venerdì 31 ottobre 2014

Il giovane favoloso




Arriva subito la musica, che sin dalla prima inquadratura gonfia l'immagine e le permette di uscire dal suo  imberbe stato bidimensionale; la musica che crea tensione drammatica, che è commento e insieme azione. Tempo ed emozione. Una musica che spesso attinge a pezzi moderni - e questo rende la storia attuale e universale, in grado di farci avvicinare non a quel Leopardi un po' asettico e sapientone che campeggia nei libri di letteratura, ma al Giacomo uomo, conte, eroe, pezzente, genio ed emarginato.

Tuttavia ci si accorge subito che la musica si staglia su uno sfondo pittorico di grande caratura: non solo fotografia, ma proprio pittura, Arte. Siamo condotti negli interni di Silvestro Lega e ci ritroviamo negli spazi aperti di Fattori e Signorini e tutto si alterna a echi di una pittura italiana romantica poco conosciuta, intrisa di drammaticità e buoni sentimenti ma, soprattutto, caratterizzata da quei colori terrosi, bruciati, scuri che ritornano costantemente a cesellare Recanati e Firenze. Una volta che la storia di sposta a Napoli, invece, sono una luce e un buio caravaggeschi a farla da padrone - e alcuni squarci drammatici dello Spagnoletto, che narrò visivamente Napoli, i suoi bassifondi e i suoi reietti. 
Caravaggio sta nell'ambigua e infernale scena del lupanare (che ci ha riportato alla memoria, con un certo piacere, sprazzi pasoliniani e felliniani), vera e propria cesura tra il Leopardi-mente e il Leopardi-corpo.

E, infatti, protagonisti indiscussi del film sono i corpi. Quelli antitetici di Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri, il secondo chiaro (e impossibile e ideale) alter ego del primo. Più procede la storia, più Giacomo si piega, soffre, si contorce per i dolori, si abbandona nervosamente al suo bastone; e più procede la storia più Antonio si fa prestante e bello, tombeur de femme, ideale di bellezza mediterranea e antica. Giacomo e Antonio ci vengono mostrati entrambi nudi, il primo gracile e storto, il secondo virile e possente. Leopardi non fa che guardare e spiare Antonio e le sue amanti - e non è chiaro se sia geloso di Antonio, delle sue amanti o se stia semplicemente osservando una realtà forse a lui ignota, una realtà altra che avrebbe potuto essere la sua. O, forse, una realtà talmente conturbante, caotica, carnale, sporca, fumosa e soffocante che ha bisogno di essere trasfigurata per essere compresa. Giacomo diventa un testimone privilegiato del mondo, delle sue strutture. È un flaneur.
Arriva in basso, a toccare un fondo terribile, quello del lupanare, e torna in alto, altissimo, a contemplare e comprendere le stelle. È qui che si risolve l'equivoco. L'equivoco e il pregiudizio sono quelli che ci portano a considerare Leopardi solo scolasticamente, un saccente e un intellettuale privo di vita. Non si riesce ad andare oltre un suo mero schematismo. Tanto che oggi, credo, Giacomo sarebbe felice di essere finito nei libri di letteratura, ma sarebbe oltremodo arrabbiato perché giudicato genio in relazione alla sua sofferenza. Uno che ha scritto quello che ha scritto solo perché sfortunato.
La realtà, però, è un'altra. Il poeta, l'artista, è colui che osserva. Racconta, poi osserva ancora e più osserva più sviscera il mondo, va a fondo, strappa via i veli, arriva al nocciolo. Quel nocciolo è incomprensibile, il vero non si lascia afferrare. Occorre allora dubitare. Da questo dubitare scettico e disincantato nascono le parole più alte di un poeta che è stato innanzitutto uomo - goloso, desideroso di vita e di amore. Un uomo che, come molti altri uomini che nascono con la poesia dentro, sa vedere più e oltre degli altri.
Antonio comprende perfettamente questa capacità dell'amico e si lega a lui in modo indissolubile, perché, per contro, proprio in lui, in Leopardi, Antonio riesce a vedere quell'ideale di uomo e di mente che vorrebbe essere ma che non è. Antonio e Giacomo sono due facce della stessa medaglia, insieme sono l'uomo perfetto, kalos kai agathos, bello e buono: un ideale forse esistito solo nel mito della Grecia antica e un ideale solo inseguito e mai raggiunto nell'insoddisfazione generale, intima e storica dell'uomo romantico.

