sabato 30 aprile 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte seconda/2

Ci chiediamo come una cosa così piccola possa sopravvivere per millenni. E la risposta è già nella domanda: come fa una minuzia simile, pochi centimetri appena, ad attraversare ere e cataclismi e guerre e ogni sorta di giudizio universale per poi decidere di consegnarsi a noi, così, con una semplicità tanto disarmante quanto cristallina - di un’eternità cristallina?
Giriamo attorno alla teca e proprio non ci capacitiamo. Undici centimetri di storia. Undici centimetri di pietra. Undici centimetri in cui è racchiuso il segreto dell’umanità - come fosse un piccolo cuore, che batte e batte forte, nonostante siano passati più di ventimila anni. 
La figuretta ci guarda e non ci guarda. Stringe le braccine sui seni, se ne sta adagiata sulle cosciotte morbide che sanno di tenerezza di bimbo. Tu la guardi ma è lei che guarda te. Tu vivi, ma è lei che vive te: forse la cosa più vicina alla divinità che l’uomo possa vedere e toccare. 
Falle una foto - le sussurro nell’orecchio.
Lei scatta.  Ma a me non basta: Falle una foto anche di lato. 
Lei scatta. E io, ancora: Falle una foto anche da dietro. Fai una panoramica, gira tutt’attorno alla teca! 
Sono invasato. Lei non fa che dire: non pensavo fosse così piccola, non pensavo, ricordavo fosse, che so, che fosse almeno di cinquanta centimetri, non undici. 
Io: elettrizzato. Siamo di fronte alla testimonianza - inequivocabile - che l’eternità esiste. 
Mettiamo via le fotocamere. Ci stringiamo la mano. Osserviamo in silenzio. Perché, qui dentro, nella piccola sala illuminata da un occhio di bue quasi divino, tutti entrano in silenzio. 
Pochi metri prima, invece, il caos. I bambini - e noi due per primi - scattano foto e lanciano gridolini spaventati e divertiti di fronte al dinosauro che, all’improvviso, si muove e ti sbraita contro. Facciamo tanti di quei video con le facce atterrite e le mani davanti alla bocca e il labiale che recita A I U T O! E poi un amore viscerale per il mammut, mi faccio fotografare mentre gli abbraccio la zampa e penso - lo vorrei proprio un mammut come animale domestico. 
E, insomma. Tutto l’effimero e il divertimento facile scemano non appena entriamo nella piccola stanza della divinità in terra. Proprio come già ci era successo con Egon e Wally. Il sacro esiste. Esiste laddove qualcuno lascia nella propria opera un po’ di più di un colore o di una pietra calcarea sbozzata. Esiste laddove qualcuno, oltre la materia, sa infondere un po’ di anima, sa dare un po’ di aurea a quel che costruisce con le proprie mani, con la propria testa. Cerchiamo nell’invisibile la risposta a tutti i nostri interrogativi, cerchiamo l’eternità in un tempo che non vivremo mai, eppure l’infinito è qui, negli uomini, nelle loro cose, nelle loro vite.

Una pausa caffè al piano intermedio del Museo. Ci sediamo ad un tavolo accanto al parapetto dello scalone a chiocciola. Lo scalone percorre l’intero edificio in un vortice che colma nella cupola centrale, altissima. Tiriamo indietro la testa, il collo ci fa male, ma rimaniamo incantati ad osservare la spirale bianca della cupola che ci risucchia, come in un viaggio infinito. Lo avevo già detto tempo fa e la piccola venere e l’immensa cupola non ne sono che la conferma. Che l’uomo tenta di calare l’infinito nei propri giorni. La scansione temporale contro ciò che non ha tempo. 
La mia metà abbassa la testa, fa scricchiolare il collo prima a destra e poi a sinistra, beve un sorso del suo caffè, apre il suo taccuino e annota qualcosa. Io continuo a starmene imbambolato e pensieroso. Due trentenni in viaggio di nozze dovrebbero pensare di meno. E invece. Eccomi qui a osservare ancora una volta, compulsivamente, il cerchio d’oro che porto al dito. Un materiale resistente in una forma che inizia e prosegue senza finire. La venere se ne sta immobile, nel suo impassibile viaggio negli occhi di milioni di persone, immobile a risucchiare vite, emozioni, storie. Lei è la pazienza, la tenacia, la forza di proseguire nonostante il mondo cambi di continuo - e non sempre in meglio. Lei è la cocciutaggine, la voglia di essere quello che è per sempre, senza scendere a compromessi. Lei è il segno che le cose vanno e possono essere sempre, esattamente come noi vogliamo, senza perdere un pezzettino della nostra integrità di pietra - calcarea o di qualsiasi altro materiale essa sia. Lei sta lì. E tu non puoi far altro che imparare. Non puoi far altro che tentare di imitarla, di seguire il suo insegnamento. 

