venerdì 26 giugno 2015

Bella, mentre parla al vento sottovoce - UNO E DUE



Bella, mentre parla al vento sottovoce. Bella, mentre confida i pensieri degli scampoli di anno scolastico ad un ragazzino come lei, diverso da lei. Bella, mentre fa fatica eppure si fa coraggio. Bella. Anche per questo la sposo. Oltre che per un milione di altri motivi – se mai ci fosse bisogno di un motivo per sposare la persona che ami.
Lui, il ragazzino di quindici anni con cui lei parla, è uno di quelli del suo laboratorio di cucina. Lui è uno di quelli che non ha le mani chiuse e serrate. È uno di quelli che parla, sente, si muove, pensa, di fuori è normale, di fuori è un ragazzo come gli altri ma dentro ha un balletto di confusioni che solo lui sa. Lui e lei hanno la stessa diagnosi. Ma non sono la stessa cosa, né sono uguali – né altro.
L'ho accompagnata all'ultimo giorno di laboratorio di cucina. Dopo aver salutato i miei ragazzi e aver detto loro Ci vediamo agli esami, appiglio estremo per non doverli salutare davvero – perché non c'è niente di più malinconico e struggente assieme di dover salutare un ragazzo che devi salutare per forza; perché, ogni tanto, occorre salutarsi e voltarsi dall'altra parte per crescere. E, quindi, ho anche io un certo magone. I miei bimbi di terza media che spiccano il volo. Lei che spegne il forno dopo aver preparato l'ennesima pizza dell'anno. Tutti la salutano, i genitori di questi ragazzi speciali la salutano, lei fa un passo indietro, china la testa, abbassa gli occhi, non bacia, non si fa toccare – ma stavolta lo fa per ben altra difesa. I saluti le spezzano il cuore, si sente in balia del nulla per giorni, le sembra che il mondo possa finire. Poi fa tesoro di quel saluto e se lo porta dentro, sempre.
Ma questo è un saluto speciale. Perché il suo quindicenne allievo cuoco, in realtà, si sta trasferendo con la famiglia in un'altra città.
Allora – gli dice – non ci vediamo più? Lui fa spallucce, Ti verrò a trovare, fa, Mi verrai a trovare, aggiunge dopo un tic e un'esitazione. Lei dice Sì certo non troppo convinta. Si sbriga ad aggiungere Ti ho portato una cosa.
Il ragazzino e la mia lei si siedono sotto un albero del cortile, io rimango in disparte, do loro la riservatezza che meritano, eppure apro bene le orecchie e tento di carpire ogni loro suono prima che si sperda nell'aria.
Lei gli porge un quadernino. Lo ha scritto per giorni. Contiene tutte le ricette che non ha potuto mettere in pratica con i bambini al laboratorio di cucina. 
Secondo me tu sei pronto per queste, gli dice. 
E, nel ricevere il regalo, lui ha un tic alla base della gola che è un sussulto e un singhiozzo. Lei, invece, inaspettatamente, mantiene la calma.
Non l'ho mai vista mantenere la calma. Specie con i saluti e tutto quello che coinvolge anche solo di un nulla la sua empatia e le sue emozioni. Lei, ecco, piange per qualsiasi inezia. Lei ride per qualsiasi inezia, si arrabbia, strepita e urla in modo esagerato, lei gode ed è felice – quando lo è – in modo esagerato. Ed è anche triste in modo esagerato, per lei ogni cosa che accade è una ragione di vita. L'ho vista piangere per film di terz'ordine e ridere a battute davvero stupide. Di un pianto e di un riso che vedi solo nei bambini di tre anni, un pianto e un riso inconsulti, istintivi, sinceri. Di quelli che ti fanno apprezzare il riso e il pianto che hai dimenticato diventando adulto. Qualcuno, come al solito, ha associato questo comportamento a un disturbo, qualcosa di scientificamente legato alla sua sindrome. Per me, invece, è un dono. Ogni volta che ride e che piange mi regala un'emozione sconosciuta. Il medico mi ha affidato il compito di arginare le sue risate e i suoi pianti. Io li argino, ma ne rimango affascinato. E decido, a volte, di tenermi lontano dalla razionalità del compito e di godermi la forza di un animo tanto sensibile.
Una volta l'ho vista piangere mentre lucidava il tavolo in cristallo temperato. Che hai? - le ho chiesto. Nulla. Immaginavo di andare in pensione e che tutti i miei colleghi mi regalavano cioccolatini, fiori e abbracci.
E pronta è arrivata la mia risposta cinica, per arginare: tu non andrai mai in pensione, con il non lavoro che hai.
Il gioco dell'Immaginavo di è un continuo, in casa. E poiché lei ha un'immaginazione fervida, poiché si immedesima in ogni situazione, anche quelle che non le appartengono, io ho il dovere di portarla con i piedi per terra e di farla smettere di piangere.
Lei piange.
Immaginavo di fare il dolce più buono della terra, di farlo mangiare ai miei bambini e che tutti assieme mi abbracciavano senza lasciarmi fiato.
Risposta cinica: per quanto tu sia brava, con i dolci non te la cavi troppo bene.

Lei piange.
Immaginavo di camminare per strada, di trovare un micino infreddolito e abbandonato, di prenderlo in braccio per portarlo a casa. E lui comincia a succhiarmi il dito come se fossi la mamma.
Risposta cinica: sai che i gatti, insomma. No.

Lei piange, poetica.
Cos'hai stavolta? Le chiedo.
Immaginavo che il giorno del nostro matrimonio, dopo esserci scambiati gli anelli, tu leggevi una poesia scritta da te, per me.
E la risposta cinica fatica a uscirmi. Anzi, non esce proprio. Rimango senza parole, sorrido appena, imbarazzato, penso che non so scrivere poesie e che al massimo posso dedicarle un integrale o un'equazione. Così, le lascio un bacio tra i capelli.

Poi ci sono casi in cui non prova nulla – ed è questo andare da un eccesso all'altro senza motivo che fa saltare i medici sulla sedia. L'ho vista rimanere di pietra davanti al fratello che prima si inginocchia con un anello grande così di fronte alla fidanzata e poi la lascia; l'ho vista di granito davanti alla sorella in lacrime per aver scoperto che l'ennesimo uomo conosciuto in discoteca non vuole passare la vita con lei. Oh! Un giorno forse vi parlerò anche dei suoi fratelli e del mio. Dei tipi strani e sopra le righe che sono. Di quanto siano diversi da noi, di quanto ognuno di voi possa guardarli e ridere per certi comportamenti che hanno. E di quanto ognuno di voi considererà del tutto normale comportamenti simili, scuotendo la testa con un sorriso sin troppo bonario. E di quanto ognuno di voi di fronte alla bellezza assoluta della mia lei dirà che è una strana ragazza – povera, strana ragazza. Scuoterete la testa, con gli occhi aperti, senza sapere di averli chiusi.
E, insomma.