Scrive Kant che il sublime non è tanto l'atterrirsi di fronte agli irrazionali spettacoli della natura, quanto la capacità dell'uomo di percepire l'infinito. 
Ecco. Certi uomini riescono a guardare le cose e a sentirne l'infinito; a sentire l'infinita trama che le sostiene; a sentire le infinite implicazioni della natura. Sentire l'infinito è anche sentirsi sulla stessa onda di quegli uomini che hanno fatto grande il mondo cercando di interpretare e concretizzare l'incommensurabile. E Giacomo si sente un nano sulle spalle (infinite) della cupola di Brunelleschi o della Pompei sepolta e sopita sotto la cenere del Vesuvio. Si sente piccolo, pur nella grandezza irrefrenabile del suo ragionamento. Si sente insignificante, irrequieto, privo di equilibrio. Ma non dimentichiamoci che l'infinito, per essere tale, deve atterrirci, stordirci, disturbarci - non può stare in equilibrio. E infatti, a volte, l'infinito può nascere tra le costole di una schiena storta che cammina sbilenca e invisibile tra l'indifferenza di tutti.

giovedì 18 settembre 2014

Si alza il vento



Le vent se lève. Il faut tenter de vivre.
Così recita Valéry. E così cadenza Miyazaki, come se a intervalli regolari intonasse il ritornello di una canzone imparata a memoria da bambini.
Il vento si alza. Bisogna tentare di vivere.
E anche la domanda si alza, come il vento: è possibile costruire un'opera su ciò che di meno malleabile esista? È possibile costruire una storia sul vento?
Un'opera d'arte, di qualsiasi forma essa sia, è modellazione, è coerenza, è costruzione, è controllo. Chi si mette a creare lo fa con la consapevolezza di essere dio, di avere la potenza del demiurgo, di saper creare dal nulla un mondo nuovo.
Ma il vento.
Il vento non lo si afferra. Il vento non si fa prendere. Il vento non si ferma - o non sarebbe vento. Il vento è movimento. E non è solo un andare da qui a lì. No. Il vento parte dove vuole, va dove vuole e cambia all'improvviso direzione. Il vento è come la vita. Anzi, la vita è come il vento, solo che noi non ce ne vogliamo rendere conto. Siamo convinti di essere padroni di quello che facciamo – e, invece, semplicemente reagiamo a cose che accadono al di fuori della nostra volontà. A essere esagerati, noi possiamo controllare nulla. Dalle cose più grandi alle più infime. Non controlliamo il tempo, pur avendo orologi e sveglie, non controlliamo ritardi, anticipi, il sonno, il traffico. Non controlliamo le persone a noi care, le loro partenze e i loro ritorni. Non controlliamo l'acqua che bolle in pentola e basta girarci un attimo perché sia finita tutta fuori. Non controlliamo le prove di fronte a cui ci mette la vita e per cui, pur preparandoci, non siamo mai pronti. All'esistenza reagiamo, con fatica o con prontezza, buttandoci a capofitto nelle cose, pur senza capirle, o annullandoci e mettendoci in disparte. In altre parole, siamo trasportati dalla corrente, dal vento, da una brezza leggera se i cambiamenti sono a portata d'uomo, da una tromba d'aria se sono troppo repentini – e il colpo fatica ad essere assorbito. Il vento non è che una metafora della nostra condizione. Perché la vita è tutta una lotta con l'inaspettato.