Penso alla mia vita, a quello che faccio. Penso alla vita di mia moglie, a quello che fa. Penso che siamo fragili, sempre sballottati dalle paure, non sempre visibili, non sempre tangibili. Eppure abbiamo la smania di trovare un punto fermo nel caos. Siamo fragili ma di granito, inamovibili, stretti, in qualcosa che inizia e prosegue, come il cerchio d’oro che ci unisce.

mercoledì 30 marzo 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte seconda/1




Apro gli occhi. Pochi chilometri. Un confine. Un altro mondo.
Apre gli occhi. Infiniti chilometri - per lei. Un solo confine superato. Mondi e mondi da vivere e da viaggiare. Le si riempiono le iridi. Il mondo sfreccia via, oltre il finestrino del treno, e ci mostra paesaggi e realtà che vivono ed esistono, senza di noi, distanti da noi - e neppure così lontani da noi. 

Qui, per la seconda tappa del nostro viaggio, siamo entrati nell’Ottocento. Quell’Ottocento elegante, raffinato, distaccato, fatto di marmi bianchi e colonne e fregi che vogliono rievocare un mondo antico, ma che del mondo antico hanno solo la dissolvenza, la decadenza - la sparizione. 
Qui, anche la gente del duemilasedici passeggia come se si trovasse nel milleottocentosessanta, come se vivesse sull’oro e sugli allori di un’esistenza romantica, ricca, ma col timore che l’Impero possa cadere all’improvviso - come quando temiamo che la felicità sia minata da qualcosa che ancora non esiste. 
Qui, di giorno, biondi e bionde altissimi, eleganti, in abiti firmati e ventiquattrore che sembra contenere il segreto dell’esistenza, qui gli eredi magri e sofisticati degli avi asburgici viaggiano lavorando al cellulare, attenti a non oltrepassare il confine delle piste ciclabili, a non buttare immondizia a terra, a camminare da un lato all’altro del Ring, senza ansia e senza intralciare il cammino di qualcun altro - qui, nella metropoli forse meno popolosa della terra. 
Qui, di notte, si accendono le luci e i violini danno il la acuto e seghettato alla sinfonia della serata - una sinfonia fatta di abiti lunghi e chignon e frac che viaggiano leggeri e spediti in mezzo al freddo. Un freddo anch’esso leggero, ricco ed elegante. Le donne, su tacchi sottili e leziosi, danno il braccio al loro uomo, gli uomini procedono col passo sicuro di chi sa che l’Impero non cederà mai - eppure sono solo impiegati. Eppure lo svolazzo e il fruscio degli abiti si perde tra una luce e l’altra, nell’evanescenza delle stoffe trasparenti.

Qui, io e lei vaghiamo con gli occhi sbarrati, con la bocca aperta, mano nella mano, increduli di fronte ad un mondo tanto moderno e tanto antico. Ci sentiamo catapultati in un’esistenza parallela, dove i problemi e le storture vengono interrati sotto l’asfalto, come la spazzatura. 

Eppure. Eppure.
Eppure entriamo nel Museo a cui lei ha dato priorità massima. Saliamo al piano che lei aspetta di vedere da una vita. Proprio qui, al secondo piano, dove fa capolino la gigantografia bianca e nera di un ragazzino coi capelli arruffati, qui, io e lei, ci stringiamo la mano e, in silenzio, piangiamo. 
I frac, i gioielli, gli strass. L’Ottocento, il duemilasedici, le strade, i biondi, le piste ciclabili. L’immondizia, i violini e le sinfonie. Le colonne, i marmi, i fregi.
Qui, spariscono.  
Qui, sprofondano sotto l’asfalto. 
Qui, lasciano il posto allo schiaffo in faccia, al pugno nello stomaco, all’esistenza profonda e viscerale, al sangue, alla carne, ai nervi, alle macchie rossastre, turchesi e ocra, alle pennellate corpose e violente. All’arte. 

Egon e Wally ci guardano dal quadrato dei loro piccoli ritratti. Egon e Wally hanno gli occhi giovani e innocenti, smaliziati e divertiti. Lui ha l’atteggiamento di quello che sa di saper fare l’artista. Lei lo ammalia, mentre lui la ritrae, e i riccioli rossastri le svolazzano qua e là, in un tripudio di gioventù e maturità, di mille anni vissuti in appena diciassette. 
Usciamo. Rientriamo. Facciamo una prova. La situazione non cambia. 
È come stare in chiesa. Quando entri e un senso del sacro e del solenne ti assale. Come quando senti che qualcuno o qualcosa ti stanno guardando da ovunque e da sempre. 
Ecco, Egon e Wally sono così. Usciamo, rientriamo, e loro sono sempre lì, nel quadro eppure fuori del quadro. Un segno e un colore, eppure carne e sangue. Piccoli eppure giganteschi, così grandi che li senti attorno a te, davanti, dietro e, in fondo, dentro, giù in fondo, dentro di te. Li guardi negli occhi e loro sono dentro i tuoi occhi. Li guardi, ma stai guardando come loro. Li conosci, ma in realtà stai vivendo come loro, sei diventato loro. Ed è un turbinio di dolore e gioia e malinconia e vita vissuta in un lampo, uno di quei lampi che ti saettano per l’eternità tra lo sterno, il cuore e lo stomaco. 
All’improvviso sai e vedi e ti ritrovi a fare un viaggio di ventotto anni in un istante. Il cervello, il fiato - ne escono spossati. Non sai che fare, se continuare a stare lì o se ricaricarti e staccarti da loro - anche se fa male. 
Non sei granché lucido. Ma di una cosa puoi star certo. 
Qui, qui dentro, davanti a Egon e Wally, capisci che c’è qualcosa che va molto al di là di un fregio che celebra la decadenza, di un abito e di un frac ottocenteschi in una notte di violini acuti e seghettati, qui c’è molto di più di un mondo che si ostina a vivere nell’Ottocento e a piegare i giorni nostri ai tempi andati. Qui, qui dentro, sei adesso. Egon e Wally sono ora. Erano nel millenovecentododici, ma sono qua, adesso, in questa stanza, in questo giorno. Perché, quando sai raccontare e sai carpire e sai vedere e sai vivere, niente è antico, tutto è adesso. Tutto è per sempre. 

