mercoledì 19 maggio 2010

Un mio racconto su Prospektiva 50

Nell'ambito del Salone Internazionale del Libro di Torino, è stato presentato il numero 50 della Rivista Letteraria Prospektiva, dedicato all'ostinazione. Dentro ci sono anche io con un mio racconto che, per vari motivi, ho deciso stavolta di pubblicare per intero qui.

In questo numero potete trovare scritti di: Sacha Naspini, Gianluca Morozzi, Iacopo Barison, Cosimo Piediscalzi, Marco Marsullo, Tomasz Kuciewski, Matteo Trevisani, Daniele Piccinini, Carlo Palizzi, Veronica Mondelli, Simone Rossi, Massimo Lerose, Jeffrey Zani, ed un poema inedito di Gaston Malgieri.

Questa che potete ammirare è la meravigliosa immagine di copertina della rivista, realizzata dal grandissimo Luciano Cisi. Di seguito potete leggere, se volete, il mio racconto.




AUTORITRATTO
Indaco di donna e bambino con piccolo albero verde.

Indaco. Cobalto. Eliotropo. Seppia, sabbia, lilla. Acquamarina. Amaranto. Blu. Oro, verde, bronzo, carminio. Carminio. Rosso. Nero. Bianco. Ceruleo, cremisi. Ecru. Malva, pervinca, cremisi. Bianco. Nero. Grigio. Rame, scarlatto. Bianco. Nero. Buio. Fiore. Sole. Sesso. Foglia. Fiume. Pelle. Sole. Di nuovo buio.

Sono un mostro.

Un piccolo albero. Foglie verdi. Paesaggio viola. Tronco sottile. Come sottili sono le mie gambe. Come sottile è il palmo della mia mano.

Un mostro.

Di fronte ad una tela bianca, colori immobili, immagini che girovagano solo in testa. Nulla fuori. Solo un'insana voglia di poter fare. Di poter muovermi.

Urlare e poi l'impossibilità di guardarsi allo specchio. Immobili, io e i miei colori, di fronte ad una tela bianca che mai potrò imbrattare. Che mai potrà vivere. La tela bianca. Il mio specchio. Nello specchio, niente.

Scendono lacrime sul viso, un viso forse pesca, che non riesco a guardare. Scendono lacrime piene di grazia d'un azzurro fiordaliso. No, nulla a che vedere con la trasparenza dell'acqua. Scendono lacrime salate e nessun sospiro, nessun singhiozzo, nessuna richiesta d'aiuto uscirà dal profondo della mia gola rosso fuoco. Scarlatto, forse. Solo. Una. Insana. Voglia. Alzare le mani e sporcarle dei miei colori. Aggrapparmi alla mia tela. Solo questo.

Poi entra lei. Un sorriso avorio in un incarnato pallido di musa pura e devota. Entra lei. Vorrei spogliarla e dirle di sdraiarsi, al di là della mia tela. Vorrei dirle di sdraiarsi e di entrare nella mia tela. Come tante volte è accaduto in pomeriggi ombrosi sotto alberi di castagno, immersi in un mare smeraldo.

Solo un istante per portare i polsi agli occhi neri come il buio e asciugare lacrime salate senza un filo di voce. Entra lei e si porta quel peso, il mio e il suo. Accarezza il pancione. Penso. Autoritratto indaco di donna e bambino. Mi sorride con gli occhi color del sole-dietro-le-nuvole e mette in disordine il mio studio. I pennelli sono puliti e al loro posto. Li sporca. Per terra nessuna traccia di vernice. La getta. Lei e il mio bambino non guardano questa sedia su cui sono costretto. Non guardano la mia mano sottile. Guardano solo nel nero dei miei occhi e vedono tutti i colori che la mia anima fa esplodere.

Si inginocchia di fronte a me. Capelli corallo le sfiorano spalle di un'adamantina purezza. Si inginocchia di fronte a me, con un pennello zuppo di colore in mano. Me lo lega al polso. Al polso che regge la mia mano inerme e sottile.

