venerdì 29 agosto 2014

Salita



Gli Appennini nascondono un sentiero tortuoso e impervio, tra rovi, sassi, rocce, folti boschi e cascate. È un percorso per famiglie, forse anche breve, ma in realtà pochi lo completano.
La fatica si fa sentire sin da subito, il sudore ti incolla lo zaino alla schiena e i polpacci urlano per il dolore. Ogni volta che puoi ti fermi, bevi, prendi fiato, ammiri il paesaggio circostante. Stai salendo – ma non abbastanza. Hai percorso già qualche chilometro, ma la strada non è ancora finita: e la salita si fa ancora più salita. Stai per desistere. Ci pensi a lungo, cerchi la cima – ancora invisibile - poi la valle – che ormai è scomparsa – e ci pensi ancora: mi spoglio e faccio una doccia sotto le cascate gelide. Oppure torno giù, perché ho fame, ho sonno, voglio lavarmi.
Ma sai che se ti fermi proprio in quel punto e torni giù, un vago senso di insoddisfazione ti braccherà per tutto il resto della giornata, insinuandosi nell'ingiusto pasto, nell'immeritata immersione nella vasca da bagno e persino nel sonno – perché, seppur stanco, sai che quella non è una stanchezza completa.
E, allora, riprendi il cammino. Cammino è una parola troppo semplice: riprendi l'arrampicata, perché procedere, stavolta, significa complicare le cose - e mangi la strada non solo con i piedi, ma anche con le mani. Dai che è quasi fatta – pensi. E senti che più cammini, più ti avvicini al sole, più sei solo. Ti guardi indietro e gli innumerevoli e casuali compagni di viaggio che calcano quei sentieri se ne sono già tornati indietro, noncuranti dell'immeritata doccia e del sonno non troppo stanco.
Dai che è l'ultima salita. Il sole è così forte che pur tra gli alberi riesce a bruciarti la pelle e i ciottoli sono così bianchi che riflettono la luce come specchi.
Dai – è l'ultima salita. È l'ultimo crocevia di alberi prima di arrivare. È l'ultima scarpinata prima di.
Prima di.
E nemmeno ci pensi più alla fatica quando tra gli alberi si apre una minuscola pianura. E in mezzo alla pianura, lambita da un bosco, sorge una chiesa. Non è una chiesa come le altre. Non è una chiesa tutta marmi e stucchi e colori e giochi geometrici. È una chiesa tirata su con dei conci bianchi e mal sbozzati. Un piccolo portico per ripararsi dal sole. Una sola campana, in cima, a dirci che siamo proprio di fronte ad una chiesa. Non è molto chiaro quando sia sorta. Qualcuno la vuole costruita nel nono secolo, qualcun altro nel tredicesimo. Be', poco importa. Quando sei lì in cima al mondo, in totale solitudine, lontano dai rumori dell'umanità, di fronte ad una minuscola chiesa che sembra un'artistica roccia opera della Natura – be', nulla ha importanza. Significa che qualcuno ha fatto quello stesso percorso tortuoso in epoche ben più difficili. Significa che anonimi architetti e anonimi operai hanno portato sulle spalle mattone dopo mattone fino a quasi milleduecento metri sul livello del mare, per costruire qualcosa che desse conforto e ristoro ai pellegrini e alla gente del posto.
C'è un fascino unico in quelle pietre, in quelle forme semplicissime e lineari. C'è il gusto per la stordente perfezione della natura e per la geniale imperfezione dell'uomo. C'è, in quella chiesetta silenziosa e solitaria, tutto il mistero di quando Uomo e Natura tornano a compenetrarsi come alle origini.
Quando sei lì e contempli il miracolo, ti senti come non mai vicino a quei piccoli uomini che, in fila – me li immagino – in salita, uno dietro l'altro, dopo aver bevuto acqua di sorgente, hanno lasciato una loro traccia nel mondo e nella storia – e magari qualcuno di loro neppure l'ha vista la posa dell'ultima pietra. Nel silenzio di oggi, ascolti un po' i clamori di quel lontanissimo passato in cui uomini come noi e con meno possibilità di noi hanno fatto qualcosa di ben più grande di noi.
Di fronte ad uno spettacolo del genere, è quel connubio inscindibile, quella dolorosa e fantastica equazione, di Fatica e Bello a darti la soddisfazione più grande. Aver massacrato polpacci e polsi per godere di una fantastica visione – quasi un'epifania del divino o del mondo o del senso ultimo delle cose. Cercare instancabilmente la vetta invisibile tra gli abbagli del sole – o desiderare di porre l'ultima pietra della chiesa. Fatica e Bello sono lì, inscindibili, a dirti che già faticare è di per sé bello, purché sia fatto con costanza e coerenza, anche laddove la vetta sia lontana – se non irraggiungibile.  