Il vento è quello che anima i sogni di Jirou, che vuol fare il progettista aerospaziale, per costruire un sogno. E Jirou progettista diviene, ma non per costruire un sogno. Costruirà solo perfezioni aeree cariche di bombe o pilotate da uomini pronti a missioni suicide. Nella vita di Jirou il vento cambia molte volte. E a ogni direzione non sarà mai facile. Perché per sua natura il vento è estremo. Se c'è vento, le cose si muovono veloci e forti, si alzano e si spostano del tutto. E, allora, il vento può essere il Grande Terremoto del Kanto del 1923, accaduto in una graziosa giornata di fine estate, quando apparentemente gli unici pensieri del giovane sarebbero dovuti essere andare all'università e scambiare due parole con la graziosa Nahoko. Ma ecco il vento, ecco l'inaspettato. Al terremoto si aggiunge il vento dei venti, un tifone, che alimenta il fuoco per giorni e incenerisce anche quelle vite convinte di essersi salvate dal sisma. Il vento è poi un vento di opportunità, quelle di un lavoro che conduce Jirou a fare il progettista di aerei, ma di aerei che nulla hanno a che vedere con un sogno. Il vento è poi un vento gelido e militare e tedesco. Il vento è quello della polizia segreta e quello della seconda guerra mondiale. Il vento è quello che butta giù gli aerei di Jirou e che poi li porta su ed è anche quello che gli fa vivere il sentimento d'amore più estremo, in un soffio che scuote il cuore per pochi istanti e che si spegne pieno di fulgore in un battito di ciglia. Il vento è nella testa di Jirou, che vive senza controllare nulla della sua esistenza e che, ciononostante, tenta di controllare nei limiti delle sue possibilità quello che gli capita al momento. Perché il più grande vento è il suo sogno e il suo sogno è dare sogni agli uomini. Più aleatorio e ventoso di questo proposito non ce ne è.
E, allora, torna la domanda iniziale. Come può un'opera d'arte, che è controllo, modellazione, coerenza, essere costruita sul nulla e sul tutto, sul caos e sull'ignoto, cioè sul vento. Come si può? Si può e non si può. Miyazaki può perché sa che questo è il suo ultimo film. Lo dice a chiare lettere: la vita creativa di un artista dura al massimo un decennio. Occorre dare il tutto per tutto in quei dieci anni. Il che significa: crea sogni, ma poi torna a vivere. Crea mondi per gli altri, ma poi torna a vivere. Divertiti a interpretare dio, ma poi torna a vivere. Perché chi crea è talmente concentrato a creare che talvolta dimentica di vivere. È talmente preso dalle cause e dagli effetti, dalla coerenza delle proprie creazioni, che poi si sente spaesato e muto e inutile in mezzo all'assenza di regole della vita. Chi crea, ad un certo punto, ha bisogno di sentirsi accarezzare un po' dal vento. E di godere di quel che dà e di quello che porta via. Jirou lo dice, guardando i suoi kamikaze: non ne è tornato neppure uno. Che è una frase da leggere in altro senso. Da quell'immenso vortice turbinoso della vita nessuno torna vivo. Il finale della vita lo si conosce bene. Bisogna vedere cosa si fa prima del finale. E se si recitano le ultime battute con la consapevolezza di aver dato tutto, pur avendo potuto nulla.



E lei, quell'eterea fanciulla durata lo schiocco di una fiammella, così risponde al suo Jirou: Vivi! - e lo dice mentre svanisce nel vento.
Tu rimani lì, con un caos nella mente piena di esistenza e sogni, piena di vite e suoi paralleli, di uomini che si trascinano e di uomini che tentano a ogni costo di catturare il vento con la retina delle farfalle. Sei lì e guardi il film più oscuro di Miyazaki, il più tormentato, il meno conciliante, il più onirico e il più realistico - niente magia, niente spiriti, niente palline di fuliggine. Niente. Solo il vento, che fa paura e che ammalia. Che ti indica mille strade e non una. Che ti sconvolge e arruffa i capelli.
Vivi! Dice Nahoko. E tu non ci stai capendo niente, forse perché per la prima volta un artista ha esposto nella sua opera il caos dell'esistenza, in barba a tutte le regole e i contorni, le armonie e le simmetrie e le analisi e le interpretazioni.
Vivi! Dice Miyazaki e tu dovresti star lì solo a vivere il film, senza dargli peso, lasciandoti attraversare dall'esperienza visiva ed emotiva - che ti turba e ti cambia. E tu, dopo, non sei più lo stesso.
È vero che non torna più nessuno, ma vivi. Vivi davanti alla tragedia dell'umanità e alle difficoltà della vita interiore e privata. Vivi il tuo sogno. E vivilo anche se lo stai vivendo nell'era sbagliata, quella che non ti permette di costruire aerei per passeggeri, ma solo velivoli di distruzione. E probabilmente finirà che il tuo sogno sprofonderà nel vento malevolo della tua epoca, ma almeno tu, quel sogno, hai provato a farlo librare in aria.
Si alza il vento, bisogna tentare di vivere. È quel "tentare" che dà senso a tutto. Rende il vento così insidioso e il vivere così faticoso. Cambiano le cose, tu non vuoi cambiare, eppure sei costretto. Non hai scelta, devi seguire il vento. Prima o poi ne capirai il percorso e, quando lo avrai compreso, il vento cambierà di nuovo.
Il punto è che certe anime, certi cuori, certi occhi hanno un disastroso potere in più. Quello di farsi attraversare dal vento e allo stesso tempo capire che proprio quel vento sta passando. Capiscono il cambiamento - non lo arginano, no - ma lo sanno interpretare. Più spaesati e sballottati degli altri, perché fanno una fatica in più, vivono e capiscono di vivere. Probabilmente, poiché questo è un fardello dei più tragici - farsi attraversare dal vento e doverlo capire - ad un certo punto occorre lasciarsi trasportare. 
Vivi! Dice Nahoko. Smettila di pensare. Vivi. Smettila di angustiarti. Vivi. Nonostante il vento sia pieno di lame. Vivi. Libera la mente. Vivi. E, tuttavia, vivere nonostante il vento è la cosa più difficile che ci sia. Miyazaki lo sa bene. Perché quel “Vivi!” arriva a conclusione di una serie di difficoltà inimmaginabili. Di fronte ad esse, ogni uomo vorrebbe ritirarsi dal mondo. Perché è più facile ritirarsi che vivere. Prova a vivere mentre un tifone ti spazza via. Prova a vivere mentre un uragano ti calpesta. Prova a vivere mentre mille venti ti ingoiano, provaci, se ci riesci. O, almeno, tenta.
Consapevole che se non puoi controllare nulla, allora nulla dovrebbe preoccuparti.