Penso. Per lei non è cambiato nulla. Con le sue labbra ciliegia mi sorrideva sincera prima, di fronte al mio corpo fiero, alto, muscoloso. Mi sorride ora. Con le sue labbra ciliegia sincere e belle. Nessuna differenza. Solo una cosa. Lei crede ancora di più in me, ora.

Intinge l'altra mano in un secchio di vernice. L'altra mano che io mi rifiuto di usare. Quella ferma per lo shock, quella che, da quando il mio mondo si è capovolto, ha solo sfiorato il seno marmoreo di lei, in una notte di luna celata, quando ha germogliato un piccolo qualcosa.

Intinge la mano arresa e la porta alla sua guancia. La sfioro, l'accarezzo. Mi muovo. Mi spinge verso la tela.

Sono una mostruosa creatura d'arte.

Una mano imbrattata di colore e un pennello legato al polso. Lei che gira nel mio studio con il pancione e sorride.

Un mostro.
Il mio telefono ha smesso di suonare, perché io ho smesso di dipingere. Arreso ad un inevitabile non ancora accaduto.

Lei, però, non si è arresa. La sfioro con lo sguardo. Fissa un punto fuori della finestra. La luce entra e la illumina di profilo. Scandisce i suoi pensieri. Si sofferma su quella mano posta perennemente a sentire il calore del bambino. Chiude gli occhi. Capelli corallo si alzano leggermente per un afflato di vento. Socchiude le labbra, respira piano, d'un respiro bianco. Su una pelle color pesca. Tra pensieri glicine di fronte ad una finestra ecru in un giorno d'acquamarina.

Vedo qualcosa nello specchio di tela davanti a me. Vedo macchie di colore. Vedo forme nascere dallo sforzo atroce di un corpo che non ha mai smesso di voler dipingere.

Sento il perdurare di questo sforzo animare ogni singolo tendine. Sento la stanchezza, sento il dolore, ma posso resistere, devo resistere. Per le uniche cose belle che mi sostengono, che sono tutte qui, in questa stanza, lei, il mio bambino e i miei colori.

No, ora sono migliore. Migliore di prima. Seduto a fissare ogni singolo colore dei colori. Ogni sfumatura delle sfumature. E ogni macchia sulla tela è sudore e fatica e dolore che sa di gioia.

Nessuna resa. Io comincio da qui.

E lei torna verso di me. Amore mio dice e mi cura. E io non ho più paura.

C'è una grande tela, a terra. Fa scivolare le sue braccia sotto le mie. Mi solleva con una spinta disumana. Ma nessun cenno di fatica. Nemmeno uno. Mi solleva, ci solleva tutti e tre e poi ci lasciamo cadere sulla tela bianca.

Lei allarga le braccia e sorride, ride di una voce ottone che le nasce dallo stomaco. Dall'utero. Ride, perché in breve nessuno di noi due ha più un centimetro di pelle del nostro colore naturale.

Con le mie braccia impazzite eccolo che torna. Il piccolo albero. Piccole foglie di un verde lucente. Paesaggio viola, lilla, pervinca. Tronco sottile, ma sostenuto.

Amore mio dice e mi cura. E io non ho più paura.

Indaco. Eliotropo. Blu. Cobalto, corallo, verde. Scarlatto, carminio, cremisi. Verde. Rosso. Avorio. Puro.
I miei colori sono caparbi.

In questa tela, noi entriamo. Ora posso più di prima. Ora non mi arrenderò mai. In questa tela, noi, un coacervo indomabile di colori vivi.

Amore mio dice e mi cura. E io non ho più paura.

Amore mio. Dice. Amore mio.

E io non ho più paura.


domenica 9 maggio 2010

NOEIN:00, del gruppo Nachtbummler

Amo controllare la posta – quella cartacea.

Amo aspettare il postino, che mi mette non poca ansia, perché è sbadato in modo esagerato.

Ma ordinare e attendere hanno un gusto impareggiabile se ciò che aspetto è qualcosa verso cui ho grandi speranze.