Lei continua a parlare al suo allievo di pizze e lievitati con una calma quasi divina. Sei bella, te l'ho mai detto? Anche quando ti sforzi di essere forte e dentro implodi di emozioni. Sei bella proprio perché stai imparando a controllarle, queste emozioni più grandi di te. Un bimbo cade a terra, non si fa nulla, ma il solo motivo di essere caduto lo fa reagire con un pianto disperato. Sei incommensurabilmente bella, mentre cadi e ti tiri su con un sorriso – dentro le lacrime. Lo hai cresciuto, quel ragazzino. Dal giorno in cui, sei o sette anni fa, la mamma te lo ha portato disperata, una diagnosi in mano, Tu sei come lui, ti ha detto, Aiutalo ti prego, ti ha detto, Non voglio che sia... così, ti ha detto. E tu, adulta eppure bambina, hai fatto tutto quello che di diverso sai fare. Lo hai cresciuto normalmente senza cambiare una virgola del suo essere speciale. Lo hai fatto crescere consapevole di essere speciale.
Sto pensando alle volte in cui lo hai portato al cinema o a passeggiare con noi, quando eravamo ancora solo fidanzati. A quando lo hai portato a casa nostra, per fargli vedere che anche noi stavamo crescendo. A quando gli hai insegnato le prime cose in cucina, lui in piedi su uno sgabello. A quando dello sgabello non c'è stato più bisogno. A quando mi ha chiesto Come ha fatto lei a innamorarsi di te? E a quando gli ho risposto Tranquillo, anche tu ti innamorerai di qualcuno.
Ecco, ora il mio magone è grosso così. E preme sulla gola. E non solo per i miei bambini di terza media che spiccano il volo.

All'improvviso, il suo parlare sottovoce diventa un sorriso sottovoce. Lei dice: ci vediamo al mio matrimonio, allora. E lui risponde: perché, ti sposi? 
Certo che sì. Te l'ho detto, non ti ricordi? 
Sì, mi ricordo, ma non credevo che lo facessi per davvero. Come farai, quel giorno? 
Lei sorride: come farò a fare cosa? 
Come farai con tutta quella gente, lo sai. 
Io mi sposo con lui – mi indica – con quello là. E basta.
Ora mi guarda anche lui. Devo sembrare un imbecille a dondolare da una gamba all'altra con le mani in tasca. E sorrido, quindi, come un imbecille.
Si salutano. Ma senza i soliti crismi. Battono piano il pugno chiuso uno contro l'altro. Non dicono altro. Lui fugge nell'auto della madre. Lei viene da me. Stira le braccia. Uff, urla sbadigliando, Andata! Urla ancora.
Andiamo a prenderci un gelato? - urla di nuovo, con gli occhi chiusi.
Va tutto bene?
Sì, certo.
Perché tieni gli occhi chiusi?
La luce mi dà fastidio.
Metti gli occhiali da sole, allora.
Allunga la bocca, in un sorriso esageratissimo. Ma gli angoli delle labbra si increspano. E, appena apre gli occhi giganteschi e neri che ha, due lacrimoni altrettanto giganteschi colano giù, superano il mento e le bagnano il collo. Mi viene subito da ridere.
Stupido, smettila. Mi dice. Ma rido ancora. Sarebbe questa la tua risposta cinica al mio pianto, stavolta?
Dai, abbracciami, scema. La stringo così tanto che quasi le faccio male. Perché gli adulti fanno così. Nascondono le emozioni come possono, chi lo sa perché, poi. E le sue emozioni diventano le mie.

Lo sai, forse una poesia non posso dedicartela, ma un'equazione sì. Per me l'equazione più poetica è quella in cui uno è uguale a due. Due è uguale a uno. Uno è due e due è uno. E non c'è matematica che tenga.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti, ?
Soundtrack: Silence

martedì 26 maggio 2015

Perché, a volte, lei sparisce - UNO E DUE



Perché, a volte, lei sparisce. 
E io sono agitato così come mi vedete ora. Lo fa spesso e non dovrei preoccuparmi, ma comunque lo fa e vai a capire cosa le dica la testa – cosa le dica quella stupida testa di bambina. Lei si butta a capofitto nelle cose, le fa, le fa bene o quantomeno le fa con passione estrema, poi sbatte contro muri su muri, sta male e sparisce. Lei e la sua maledetta sindrome. Lei e l'altra lei nella sua testa. Lei che ha deciso di fare un corso di cucina per appendere un'altra certificazione nel suo laboratorio, un corso di cucina con esame finale e ricetta da eseguire in tempo reale di fronte a una commissione di sedicenti esperti cuochi.
Una mattina d'ansia in attesa dello squillo del cellulare, in classe, coi ragazzi che fanno un casino epocale e io che me ne frego – del loro casino. Tengo la suoneria del telefono alta, pure mentre spiego, e ogni tanto butto un occhio allo schermo del cellulare – e niente, non squilla. Poi un messaggio – esame passato, ma col voto più basso, mi hanno contestato il tipo di pomodoro che ho deciso di usare, non hanno nemmeno assaggiato, hanno solo guardato e annusato un po'. Non mi cercare.
La chiamo subito. Ma la voce preimpostata e senza ansie dell'operatore telefonico mi dice che l'utente non è raggiungibile. L'ha fatto, l'ha fatto di nuovo. Penso. Lo sta facendo di nuovo. Penso. Tanto è il bisogno di rimanere sola che neppure me vuole. E lo so che poi passa, che poi torna tutto normale, ma io tranquillo non sto. Non tanto perché non so dove sia. Ma perché è di nuovo in crisi – e sta male.
La mia giornata a scuola è ancora lunga. Tre ore in classe, pausa, collegio docenti straordinario, ricevimento genitori. Chi me lo fa fare a rimanere qui? Eppure rimango, anche se non dedico il minimo pensiero alle mie classi piene di gesso. I colleghi mi parlano, chiedono voti, aprono i registri, aprono il mio. I genitori mi parlano, i loro figli hanno problemi e io penso solo che vorrei avere qualcuno con cui parlare, proprio adesso, in questo istante, e cercare in questo qualcuno la soluzione a tutti i nostri problemi, così come queste mamme e questi papà vogliono da me la soluzione ai problemi dei loro figli.
Sono le sei di sera quando riesco a salire in macchina per tornarmene a casa. Lei ci sarà? Il mio telefono ha squillato tutto il giorno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua sorella, tutti a cercarla – io non ho risposto, ho letto i loro messaggi, passerà, pensiamo, passerà anche questa crisi, penso. Mi fermo a fare il pieno di benzina. Un distributore automatico di sigarette dall'altra parte della strada mi seduce. Attraverso e compro un pacchetto, penso. Mi immagino a respirare tabacco e solo immaginarlo mi rilassa. Ma non compro sigarette e non fumo. Va bene così, con l'aria del tramonto un po' arancione, un po' grigia, un po' grigio io, un po' grigio il mondo.

Vorrei entrare in casa precipitandomi, ma lo faccio lentamente. Infilo la chiave nella toppa come se fosse mezzanotte e non dovessi svegliarla. Chiudo con la stessa cura il portone. La casa odora di vuoto. Sulla penisola della nostra cucina un foglio A quattro dipinto da una grafia scomposta ma tremendamente creativa. Mi avvicino, senza fare caso ai miei gesti lenti, poso le chiavi sul mobile e la giacca sul divano.