Adesso, per il maestro è tempo di cambiare rotta. Si alza un nuovo vento, la parabola del cinema si chiude. Ci saranno nuovi orizzonti, oscuri ma tutti da scoprire. E oscuri e da scoprire sono gli orizzonti di ogni uomo, che torna a provarci dopo i titoli di coda.
L'importante, nonostante l'ignoto, è tentare. 
E, quando si prova così terrore da non saper che fare, ci si può rifugiare nei propri sogni. Lì, tra pacate contemplazioni del tutto, scenari appaganti e un mondo plasmato a proprio piacimento, il vento non può entrare. O, quantomeno, prima chiede il permesso.


venerdì 29 agosto 2014

Salita



Gli Appennini nascondono un sentiero tortuoso e impervio, tra rovi, sassi, rocce, folti boschi e cascate. È un percorso per famiglie, forse anche breve, ma in realtà pochi lo completano.
La fatica si fa sentire sin da subito, il sudore ti incolla lo zaino alla schiena e i polpacci urlano per il dolore. Ogni volta che puoi ti fermi, bevi, prendi fiato, ammiri il paesaggio circostante. Stai salendo – ma non abbastanza. Hai percorso già qualche chilometro, ma la strada non è ancora finita: e la salita si fa ancora più salita. Stai per desistere. Ci pensi a lungo, cerchi la cima – ancora invisibile - poi la valle – che ormai è scomparsa – e ci pensi ancora: mi spoglio e faccio una doccia sotto le cascate gelide. Oppure torno giù, perché ho fame, ho sonno, voglio lavarmi.
Ma sai che se ti fermi proprio in quel punto e torni giù, un vago senso di insoddisfazione ti braccherà per tutto il resto della giornata, insinuandosi nell'ingiusto pasto, nell'immeritata immersione nella vasca da bagno e persino nel sonno – perché, seppur stanco, sai che quella non è una stanchezza completa.
E, allora, riprendi il cammino. Cammino è una parola troppo semplice: riprendi l'arrampicata, perché procedere, stavolta, significa complicare le cose - e mangi la strada non solo con i piedi, ma anche con le mani. Dai che è quasi fatta – pensi. E senti che più cammini, più ti avvicini al sole, più sei solo. Ti guardi indietro e gli innumerevoli e casuali compagni di viaggio che calcano quei sentieri se ne sono già tornati indietro, noncuranti dell'immeritata doccia e del sonno non troppo stanco.
Dai che è l'ultima salita. Il sole è così forte che pur tra gli alberi riesce a bruciarti la pelle e i ciottoli sono così bianchi che riflettono la luce come specchi.
Dai – è l'ultima salita. È l'ultimo crocevia di alberi prima di arrivare. È l'ultima scarpinata prima di.
Prima di.
E nemmeno ci pensi più alla fatica quando tra gli alberi si apre una minuscola pianura. E in mezzo alla pianura, lambita da un bosco, sorge una chiesa. Non è una chiesa come le altre. Non è una chiesa tutta marmi e stucchi e colori e giochi geometrici. È una chiesa tirata su con dei conci bianchi e mal sbozzati. Un piccolo portico per ripararsi dal sole. Una sola campana, in cima, a dirci che siamo proprio di fronte ad una chiesa. Non è molto chiaro quando sia sorta. Qualcuno la vuole costruita nel nono secolo, qualcun altro nel tredicesimo. Be', poco importa. Quando sei lì in cima al mondo, in totale solitudine, lontano dai rumori dell'umanità, di fronte ad una minuscola chiesa che sembra un'artistica roccia opera della Natura – be', nulla ha importanza. Significa che qualcuno ha fatto quello stesso percorso tortuoso in epoche ben più difficili. Significa che anonimi architetti e anonimi operai hanno portato sulle spalle mattone dopo mattone fino a quasi milleduecento metri sul livello del mare, per costruire qualcosa che desse conforto e ristoro ai pellegrini e alla gente del posto.
C'è un fascino unico in quelle pietre, in quelle forme semplicissime e lineari. C'è il gusto per la stordente perfezione della natura e per la geniale imperfezione dell'uomo. C'è, in quella chiesetta silenziosa e solitaria, tutto il mistero di quando Uomo e Natura tornano a compenetrarsi come alle origini.
Quando sei lì e contempli il miracolo, ti senti come non mai vicino a quei piccoli uomini che, in fila – me li immagino – in salita, uno dietro l'altro, dopo aver bevuto acqua di sorgente, hanno lasciato una loro traccia nel mondo e nella storia – e magari qualcuno di loro neppure l'ha vista la posa dell'ultima pietra. Nel silenzio di oggi, ascolti un po' i clamori di quel lontanissimo passato in cui uomini come noi e con meno possibilità di noi hanno fatto qualcosa di ben più grande di noi.
Di fronte ad uno spettacolo del genere, è quel connubio inscindibile, quella dolorosa e fantastica equazione, di Fatica e Bello a darti la soddisfazione più grande. Aver massacrato polpacci e polsi per godere di una fantastica visione – quasi un'epifania del divino o del mondo o del senso ultimo delle cose. Cercare instancabilmente la vetta invisibile tra gli abbagli del sole – o desiderare di porre l'ultima pietra della chiesa. Fatica e Bello sono lì, inscindibili, a dirti che già faticare è di per sé bello, purché sia fatto con costanza e coerenza, anche laddove la vetta sia lontana – se non irraggiungibile.  