Usciamo, lenti, senza dire una parola e, ancora, col singhiozzo negli occhi.
Ci ha preso a schiaffi. Dico io. 
Non ho mai sentito una tale potenza. Fa lei. 
Mano nella mano, camminiamo e camminiamo per distanze che non sentiamo, stretti, in silenzio. 
Non ci rendiamo conto di aver percorso almeno dieci chilometri, tutti intabarrati nei cappelli di lana e nelle sciarpe chilometriche. 
Come se qualcuno o qualcosa ci avesse guidato, eccoci di fronte alla pasticceria delle pasticcerie. 
Forse, sai. Dice lei. Un po’ di cioccolata ci farebbe bene. 
Al calduccio, stretti ancora, gomito a gomito, guardiamo la torta ricoperta di cioccolata e ripiena di marmellata all’albicocca. Il ciuffo di panna montata. Il caffè. Osserviamo il piatto. Lei stende la mano sinistra, guarda la fede, poi torna a guardare la fetta di torta senza afferrare la forchettina. 
Stavo pensando, dice lei, stavo pensando che sicuramente Egon ha mangiato la sua fetta di torta in una pasticceria del genere. Ha pure sorriso, si sarà fatto una sigaretta, avrà detto scemenze, avrà fatto arrabbiare le sue donne, le avrà amate, avrà fatto loro il solletico, si sarà addormentato tutto vestito alle due del mattino o col pigiama fresco e pulito alle nove di sera. Pensavo che era una persona normale. Eppure.

Non riesce a finire la frase. Mette in bocca il primo pezzo di torta. No. La frase non la finisce. Ma io capisco ugualmente. In quell’eppure c’è tutto quello che abbiamo capito e che, per fortuna, a volte, risulta indicibile. Le lascio un bacio sulla guancia.
Dico: l’espresso è pessimo. Mangio metà torta. Buona, aggiungo, ma dopo un po’ sei più zucchero che palato. Lei ride. 
Ecco. Ecco, se ora un Egon qualsiasi ci ritraesse in questa pasticceria, vedrebbe questo. Due sposini che dicono tante di quelle cavolate su un pezzo di torta al cioccolato. Vedrebbe due fedi scintillanti. E due occhi che, fra un secolo, in mezzo a pennellate dense e a linee tortuose e colorate, proveranno esattamente quello che stanno provando ora, da qui a sempre. 

lunedì 29 febbraio 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE pt. prima



Cade la neve.
A terra si fa acqua.
Due cerchi d'oro scintillante, eterno inizio, eterno percorso, si intrecciano mano nella mano sotto l'ombrello fradicio.
I nostri piumini - fradici.
Le nostre scarpe - fradice.
Eppure le mani ribollono e le guance esplodono di un calore rosso pungente, levigato, di quella perfezione che hanno solo le bambole di porcellana.

In viaggio di nozze abbiamo portato un solo ombrello - chi lo sa perché. Anzi, credo di sapere perché: è un modo per stare ancora più stretti e uniti, nonostante il tempo. Nulla divide di più di due ombrelli sotto la stessa pioggia. E a noi due ombrelli non servono.

Abbiamo camminato per più di dieci chilometri tra chiese, musei, palazzi, piccoli angoli da scoprire – e ancora non siamo stanchi. Siamo passati dal vagare culturale allo scrutare le vetrine di questa piccola, ricca città teutonica e stiamo ridendo come pazzi. Sfilano davanti a noi borse in pelle umana del valore di due stipendi, orologi d'oro e diamanti per i quali saresti costretto ad aprire un mutuo ventennale, commessi che sono vere e proprie bodyguard, con tanto di auricolare e occhiali da sole anche oggi, con le nuvole e la tempesta.