Amore mio – comincia, comincia proprio così – amore mio. Scusami se sono sparita di nuovo, ma è successo. Di nuovo. Tirare fuori tutta la passione che ho per una cosa. Donarla agli altri. Con tutto l'amore che ho. Vederla respinta. Per un motivo imprecisato. Forse perché io sono nessuno e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle. Forse perché io sono nessuno e ho provato a metterci del mio e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle che non hanno approvato - questo mio - dicendomi Per stavolta passi, ma facendomi capire che sono una mediocre. Forse perché, semplicemente, c'è incomprensione. In certi contesti, dovrebbe essere tutto un dare e un ricevere gratuito, la mia passione verso la tua e viceversa. Creatività. Consigli educati. E invece mi ritrovo, come sempre, a dare qualcosa di mio, di un mio profondissimo, e uscirne ferita. Sarà perché sono come sono? Sarà perché vivo in mezzo agli altri senza barriere – muscoli e ossa che camminano, anzi, anima e sangue che camminano, senza pelle né vestiti?
Me ne sono andata in giro tutto il giorno, cercando di rimettere a posto i pezzi. Un po' di aria, di sole, di selciato, di panchine, di alberi e siepi e poi ancora sole che spacca le pietre. Ho tentato di immaginarmi il mio abito da sposa e i capelli acconciati e di immergermi solo nel nostro pensiero, per dare un senso a una giornata sbagliata e inutile. Poi è successa una cosa. A forza di camminare sono finita di fronte alla gelateria in centro. Di fuori c'era un gruppo di bimbi con le loro mani e con i loro gelati. C'era un bimbo, un bimbo tenerissimo, che aveva le manine dove di solito le persone hanno i gomiti. Stringeva il gelato e lo stringeva sul serio perché, per via delle manine al posto dei gomiti, sembrava abbracciarlo, quel gelato. La mamma gli era seduta vicino, parlava con le altre mamme, ma era molto più vicino a lui che alle altre mamme, di una vicinanza che non ti so dire, era un ti amo e ti proteggo, era un ti amo, ti proteggo e sono tranquilla accanto a te, se tu sei tranquillo. E lui gustava quel gelato e aveva quell'orologio tanto carino – da grande – attorno al polso che avrebbe dovuto essere un gomito. Ma è andata così. Il suo gomito – la natura l'ha reso un polso.
Pioveva, amore mio. Non pioveva davvero. Il sole era caldo, il sole bruciava, ma addosso a me, intorno a me e dentro di me pioveva. Mi devi immaginare proprio così, una giornata d'estate e intorno a me un piccolo cerchio grigio, sopra una nuvoletta, la pioggia, io con un vestito estivo leggero, i sandali e un grande ombrello per ripararmi dalla pioggia. Eppure mi bagno. Eppure mi piove dentro. Lo guardo a lungo, quel bimbo. E i pezzi tornano tutti a posto. Mi sono detta. Che senso ha tutto questo. Non me lo sono chiesto, il punto interrogativo non c'è. Me lo sono detta: che senso ha tutto questo. E punto. A certe domande non ci sono risposte e tanto vale parlare per affermazioni. Che senso ha il vostro cappello da chef. Mi dico. Che senso ha la vostra critica alla scelta del mio pomodoro. Che senso ha il vostro voto. Mi dico. Io non sono un voto. Mi dico. Se io sono un voto, allora vuol dire che avete davvero violato e ferito la mia passione. Che senso ha tutto. Aprite gli occhi. Mi dico. Aprite gli occhi. Vi dico. C'è un bimbo con le manine al posto dei gomiti che gusta un gelato pieno di panna come se tutto il mondo fosse lì – tra il gelato e la sua mamma.
La pioggia intorno a me a poco a poco è cessata. Ho chiuso il mio ombrello immaginario, ma i sandali e il vestitino leggero erano comunque fradici. E non so se di pioggia o di qualche tipo di pianto che in un punto nascosto dentro di me è sgorgato, lavandomi gli occhi e il cuore e il sangue e l'anima. Sono entrata anche io nella giornata di sole di quella mamma, di quel bimbo e di quel gelato che, a volte, meglio di ogni altra cosa sa di felicità.
Amore mio.

Finisce così. Con un amore mio che raccoglie tutto. Lei non parla molto. E non sa spiegarsi a parole dette. Le ci vorrà qualche ora per ritornare quella che è, per capire che sono arrabbiato ma non ce l'ho con lei. Per capire che voglio lei e lei soltanto, chi se ne frega della certificazione, del laboratorio di cucina e di quello che pensano gli altri. Ho solo voglia di vederla spuntare e di mangiare quello che mi cucina e di bere un bicchiere di vino rosso e di stringerla davanti alla tv, di baciarla, di intrecciarmi a lei, di guardarla dormire, di dormire assieme. Dove sei? Dove vengo a cercarti?

Con i gomiti poggiati sulla penisola della cucina, penso se chiamare i suoi genitori o se bussare ai vicini, per chiedere se l'hanno vista. Ma qualcosa mi travolge la schiena e mi stringe alla bocca dello stomaco. Qualcosa che sa di braccia bianche e lisce, di shampoo alla pesca e di un vago retrogusto di buona cucina.
Ma tu sei qui? A casa? Le dico.
Ero di là a dormire. Non ti ho sentito rientrare.
Affonda la faccia nel mio petto, non si lascia guardare negli occhi e lo fa perché è così, perché negli occhi in certi casi proprio non riesce a guardarti. E però la costringo a guardarmi. Vorrei dirle. Non farlo mai più. Vorrei dirle. Mi fai preoccupare da matti. Vorrei dirle. Smettila di essere così. Vorrei dirle. Nulla. La bacio tra i capelli.
E poi le dico Andiamo al ristorante, stasera?
Neanche per sogno – fa lei – ho già impastato la pizza, devo solo stenderla, e stasera pizza fatta in casa e birra artigianale. Ma quale ristorante.
Chiude gli occhi, mi bacia sulle labbra, come farebbe un bimbo.
Ma quale ristorante? Ribatto e la bacio, come farebbe un bimbo.

E come un bimbo mi attacco alla sensazione di casa e famiglia che sento ora, abbracciato a lei. E penso che due viene sempre dopo uno e che non avrebbe alcun senso dire uno se dopo non ci fosse due.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia nel letto, 1915

domenica 26 aprile 2015

Torno a casa e mandorle ovunque - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco

Torno a casa e mandorle ovunque.
Una giornata devastante, coi ragazzi che a tutto hanno pensato meno che alla matematica, una di quelle giornate in cui la primavera è ormai piena primavera e spostarsi da un capo all'altro della città, macchina-treno-metro-treno e poi ancora macchina diventa peggio dell'esodo o della via crucis. Insomma, i ragazzi che mi assaltano con piccole uova di cioccolato pur di non ascoltare gli esercizi che detto per le vacanze, il sole già brucia, la camicia sembra un cappotto di lana e la barba che non c'è fa calore comunque. E quel che aumenta l'afa è che in giro ci sono tutti, ma proprio tutti – come se all'una di mercoledì fosse normale che nessuno è a lavoro.
Si apre un buco ancestrale nello stomaco, appena scendo dal treno e salgo in macchina la avviso, Amore, butta giù la pasta, ma due etti solo per me, ché ho una fame che non ti dico. E, quando entro in casa, quando chiudo il portone alle mie spalle e la temperatura si abbassa diventando di un piacevole clima casalingo e io mi aspetto solo di sentire odore di pomodoro e basilico freschi, ecco, quando entro in casa trovo l'apocalisse della pasticceria e nemmeno un grammo di pasta fumante.
Lo capisce subito di essere in difetto, lo sa che sta attentando alla mia vita, e si giustifica: non dire nulla, sto lavorando, ho ancora un mucchio di cose da fare.
Sì, ma la mia pasta?
La nostra pasta. Anche io ho fame, ma per le sei devo consegnare tutte e dodici le colombe che vedi.
Non ci voglio credere. Sul serio ti hanno ordinato dodici colombe?
Sì, ho iniziato a prepararle ieri e lo sapevi. Solo che lo hai dimenticato. Anzi, dice, preparando un miscuglio improbabile di mandorle frullate, zucchero e uova, Anzi, se prepari tu il sugo, se mi aiuti, mangiamo prima.
Ma io non so preparare il sugo buono come lo prepari tu.
Alza la testa a guardarmi. Muta. Ha farina sulla faccia. L'intero nostro tavolo è coperto da dodici forme di carta piene di strabordante impasto di futura colomba. Questo è il suo lavoro. Ha studiato tutt'altro e si è messa a fare dolci su commissione, trasformando la nostra cucina in un laboratorio con tanto di certificato appeso su norme igieniche e quant'altro.
Questo è il suo lavoro. Lontana da tutti, dal mondo, da quei pericolosi contatti umani così imprevedibili da compromettere i suoi schemi e le sue abitudini. Una laurea in Lettere a pieni voti e qualche anno a fare la redattrice per il magazine di una casa editrice e poi ha mollato tutto. Lei è così. Vai a capire se anche questo è frutto della sua sindrome. Ma pare che chi è come lei abbia un concetto di purezza e integrità morale sovrumane.
La cucina – mi ha detto una volta – mi dà subito soddisfazione. E mi fa sentire utile.

Il lavello è pieno degli scarti della lotta pasquale con le colombe, gusci d'uova come se piovessero, pelle di mandorle, il frullatore con i resti di improbabili esperimenti chimici.
Se aspetti che spalmo la glassa, mi dice, poi preparo il sugo.
Va bene. Apro il frigo, infilo in bocca una fragola, lei mi dice Guarda che non è lavata, la inghiotto intera, nascondo un brivido, faccio spallucce.
Posso pulire il lavello, buttare le uova? Sì, ma stammi lontano, mi sgrida e vuol dire che non posso urtarla nemmeno con lo spostamento d'aria o rischia di far cadere la sua granella di zucchero come non deve cadere.
Chi ti ha chiesto tutte queste colombe? È follia! Ha un esercito di figli, nuore, nipoti, prozie?
La signora ha deciso di regalarle.
Ah!, commento, e poi magari dice che le ha preparate lei!
Non credo proprio, dato che mi ha chiesto di confezionarle e dato che io le confezionerò con i miei adesivi. E poi le regala a qualche associazione, fa beneficenza, che ti importa di quello che potrebbe dire?
Ti fai pagare bene almeno?
La smetti con queste domande? Non mi devi innervosire o i dolci mi vengono male.
Si rimette al lavoro col muso lungo e le mani che le tremano.
Dai, stai calma, le mie erano solo battute.
Non mi risponde. Il punto non è la colomba o quanto se la faccia pagare. Il punto è l'e-mail arrivata ieri, quella in cui la casa editrice per cui lei lavorava si fa avanti, si inginocchia quasi, la rivuole indietro, come faceva la redattrice lei nessuno la sa fare, come scriveva lei nessuno sa scrivere, quanto era profonda lei nessuno lo sa essere – e poi le alzano la paga, eccetera eccetera.
Amore, le dico, amore lo so che sei impegnata con i tuoi volatili sovrappeso, ma dovremmo parlare di quella cosa. Sai, visto che andiamo incontro alle spese per il matrimonio, insomma, qualche soldino in più servirebbe. Non dico che devi lasciare questa cosa dei dolci su ordinazione, ma fare entrambe le cose. Non pensi?
Tira su la testa di scatto e lancia nel lavandino il pennello con cui stava lavorando la glassa.

Perché me lo chiedi? Sai che odio quel lavoro. Sai che non è poi così remunerativo. Sai che devo passare il mio tempo a partecipare a eventi di dubbio gusto, a trattare da “intellettuali” persone che vendono l'aria o che venderebbero la madre per uno spicciolo in più. Sai che odio quel mondo, con tutti quei narcisi, scrittori, registi, scrittori e registi di cosa? Pare che la vita vera non l'abbiano mai vista. Prendono il titolo che hanno, se lo appiccicano addosso e possono vivere tutta la vita così, sai, con l'etichetta “scrittore” e “regista” in fronte, e parlare solo di quello, parlare del nulla e del vuoto e non sapere nemmeno cosa ci sia oltre il loro piccolo mondo. Dovrebbero avere uno sguardo più distaccato sulle cose e invece. E invece non lo so. Si sentono superiori. E si sentono dei. Ma che schifo è? Questa colomba, questa colomba... Un bambino sfortunato magari mangerà la mia colomba, un vecchio barbone disperato o anche solo la figlia di chi me le ha ordinate. E avrò fatto del bene, almeno.

Respira, controlla la temperatura del forno, trattiene il fiato, guarda le sue colombe da ogni angolazione. Io, come al solito di fronte ai suoi discorsi tanto profondi quanto confusionari, ammutolisco.

E poi, mi dice. E poi dove li metto i miei bambini? Per celebrare un analfabeta dovrei rinunciare ai miei bambini?

I suoi bambini sono bambini con problemi veri. Non come i miei, mi dice sempre, i miei non sono problemi, io ho dei problemi, ma in fondo faccio una vita normale – mi dice sempre.
I suoi bambini sono quelli che ti rendono indigeribile il mondo o che ti fanno imprecare contro dio o la natura, quelli che ti fanno davvero domandare perché la vita sia così, perché la vita vada così, alle volte. Lei lo sa che i suoi bambini hanno problemi seri e gravi, ma non pensa che siano bambini diversi. Una volta me lo ha detto. Quei bambini ti tolgono dagli occhi strati e strati di incoscienza e ti rendono la realtà aggressiva come non mai. Di fronte a loro ti senti senza pelle, mi ha detto: e chi lo sa loro cosa devono sentire, forse si sentono proprio come me. Senza pelle.
Quando torna a casa dopo averli aiutati un po', dopo aver fatto mettere loro le mani nella pasta lievita, dopo averli fatti giocare col pane o la pizza – lei è tutta un'altra cosa.
Una volta l'ho vista lavorare coi suoi bambini. Lei che non tocca e non si fa toccare. Lei li abbraccia, li stringe a sé, poi fa scivolare le sue mani sulle loro braccine ossute e arriva alle loro piccole mani. Gioca con le dita rattrappite, gliele apre, tenta di distenderle e, quando le ha distese, lei gliele fa affondare nell'acqua-farina-lievitodibirra e inizia a impastare. I bambini prima si dimenano, poi quando capiscono che quel miscuglio di acquafarinalievito si amalgama e diventa liscio stanno lì, ore e ore – e si fanno lievitare la pasta tra le mani pur di continuare con quella goduria spumosa.
E lei, dolce scintilla, se ne sta lì a rivestirli, quei bambini, a dar loro un po' di pelle e a farmi sentire più vivo e più presente – in questo mondo.