Immagine: Egon Schiele, Torrente di montagna, 1918

lunedì 28 luglio 2014

Lo stretto

Chiude gli occhi.
Dentro le palpebre, lo Stretto. Una striscia blu profonda, vorticosa, gelida anche d'estate. La Sicilia si fa sottile dietro la foschia del mattino. Lui se ne sta seduto a farsi bagnare dalla risacca. La brezza salata gli colora le iridi – limpide come il cielo a mezzogiorno.

Apre gli occhi.
Una striscia di terra infossata, un serpentone che odora di fango e sudore. Non c'è il blu, non c'è l'azzurro, c'è solo un marrone-nero di pensieri cupi. E qualche lampo lontano che squarcia il petto.

Chiude gli occhi. Nelle narici i limoni appena aperti e mangiati così, di corsa, nascosto dietro a un muro diroccato, un pranzo da re. L'odore del sole brucia i fichi, infilati in uno stecco di legno. Li pregusta, lentamente. Sa che ci vorranno giorni, ma per Natale saranno in tavola. E che goduria. E che giornate.

Apre gli occhi. Si guarda attorno. Il campo di prigionia si riempie di voci, ma lui capisce solo pochi suoni, perché, è vero, con quella zazzera bionda e quegli occhi chiari ha l'aspetto di un uomo del nord, ma in bocca ha la lingua degli arabi, dei francesi e degli spagnoli – e poi c'è quel tre che suona trchi, con la erre arrotata e un sapore inglese lontano. 
Parte un'eco di voci dure e lo sa – lo sa – che stanno per arrivare quei tozzi di pane pieni di scherno e vecchi di decenni, mischiati alla terra, lanciati dai tedeschi – o dagli austriaci o da chissachi, poco gli importa chi lo ha fatto prigioniero. Gli importa solo delle risate e delle scommesse dei carcerieri e di quel cibo buono solo per i topi – lame che gli feriranno la dignità per tutta la vita. Lui, il pane, lo lascia da parte. Preferisce raccogliere qualche buccia di patata, ché magari ci viene un tortino, ché magari, se si concentra, riesce pure a sentire il sapore del finocchietto selvatico.