Immagine: Egon Schiele, Torrente di montagna, 1918

lunedì 28 luglio 2014

Lo stretto

Chiude gli occhi.
Dentro le palpebre, lo Stretto. Una striscia blu profonda, vorticosa, gelida anche d'estate. La Sicilia si fa sottile dietro la foschia del mattino. Lui se ne sta seduto a farsi bagnare dalla risacca. La brezza salata gli colora le iridi – limpide come il cielo a mezzogiorno.

Apre gli occhi.
Una striscia di terra infossata, un serpentone che odora di fango e sudore. Non c'è il blu, non c'è l'azzurro, c'è solo un marrone-nero di pensieri cupi. E qualche lampo lontano che squarcia il petto.

Chiude gli occhi. Nelle narici i limoni appena aperti e mangiati così, di corsa, nascosto dietro a un muro diroccato, un pranzo da re. L'odore del sole brucia i fichi, infilati in uno stecco di legno. Li pregusta, lentamente. Sa che ci vorranno giorni, ma per Natale saranno in tavola. E che goduria. E che giornate.

Apre gli occhi. Si guarda attorno. Il campo di prigionia si riempie di voci, ma lui capisce solo pochi suoni, perché, è vero, con quella zazzera bionda e quegli occhi chiari ha l'aspetto di un uomo del nord, ma in bocca ha la lingua degli arabi, dei francesi e degli spagnoli – e poi c'è quel tre che suona trchi, con la erre arrotata e un sapore inglese lontano. 
Parte un'eco di voci dure e lo sa – lo sa – che stanno per arrivare quei tozzi di pane pieni di scherno e vecchi di decenni, mischiati alla terra, lanciati dai tedeschi – o dagli austriaci o da chissachi, poco gli importa chi lo ha fatto prigioniero. Gli importa solo delle risate e delle scommesse dei carcerieri e di quel cibo buono solo per i topi – lame che gli feriranno la dignità per tutta la vita. Lui, il pane, lo lascia da parte. Preferisce raccogliere qualche buccia di patata, ché magari ci viene un tortino, ché magari, se si concentra, riesce pure a sentire il sapore del finocchietto selvatico.

Chiude gli occhi. Sulle mani il pizzicore dei fichi d'india. Che tortura sbucciarli, quanto tempo prima di assaporarli, un dolore continuo alle mani, eppure.
Eppure apre gli occhi. E vorrebbe sentirlo ancora e ancora quel dolore di spine, ché, tanto, quello dolore non è. Il dolore vero gli viaggia negli occhi di ragazzo poco più che ventenne, con le mani già piene di vita, piene di calli, piene di terra. Si aggrappa – alla terra – forte. Nell'attesa. Tra uno scarto lanciato e il terrore di un plotone. Stringe quella terra straniera come aveva stretto solo pochi anni prima il tronco di un albero, una mattina in cui il mare, quello di fronte casa sua, aveva deciso di trascinarlo via. Quel giorno, dopo che la terra aveva traballato un po', la Sicilia era sparita dall'orizzonte. Quel giorno, i suoi occhi di quindicenne avevano visto un muro d'acqua e quell'acqua aveva portato via tutto. Ma lui si era aggrappato, trattenendo uno sconosciuto pensiero di vita.
La guerra – l'ha conosciuta molto prima di andare al fronte. La trincea – l'ha vista molto prima di arrivare in trincea.