Allora? Dovrei rinunciare ai miei bambini?

Inforna le colombe due alla volta. Nel pentolino sul fuoco bolle passata di pomodoro fatta in casa, l'estate scorsa, con i pomodori raccolti direttamente a mano da noi, in campagna, nella terra dei miei genitori. Cipolla e basilico si confondono, acido e dolce, lei fa scivolare dalla mano alla bilancia un fascio liscio di spaghetti. Nel naso un misto di terra, estate, foglie, sole, sudore, doccia e sonno nel silenzio, abbracciati, coi vestiti di cotone puliti e l'ombra sulla finestra. Lei grattugia il parmigiano e nel naso c'è odore di sera con le candele alla citronella accese, nel patio, a casa dei miei. Nel naso, il gelsomino che riempie l'aria e arriva nei nostri piatti ricolmi di spaghetti al pomodoro rosso-gola e foglie di basilico di uno smagliante verde-riposo. Nel naso, il tavolo di legno che sa di umidità e anni passati all'aperto, sole, pioggia, neve e nebbia color mogano – e il dopo cena sono coppe di frutta variopinte, tavolozza confusa affogata nella panna montata. Nel naso, l'odore dei suoi capelli, l'odore dello shampoo, odore di pelle alla pesca, ancora odore di sonno. Lei muove le mani contro una candela e produce ombre disarticolate sul muro. Penso ai suoi bambini, alle mani dei suoi bambini, al pane e alla pizza fatti in casa, al sugo di pomodoro della terra dei miei genitori, al profumo di pesca, estate e sonno che ha la sua pelle, penso all'odore rosso e verde che hanno certi miei momenti di vita e dico:

Non rinunciare mai ai tuoi bambini.

Dodici colombe cotte invadono di zucchero la nostra casa. Mi sdraio sul divano, guardo il soffitto, mi rilasso, sento rumore di carta plasticata e nastri, spillatrice e adesivi. Chiudo gli occhi, sto per addormentarmi. No. Non mi addormento. Lei si butta di peso su di me e un altro po' mi fa tornare in bocca i tanto agognati spaghetti. Il suo faccione sorridente ride per me dall'alto, proprio sugli occhi, piccola scintilla zuccherosa.
Ho finito, dice agitando e intrecciando le gambe in aria e puntellandosi con i gomiti sul mio petto.
Allora?, mi sorride sulla bocca e gioca con il mio mento liscio e candido.
Allora? Va bene così?
Sorride.
Se vadano bene così la casa piena di zucchero o la signora che pagherà dodici colombe, se vada bene così che ti lasci alle spalle per sempre il tuo vecchio lavoro, se vadano bene così i bambini e la pasta lievitata, se vadano bene così il sugo di pomodoro fresco e i tuoi gomiti puntellati sulle mie costole, non lo so – non so a che ti riferisci.

Ma ti dico che sì, proprio così, esattamente così, mi va bene – essere il tuo uno di noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia di amanti sdraiati, 1904-1905 - particolare
Soundtrack: Silence