Chiude gli occhi. Sulle mani il pizzicore dei fichi d'india. Che tortura sbucciarli, quanto tempo prima di assaporarli, un dolore continuo alle mani, eppure.
Eppure apre gli occhi. E vorrebbe sentirlo ancora e ancora quel dolore di spine, ché, tanto, quello dolore non è. Il dolore vero gli viaggia negli occhi di ragazzo poco più che ventenne, con le mani già piene di vita, piene di calli, piene di terra. Si aggrappa – alla terra – forte. Nell'attesa. Tra uno scarto lanciato e il terrore di un plotone. Stringe quella terra straniera come aveva stretto solo pochi anni prima il tronco di un albero, una mattina in cui il mare, quello di fronte casa sua, aveva deciso di trascinarlo via. Quel giorno, dopo che la terra aveva traballato un po', la Sicilia era sparita dall'orizzonte. Quel giorno, i suoi occhi di quindicenne avevano visto un muro d'acqua e quell'acqua aveva portato via tutto. Ma lui si era aggrappato, trattenendo uno sconosciuto pensiero di vita.
La guerra – l'ha conosciuta molto prima di andare al fronte. La trincea – l'ha vista molto prima di arrivare in trincea.

Chiude gli occhi. Una pennellata polverosa di strada. Lui che cammina con gli stivali e la divisa, alla sua prima licenza, al suo primo attimo di pace dopo giorni e notti di battaglie. Felice di rivedere il babbo - e Mico e Ciccio, anche loro al fronte.
E invece ricorda solo l'abbraccio, con Mico e Ciccio, di fronte al babbo steso e addormentato per sempre. Perché il babbo non ce l'aveva fatta al pensiero di tre figli in pericolo, tutti e tre in guerra, tutti e tre chissà dove, in un'Italia che nemmeno sembrava Italia, lontana com'era. Era stato pochi giorni a casa, la divisa se l'era tolta, ma in realtà non l'aveva sfilata neppure per un secondo.
Ora era un orfanello. La mamma. Della mamma ricordava solo il profumo. Era un profumo di fieno, di fichi bruciati al sole, di piedini che correvano sulla spiaggia e Mico sei il più grande, stai buono!, e un bacio prima di addormentarsi con la preghiera della sera.

Apre gli occhi. Li rotea. Azzurri come il cielo. Pensa. Chissà se torno. No, pensa altro. Se torno, per prima cosa, sì, apro un limone e lo mangio. E poi. E poi chissà se la trovo una donna che mi sposa. Se la trovo e se avrò dei figli, ecco, uno avrà il nome di mio padre. E la femmina. Se avrò una femmina, si chiamerà come mia madre. Mi spaccherò la schiena per lavorare e non importa quanto faticherò, perché darò da mangiare a mia moglie e ai miei figli. E poi mi stenderò e scherzerò con Mico e Ciccio, perché, sì, perché anche loro torneranno. E poi, quando è festa, ce ne andremo al mare, un tuffo nell'acqua fredda e un tuffo nella sabbia bianca e bollente per asciugarci.

Chiude gli occhi. E sa che, in fondo, ha paura. Vuole farcela, ma sta per cedere. E se non torno. E se finisce qui. Sta per cedere, ma arriva.
Arriva come la brezza piena di salsedine alle cinque del mattino. Arriva dalla finestra, quando è ancora buio e tu sei assonnato e nemmeno te lo ricordi che sotto casa hai il mare. Nemmeno lo vedi, il mare, tanto è buio alle cinque di mattina. Ma arriva. Inaspettato. Si insinua nel naso con quel pizzicore di profondità marine e alghe che fanno il solletico. Arriva. Ancora una volta. Arriva. Quello sconosciuto pensiero di vita.
E lui si aggrappa. Perché non vuole che questa terra lontana se lo porti via.
Si aggrappa, forte. Il vento dello Stretto, l'odore di agrumeto, i fichi bruciati, la risata buona di Ciccio, le pacche sulle spalle di Mico. Si aggrappa.

Apre gli occhi. Tutt'intorno, il mare.  