Chiude gli occhi. Una pennellata polverosa di strada. Lui che cammina con gli stivali e la divisa, alla sua prima licenza, al suo primo attimo di pace dopo giorni e notti di battaglie. Felice di rivedere il babbo - e Mico e Ciccio, anche loro al fronte.
E invece ricorda solo l'abbraccio, con Mico e Ciccio, di fronte al babbo steso e addormentato per sempre. Perché il babbo non ce l'aveva fatta al pensiero di tre figli in pericolo, tutti e tre in guerra, tutti e tre chissà dove, in un'Italia che nemmeno sembrava Italia, lontana com'era. Era stato pochi giorni a casa, la divisa se l'era tolta, ma in realtà non l'aveva sfilata neppure per un secondo.
Ora era un orfanello. La mamma. Della mamma ricordava solo il profumo. Era un profumo di fieno, di fichi bruciati al sole, di piedini che correvano sulla spiaggia e Mico sei il più grande, stai buono!, e un bacio prima di addormentarsi con la preghiera della sera.

Apre gli occhi. Li rotea. Azzurri come il cielo. Pensa. Chissà se torno. No, pensa altro. Se torno, per prima cosa, sì, apro un limone e lo mangio. E poi. E poi chissà se la trovo una donna che mi sposa. Se la trovo e se avrò dei figli, ecco, uno avrà il nome di mio padre. E la femmina. Se avrò una femmina, si chiamerà come mia madre. Mi spaccherò la schiena per lavorare e non importa quanto faticherò, perché darò da mangiare a mia moglie e ai miei figli. E poi mi stenderò e scherzerò con Mico e Ciccio, perché, sì, perché anche loro torneranno. E poi, quando è festa, ce ne andremo al mare, un tuffo nell'acqua fredda e un tuffo nella sabbia bianca e bollente per asciugarci.

Chiude gli occhi. E sa che, in fondo, ha paura. Vuole farcela, ma sta per cedere. E se non torno. E se finisce qui. Sta per cedere, ma arriva.
Arriva come la brezza piena di salsedine alle cinque del mattino. Arriva dalla finestra, quando è ancora buio e tu sei assonnato e nemmeno te lo ricordi che sotto casa hai il mare. Nemmeno lo vedi, il mare, tanto è buio alle cinque di mattina. Ma arriva. Inaspettato. Si insinua nel naso con quel pizzicore di profondità marine e alghe che fanno il solletico. Arriva. Ancora una volta. Arriva. Quello sconosciuto pensiero di vita.
E lui si aggrappa. Perché non vuole che questa terra lontana se lo porti via.
Si aggrappa, forte. Il vento dello Stretto, l'odore di agrumeto, i fichi bruciati, la risata buona di Ciccio, le pacche sulle spalle di Mico. Si aggrappa.

Apre gli occhi. Tutt'intorno, il mare.  

28/07/1914-28/07/2014
Cento anni dallo scoppio della Grande Guerra
A chi ha resistito e mi ha permesso di raccontare

Immagine: Jean-François Millet, La Meridienne, 1866

lunedì 23 giugno 2014

Nella terra di nessuno



Il destino diventa destino solo a mente fredda. Il destino si rintraccia a posteriori e la sua forma assume contorni precisi col tempo, col trascorrere dei decenni e con gli occhi pronti ad analizzare lucidamente.
Come ogni vita, nessuna vita ha un significato preciso durante. È sempre il dopo a tirare le somme. Pasolini diceva che il montaggio cinematografico è come la morte: l'unica cosa che pone fine alle infinite possibilità dell'esistenza. Terminato il montaggio, il film ha un significato. O anche più d'uno, ma non significati infiniti e comunque sempre significati coerenti, compatti, riconducibili gli uni agli altri. E questo è quanto, per Pasolini, avviene al concludersi della vita.

