012 - Genere: Fantasy - Nazionalità: USA - Regia: Rupert Sanders

Biancaneve e il Cacciatore aveva le potenzialità per esser un buon adattamento della nota fiaba dei fratelli Grimm, ma ha fallito sotto tutti i fronti. Il film è lungo, pesante, pieno di scene inutili, privo di alcuni e necessari legami di causa ed effetto. La sceneggiatura tiene per i primi cinque minuti di proiezione, poi inizia a sfilacciarsi, dando vita ad un film che presenta immagini slegate tra loro e che sembrano dettate solo dall'urgenza di mostrare una serie di luoghi comuni fantasy (orchi, nani, fate, creature notturne).
L'introduzione della storia ha un ritmo concitato e risulta di grande effetto. Poi compare Kristen Stewart e tutto si sgretola. Portando nel titolo il nome di Biancaneve, il film avrebbe dovuto reggersi sul personaggio della Stewart che, però, non sta nella parte e smonta completamente l'immaginario creatosi attorno alla leggendaria principessa nel corso di decenni di racconti. Non staremo qui a giudicare se la Stewart sia bella o meno; ma di sicuro è stata un'operazione sbagliata metterla a confronto con la bellezza di Charlize Theron, The Evil Queen: la Theron appare bellissima anche quando inizia ad invecchiare e a deperire. La produzione avrebbe dovuto scegliere una ragazza dalla bellezza meno convenzionale per la parte di Biancaneve - Keira Knightley? Eva Green che, pur avendo superato i trenta, avrebbe comunque potuto reggere il confronto con la Theron sia per bellezza che per bravura? O, meglio, perché non dare una possibilità a Emma Watson, coetanea della Stewart, ma forse con una maggiore dose di verve da esibire? Purtroppo la Stewart ne ha di strada da fare. Per tutto il film recita con la bocca aperta, come se fosse preda di un'espressione schifata, una specie di paresi facciale utilizzata per rappresentare qualsiasi emozione.



Il merito di questa sceneggiatura è quello di voler rappresentare una Biancaneve lontana da quella della Disney, una ragazza che indossa l'armatura, incita i soldati, riconquista il suo regno e non si sposa. Ma l'attrice non è in grado di veicolare un messaggio così forte. La Theron è molto brava nella parte della strega isterica, ricca di sfaccettature, crudele e allo stesso tempo umana, anche se a tratti appare caricaturale. A suo agio nella parte è Chris Hemsworth, cacciatore rozzo e sofferente, che con la sua ascia sembra maneggiare il Mjöllnir di Thor: tuttavia, regia e sceneggiatura, soprattutto nella sequenza finale, lo privano di quell'importanza che, come da titolo, avrebbe dovuto avere, lasciando in sospeso un personaggio fondamentale nell'economia del film.
A tratti emergono argomenti interessanti, come quello del narcisismo del potere, a tratti errori madornali e situazioni incoerenti (Biancaneve che recita una preghiera cattolica in un mondo fuori da ogni spazio e tempo reali). Tutto rimane in nuce, la regia non scava, non analizza, né costruisce. Un'occasione sprecata che odora di pura e malriuscita operazione commerciale.

venerdì 10 agosto 2012

1Q84, Libro 1 e 2, aprile-settembre


Autore: Murakami Haruki - Traduzione: Giorgio Amitrano - Casa Editrice: Einaudi

Leggo, ma scrivo molto poco di ciò che leggo. Forse perché trovo più facile parlare delle immagini. Dire le parole mi risulta un po' difficoltoso, nonché ridondante. Perciò, cerco di superare i miei limiti in tal senso parlando di un libro nel solo modo che conosco: confrontandolo con le immagini.