Ridiamo, sì, ridiamo e ci prendiamo in giro - Amore ho bisogno di cambiare orologio, tanto, ventitremila euro per due lancette nascoste sotto il polsino della camicia cosa sono?"
Prendiamo in giro il nostro tenore di vita, deridendo però quello paradossale di chi non deve pensare a risparmiare anche solo per comprarsi un cappotto. Ripensiamo all'immenso sacrificio per mettere da parte i soldi spesi per il matrimonio, per la nostra idea di matrimonio - e siamo consapevoli di aver investito nel modo giusto, di aver speso i giusti soldi per infilare l'eternità in un solo giorno. Penso ai biglietti del cinema rimasti attaccati, ai sabati di pizza fatta in casa, agli acquisti rimandati di un anno, pur di celebrarci a dovere, senza sfarzi ma nel modo più vicino all'amore che proviamo l'uno per l'altra. Pensiamo che, in fondo, sacrificarsi un pochino per ottenere qualcosa di bello è già bello di per sé, ha il potere di unirti, di fare famiglia, di organizzarti come una piccola ma efficiente comunità di sole due persone.

E il risultato è eccelso.
E ci godiamo il viaggio che ci hanno regalato.
E facciamo tutto quello che facevamo anche prima di sposarci solo che ora lo facciamo con una fede al dito e, strano ma vero, come se facessimo tutto per la prima volta. Come se avessimo ricevuto il dono di ricominciare tutto da capo.

La pioggia si fa fina, ma insistente, inesorabile, con l’impressione che da sempre stia cadendo senza pace. Sono le due del pomeriggio e fa troppo caldo per la neve. La neve se ne rimane quieta nei nostri ricordi delle cinque del mattino, dal terzo piano dell'hotel, due corpi abbracciati davanti alla vetrata e quattro occhi immersi nella pace silenziosa dei fiocchi bianchi.
Giriamo un angolo e ci aggredisce la chiesa più alta, più oscura e più gotica della città. Lei insiste per entrare - è antica, è medievale, guarda che decori - io mi sento vagamente inquieto. Lei mi tira, ma una volta entrati siamo costretti a sentire la messa in tedesco. Il prete urla nella sua dura lingua, i fedeli più morbidamente pregano in silenzio - e i nostri stomaci gorgogliano. Non preghiamo, non ci inginocchiamo, né facciamo finta di guardare la chiesa che, a conti fatti, all'interno, è troppo moderna e troppo brutta. Il suo stomaco fa ancora più chiasso del mio e intorno a noi, seduti o inginocchiati sulle panche, i fedeli cominciano a guardarci di sbieco. Lei non mi dice Dovremmo andare via. No. Dice Qui di fronte ho visto una bakery meravigliosa! La fisso - avrebbe potuto farmi evitare la figuraccia davanti ai fedeli, tra gorgoglii allo stomaco e la nostra riluttanza a pregare. Sgattaioliamo via, ma non senza aver fatto rumore – lei non è proprio l’incarnazione dell’agilità e per muoversi di corsa inciampa due o tre volte, facendo inciampare anche me.

Un altro passaggio sotto la pioggia che ci unisce. E poi ci rifugiamo nel calore di lievito e tè della piccola pasticceria tappezzata di libri che la mia golosona aveva individuato.
Ordiniamo due pretzel imbottiti di ogni sorta di verdura e salume. Poi un lievitato, alto e morbidissimo, con un velo di glassa sopra, che tanto ci ha ricordato i nostri maritozzi. Infine, una sorta di dolcetto intrecciato al sapore di noci, nocciole, mandorle e cannella. Una tazza enorme e bollente di tè aromatizzato al tutto.
Fuori la pioggia si fa più intensa, noi dentro a scaldarci il cuore e ad annusare l'odore del pane e della carta.
Afferra il simil maritozzo teutonico, lo strappa, lo sfilaccia, ne osserva i filamenti e i buchi dell'alveolatura. E all'improvviso mi dice: Ma tu... Ma tu ricordi che sul nostro tavolo, il giorno del matrimonio, avevamo i panini? Panini piccoli, sopra a un piattino d'argento?
Scuoto la testa. Non ho alcun ricordo del pane. Ricordo il centrotavola, enorme, bellissimo, che prendeva tutto il tavolo in larghezza. E che faceva da scudo a noi due sposini, stretti stretti, sempre più stretti al nostro tavolo, incastonato tra due colonne e il muro romano. Ricordo solo che avevamo inteso quel tavolo come una sorta di nostro piccolo rifugio, un riparo dalle voci, dal caos, dai suoni indistinti che parlavano solo di noi. Che ci esponevano, ci mostravano, ci rendevano presenti agli altri, ma rischiavano di disperderci. Così, come ogni nostra mossa nell'arco della nostra vita assieme, abbiamo iniziato ad annodare il filo che ci unisce, a renderlo più corto, a creare la nostra minuscola casetta viaggiante pur di fronteggiare la dispersione degli altri  - le due colonne ai lati del tavolo, il muro romano dietro di noi, a guardarci le spalle, i fiori davanti a noi, un piccolo bosco in cui mimetizzarsi.
Lei continua. Neppure io ricordo il pane. Ma so che, per contratto, doveva esserci. Forse - e aggiunge - forse eravamo più attenti a barricarci che a notare certi dettagli, purtroppo.
Tanto caos, eh? Le dico, lasciando la frase al vento, così, una frase nominale, senza gli appigli dei verbi, dei soggetti e dei complementi. Quasi un grugnito.
Sì, fa lei. C'era tanta gente là per noi. E francamente non mi sarei mai aspettata che tutta quella gente fosse lì per noi con tutto qurll'entusiasmo.
Sai che significa entusiasmo? Fa lei. Significa: con dio dentro di te. È una sorta di ispirazione divina. Erano tutti lì, aggiunge, con tutti i sentimenti di fuori. Noi compresi. Anzi. Noi più di tutti. Per questo eravamo entrambi così confusi.
Fortuna, penso io, fortuna che nel momento in cui ci siamo detti sì e ci siamo promessi con un anello, ecco, fortuna che lì eravamo coscienti e controllati. Quando controlli l'emozione ti trema la voce. Non piangi. Reagisci e la fronteggi: per questo fremi, hai paura e il cuore ti sobbalza. Ma, almeno, sei vigile e ricordi. Ricordi tutto. Glielo dico.
Lei sorseggia tè e mi dice: in quella sala c'erano centoventi persone oltre noi. Sembrava che ci fossi solo tu. Non ho sentito nulla oltre la casetta viaggiante in cui eravamo a scambiarci le promesse. E la stessa cosa quando siamo andati a fare le foto, da soli, io e te. Ed è la stessa cosa che sto provando ora, con questo viaggio.
Le pizzico le guanciotte rosse di pane e tè caldo. Parliamo e continuiamo a parlare di quel giorno. Perché l'uomo non ha bisogno delle foto per confrontarsi con i propri ricordi. Ha bisogno di analizzare a fondo quello che ha sentito alla bocca dello stomaco e nel cuore e nella salivazione azzerata per dare un senso a momenti talmente forti che rischiano di disperdersi - e di disperderti.