Ernst Ludwig Kirchner

C'è stato un periodo nella Storia e nella storia delle Arti che ha avuto un sapore rivoluzionario e tragico ad un tempo. Quello di chi si è buttato a capofitto nella propria personalissima ricerca, allontanandosi da ogni regola; quello di chi ha vissuto ed è stato fagocitato, ha vissuto gettandosi nella mischia ed è stato travolto – polverizzato.
Non a caso si parla di avanguardie. Forse l'unico esempio della storia in cui le correnti artistiche sono state definite con un termine militare. Nulla di più lontano – l'arte e la guerra – eppure nulla di più vicino.
L'avanguardia, nell'esercito, è il reparto che precede le truppe ed apre loro la strada. Quasi una missione suicida. Che con la prima guerra mondiale assume toni ancora più atroci.

Probabilmente gli altri reparti dell'esercito li additavano – gli avanguardisti: non ce la faranno mai, avranno detto, moriranno prima di aver percorso cento metri, non vedranno la prossima alba, questa battaglia, no, non la racconteranno.
Tornare o non tornare dall'azione dell'avanguardia, in fondo, poco importava per il suddetto destino: l'avanguardista era comunque un eroe. Ancora oggi nei libri di storia leggiamo un numero – trecento – quando si fa riferimento a quella minuscola avanguardia che aprì il varco (e le speranze) al resto della Grecia contro i Persiani. Che fossero poi trecentodieci o duecentonovantanove non interessa: l'importante, nel libro, è sottolineare quel numero, perché quel numero la dice lunga sul destino dell'uomo e della società occidentale.

Umberto Boccioni

Ora, parlare di avanguardia in arte è totalmente diverso. Perché gli artisti non combattono una guerra vera, visibile, ma una guerra che i più non percepiscono. Gli artisti imbracciano le armi anche quando, apparentemente, non c'è alcuna battaglia. Se ne stanno lì a spiare, osservare, ricercare, battere il terreno: la guerra da combattere c'è, è quella che segna i tempi, che definisce culture e popoli, una guerra che si vince decenni, se non secoli, dopo. Una guerra persa in partenza – nel presente – e combattuta esclusivamente per la vittoria del futuro, un futuro lontano, lontanissimo. Insomma, ai posteri l'ardua sentenza. Perché l'arte ha una gittata molto più lunga di un cannone; e non è possibile dire subito se quella cannonata abbia condotto alla vittoria o alla sconfitta. L'arte, nel presente, non è mai del tutto compresa. L'arte, se è arte vera, non è fatta per il presente, è fatta per il futuro. E questo avviene da sempre. Oggi ce ne stiamo tutti con la testa all'insù e gettare alito su quelle meraviglie dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Michelangelo fu uno dei pochi artisti riconosciuti come tali in vita, ma ebbe i suoi grattacapi.

Franz Marc
Quando il Giudizio Universale fu scoperto si pensò subito di distruggerlo, tale era la portata licenziosa e scandalosa di quegli Ignudi. Tale era il caos dei tempi che l'artista aveva individuato e che nessuno voleva vedere. Michelangelo morì poco tempo dopo aver saputo che quelle pudenda sarebbero state coperte, anziché distrutte. Ci sono voluti secoli per riabilitare il capolavoro: capolavoro che prese il Rinascimento, lo azzerò, ne annullò le conquiste spaziali e lo consegnò direttamente al Manierismo e al Barocco, anche se di Manierismo e Barocco ancora non si parlava.

E Michelangelo è Michelangelo, guai a toccare Michelangelo. Eppure il suo Giudizio Universale rimase coperto e storpiato per secoli.