giovedì 26 marzo 2015

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco - UNO E DUE



UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco.
Un giorno come un altro, eppure diverso. Un giorno. Dal medico. Dal suo medico. Ci sono anche io. Seduto su una poltrona accanto a lei, di fronte al luminare della mente umana, come se fosse possibile capire la mente umana. Mi strofino il mento, evitando di guardare il medico in faccia. Mi strofino il mento, la barba mi punzecchia le dita, oggi non l'ho tagliata, l'ho solo scorciata. È un giorno come un altro dal medico, ma è anche un giorno diverso. Perché lei ha deciso di non venir più qui e il medico ancora non lo sa. Avrebbe potuto alzare il telefono, dire al dottore Non vengo più e finirla così. Ma il terrore per il telefono e per le telefonate – e l'attesa e l'inaspettato e il possibile che c'è dall'altra parte della cornetta – è l'ennesima faccia della sua sindrome. Così, eccoci qua. Lei accavalla le gambe e gli stivali scamosciati che le coprono il ginocchio sono un sintomo dell'in verno da cui fatichiamo a staccarci – anche se il vestito leggero che lei indossa è un modo per dire che fa più caldo, sì, i boccioli sono quasi pronti e il sole è timido, ma più vicino.
Il medico parla senza sosta, io non lo ascolto, guardo la porta dello studio, lei non lo ascolta, si guarda le mani. Poi, d'improvviso, accortosi di essere senza pubblico, il medico mi interpella – vedo che anche tu eviti di guardarmi negli occhi, eh?
Mi giro a guardarlo, voleva fare una battuta, ma la battuta gli riesce male, tanto male che neppure la si può chiamare battuta. Lei alza la testa e lo fissa negli occhi fulminandolo. Lei ti guarda negli occhi solo se ti deve fulminare – e ci riesce. Il medico deglutisce, infila l'indice tra il colletto della camicia e il pomo d'Adamo. Lei scuote appena la testa, il medico se la gratta, la testa.
Va bene, dice. Parliamo un po' degli ultimi tempi. La crisi che hai avuto il mese scorso. Era molto che non ne avevi una, giusto? Vogliamo parlarne?
Io continuo a strofinarmi la barba ispida e ben scorciata, lei, invece, si alza. Quando è chiamata in causa comincia il balletto dei tic o delle azioni ripetute che, da queste parti, tra luminari, studi e lauree in psico o neuro qualcosa, chiamano con una di quelle parole inglesi che hanno pure una traduzione italiana – ma quanto fa figo e quanto fa medico pronunciarle in inglese. Un difetto con un'etichetta inglese. Che sembra l'ultimo spot delle scarpe da ginnastica americane alla moda. Insomma. Lei comincia a camminare avanti e indietro, davanti a me, lentamente. Fa tre passi, poi sbatte un tallone contro l'altro, si mette sulle punte e ruota di centottanta gradi. Altri tre passi, tallone, punte, centottanta gradi. Guarda in basso i suoi stivali scamosciati alti sino al ginocchio, io guardo lei che oggi ha indossato quest'abito aderente e ha due fianchi che solo io so – e, pur trovandomi dal medico, sto pensando cose da camera da letto che forse ora non dovrei pensare, ma le uniche ad avere un senso reale. Ora, dopo, ieri, domani e sempre.
Il medico ripete: allora, vogliamo parlarne?
Dopo altri due giri di tre passi, tallone, punta, centottanta gradi, lei scandisce Non sopporto la gente che mi giudica.
E poi? Fa lui.
E poi non sopporto che abbiano sempre qualcosa da dire, su di me o su altro, quando invece l'unico commento sensato a tutto è il silenzio.
Se l'è preparato. Ha preparato questo dialogo come un attore navigato. Ha pensato alla scena mille e mille volte e ora recita da oscar e il dottore dovrebbe solo applaudire.
Tra poco ti sposi – dice il medico, poi guarda me – tra poco vi sposate. Non hai paura del matrimonio? Non intendo matrimonio in senso astratto e generale, intendo matrimonio come... ecco il giorno della cerimonia e poi il ricevimento e tutta la gente che sarà lì per te, per voi, e tu al centro dell'attenzione per ore e ore. Dovrai parlare, abbracciare, baciare chiunque, tutti. Capisci che voglio dire?
Lei si blocca di fronte alle tende bianche della finestra. Inspira. Guarda lontano, i palazzi, il cielo o forse un po' oltre.
Io sposo lui. Dice. E sa una cosa, dottore? Voglio che ci sia tanta gente, tantissima gente, perché devo far vedere a tutti quanto sono sicura di questa cosa, di sposarlo, e devo far capire a tutti quanto siamo belli e quanto siamo diversi. Sa una cosa dottore? – sposta leggermente la testa verso destra, io vedo solo la sua meravigliosa nuca, ma so che sta spostando anche lo sguardo verso destra e che sta inseguendo il volo di un uccello verso chi sa dove – Sa una cosa, dottore? Appena diciamo Abbiamo un annuncio da fare, tutti si aspettano che tiriamo fuori la storia di un bambino. Insomma, che sono incinta. Lo hanno pensato i nostri genitori e anche i nostri amici. Sa perché, dottore? - una signora esce sul balcone e sbatte violentemente uno straccio sulla ringhiera – Sa perché si aspettano un bambino? Perché hanno una mente troppo lineare. Insomma. Noi due viviamo insieme e l'unica cosa nuova che possiamo fare è un bambino? Non pensano che, magari, abbiamo solo voglia di celebrarci? Di autocelebrarci? Di fare qualcosa di bello per noi, noi soltanto, di godere di noi stessi nei modi più vari? Poi, forse, se vorremo, metteremo al mondo un bambino. Se ci sarà un momento in cui diremo: ora godiamo di noi stessi con un bambino, allora faremo un bambino. Per ora, ci faremo belli e andremo in un posto altrettanto bello a scambiarci gli anelli e a festeggiarci. Le sembra tanto strano, dottore? - si volta verso di lui, lo guarda in faccia, dritto negli occhi, fuori il mondo fa alzare un vento frizzante e caldo, inverno che va via, primavera che arriva – dottore, le sembra strano? Tutti non fate altro che dirmi che seguo sempre degli schemi, che la mia mente è così, eppure a me sembra che siano gli altri a seguire degli schemi. Hanno uno schema di vita così uguale e banale.
Il dottore si schiarisce la voce e lei ricomincia a camminare avanti e indietro.
Quando lei parla ci lascia sempre un po' tutti sconcertati. Non è facile seguirla, ha dei ragionamenti articolati, fin troppo profondi, arriva giù giù giù e un cervello umano tipico fa fatica a starle dietro. Così, il medico non può che dire la cosa più banale e arrogante ad un tempo: dimmi, allora, cosa differenzia te e lui da un'altra coppia che convive e che decide di sposarsi.
Lei rompe lo schema. Al terzo passo non torna indietro, ma arriva fino alla finestra. Si affaccia, guarda giù, solo lei sa cosa ci sia di tanto bello da farla tacere per più di cinque minuti.
Si tira su e lo dice all'aria: vede, dottore. Io lo faccio perché mi piace e perché è bello, non perché è arrivato il momento. Si volta verso di me e poggia il sedere al davanzale della finestra. Guarda me, stavolta. Vede dottore, tutti fanno qualcosa perché dicono “è arrivato il momento” oppure “è il momento giusto”. Si va via di casa perché è arrivato il momento, ci si sposa perché è arrivato il momento, si fa un figlio perché è arrivato il momento. Così, dopo che fai tutte queste cose solo perché è arrivato il momento, non hai più momenti che arrivano e te ne stai lì a vivere annoiato. E poi vai fuori di testa. Perché hai passato la vita al ritmo dei momenti altrui. 
Respira a fondo. Poi dice: se ha capito, bene. Se non ha capito non aggiungo altro, dottore. Sono stufa di spiegare.
Lui si schiarisce nuovamente la voce. Lei accarezza le tende bianche. Vedi – dice lui – vedi. Nel punto dello spettro in cui tu ti trovi... e lei non lo fa finire. Quando il medico pronuncia la parola spettro, lei si abbassa sotto le tende, alza le braccia, si tira su e diventa un fantasmino. Comincia a oscillare qua e là. Dice: sono lo spettrooooo. Sono lo spettroooo. E sono venuto per terrorizzarviiiiii. Mi scappa un sorriso. Metto la mano davanti alla bocca e agli occhi. Tolgo gli occhiali, mi strofino le palpebre e rido, rido, rido. Nell'abbassarsi, il vestito le è andato un po' su, scoprendo qualche centimetro di coscia. Sì, sta arrivando la primavera.
Il medico si spazientisce. Cambia posizione, bruscamente dice: va bene. Parliamo di altro. Vorrei parlare del tuo lavoro o del tuo presunto lavoro. Di come aiuti il tuo compagno economicamente. Forse è il caso di uscire un po' dal guscio, di andare a lavorare con gli altri, di non lavorare più da casa e da sola.
So bene perché il medico stia prendendo questo discorso. Vuole metterla in difficoltà. Ha comandato lei fino ad ora e adesso lui deve ribadire di essere uno psico o neuro qualcosa che ne sa più di noi che, invece, con la diversità viviamo ogni istante – e non soltanto un'ora al prezzo di un orologio d'oro. Lui sa che il lavoro è la spina nel fianco, sa delle enormi difficoltà con cui lei tenta di destreggiarsi nel mondo freddo e perverso degli adulti. Il medico continua: sei laureata a pieni voti, perché non sfrutti la laurea che hai invece di fare quello che fai?
Lei riceve il colpo, ma lo attutisce. O comunque non dà a vedere di aver ricevuto colpi.
Io voglio solo essere utile. Risponde guardandomi. Le faccio un segno con la testa. Lei mi risponde di sì.
E comunque, dice, guardando il dottore poco sopra la spalla, e comunque non verrò più. Apre la borsetta, apre il portafogli, tira fuori qualche banconota, la lascia sulla scrivania. Infila la giacca, strappa con violenza la ricevuta dalla mano del dottore. Usciamo.
Siamo al decimo piano di un palazzo in centro. Aspettiamo l'ascensore. Ce ne stiamo un po' in silenzio perché a volte, come dice lei, l'unico commento sensato alle cose è proprio il silenzio. Non so cosa stia pensando, ma io sto pensando alla seduta e a tutte le parole dette. Poi dice: sai, ho il terrore di prenotare l'appuntamento in atelier per l'abito da sposa. Dice. Sai, per via del telefono. Il telefono mi terrorizza, lo sai, e tutto quanto. L'accarezzo. Però, dice e mi guarda, però non vedo l'ora di telefonare! Sorride. L'ascensore arriva.
Entrando, mi fa: compriamo pesce per stasera? Ti va una zuppa di crostacei e calamari?
Falanghina o Greco di Tufo? - aggiungo io.
Quello che costa di più, ammicca lei.
L'ascensore si chiude. Arriva profumo di primavera calda e sbarazzina, quella che ancora non è satura di pollini ma solo di fiori in boccio. Mi avvicino a lei e la bacio e lei mi abbraccia e mi stringe e finalmente posso accarezzare quei fianchi che, per tutta la seduta, sono stati la mia unica preoccupazione.