Nell'ultimo giorno di sosta nella nostra prima tappa, ci accomodiamo abbracciati sulle panche di legno di questa pasticceria piena di libri. Guardiamo fuori, oltre le finestre, vediamo le guglie rivolte al cielo e le trasparenze di palazzi rivolti costantemente agli altri. Ma noi ci concentriamo sulla pioggia che ritma i nostri pensieri e ci scalda e ci unisce, protetti, insieme, sotto lo stesso ombrello. 

sabato 30 gennaio 2016

Sì - UNO E DUE



Sì! Urlo a mio fratello che, nella stanza accanto, è tutto intento a chiedermi se voglio i gemelli in oro o in onice.

Sì, dico a mio padre che, già bello e pronto dalle sei del mattino, non fa che dirmi cosa devo fare, perché devo farla e come devo farla e, allo stesso tempo, mi ripete di stare tranquillo, perché il vestito mi sta bene, perché i capelli sono pettinati alla perfezione, perché siamo nei tempi e ad arrivare in Comune ci metteremo meno di dieci minuti.

Sì – mormoro in maniera più dimessa a mia madre che mi sistema il nodo alla cravatta – e io che evito di guardarla negli occhi, così presente, così vicina, così vicina in un momento in cui ogni velo e ogni muro e ogni formalità vengono meno.

Perché – sì! – non crediate che un matrimonio sia sfoggio di etichetta e formalità sperticate. Sì, può essere anche così, certo, è ovvio, non tutti i matrimoni sono uguali, non tutte le persone sono uguali, non tutti gli amori sono uguali. Nel mio caso, posso – Sì, davvero – posso dire che tutto ciò che è banale forma o semplicemente riparo dal mondo esterno sta crollando. Oggi mi sento nudo, spogliato. Addosso ho strati di abiti griffati e preziosi, eppure mi sembra di andare in giro solo pelle, sangue e sudore. Perché? Perché. Perché tutti mi guardano e sorridono e mi guardano e sorridono con quel baluginio commosso negli occhi. Perché il fotografo ci sta immortalando qui – nel salotto in cui ho mosso i primi passi, nella stanza in cui ho visto mia madre col pancione e poi un giorno tornare a casa con un fagotto urlante. Qui - la camera in cui mio padre mi ha insegnato a leggere e a scrivere, in cui ho passato giornate festaiole e memorabili e momenti meno belli e più uggiosi. Il fotografo ci sta immortalando qui - dove vagavo a piedi nudi ripetendo formule e sparpagliando sul pavimento appunti e conti. Il fotografo ci sta immortalando qui, proprio qui - ben vestiti, profumati e pettinati, ci sta impressionando per sempre su uno schermo digitale col sorriso più imbarazzato e sincero che mai abbiamo avuto, così noi, con le emozioni così di fuori, così fuori di noi, qui, proprio qui: dove l’ho fatta entrare un giorno, un giorno di pioggia estiva e tuoni bollenti, chiedendole se voleva una cioccolata calda – d’estate! – e una passata di phon prima di metterci a ripassare latino per la seconda prova della maturità. Qui - dove lei mi ha detto Ho capito che ti piaccio ma io sono quello che sono, non posso stare con nessuno. Qui, dove sette mesi dopo la prova scritta di latino, esattamente sette mesi dopo, mi sono fatto coraggio, io che sapevo solo parlare con i numeri, mi sono fatto coraggio e le ho dato la mia risposta: Tu sei quello che sei e io voglio stare con te perché sei quello che sei. Qui, dove lei ha detto il suo primo Sì di una lunga serie. E io sbalordito: Davvero è un Sì? 
Sì, certo che lo è.