Auguste Macke
Gli Impressionisti furono definiti incapaci di dipingere, ma nel giro di cinquant'anni divennero dei classici: così arrivarono le Avanguardie a distruggere il nuovo classico.
Il punto è che ogni vera corrente artistica è un'avanguardia. Ma la cosa che stupisce delle Avanguardie storiche è il loro destino.
Franz Marc, padre, assieme a Kandinskij, del Der Blaue Reiter, viene travolto a trentasei anni dalla più atroce delle battaglie della Grande Guerra: Verdun. Auguste Macke, un destino ancora più crudele. In viaggio con Klee, ad agosto del Quattordici viene chiamato alle armi. A settembre cade. Ha solo ventisette anni. Egon Schiele non arriva a vedere la fine della guerra, l'ultimo giorno di ottobre del millenovecentodiciotto muore di spagnola, dopo la moglie incinta – di anni ne ha solo ventotto. Stesso destino per Guillaume Apollinaire, che il nove novembre del Diciotto, a trentotto anni e dopo essersi salvato da una ferita in guerra, cede alla spagnola. E pure il nostro Umberto Boccioni, una vita a fare umile e instancabile ricerca e a tirare fuori trovate geniali, cade da cavallo durante un'esercitazione militare e rimane a terra, a trentaquattro anni. Potremmo anche citare il tormento di Ernst Kirchner: arruolatosi anche lui, nel Quindici si lascia andare ad un feroce esaurimento nervoso, uno stillicidio che dura una vita. Preso di mira dai nazisti, si suicida nel millenovecentotrentotto. Per lui, la guerra è durata più di vent'anni.
Personaggi sull'orlo del precipizio, tutta la vita. Un precipizio artistico, ovvio. Una battaglia con una società non ancora pronta ad accoglierli e a capirli. Denunce, tele bruciate, insulti, opere requisite, opere definite triviali, becere, scandalose. Poi ci si mette la storia con la sua beffa: avanguardie nell'arte e soldatini sacrificabili al fronte.

Egon Schiele
Esistenze letteralmente bruciate – eppure no. Perché oggi, quegli stessi soldatini vissuti sul precipizio ci guardano con i loro occhi in bianco e nero dalle pagine dei libri. Ci fissano con la loro aria vintage eppure eterna, eppure futura. Ci guardano negli occhi dai primi del Novecento e ci parlano ancora di oggi. E ci parlano anche di domani, perché spesso, tuttora, le loro opere sono difficili da digerire. Poco dopo la loro dipartita, anche le Avanguardie sono finite. Dopo la guerra, si parla di un “ritorno all'ordine” che ha comunque regalato al mondo forme d'arte nuovissime e rivoluzionarie, ma che ha tuttavia il sapore del passo indietro, rispetto al precipizio. O, meglio: dell'assestarsi sul precipizio altrui. Delusione e cinismo, forse, i fattori determinanti. L'arte sarebbe andata comunque avanti. Ma non ci sarebbe mai più stato quel destino beffardo, atroce e carico di senso del tempo - e senso dell'umorismo - che ha portato gli avanguardisti a morire da avanguardie.
C'è un termine appartenente al linguaggio militare, pieno di fascino e di terrore. Terra di nessuno. “Porzione di territorio non occupata oppure rivendicata da più parti che lasciano tale area non occupata a causa di timori o incertezze che deriverebbero dall'impadronirsene” - “area situata tra due trincee nemiche in cui nessuna delle due parti voleva muoversi apertamente o che nessuno voleva prendere per paura di essere attaccato dal nemico durante l'azione” (Wikipedia).

Guillaume Apollinaire


Durante la Grande Guerra, la terra di nessuno è rimasta tale per anni. La guerra è diventata guerra di posizione e logoramento. Nessuno andava avanti, nessuno indietro, la terra di nessuno rimaneva di nessuno.
Qualcuno, però, quella terra arida e melmosa l'ha occupata. Ci ha messo piede, ha gettato qualche seme, è saltato in aria, ci ha rimesso le penne. Anni dopo, a clamori spenti, quei semi hanno fruttato.
Il passo degli artisti nella terra di nessuno è il passo dell'istante. Un passo nella terra più pericolosa che esista, perché fuori quella terra, i cecchini sono nascosti e pronti a sparare anche se non vi è alcun motivo, anche se quello che hanno visto è solo un bagliore. I cecchini, nell'immobilità di quella terra, vedono qualcosa di nuovo. Il nuovo fa paura. Così sparano. Perché è più comodo sparare da fuori che esporsi.
Passano i decenni, passano i secoli. La terra di nessuno diventa area picnic in cui godersi l'ombra degli alberi dopo aver sparato.