È un giorno d'inizio primavera. Le sue labbra si schiudono come un bocciolo d'albicocco. Le mie ne assaporano il frutto. Uno, uno soltanto.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per gli amanti nel Fregio di Beethoven, 1902 - particolare
Soundtrack: Silence

giovedì 26 febbraio 2015

Allora, Prof, come continua? - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu

Allora, Prof, come continua?
Eccomi qua. Davanti alla lavagna. Il braccio alzato, il pennarello in mano, la cravattina che mi stringe la gola e una mano in tasca a ostentare una sicurezza che oggi proprio non ho.
Sulla lavagna ho scritto e uguale emme ci al quadrato.
Fisso Einstein attraverso le lenti degli occhiali. Rimango ancora un po' col braccio alzato e la mano in tasca. Poi la sfilo, la passo tra i capelli e tra la barba, che già dopo mezza giornata e la sbarbata della domenica pomeriggio sta ricrescendo.
Prof, quindi?
Mi volto verso la classe. E poi di nuovo verso la lavagna.
Ma io non insegno matematica e scienze alle medie? Sì. E come sono finito a scrivere eugualeemmecialquadrato? Dove sono stato negli ultimi venti minuti? La teoria della relatività mi sembra un po' eccessiva. Anche per i ragazzini che dimostrano già a dodici anni un'intelligenza fuori del comune. Abbasso il pennarello, lo tappo. Be', dico. Forse non è il caso di fare cose troppo difficili oggi. Mi siedo, poggio i gomiti sulla cattedra, infilo le mani sotto gli occhiali, schiaccio le pupille e strofino le palpebre. Ho le occhiaie per terra. Va bene, faccio, non interrogo ma ora viene qualcuno a fare esercizi sull'ultimo argomento svolto – che proprio non ricordo. Sto confondendo gli argomenti di prima con quelli di terza media e il programma di seconda è svanito nella lunga e atroce nottata trascorsa a calmarla. E a calmare mio suocero e mio cognato. Poggio la mano destra sullo zigomo destro per fissare gli esercizi impeccabili e scorrevoli della più brava della classe – e improvvisamente sento dolore.
Mi ricordo. Mi ricordo che sento dolore perché ho ricevuto la sveglia in faccia a tutta velocità, alle due e mezza di stanotte. All'alba mi sono chiuso in bagno per cercare di coprire il livido e l'escoriazione con il suo fondotinta. In realtà lei non usa il fondotinta, solo una crema idratante colorata che uniforma il colorito concesso da madre natura, ma che non ti colora sul serio. Così, un po' la crema colorata, un po' la barba in ricrescita, un po' il bordo della montatura nera che copre parte dell'escoriazione, sembra quasi un effetto della luce e dell'ombra questa macchia viola che mi ritrovo sotto l'occhio.
Sorrido. La teoria della relatività. Ridicolo. Tra ieri sera, stanotte e stamattina ho vissuto qualcosa come tre o quattro vite e rischio seriamente di finire sul baratro. Come lei.
Prima vita. Cena tra amici. Le avevo detto: sei sicura di volerci andare? È domenica sera, domani ci alziamo presto, insomma. Ma lei ha detto di sì. Anzi. Si è vestita bene, truccata bene, le girava bene, ha chiacchierato tutta la sera, ha sorriso tutta la sera. Ha bevuto un bel bicchiere di vino rosso. Si è seduta sulle mie ginocchia, abbiamo detto anche agli amici che ci sposiamo, tutti si sono avvicinati facendoci ressa per congratularsi. Lei si è alzata, è andata in bagno per evitare l'affollamento, quando è tornata si è infilata in un gruppetto di amiche, altro bicchiere di vino rosso in mano e sguardo spento. È stato lì che qualcosa si è incrinato. Seconda vita. Mezzanotte. In macchina, mentre torniamo a casa, si addormenta. Si sveglia, si lamenta perché vorrebbe già starsene a letto, odia l'idea di spogliarsi, struccarsi, lavarsi i denti, preparare le tazze per la colazione, impostare la sveglia eccetera eccetera. Guarda fuori del finestrino e quando provo a farle qualche domanda sulla serata glissa pericolosamente. Mi dice solo, rispondendo al finestrino: hai fumato? No, per niente. Strano, dice al vetro, puzzi di fumo. Mi schiarisco la voce – sono uscito sul terrazzo con gli altri, hanno acceso qualche sigaretta, per questo so di fumo. Non sai di fumo, ribatte, puzzi di fumo. La sua voce è atona, le sue frasi non sono né una constatazione, né un'accusa, né voglia di litigare, né altro.
Assurdi, tutti quanti – dice al vetro, ma forse stavolta parla con la striscia impazzita al lato della carreggiata – fanno tanto i bravi genitori e poi fumano. Fanno le brave mamme e poi lasciano i figli a casa con i nonni per venire a recitare la parte delle quindicenni una domenica sera.
Tira su col naso.
Poi quando mi parlano fanno tutte le brave trentenni.
Lo sussurra guardando il vetro, pensando alla striscia impazzita della carreggiata e ticchettando nervosamente sul bottone del freno a mano.
Amore, ti hanno detto qualcosa, è successo qualcosa, per caso?
Chiude gli occhi. Si appisola di nuovo.
Avrei poi scambiato volentieri le prime due vite e quelle successive con la terza. Non so che le prenda ma, quando mi sfilo la cinta dei pantaloni, mi salta addosso. È l'una e mezza, lei urla affogando la bocca nel cuscino e le lenzuola agitate, per un attimo, ci fanno dimenticare di essere noi, noi due. Siamo solo uno. Si addormenta.
Ignaro, credo ancora di vivere la terza e ultima vita della serata e non so di essere già nella quarta. A piedi nudi e in mutande apparecchio la tavola per la colazione. Domani ho la prima ora, ma chi se ne frega. Mi stiracchio, sono quasi le due, va bene così, se per una volta vado a scuola assonnato che mai succederà? Chiamo qualcuno a fare esercizi alla lavagna, durante l'ora di buco un caffè e poi si vedrà. Infilo nella lavatrice i vestiti che indossavo a cena, lei ha sentito bene, puzzo di fumo e non perché sia stato a chiacchierare con quattro fumatori. Ho ceduto alle lusinghe dell'unica sigaretta dopo quasi due anni senza. Credevo di aver smesso, invece era astinenza. Scusami, amore, non accadrà più. Che ti dica una bugia.
Me ne torno a letto e lei se ne sta lì, una cascata di capelli nell'ombra, il lenzuolo che le sfiora appena le forme e fuori l'inverno. La stringo di getto, un po' come fanno i maschi con le femmine, non come farebbe un uomo con la sua donna. In più, la stringo come fa un maschio che dimentica di avere una donna con quella maledetta sindrome. Si dimena subito.
Levati.
Ti sto solo abbracciando. Sei un bugiardo, mi dice e mi respinge. Ma io continuo ad abbracciarla. Sai quanto mi danno fastidio. Dice. Le bugie. Le sigarette. E tutte le persone false che abbiamo visto a cena.
Non so se chiederle scusa o se chiederle cosa le sia successo. Ma continuo a stringerla.
Sei uno stupido, come tutti gli altri.
Sei il più stupido, perché sai come sono e te ne dimentichi.
Qualche volta dovrò pur rilassarmi, le dico. Comincio a incazzarmi, sono buono, troppo buono, ma sono sempre un uomo. Di solito si litiga e poi si fa l'amore, invece, ora, proprio nel momento in cui dovrei distendermi e farle le coccole, mi aggredisce.
Forse è il caso che te ne vai a dormire sul divano. Mi dice. Mi dà fastidio la presenza fisica di un altro anche a un metro di distanza.
La presenza fisica di un altro è troppo. Non sono un altro, sono il tuo uomo, il tuo quasi marito, non sono un altro. Lo so che a parlare non è la lei che amo, so che a parlare è l'altra, il terzo incomodo.
Mi inginocchio in fondo al letto, le dico io non vado a dormire sul divano, dormo qui, con te, fastidio o meno. Non mi lascia finire. Inizia a scorrere un fiume dalla sua bocca, è in piena, mi colpisce ovunque, violento, ma quale fiume, quale piena, un maremoto, direi.