Siete pronti? Chiede il fotografo e noi diciamo un Sì all’unisono poco convinto, perché nessuno è pronto per emozioni così forti. Nessuno è pronto a mostrare i propri sentimenti a tutto il mondo. E lei. E lei chi lo sa come sta, mi chiedo. L’ho salutata al volo alle cinque del mattino, era ancora assonnata. Lei, come suo solito, in certe occasioni non fa la persona normale, sa solo dar forma a cose che nessuno riesce ad afferrare. E mi ha detto: la prossima volta che ci vedremo sarà per sposarci. Mi dà un bacio. E dice: fai caso se il bacio da celibe avrà lo stesso sapore del bacio da marito.

E lei. E lei chi lo sa come sta ora. Con tutta quella gente intorno a pettinarla, truccarla, vestirla. Lei che smania e sbraita ma che, credo, stavolta sarà la persona più calma del mondo. Lei che fa vibrare il mio cellulare, proprio ora. E io che mi agito perché senza di lei, con tutti questi sentimenti fuori, ovunque, mi sento troppo solo e indifeso. E io che subito guardo lo schermo del telefono: Qui tutto bene – scrive – io sono pronta. Scrive. Stiamo facendo le foto. Scrive. Se vuoi puoi uscire. Scrive. È un’agonia stare così lontana da te. Scrive. Cuore. Disegna.

Non vedo l’ora di vederti arrivare. Scrivo. Non ce la faccio più. Scrivo. Due cuori. Disegno. Mio padre entra nella mia bolla dimensionale: è ora di andare, dice. Ha un leggero tremore delle mani. Lo guardo. Si è fatto anziano. Lo so. Ma oggi mi sembra di vedere il mio papà dai capelli scuri e pieni e arruffati lasciarmi a scuola il primo giorno della prima elementare, in una mano la macchina fotografica, nell’altra un fazzoletto per far finta di essere raffreddato. Mia madre si muove dall'alto dei suoi tacchi-sessanta anni, fa rumore, e ondeggia come quella ragazza di poco più di trent'anni anni che mi misurò la febbre e chiamò la nonna, disperata, per un banale trentasette e mezzo su un bimbo di due anni. Mio fratello, adorato fratello mio, piccolo fratello mio, tanto, tanto più piccolo di me, quello che ho dovuto sgridare perché si divertiva a mordermi i giocattoli o a imbrattarmi con i colori i quaderni con i compiti, quello che si rifiutava di capire la matematica e io che gliela insegnavo a suon di parolacce e scoppole. Mio fratello – che oggi, piccolo e ardimentoso come solo i fratelli minori sanno essere, farà da testimone al mio giuramento d’amore. Chi meglio di te?

Il tragitto da casa dei miei genitori al Comune è uno scivolare languido in un mare di sgrammaticate sequenze di vita. Ad ogni angolo, il finestrino fa da schermo ad un punto o a una virgola della mia esistenza e allo stesso tempo mi chiedo perché. Perché proprio ora, perché proprio oggi io senta la necessità di mettere due punti: del resto, la amo da quando ho ricordi. Del resto, sto con lei da sempre. Cosa cambia oggi? So cosa cambia: abbiamo deciso di darci un nuovo inizio e nuovi scopi. Non è un punto d’arrivo. Noi siamo uomini, non siamo semplicemente animali. Abbiamo bisogno di fare, di darci degli snodi, dei punti di approdo e di partenza. Quando si è in due, questo è ancora più importante. Noi siamo uomini, non siamo animali: comprendiamo il significato dell'eternità ma siamo condannati a non sperimentarla mai. Cerchiamo così di incastrarla in un solo giorno, in una manciata di ore, in un abito e in due parole: e il giorno, però, si fa effimero. Effimero e inafferrabile tanto quanto l’eterno. In un solo giorno mettiamo il tutto. E il tutto passa, facendosi ricordo, facendosi a sua volta eterna e sgrammaticata sequenza di vita.

Penso: tra poco urlerò al mondo intero il mio amore per lei. Tremo: guardo l’anulare sinistro bianco e candido senza segni d’eternità ancora per pochi istanti.

Da quando vedo il portone dell’imponente e barocco palazzo comunale la testa va nella confusione più totale. Delle mani che stringo e dei visi che bacio non riconosco nessuno. Nessuno. Tra le mani da stringere e i visi da baciare cerco solo il suo. Arriva mio fratello, di corsa, infila l’occhiello nel bottone della giacca, mormora eccitato Sta salendo, e io mi irrigidisco, le mani diventano due pezzi di ghiaccio e il cuore è un martello che batte ovunque, fuori, dentro, nelle orecchie, sul tavolo, sulle sedie, sul pavimento.