Poi arriva un bel pacco che è quasi un peccato sballare. E dentro non c'è una, ma ben due riviste e poi quattro - come definirli? - disegni? Opere d'arte? O comunque dediche, che hanno lo stesso sapore di una canzone finalmente ascoltata live, piuttosto che in un cd.


Spendo qualche parola in più sulla tanto attesa Noêin:00, abbondantemente anticipata da questo bel sito, perché ultimamente mi sono trovata a frequentare o a leggicchiare riviste varie e devo dire che, questa che il postino ha cercato di infilare a forza nella mia cassetta della posta, è di gran lunga una delle migliori. Non mi lascerei mai andare a ruffianerie inutili e stucchevoli: in primis perché parlo solo di quello che mi piace – odio essere cattiva su ciò che non mi aggrada – e in secundis perché se qualcosa mi piace devo parlarne infinitamente e profondamente bene. Dicevo, la migliore. La migliore perché al contrario di certe altre, al suo interno mantiene un discorso unitario e omogeneo, che traghetta il lettore in un viaggio. E questo è fondamentale per una rivista: una rivista non è un libro, né un fumetto, né un film. In breve, non ha di per sé unitarietà. Si può tendere a saltare, a leggere dalla fine all'inizio, a evitare deliberatamente o distrattamente alcuni contributi. In realtà se al progetto della rivista si crede e se su di esso si è speso un ragionamento, si è intessuta un'identità e un modo d'essere, non si può non ovviare per una certa omogeneità. Noêin si legge dall'inizio alla fine, pena l'assenza di un viaggio mentale ed esperienziale necessario a fidelizzare con l'albo stesso. Basta leggere l'avvertenza nell'introduzione e rispettarla – "A chi volesse godere appieno, sino all'ultima sfumatura, del lavoro così come originariamente fu concepito, prego dunque una lettura senza balzi dalla prima all'ultima pagina".


Ciò che però mi ha maggiormente colpito è la magica fusione tra le parole e le immagini. A proposito di quest'ultime, so che è inutile parlare di perfezione, vista la schiera di artisti che è dietro Noêin. L'opera finale è in grado di barcamenarsi tra la voglia di accattivare il lettore e la necessità di mantenersi fedeli a se stessi. Tra l'attrazione e il messaggio più alto. Pertanto si è di fronte ad un gruppo che non scende a compromessi e che rappresenta una valida alternativa ad un certo sistema: se si segue il viaggio affascinante di Noêin, il Principe Splendente, e ci si perde tra storie a fumetti e racconti e illustrazioni, si comprende che parlare di "artisti", in questo caso, abbraccia un universo ben più grande della sola immagine. Ci sono l'immagine, la parola e la filosofia, il pensiero che si astrae e di nuovo si fa immagine. Ecco che parlare di Noêin significa avvicinarsi ad un lavoro che, seppur incentrato sull'immagine, usa anche la parola per raggiungere il suo scopo. E questo è quello che io considero un lavoro compiuto e completo. Una rivista – finalmente – completa e compiuta.

Mi dilungo un po', sottolineando questo aspetto. Ho a volte la spiacevole percezione di vivere in una cultura incentrata in modo soffocante sulla parola. Alla parola si sottomette tutto. L'immagine – questa sconosciuta – viene considerata spesso elemento comunicativo per la massa o al massimo per bambini. In molte, troppe riviste, l'aspetto grafico si riduce ad una minima se non infima illustrazione, inosservata punteggiatura tra pagine e pagine di parole. Sembrerà strano detto da una persona che non sa tenere una matita in mano e che neanche parla, se non scrivendo. Però io credo fermamente nella centralità dell'immagine per l'esperienza dell'uomo, sia per come essa nasce sia per come essa si sviluppa. Mi rimarrà sempre in mente quella frase di Zavattini, quasi un'epifania, che recita così: "È proprio vero che il primo atto dell'uomo fu il canto? Forse fu lo sguardo, una reazione degli occhi, probabilmente sull'arcobaleno, così era sera e dopo fu mattina." La prima azione che noi uomini compiamo verso il mondo è guardare e il primo modo attraverso cui lo cataloghiamo sono le immagini; probabilmente all'inizio della sua storia l'uomo, prima di comunicare per parole parlate e scritte, si espresse per segni, simboli e gesti. E anche oggi, nel momento in cui semplicemente scriviamo, scriviamo perché prima c'è stato un atto visivo, fondamentale per trasferire qualunque esperienza in qualsivoglia forma.