lunedì 5 maggio 2014

Non so quando torno



Per diecimilanovecentocinquanta giorni il mondo non si è ricordato di me e oggi ha deciso di farlo.
Lei mi ha lasciato il latte caldo sul tavolo e una zuppa di patate e carote sui fornelli. Un post-it attaccato alla pentola: non so quando torno. E poiché quando significa anche se, poiché la frase suona stonata così, all'alba del mio oltre decimillesimo giorno di vita, la cravatta storta comincia a stringermi attorno alla gola. O forse è la gola che preme contro la cravatta – e comunque è uno strozzarmi continuo di pensieri. E di respiri malsani. E di palpebre che non sbattono. E di occhi che si inaridiscono e provano a piangere. Stamattina il mio letto è vuoto e le tovagliette da colazione anche.
È per ieri? È per ieri sera? Perché io insistevo per un menu di pesce e tu per uno di carne? O è perché le bomboniere che piacciono a te sono troppo costose e io alle bomboniere rinuncerei volentieri? Sistemo il nodo della cravatta, ora è dritto, ora posso uscire, anche se non ho mandato giù la saliva neanche una volta e anche se le palpebre, oggi, non vogliono sbattere.
O forse perché me ne sto sempre un po' troppo zitto, a leggere, a pensare, a guardarti? Ma tu lo sai, vero, lo sai, che non c'è bisogno di tante parole tra noi?
Metto a tracolla la borsa col portatile e oggi può venir giù la neve, la grandine o spazzarmi via la bora, ma vado a lavoro a piedi. Quindici chilometri – e chissenefrega. Chissenefrega santodio. Chissenefrega del grande capo e delle ore che dovrò recuperare. Quindici chilometri sono pure pochi per assestare nel petto questo senso di solitudine che vuole deflagrare – e se deflagrasse, be', ci sarebbero da ripulire troppo sangue e troppi umori.
Allora è per quella frase che ho detto l'altra sera, dai nostri amici? Quella frase a doppio taglio? Io che non parlo mai, poi. La mattina mi ero guardato allo specchio e avevo visto due o tre peli bianchi nel mare nero della barba. Niente di che. Ma la sera, a cena dai nostri amici, due nostri amici con due bambini, esce fuori il solito discorso. E voi quando ne fate uno – di bambino?
Ed ecco la mia frase a doppio taglio, eccola: un giorno forse. Ma se devo fare qualcosa di importante con lei, be', prima voglio sposarla. Poi fare il viaggio della nostra vita e poi cene al lume di candela e teatro e cinema e mostre e passeggiate – solo con lei. Chissenefrega dei tre peli bianchi tra la barba.
Forse hai frainteso? Io non è che non voglio fare figli con te. Io voglio. Io, ecco.
Al terzo chilometro e dieci litri di sudore, camicia inzuppata e capelli spettinati, mi fermo sul ponte sul fiume. Le mani in tasca, puntello i piedi, avanti, poi indietro, il portatile mi segue, oggi non pesa, oggi pesa altro. Sono solo. Diecimilanovecentocinquanta giorni di vita, circa quattromila con lei – e sono solo. Sì, sono ancora giovane. Ma, gente, provate voi a vivere senza quei riccioli carbone e senza quegli occhi ardesia che due sole orbite non riescono a contenere.
Guardo il fiume, ma il fiume non mi risponde, il fiume continua impassibile, giro i tacchi.
Sulla panchina all'altro capo del ponte. Sulla panchina, con la canottiera e i pantaloni attillati da ginnastica. Sulla panchina, un asciugamano zuppo e le cuffie nelle orecchie. I riccioli tirati su e l'ardesia stravolta dalla fatica. Sulla panchina, fa un gesto. Alza la testa per bere acqua da una boccetta e mi vede. Rimane incantata e ferma e con un mezzo sorriso, come la prima volta che mi ha visto. Come la prima volta che l'ho vista. Fa un cenno con la mano, mi saluta, mi dice di avvicinarmi.
Che. Che ci fai qui. E non metto il punto interrogativo.
Oggi sono libera. Non ricordi?
Scuoto la testa o forse no.
Mi sono alzata presto per andare a correre. Altrimenti non entro nel vestito. Ma non torno a casa, vado da mamma, faccio la doccia e poi andiamo insieme a fare la prova dell'abito. Ah e poi dal fioraio. Siamo d'accordo sulle orchidee, vero?
Sì, dico di sì.
E, allora, non so quando torno significa non so a che ora torno. Solo che nell'abitudine interrotta le solite parole diventano altro.
E tu – alza il mento e i riccioli volano – e tu che ci fai qui a quest'ora?
Be', ecco. Volevo farmela a piedi. Altrimenti non entro nel vestito – e rido, come un coglione. Perché, se questa fosse una storia, dovrebbe intitolarsi Il coglione.
Solo un coglione potrebbe avere paura di essere mollato da una donna così. Solo un coglione come me non capisce che una donna così vive il nostro sentimento come i polmoni a contatto con l'aria – e non ci pensa proprio alle abitudini interrotte.
Sei tutto sudato – mi bacia. Sudore suo sul mio – amore, non so a che ora torno stasera. Ma la cena è già pronta.
Be' – guardo l'orologio. Sorrido, come un coglione. Faccio spallucce.
Per diecimilanovecentocinquanta giorni di vita il mondo non si è ricordato di me. Perché non si ricorda mai di nessuno. Scorre come il fiume. Con i suoi accadimenti eterni, melmosi e fluttuanti – o immobili. E poi noi ci alziamo e pensiamo a smuoverlo, il fiume, a volte nel verso giusto, a volte nel verso sbagliato. A volte verso il precipitare di una cascata.
Diosolosa il potere che ha l'ardesia, un manto grigio interrotto da striature azzurre. E in quelle striature, i menu, i discorsi, i peli bianchi, il fiume, il mondo e diecimilanovecentocinquanta giorni di vita piena finiscono risucchiati e sciacquati e digeriti.