C’è un istante di silenzio profondissimo. Il silenzio che precede lo scatenarsi della tempesta. Poi un mormorare, un vociare sempre più deciso –  e infine battiti di mani. Mi accorgo solo ora che i miei cognati, entrambi suoi testimoni, se ne stanno in piedi ai loro posti, belli ed eccitatissimi. Solo ora mi accorgo dei miei suoceri, in lacrime, tremolanti e vicini, insieme, ad accompagnare quel fascio di luce bianca, la loro figlia, adorata eterna bambina, tra poco mia moglie.

E, da quel fascio di luce, due occhi neri mi cercano e mi fissano e mi guidano nella calma più calda e assorta. E dal suo fascio di luce, due mani curate e lisce stringono le mie e la mia bocca le sfiora appena la fronte. È un fascio di luce profumato. Intorno svanisce tutto. Non più testimoni, fratelli, genitori. Non più ospiti, mani, voci, officiante, fotografi. Non più nulla. Solo io e lei.

Sì, dico all’officiante che legge gli articoli.

Sì, dice all’officiante che legge gli articoli.

Sì diciamo al cuscinetto delle fedi, un intreccio di fiori immacolati.

Sì, le rispondo alla promessa, dimenticando l’incipit della mia e strappandole un sorriso. Sì, continuo, ora dico tutto, continuo a bassa voce, perché la voglia di essere tuo marito è talmente tanta che ho subito detto un Sì: un Sì che è la parola che riassume una vita, da quel pomeriggio di tuoni bollenti e piogge estive, una versione di latino e tutto meno che il latino in testa. Sì, quando tu mi hai detto di Sì, Sì, davvero. Nel bel mezzo di una giornata gelida in cui il mio cuore pulsava amato e bollente. Sì, quando mi hai detto di Sì in una sera a casa da soli, sotto le coperte, la pioggia fuori e un film noioso alla tv. A quando mi hai detto Sì entrando in quella che sarebbe stata casa nostra e riuscendo a immaginare una vita in una stanza ancora vuota.

Guardandoti, marito e moglie, penso a noi due, qui, ora e d’ora in avanti. A noi due che ormai siamo due, perché quando dici due intendi due e basta: ma due come noi sono una cosa sola, inscindibile, univoca. E io sono sempre rimasto sconvolto da quanto il Due possa essere unico, univoco e, in fondo, Uno. Sconvolto da quanto in ciò che è Uno ci sono Due. Adesso, qui, ora e d’ora in poi: oltre ogni limite di spazio e di tempo.

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo; ottava parte - Ieri sera, tentando di leggere un libro; nona parte - L'impressione è che settembre; decima parte - Quelle domeniche d'autunno; undicesima parte - La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito; dodicesima parte - La famiglia che siamo


sabato 26 dicembre 2015

La famiglia che siamo - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo; ottava parte - Ieri sera, tentando di leggere un libro; nona parte - L'impressione è che settembre; decima parte - Quelle domeniche d'autunno; undicesima parte - La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito

La famiglia che siamo, ogni volta, vive di prime volte. La famiglia che siamo ha difficoltà a individuare la leva dell’automatico quando salta la corrente elettrica. La famiglia che siamo chiamerebbe i pompieri quando i resti dell’ultima accensione affumicano il forno. La famiglia che siamo chiama la mamma o il papà per farsi dare le giuste dritte sui contratti che firma.
No, non sto dicendo che non siamo una famiglia. Sto dicendo che siamo atipici, che per noi molte cose non sono normali da fare o, meglio, sono sempre una nuova scoperta e una nuova avventura. E, sì, anche tirare su insieme la levetta dell’automatico casalingo concorre a saldare il nostro legame. Ecco, quello che sto dicendo è che uno scambio di battute del genere Amore è saltata la luce, Ok controllo il quadro elettrico è uno scambio con un peso, che dietro nasconde una serie di altre frasi e di altri concetti del tipo Uniamoci per salvare la nostra casa, Dammi la mano e aggiustiamo tutto, Evviva, ce l’abbiamo fatta, un passo in avanti nella nostra avventura. E, per inciso, sì, chiamiamo genitori e parenti per difficoltà tecniche di questo tipo, ma poi le risolviamo da soli – e la soddisfazione è estrema.