Credo che per quanto Noêin proponga dei racconti e faccia un sapiente uso della parola, ciò che la contraddistingue è quanto la parola si faccia immagine e quanto il silenzio dell'immagine vinca sulla parola, pur senza svilire quest'ultima.

Due sono i racconti a fumetti: Le Ballate di Neobabilonia e Giano. In entrambi i casi si può rintracciare la potenza comunicativa data dal silenzio del verbo e dalla carica espositiva dell'immagine. L'incipit delle Ballate è magistrale. Poche pagine di soli disegni, una sequenza silenziosa e maniacalmente perfetta nei particolari e nella scomposizione in inquadrature, quasi alla Leone, che si infrange in due uniche frasi che squarciano l'immagine. E prosegue così, tra poche battute che colpiscono come lame e inquadrature da guardare; non si può scorrere velocemente con lo sguardo, pena la perdita di ogni minuzia determinante alla comprensione di quello che sta accadendo. A volte si inciampa nella voglia di proseguire spediti e vedere come va a finire l'episodio, ma no, non si può: si tratta di tavole create deliberatamente affinché gli occhi si saturino e perché l'atto della visione vada in surplus di informazioni, creando il piacere che si prova solo nel momento in cui si è inglobati da un'esperienza o immersi in essa senza possibilità di entrare in contatto con l'esterno. Gli episodi – o track, come sono denominati – proseguono per scorci particolareggiatissimi e scene che colpiscono allo stomaco. Da nessuna parte c'è sovrabbondanza di dialoghi o di parole; quelle che appaiono hanno una valenza quasi biblica – non solo per certi evidenti contenuti – ma per il modo con cui vengono presentate: come dicevo, lame che escono dalle bocche dei personaggi, sentenze, lirismo e profanità condiscono le immagini fino a creare la sensazione sacrale e rituale che solo un cult sa dare.

Di fronte a Giano c'è ben poco da dire. Il modo con cui viene messo in moto il meccanismo del cervello è supremo. Si può fare la prova e leggerlo sia dall'inizio alla fine che dalla fine all'inizio. Non ho intenzione di svelare nulla, perché non voglio togliere il piacere di leggere questa piccola perla. Però devo fermare qualche concetto che ho rintracciato, perché ne ho trovati alcuni per i quali ho speso centottanta pagine di tesi e poi in poche pagine traboccanti immagini ecco che tornano in modo più semplice e incisivo. La cosa che per prima ho scovato è un campo-controcampo. Le due inquadrature non sono sequenziali, ma si relazionano tra loro aprendo e chiudendo la storia. In breve, all'interno di Giano si individua una specularità, la stessa di uno specchio, e le due facce dello specchio (quale sia reale e quale illusoria è ininfluente) sono lì a proteggere l'intera sequenza, se non a darle un limite. Entro quel limite si gioca una sorta di circolarità, meglio, mi viene da dire un ouroboros che rende due lo stesso. E questo è possibile solo laddove reale e illusorio si compenetrano. Dove reale e illusorio non esistono più. Questo è possibile solo nell'arte.

In Giano l'uso netto del bianco e nero, privi di qualunque sfumatura, rende ancora più sacrale il tutto. Bianco e nero hanno il compito di non creare eccessi e tuttavia a ogni immagine danno un senso e un peso non indifferenti. Qui il bianco e il nero sono quasi metafisici, permettono l'evocazione, rendono l'immagine centrifuga (e non centripeta, come qualcuno definiva la creazione pittorica).