28/07/1914-28/07/2014
Cento anni dallo scoppio della Grande Guerra
A chi ha resistito e mi ha permesso di raccontare

Immagine: Jean-François Millet, La Meridienne, 1866

lunedì 23 giugno 2014

Nella terra di nessuno



Il destino diventa destino solo a mente fredda. Il destino si rintraccia a posteriori e la sua forma assume contorni precisi col tempo, col trascorrere dei decenni e con gli occhi pronti ad analizzare lucidamente.
Come ogni vita, nessuna vita ha un significato preciso durante. È sempre il dopo a tirare le somme. Pasolini diceva che il montaggio cinematografico è come la morte: l'unica cosa che pone fine alle infinite possibilità dell'esistenza. Terminato il montaggio, il film ha un significato. O anche più d'uno, ma non significati infiniti e comunque sempre significati coerenti, compatti, riconducibili gli uni agli altri. E questo è quanto, per Pasolini, avviene al concludersi della vita.

Ernst Ludwig Kirchner

C'è stato un periodo nella Storia e nella storia delle Arti che ha avuto un sapore rivoluzionario e tragico ad un tempo. Quello di chi si è buttato a capofitto nella propria personalissima ricerca, allontanandosi da ogni regola; quello di chi ha vissuto ed è stato fagocitato, ha vissuto gettandosi nella mischia ed è stato travolto – polverizzato.
Non a caso si parla di avanguardie. Forse l'unico esempio della storia in cui le correnti artistiche sono state definite con un termine militare. Nulla di più lontano – l'arte e la guerra – eppure nulla di più vicino.
L'avanguardia, nell'esercito, è il reparto che precede le truppe ed apre loro la strada. Quasi una missione suicida. Che con la prima guerra mondiale assume toni ancora più atroci.

Probabilmente gli altri reparti dell'esercito li additavano – gli avanguardisti: non ce la faranno mai, avranno detto, moriranno prima di aver percorso cento metri, non vedranno la prossima alba, questa battaglia, no, non la racconteranno.
Tornare o non tornare dall'azione dell'avanguardia, in fondo, poco importava per il suddetto destino: l'avanguardista era comunque un eroe. Ancora oggi nei libri di storia leggiamo un numero – trecento – quando si fa riferimento a quella minuscola avanguardia che aprì il varco (e le speranze) al resto della Grecia contro i Persiani. Che fossero poi trecentodieci o duecentonovantanove non interessa: l'importante, nel libro, è sottolineare quel numero, perché quel numero la dice lunga sul destino dell'uomo e della società occidentale.

Umberto Boccioni

Ora, parlare di avanguardia in arte è totalmente diverso. Perché gli artisti non combattono una guerra vera, visibile, ma una guerra che i più non percepiscono. Gli artisti imbracciano le armi anche quando, apparentemente, non c'è alcuna battaglia. Se ne stanno lì a spiare, osservare, ricercare, battere il terreno: la guerra da combattere c'è, è quella che segna i tempi, che definisce culture e popoli, una guerra che si vince decenni, se non secoli, dopo. Una guerra persa in partenza – nel presente – e combattuta esclusivamente per la vittoria del futuro, un futuro lontano, lontanissimo. Insomma, ai posteri l'ardua sentenza. Perché l'arte ha una gittata molto più lunga di un cannone; e non è possibile dire subito se quella cannonata abbia condotto alla vittoria o alla sconfitta. L'arte, nel presente, non è mai del tutto compresa. L'arte, se è arte vera, non è fatta per il presente, è fatta per il futuro. E questo avviene da sempre. Oggi ce ne stiamo tutti con la testa all'insù e gettare alito su quelle meraviglie dipinte da Michelangelo nella Cappella Sistina. Michelangelo fu uno dei pochi artisti riconosciuti come tali in vita, ma ebbe i suoi grattacapi.

Franz Marc
Quando il Giudizio Universale fu scoperto si pensò subito di distruggerlo, tale era la portata licenziosa e scandalosa di quegli Ignudi. Tale era il caos dei tempi che l'artista aveva individuato e che nessuno voleva vedere. Michelangelo morì poco tempo dopo aver saputo che quelle pudenda sarebbero state coperte, anziché distrutte. Ci sono voluti secoli per riabilitare il capolavoro: capolavoro che prese il Rinascimento, lo azzerò, ne annullò le conquiste spaziali e lo consegnò direttamente al Manierismo e al Barocco, anche se di Manierismo e Barocco ancora non si parlava.

E Michelangelo è Michelangelo, guai a toccare Michelangelo. Eppure il suo Giudizio Universale rimase coperto e storpiato per secoli.