La famiglia che siamo chiamerebbe persino un autospurgo se gli scarichi del bagno si tappassero. E questo è stato. Solo che la mattina di Natale è difficile chiamare l’autospurgo ed è inutile e allarmistico chiamare mamma-papà-zii-altre mamme e altri papà, dato che sono impegnati nella preparazione della grande abbuffata dell’anno.
Entro nella doccia e non appena apro l’acqua il piatto si riempie – e in breve sono in ammollo fin sopra le caviglie. La chiamo. Urlo. Indosso infreddolito l’accappatoio e lei entra in bagno: Che vuoi, chiede, poi mi squadra dall’alto in basso e dal basso verso l’alto e dice: Sei dimagrito. Non è questo il problema – e batto i denti. Apro il lavandino, apro il bidet, apro di nuovo la doccia e gli scarichi vomitano acqua marrone.
E lei: Ah. Questo è un problema. 
Guarda l’orologio, è ancora in pigiama e ha i capelli spettinati. Sono quasi le undici, non ce la faremo mai per l’una a stare dai miei – entrambi ancora in maniche di camicia e l’unico bagno resosi inutilizzabile. Lei gira le pantofole e va in salotto. Accende le luci dell’albero e del presepe.
Dai, dice, qualcosa inventeremo. Si infila in un armadio e tira fuori una misera scatola di attrezzi. Me la porge. Io ti dico dove svitare, dice, e tu sviti.
Un briciolo di orgoglio maschile si risveglia in me: Ti riferisci al pozzetto in bagno? Certo che devo svitare quello! Ci sediamo a terra. È la prima volta che facciamo una cosa del genere nella nostra casetta nuova nuova e ci sembra quasi di deturparla. Svito. Tolgo il tappo d’acciaio. Sotto ce ne è un altro di plastica che sembra una ventosa. Lo afferro con le unghie, mi faccio male, mi graffio, mi taglio, ma niente. Aspetta, dice lei e infila il cacciavite tra il tappo e la mattonella, usandolo come leva. Ma il tappo è ancora duro. Lei mi viene dietro, mi afferra le braccia e tiriamo insieme. Il tappo vola via, cadiamo all’indietro e io la schiaccio contro il lavandino. Ti ho fatto male? Non mi risponde: attratta com’è da quell’animale di polvere e capelli che blocca gli scarichi dei nostri sanitari. Con i guanti e una sana espressione di disgusto in faccia, togliamo a poco a poco l’animale dal pozzetto, buttandolo nel secchio.
Il pozzetto è vuoto e apriamo tutti i rubinetti per guardar scorrere senza problemi l’acqua limpida come in alta montagna. 
Lei sussurra: tu sei pronto? 
Mi faccio la doccia e mi vesto, dico, magari chiamiamo e avvisiamo che facciamo un po’ tardi. No, mi blocca lei, non intendevo questo. Dicevo: ti senti pronto per il giorno del matrimonio?
Sì, dico fermo, è tutto pronto, sono tranquillissimo.
Io così così. Risponde. E continua: ho aspettato tanto, con tutta la voglia che un’attesa simile ti mette addosso. E ora ho paura che passi, ho paura di vivere tutte le emozioni che una cosa del genere ci può dare.
Lo so, penso, lo so che per te significa sentire di più di una persona normale. Glielo dico: lo so che per te significherà sentire molto di più di quello che posso sentire io o una qualsiasi altra sposa. Ma sono sicuro che, pur nella sua violenza, pur trafiggendoti e stordendoti, sarà un’emozione che ti rimarrà addosso per sempre. E poi, continuo, e poi io e te, quel giorno, andremo a sposarci con due vestiti eleganti addosso e circa cento paia d’occhi a guardarci. Ma ci sposeremo tutti i giorni, da soli, sotto le coperte, in cucina, sul balcone, la mattina quando ti do un bacio al volo e vado al lavoro. Continueremo a sposarci ogni volta che rinfrescheremo le pareti di casa o che faremo le pulizie e il cambio stagione. E, anzi, siamo già sposati. Guarda cosa abbiamo appena fatto al nostro bagno, no? È questa la cosa bella del matrimonio, non pensi?
Sì che lo penso, dice sottovoce, o non avrei mai associato al giorno del nostro matrimonio un pozzetto intasato di capelli e polvere.
Si alza e se ne va in salotto. Sul tavolo svetta una decina di buste trasparenti lucide e decorate in cui abbiamo infilato i panettoni fatti da lei. Questo è il nostro regalo di natale per le nostre famiglie. Dovrebbe vestirsi, truccarsi, sistemarsi i capelli, invece se ne sta di fronte ai panettoni impacchettati a sistemare i fiocchi e a guardarli brillare sotto la luce di questo sole enorme.


Lo so – so cosa sta pensando. Pensa e ripensa come un’ossessione a tutti i passi che farà col tacco dodici dalla porta alle scale e dalle scale al cancello. Pensa a come terrà il bouquet in mano e a come i vicini di casa la guarderanno, battendo le mani, sussurrando Oh come è bella – perché, lo so, sarà bellissima. Pensa e ripensa come un’ossessione a quei metri che ci separeranno dal portone d’ingresso al tavolo dell’officiante, a come sarà vederci ancora, ancora una volta e sempre, per la prima volta. Pensa e ripensa come un’ossessione a quanto la voce le si strozzerà o se sarà in grado di tenerla ferma. E forse desidera solo – perché lo desidero anche io – che, dopo due anelli scambiati e incrociati, inizi la nuova avventura. Che è quella che già stiamo vivendo, ma che sarà la nostra avventura ancora una volta per la prima volta. Noi due, in due, ancora noi due, per l’ennesima volta, per la prima volta. 


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per il Bacio, 1907/1908
Soundtrack: Oh Wonder, All we do