Infine i due racconti, accompagnati entrambi da magnifiche illustrazioni. Numenopoli si presenta spezzato e inframezza, incornicia, accompagna e spiega, ciò che viene ulteriormente raccontato. Una sorta di Mille e una notte impersonato da figure allo stesso tempo tipiche e uniche, al limite dell'impalpabile: Adamante, il giullare, Noêin, il principe, e la bella Nôus, sua sorella. Numenopoli è la culla che tutti sogniamo. Il luogo in cui c'è solo l'arte intesa come bellezza pura e sincera; dove le storie degli uomini sono narrate con la morigeratezza e la lascivia dell'arte più elevata.

L'Impuro si muove tra smarrimenti onirici e oscuri piaceri. S'assapora la storia con la stesso timore incauto e la stessa bramosia con cui si berrebbe il sangue. In entrambi i racconti c'è un silenzio che vaga, che scorre tra le righe. Niente verbosità, niente eccessi, il tutto entro limiti accorti e perfetti che, proprio per questo, stimolano l'immaginazione. C'è qualcosa di estremamente semplice ed enormemente visivo, in quelle parole. Quando in Numenopoli, si trovano aggettivi come "eburneo" ho esattamente questa sensazione: quella di una parola che è immagine, che non è assegnazione di un concetto né di altre parole. Si ha subito, in modo immediato, il senso dell'avorio.

Leggendo L'Impuro devo confessare di aver provato un piacere inspiegabile. Una storia che tocca le corde giuste. Quando viene ripetuto a mo' di stregoneria "velluto nero su membra di marmo", ancora una volta ho pensato ad un'immagine, non a parole che richiamassero altre parole. Così, quello che è un racconto scivola piano in una illustrazione emozionante fino all'inverosimile. Inverosimile. Perché dove c'è arte, per fortuna, non c'è nulla di verosimile. No. Si evade. Si ragiona. Il ragionamento si fa pensiero. Poi subito esperienza sensoriale. Si rientra nell'immagine. A metà tra l'arte e la letteratura. Un incontro perfetto.


Un'ultima cosa che terrei ad aggiungere è una piccola riflessione sull'aspetto, sul gruppo di questa rivista. Quando si leggono i credits e si comprende il modo con cui tale rivista è stata costruita, quando ci si accorge della natura delle collaborazioni, si ha quasi l'impressione – si percepisce forse l'emozione – di essere di fronte ad un gruppo artistico, nel reale senso del termine.

Nel mio strano percorso di studi in Tuttologia, c'è una cosa che m'ha sempre emozionato e ispirato: qualunque esame fosse e qualunque libro si aprisse, la parte in cui si parlava dei primi quarant'anni di Novecento artistico era quella che più amavo studiare. Cingevo di un'aura mitica i manifesti delle varie correnti. Sullo sfondo di una strana Europa tra guerra e massa indistinta, si muovevano artisti, parole, immagini. Il Cabaret Voltaire era il mio preferito. Der Blaue Reiter-Fauve-Die Brucke-Surrealismo-Futurismo. Kirchner e il mito dell'artista contro tutto e tutti. E lo stesso valeva per il cinema. Stupefacente era leggere i manifesti impressionista o formalista, i cine-occhi di Vertov e, molto più in là, i francesi dei Cahiers. Veemenze artistiche d'ogni tipo. Poi ognuno è sorto come personalità a sé, ma era il concetto di gruppo-avanguardia-manifesto ad esaltarmi, qualcuno che si riunisse con idee culturali proprie pronte a colpire il mondo.

Ecco, aprendo Noêin ho avuto la stessa esaltante sensazione. Quando un gruppo è coeso e c'è chi scrive il soggetto, chi la sceneggiatura, chi disegna, chi racconta la storia, poi ci si scambia, leggi addirittura che qualcun altro ancora ha ideato i vestiti per i personaggi e di fronte hai una rivista omogenea, allora per forza di cose hai la certezza che il gruppo artistico in questione sia un vero gruppo. Possa questo servire da lezione a tutte quelle riviste che da ogni dove raccolgono contributi, ma a relazionare i quali non c'è affatto collaborazione e comunità d'intenti.

Per far crescere qualcosa serve anche la cooperazione, un progetto forte alle spalle e tanto, tantissimo talento. Che qui davvero non manca.