Short Story by ©Veronica MondelliTutti i diritti riservati
Immagine: Edvard Munch, Disperazione (1892) - particolare
Soundtrack: Coldrain, We're not alone




lunedì 28 aprile 2014

American Horror Story: Coven



Donne contro uomini. 
Streghe contro cacciatori.
Supreme contro infimi.
Una linea semplice attorno a cui costruire la storia della terza stagione di American Horror Story: Coven. Entriamo tutti nella congrega e prepariamoci ad una battaglia all'ultimo sangue tra chi detiene il potere – per nascita – e chi quel potere vuole distruggerlo – per manifesta inferiorità. 
Attorno a questa linea se ne dipana un'altra, quella che finora ha caratterizzato più o meno latentemente le tre serie di AHS: il rapporto tra madre e figlio
È questo, in realtà, il vero tema. Il vero nucleo horror della storia. Coven non sarà la miglior stagione delle tre e, probabilmente, non è neppure una serie troppo horror. È imperfetta e a tratti poco tesa. Ma è in linea con le altre due stagioni e, anzi, mette un punto alle altre due. 
Con Coven, il cerchio si chiude. L'eterna lotta tra madre e figlio (o tra madre e figlia) ha un suo compimento. L'essenza femminea totale e totalizzante viene alla luce e, con essa, tutta la potenza e la prepotenza dell'esser madre – e la difficoltà di essere figlia. 



In Murder House le storie erano solo storie di madri: c'era quella che aveva visto morire il figlio e che lo aveva visto resuscitare assemblato mostruosamente dal marito medico; c'era quella che aveva visto morire tutti i suoi figli e che ne voleva assolutamente uno, anche se non cresciuto nel suo grembo; c'era la madre non-madre che non aveva potuto veder nascere suo figlio e che tentava di strapparlo alla sua rivale in amore; c'era la madre incinta che portava il figlio come rivalsa e ricatto verso il marito fedifrago; e c'era la madre che aveva ucciso le sue bambine per vendetta. In Asylum, una madre che rifiuta il figlio è la causa scatenante di violenza, morte, pazzia ed efferati assassini che si ripetono nell'arco di cinquant'anni – già, quanto può essere devastante l'azione (o la non-azione) di una madre. Perché, a differenza dei padri, le madri, per la loro fisiologia, per il fatto di essere atte alla gravidanza e al parto, costituiscono il dio, la terra, l'atmosfera, il sangue e il respiro del proprio figlio. 