Non è del resto semplice poter fare l'analisi di un romanzo come 1Q84, complesso già a partire dal titolo. Non è facile perché la storia è complessa e non è facile perché si tratta di un’opera ancora incompiuta: attendiamo il terzo e ultimo volume del romanzo. Ma per il momento occorre cercare di fissare quanto letto fino a qui. Murakami ha creato qualcosa di molto articolato, paragonabile solo al lavoro di un demiurgo. Il flusso apparentemente incontrollato delle infinitesimali e infinite storie scorre in maniera naturale, i dialoghi risultano di grande impatto, fluidi, qualcosa da cui deve imparare sia chi vuole scrivere romanzi sia chi scrive sceneggiature.
Due anime, Aomame e Tengo, sanno reciprocamente della loro esistenza, ma non si sfiorano mai. Hanno in comune solo un ricordo, quello di quando erano piccoli e si sono stretti silenziosamente la mano; e hanno in comune un mondo, non quello dell'anno 1984, ma quello dell'anno 1Q84, un mondo onirico, sospeso, a tratti inquietante, in cui ci sono due lune. Aomame vi entra scendendo le scale d'emergenza della tangenziale di Tokyo. Tengo vi entra scrivendo il romanzo La Crisalide d'aria.
Senza approfondire ulteriormente l’intricata e affascinante trama, basti sapere che Murakami a tratti rende chiaro, a tratti profondamente oscuro, il legame che il lettore ha con il mondo del romanzo. Più volte si è certi che i personaggi sono entrati nel mondo del romanzo La Crisalide d'aria, altre volte questa certezza viene meno. È questo il bello: la sensazione che la storia lascia è indefinita. Si chiude il libro e ci si guarda intorno. Sono nel mio mondo o in un altro? Qual è il mio tempo? Quanti universi esistono? E sono tutti nella nostra mente? Anche fuori dal libro, fuori da 1Q84, ci sono i Little People che ci guardano e controllano, che tirano le trame di una crisalide evanescente e diafana entro cui vediamo... ciò che più ci completa? Un nostro doppio o la persona a cui pensiamo? Ciò che meno ci fa sentire soli? Soltanto pochi si accorgono di vivere nel mondo, pochissimi si accorgono di vivere in un mondo che potrebbe essere questo o quello, reale o immaginario, vero o falso, fuori o dentro, giusto o sbagliato, con tutte le sfumature che tali aggettivi comportano. Ecco, il romanzo di Murakami lascia interrogativi. Interrogativi che sottolineano uno stato di solitudine umana che non tutti percepiscono e che l’autore accentua. Aomame e Tengo sono soli, estremamente soli. Colpisce la descrizione delle loro stanze, delle loro abitudini, qualcosa che sembra personale e al contempo estraneo alle loro menti. Casa, familiare e straniera –  lo straniante e il perturbante ci colgono in maniera estremamente reale.



Leggendo 1Q84 ho pensato a due film. Uno è Inland Empire. Avrei potuto prendere qualsiasi altro film di Lynch, ma questo è forse il più affine a 1Q84: in entrambe le opere i personaggi passano da un mondo all'altro senza soluzione di continuità. In entrambi i casi, non è chiaro cosa sia reale o finzionale. E, in fondo, è giusto così. Chi ci dice che non stiamo vivendo una recita per il gusto di qualche osservatore sconosciuto? Spettatore o lettore, dio, demonio o Little People poco importa. Non c'è un mondo solo. Può darsi che tutto sia una quinta teatrale e che noi non riusciamo a distinguere tra una porta vera e una porta murata. E poi è balzata alla mente Chihiro che diventa Sen ne La città incantata – il titolo italiano poco rende il senso dell'originale, il quale invece puntava più sul cambio di nome della bambina e sulla sua scomparsa. A Chihiro viene mutato il nome, la bambina si trova in un altro mondo, nel quale è entrata semplicemente imboccando una stradina di campagna. Anche lei, quasi senza soluzione di continuità, varca la soglia di un mondo fantastico, fatto di spiriti e esseri oblunghi con le cui forme ho immaginato i Little People di Murakami. Ma non solo: nel film del maestro Miyazaki c'è una scena quasi impalpabile, che permette di toccare con mano sentimenti ed emozioni intraducibili a parole. Si tratta della sequenza in cui Sen prende il treno che scivola sull'acqua e si trova, di giorno e al tramonto, accanto a persone evanescenti, i cui contorni si dissolvono al ritmo di un mondo incomprensibile e che, in fondo, gli uomini non vivono. Già, basta poco per percepire qualcosa di diverso: basta accorgersi di vivere. Con tutta la bellezza e l'orrore che ciò comporta.
Si tratta solo di semplici sensazioni e dovrei attendere il terzo libro per poter approfondire  il legame di 1Q84 con questi due film. Di certo c’è questo: 1Q84 deve essere letto e vissuto. Ti cattura e ti rende muto. Oltre settecento pagine di ripetizioni, richiami, rimandi, sospetti, similitudini quasi simili, scene identiche con le giuste, inquietanti differenze: una trama che pizzica prima la pelle e poi il cervello. È per questo che, a libro chiuso, oltre a porci tante domande, ci si sente estromessi da qualsiasi realtà: forse, 1Q84 dona una maggiore capacità di vedere tra le cose, di scrutare la trama della visione.

mercoledì 8 agosto 2012

Midnight in Paris





Anno: 2011 - Nazionalità: Spagna/USA - Genere: commedia, fantasico, Allen - Regia: Woody Allen


Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore hollywoodiano al lavoro sul suo primo romanzo. È a Parigi con la fidanzata e la famiglia di lei, cerca gioielli e mobili per il matrimonio, ma soprattutto ispirazione per il libro. L'ispirazione arriva a mezzanotte, quando batte l'orologio e un'automobile d'epoca conduce lo scrittore nella Parigi degli anni Venti. Qui Gil incontra i suoi miti: Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway, Pablo Picasso, Gertrude Stein, Salvador Dalì, Luis Buñuel, Man Ray. C'è anche Adriana, modella bellissima di cui è facile innamorarsi.
L'idea di base è ineccepibile. Chi non vorrebbe essere catapultato all'improvviso in una delle età artisticamente più vive della Storia? Trovarsi a contatto con Buñuel o Man Ray, poter entrare in casa della Stein, be', è il sogno segreto di molti cinephile. Allen però antepone il suo amore per il soggetto alla narrazione, creando una storia priva di nessi forti e una serie di situazioni troppo superficiali. Registi, artisti e letterati sono solo macchiette che recitano la parte di Fitzgerald, di Hemingway o di Picasso. Sono maschere senza vita, manifesti, riflessi di se stessi, figure cattedratiche. Insomma: troppo teatro e poca verità. Hemingway non ha nulla di vivo: parla come fosse uno dei suoi libri. Quando Gil incontra Scott e Zelda Fitzgerald, i due personaggi dicono: "Sì, siamo Zelda e Scott Fitzgerald, insomma, i Fitzgerald!". La battuta si fa ridondante, visto che l'idea del film è quella secondo cui il presente non ha significato finché non diventa un passato concluso, passato che suscita solo acritica nostalgia. Fitzgerald, negli anni Venti, non sa di essere Scott Fitzgerald in senso storico o letterario, è solo uno scrittore alle prese con una moglie complicata. 



Perché non inserire i personaggi in un flusso vitale più verosimile? Perché non dare vita alla figura storica? Man Ray appare un allampanato dada che in un locale, con gli amici e alle prese con l'alcol, rimane rigido nel suo ruolo di allampanato e stempiato dada. Eppure Man Ray è quello stesso Man Ray che, una sera, in casa di Brancusi, ha curato l'emicrania di una baronessa a suon di sesso occasionale. La passeggiata di figure patinate e fiabesche sacrificano la storia e concedono gioie intellettuali al solo Allen: è evidente che il regista ha creato la sua Parigi perfetta, non tanto la Parigi degli anni Venti, ma la Parigi dei suoi sogni. Di sicuro è una visione che ha senso, ma solo per Allen, non per tutti gli spettatori. Non c'è mai un momento di criticità, né la voglia di approfondire quell'epoca d'oro: è questo, in fondo, il meccanismo della nostalgia decantato da Gil, possedere un'immagine senza profondità. Allen vede quello tra le due guerre come un periodo dalle vesti chic; indubbiamente, gli anni folli sono stati tra i periodi più grandiosi a livello artistico e cinematografico, ma come li si può ridurre ad una passeggiata di intellettuali glamour e luccicanti? Un periodo tragicamente e meravigliosamente pregno d'arte, avanguardistico, ma non chic; un periodo vivo e vitale, in cui l'arte è stata fluida e impregnata d'esistenza e di futuro: gli anni Venti hanno detto qualcosa perché tutti gli artisti erano proiettati in avanti, a costo di vivere quanto di più terribile esista, cioè quell'instabilità che solo l'esperienza diretta e priva di passato sa dare. La visione di Allen è valida solo per il regista e non si configura come sguardo accettabilmente universale sul periodo storico. Il miglior personaggio del film, infatti, è Adriana, modella e amante di Picasso che, a differenza degli altri, vive di vita propria, respira, pensa, non recita. Anche Gertrude Stein (una grandiosa Kathy Bates) fa la differenza: lei è l'unica che dispensa serie e schiette riflessioni sulla vita e sull'arte.



Ci sono anche cose buone nel film. Quelle inequivocabilmente buone sono le interpretazioni di Tom Hiddelston nel ruolo di Fitzgerald e di Adrien Brody nel ruolo di Dalì - quest'ultimo, a dir poco identico all'artista nelle sue movenze surrealistiche. Alcune battute sono da scrivere e tenere a mente: intenso quando la Stein dice che "compito dello scrittore è trovare un antidoto alla futilità dell'esistenza". Ma tutto soccombe sotto il traboccante ego di Allen, che sta nella recitazione logorroica e balbettante di Owen Wilson (che accetta così di annullare la propria personalità di attore) e in certi eccessi di egocentrismo (come quando Gil suggerisce a Buñuel il soggetto per L'Angelo Sterminatore e Buñuel non ne capisce il senso...).
In definitiva, Allen aveva tra le mani un soggetto bomba e non lo ha fatto deflagrare; tutta la storia si riduce al gioco didascalico del riconoscimento degli artisti in scena, poco più che un riflesso lontano della vera epoca d'oro parigina.