TU mi dici le bugie e va bene è solo una sigaretta, ma io sono qua da sola a sopportare tutto il giorno me, me stessa, mi combatto, mi prendo a pugni, mi isolo, mi sforzo di essere quella che non sono – e tu fumi una sigaretta e non me lo dici? Sapete solo dirmi che sono una stupida handicappata tu e la tua maledetta sigaretta, le mie amiche, amiche, amiche? che amiche?, quelle, un mucchio di stronze, amiche solo perché sono le mogli dei tuoi stupidi amici, io non me ne faccio nulla di un'amica così, una che ti dice perché vi sposate, fate un figlio no?, avete trent'anni, che aspettate? e ti guardano tutti dall'alto in basso perché loro i figli già ce li hanno e se non li fai anche tu non stai al passo con i tempi o con la loro stupida moda. Che status symbol ostenti se a trent'anni non hai un figlio? Poi ti guardano e lo so che pensano, hai paura che i figli vengano come te, sì, sei intelligente, forse lo sei più degli altri, ma santo dio che vita che fai, quanto sei strana, lo so che lo pensano, che sono talmente strana da non aver diritto ad una vita normale. E ti guardano e tutto quello che fai, per loro, lo stai facendo male, come quando i bambini imitano gli adulti, e invece non sanno, non sanno, non sanno nulla di me. Non. Sanno. Non so come abbia fatto a non dir loro quello che pensavo, che le odiavo, che le odio che odio tutti

Sulle ultime tre parole alza la voce e urla e inizia a sbattere la testa sul cuscino e quando lancia il cuscino ormai le sue urla sono suoni inarticolati che svegliano l'intero quartiere e i rumori di sottofondo che sentite sono gli oggetti del comodino che volano e si frantumano. Ho perso il controllo della situazione. Faccio per avvicinarmi ma tra le urla incontrollate riesce a scandire il suo classico NON TOCCARMI e lancia la sveglia e la sveglia finisce sul mio zigomo destro. Non sento dolore, perché è più forte il dolore di vederla in piena crisi dopo un'assenza di dodici mesi e tre giorni. Credevo avesse smesso, invece era solo astinenza. Non è pazza, non è irrazionale. Anzi. Questo è il momento di massima razionalità per lei. Accumula ed esplode, una bomba acca farebbe meno danni. È il momento in cui non ha bisogno di tic, rituali e maschere per nascondere la sua vera natura. È il momento in cui ti dice come stanno le cose. È il momento in cui capisci quanta sensibilità, quante emozioni, quanti pensieri, quanta vita può provare più di me e più di tutti noi messi assieme. Quando fa così, è anche il momento di farle capire che ci sono. L'ultima volta, dodici mesi e tre giorni fa, l'ho fatto. E anche ora. Mi getto su di lei e la stringo, l'abbraccio e ancora la proteggo e il suo non toccarmi in breve diventa un aiutami disperato e sudato. Piagnucola, chiede scusa, si lamenta, piagnucola, si copre il viso con i capelli, respira – affannosa. Tra un'ora non ricorderà nulla del motivo che l'ha fatta esplodere. Si sentirà solo stanca e distrutta, come se fosse finita ko ad un incontro di boxe dopo un'infinità di riprese. Io, invece, tra un'ora sarò distrutto e ricorderò tutto. Ma avrò imparato qualcosa. Ai miei ragazzi lo dico sempre. Come fate a dimenticare subito quello che vi insegno? E io non sono tanto diverso. Noi normali non siamo tanto diversi. Siamo troppo normali e dovremmo essere un po' più diversi, ogni tanto. Dimentichiamo subito di vivere. Dimentichiamo subito la fragilità di certe cose.
Nello stato in cui siamo devo vedermela anche con mio suocero e mio cognato, avvisati dal vicino, svegliato dalle urla. Mi vede mezzo nudo, sente lei piagnucolare seminuda nel letto, cosa deve pensare lo so bene, mi batte la mano sul petto mentre mi dice Ragazzino togliti quest'aria da saccentello, ragazzino ricordati sempre che hai mia figlia. Mio cognato fa spallucce, scuote la testa, stai tranquillo, non lo pensa per davvero.
Sono le quattro quando mi metto a letto, lei su un fianco mi dà le spalle e dorme profondamente. Sta rimettendo insieme i pezzi.
La sveglia fracassata alle sei non suona, ma mi sveglio perché lei non è nel letto. Seguo un odore che mi riconcilia col mondo. Sul tavolo, tra le tazze della colazione, trovo una ciambella al cioccolato. Accanto, un origami a forma di fiore. Lei è sotto la doccia. Guardo la sua sagoma perfetta attraverso i vetri smerigliati. Sul lavandino, un tubetto di crema idratante colorata.

L'alunna più brava della classe, al decimo esercizio perfetto e col braccio dolorante, se ne torna a posto. Un ragazzino, il più discolo, alza la mano e sto per dirgli Per andare in bagno aspetta la campanella. Ma lui mi precede: allora, Prof, come continua quella formula?
Einstein? La teoria della relatività?
Come continua? Come continua.
Io e Lei siamo due persone, distinte, diverse. Ci amiamo. A volte inconciliabili, rimaniamo Due, ognuno al proprio posto. Poi, a volte siamo due nel senso di Uno più Uno, ci diamo la mano, facciamo le cose assieme, ridiamo assieme, mangiamo assieme, dormiamo assieme. Poi, ancora, a volte, siamo Uno. Io ho un pezzo di lei, lei un pezzo di me, e non riusciamo a distinguerci, non riusciamo a distinguere dove inizi Uno e finisca Due – e viceversa. Potreste pensare che dopo una notte del genere siamo due, due persone distinte, inconciliabili, ognuna nella propria piazza del letto. E, invece, mai come ora mi sento Uno. Lei che sfonda la mia normalità, che mi entra dentro, mi fa male, si sente in colpa, mi prepara una torta, un fiore, lei che un po' è il mio profumo, la mia essenza. E io che so. Io che so di lei.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Lovers, 1913
Soundtrack: Dario Marianelli, Dance with me, (Anna Karenina, Original Music From the Motion Picture)