E arriviamo a Coven. Dove di madri poco raccomandabili è pieno. La prima, Delphine LaLaurie, non esita a torturare le proprie figlie – si sente vecchia, non è più bella come loro, vuole stare al centro dell'attenzione, ma ormai non ne ha più il diritto. La seconda, la regina del vudù, Marie Laveau, non esita a sacrificare il proprio neonato alla divinità Papa Legba pur di avere la vita eterna. E la terza – la più splendente e la più terribile – Fiona Goode, la regina delle streghe, la Suprema, umilia la figlia, Cordelia, strega a sua volta, pur volendole bene. È su questo terzo rapporto che si regge l'intera serie e che si reggono tutte e tre le serie. È sulla risoluzione di questo rapporto che il cerchio di figli amati-odiati-torturati dalle proprie madri si chiude. Fiona è bella, potente, terribile. Ma una nuova Suprema sta avanzando e prosciugando i poteri della vecchia. 
Per tutta la serie si ignora chi possa essere la nuova Suprema. Ma, in fondo, la risposta più sensata e logica non può che essere una. Dire Suprema è come dire passaggio generazionale. Dire strega è dire donna. Coven non è una storia di streghe ma uno spaccato su certe dinamiche femminee istintive e ataviche che muovono il mondo. 
Morente e debole, Fiona guarda negli occhi sua figlia Cordelia – ormai bellissima e forte: quando sei nata, nel tuo bel visetto ho visto la mia morte, le dice. Ed è così. I figli sono il segno inequivocabile della capacità sovrumana e divina che ha la madre di donare la vita. I figli sono il segno dell'immortalità della madre. Ma i figli sono anche il segno della morte della madre. Nel figlio, una madre riverserà ogni singola goccia della propria energia; la madre si prosciugherà e il figlio prenderà vigore, fino alla successiva generazione. In questa storia, gli uomini c'entrano molto poco. Sono solo un po' di seme, sono solo schiavetti pronti a tutto, a mutilarsi e a strisciare, pur di compiacere le proprie donne. 
Per una donna-strega di questa caratura, l'unico inferno non può che essere un uomo che la bracca e che la sottomette. 
Per una donna-strega Suprema, l'unica forza, l'unico baluardo contro il deperimento e la debolezza, è la sterilità. 



Ed ecco che, finalmente, nella lunga saga di American Horror Story, una figlia vince sulla madre. Vince abbracciandola. Ma vince perché non potrà esser madre. In fondo, è tutto molto chiaro. La Sarah Paulson che ha interpretato Lana in Asylum, partorendo e abbandonando il figlio, ha dato vita ad un mostro. La Sarah Paulson che ha interpretato Cordelia, condannata alla sterilità, farà del bene. 
E la congrega è salva. 

American Horror Story legge tra le trame del femminile e sa trarne concetti e visioni difficilmente esprimibili a parole. Le donne, in fondo, sono esseri straordinari. Capaci di mostrare l'invisibile, di dar vita alle Sette Meraviglie – e anche se fossero solo quattro o cinque, pur sempre di meraviglie si tratta. Che sia puttana, santa, malata, cieca, vendicativa, amorevole o spietata, la donna è in grado di contenere in sé il proprio verso e il proprio rovescio. Ma è divenendo madre che qualcosa si incrina, si spezza ed esplode. È nutrendo un altro essere dall'interno e poi partorendolo e poi attaccandolo al seno e poi vedendolo inesorabilmente allontanarsi e perdendone il controllo che qualcosa si spezza. Ed è in quel frammento, in quel legame saldo e reciso che il mondo assume il suo significato misterioso e ineluttabile.