Auguste Macke
Gli Impressionisti furono definiti incapaci di dipingere, ma nel giro di cinquant'anni divennero dei classici: così arrivarono le Avanguardie a distruggere il nuovo classico.
Il punto è che ogni vera corrente artistica è un'avanguardia. Ma la cosa che stupisce delle Avanguardie storiche è il loro destino.
Franz Marc, padre, assieme a Kandinskij, del Der Blaue Reiter, viene travolto a trentasei anni dalla più atroce delle battaglie della Grande Guerra: Verdun. Auguste Macke, un destino ancora più crudele. In viaggio con Klee, ad agosto del Quattordici viene chiamato alle armi. A settembre cade. Ha solo ventisette anni. Egon Schiele non arriva a vedere la fine della guerra, l'ultimo giorno di ottobre del millenovecentodiciotto muore di spagnola, dopo la moglie incinta – di anni ne ha solo ventotto. Stesso destino per Guillaume Apollinaire, che il nove novembre del Diciotto, a trentotto anni e dopo essersi salvato da una ferita in guerra, cede alla spagnola. E pure il nostro Umberto Boccioni, una vita a fare umile e instancabile ricerca e a tirare fuori trovate geniali, cade da cavallo durante un'esercitazione militare e rimane a terra, a trentaquattro anni. Potremmo anche citare il tormento di Ernst Kirchner: arruolatosi anche lui, nel Quindici si lascia andare ad un feroce esaurimento nervoso, uno stillicidio che dura una vita. Preso di mira dai nazisti, si suicida nel millenovecentotrentotto. Per lui, la guerra è durata più di vent'anni.
Personaggi sull'orlo del precipizio, tutta la vita. Un precipizio artistico, ovvio. Una battaglia con una società non ancora pronta ad accoglierli e a capirli. Denunce, tele bruciate, insulti, opere requisite, opere definite triviali, becere, scandalose. Poi ci si mette la storia con la sua beffa: avanguardie nell'arte e soldatini sacrificabili al fronte.

Egon Schiele
Esistenze letteralmente bruciate – eppure no. Perché oggi, quegli stessi soldatini vissuti sul precipizio ci guardano con i loro occhi in bianco e nero dalle pagine dei libri. Ci fissano con la loro aria vintage eppure eterna, eppure futura. Ci guardano negli occhi dai primi del Novecento e ci parlano ancora di oggi. E ci parlano anche di domani, perché spesso, tuttora, le loro opere sono difficili da digerire. Poco dopo la loro dipartita, anche le Avanguardie sono finite. Dopo la guerra, si parla di un “ritorno all'ordine” che ha comunque regalato al mondo forme d'arte nuovissime e rivoluzionarie, ma che ha tuttavia il sapore del passo indietro, rispetto al precipizio. O, meglio: dell'assestarsi sul precipizio altrui. Delusione e cinismo, forse, i fattori determinanti. L'arte sarebbe andata comunque avanti. Ma non ci sarebbe mai più stato quel destino beffardo, atroce e carico di senso del tempo - e senso dell'umorismo - che ha portato gli avanguardisti a morire da avanguardie.
C'è un termine appartenente al linguaggio militare, pieno di fascino e di terrore. Terra di nessuno. “Porzione di territorio non occupata oppure rivendicata da più parti che lasciano tale area non occupata a causa di timori o incertezze che deriverebbero dall'impadronirsene” - “area situata tra due trincee nemiche in cui nessuna delle due parti voleva muoversi apertamente o che nessuno voleva prendere per paura di essere attaccato dal nemico durante l'azione” (Wikipedia).

Guillaume Apollinaire


Durante la Grande Guerra, la terra di nessuno è rimasta tale per anni. La guerra è diventata guerra di posizione e logoramento. Nessuno andava avanti, nessuno indietro, la terra di nessuno rimaneva di nessuno.
Qualcuno, però, quella terra arida e melmosa l'ha occupata. Ci ha messo piede, ha gettato qualche seme, è saltato in aria, ci ha rimesso le penne. Anni dopo, a clamori spenti, quei semi hanno fruttato.
Il passo degli artisti nella terra di nessuno è il passo dell'istante. Un passo nella terra più pericolosa che esista, perché fuori quella terra, i cecchini sono nascosti e pronti a sparare anche se non vi è alcun motivo, anche se quello che hanno visto è solo un bagliore. I cecchini, nell'immobilità di quella terra, vedono qualcosa di nuovo. Il nuovo fa paura. Così sparano. Perché è più comodo sparare da fuori che esporsi.
Passano i decenni, passano i secoli. La terra di nessuno diventa area picnic in cui godersi l'ombra degli alberi dopo aver sparato.