domenica 25 gennaio 2015

Diglielo tu - UNO E DUE

Diglielo tu, mi dice, di prima mattina e guardando il pavimento in parquet scricchiolante. Tiene la sua tazza preferita tra le mani, anzi, la sua unica tazza, gigante, a palle azzurre e rosa. E guai a dire che sono pois, perché lei, le parole straniere, quelle impossibili da sillabare, quelle che finiscono con le consonanti, le sente troppo tronche, mutile, mancanti di qualcosa. Per lei, pois è una parola orfana, che mai troverà una sillaba compagna a completarla. Con il medio e il pollice tiene in equilibrio precario la tazza piena di latte e caffè – più caffè che latte – e con l'indice passa in rassegna tutte le palle azzurre e rosa. È così ogni mattina, è così ogni settimana di ogni mese di ogni anno – da quando la conosco.

Capito? – mi fa – diglielo tu. E sembra che tu sia il pavimento in parquet scricchiolante. In realtà quel tu sono io, il suo non più fidanzato, ma ancora neppure marito, perché viviamo insieme, non siamo sposati ma stiamo per farlo, solo che nessuno lo sa. Lei adora l'idea di sposarmi, ma odia l'idea di chiamarmi solo marito, perché, dice – senza guardare il pavimento, stavolta – dice che il mio significato non può esaurirsi nella sola parola marito. Amore, uomo della mia vita – e cose così.
Eppure, nei giorni più bui, quelli in cui lei non riesce a guardarmi negli occhi e si rifugia in un dialogo estenuante col pavimento, io sento di non esistere. Sento che sto per sposare il suo disturbo, non lei. Che sposare lei significa stare in tre quotidianamente e solo in due eccezionalmente. Che la sposo per quei giorni eccezionali, che la sposo perché è eccezionale, non perché è normale, perché è diversa dalle altre, perché in nome di tutta questa eccezionalità io sopporterei mille anni di manie, parole di pari sillabe, la stessa tazza ogni mattina e un pavimento a farci da muro.
Solo che certe giornate sono storte anche per me. Così, senza disturbi, per il tempo, le nuvole, la nebbia, l'umidità o il troppo sole.
Mi gratto il collo e con un unico gesto passo la mano tra i capelli che sanno ancora di cuscino e poi tra la barba di tre giorni. Penso – mi faccio una doccia, ma la barba no. Penso – ho chiesto a lei di dire a tutti che ci sposiamo perché è un banco di prova. Per vedere se può migliorare, se riesce a farsi forza. Ma niente. Penso - Oggi niente barba. Se mi sbarbo mia madre capisce subito che ho da dire qualcosa di importante, mi smaschera subito ed è meglio che non mi smascheri subito o lei, che già mal sopporta la gente, già mal sopporta gli agglomerati di persone superiori a due, lei che ha bisogno di ricaricarsi una giornata intera nascosta sotto le coperte dopo essere stata a contatto con troppa umanità, o lei, invece di partecipare con me all'annuncio, se ne starà a fissare il suo piatto e a girare nel loop dei suoi pensieri malati.

Ecco. Diglielo tu – ripete, ed è la terza volta. Non ripete perché non ho capito. È solo il suo schema.
Va bene, va bene, glielo dico io. Ma tu.
Non continuo la frase perché non mi pare oggi vada troppo bene e potrebbe finire solo peggio, una crisi violenta o più probabilmente un suo totale ritirarsi dal mondo, sotto le coperte.
Però. Però deve aver percepito qualcosa. Il mio scazzo o la mia voglia di non stare a sentire nessuno, oggi. Deve aver percepito qualcosa perché, quando lei percepisce qualcosa, la percepisce per bene. Passa dall'indifferenza totale all'identificazione malsana, ed ora è in questa seconda fase. Mi è entrata dentro. D'improvviso. Ho sempre amato questo suo sapermi entrare dentro, anche dolorosamente, lo amo perché in questi momenti mi sento capito, eppure, in parte, anche violato. Non so come faccia. Non so se sia da attribuire alla sua sindrome o se, semplicemente, questa sia una sua personale capacità indipendente da qualsiasi malattia. Ti lancia un'occhiata e ti capisce. O forse io mi lascio capire perché la amo. Insomma.
Si siede di fronte a me. I suoi occhi passano dal parquet alla tazza alla mia barba ai miei occhi. Così. In tre istanti. E fa male. Fa un male d'amore che vorrei provare sempre. Trafitto e amato, amato e trafitto, di continuo. Lo so, sta per farlo. Mi mette una mano sulla guancia. Strofina la barba di tre giorni, poi la tempia, io mi lascio andare, chiudo gli occhi, la sua mano entra nei capelli, i suoi polpastrelli mi premono la scatola cranica e tutto un grumo di tensioni e nervosismo si dissolve - scende giù fino al collo, me lo massaggia, lenta e violenta allo stesso tempo. Mi lascia un bacio.
Lei non tocca e non sopporta di essere toccata. Se uno sconosciuto la urta in fila alla cassa, per strada, nella ressa, è costretta a trattenere la voglia di esplodere – o esplode. Dai suoi genitori si fa toccare, ma con parsimonia, e sono più i giorni in cui li tiene a distanza che quelli in cui si fa abbracciare. Poi è successa una magia. Poi ha incontrato me, l'unico da cui si fa toccare, l'unico che lei guarda negli occhi, l'unico con cui lei abbassa le difese, l'unico con cui lei non si vergogna di mostrarle, queste assurde difese. Non so perché. Perché proprio io. Ma, sapete, a volte ci si incontra e basta. Si vede una persona diversa in mezzo alla folla. E per diversa intendo quella con cui tu sei tu e basta. Non devi mettere maschere, non devi assumere atteggiamenti non tuoi, puoi essere tu, vero, tu, puro e semplice. Quando l'ho incontrata, ero stanco di tutti quei meccanismi di coppia che non fanno una coppia. Volevo una cosa vera. Una cosa che togliesse tutti i veli, tutte le maschere, che mi parlasse di vita, così come è. Avere lei, con la sua sindrome, con le sue ossessioni, le crisi, gli occhi che vagano alla ricerca di porti sicuri è vita. Avere lei è vita. Pesante, bellissima, terribile e meravigliosa. È vita.
Mi dice, guardandomi negli occhi: ho capito.
Cosa abbia capito non lo so. Ma di sicuro lo ha capito benissimo. E, insomma. È questa capacità tutta sua di capire anche oltre il comprensibile che mi atterrisce e mi ammalia.

Sono ancora terrorizzato e stupito a casa dei suoi genitori, seduto a tavola, di fronte ai miei, a mio fratello, a suo fratello e a sua sorella. Sono terrorizzato e curioso mentre mangio l'antipasto e non lo gusto, col cuore in gola. Lei che fissa il suo piatto, non guarda il fratello, non guarda il padre, proprio loro che mi dissero – sei sicuro di voler stare con lei? Sei proprio sicuro? Guarda che sarà una bella lotta.
Lei che fissa il piatto e io penso ci sia nell'aria un'altra crisi da troppa gente. E, invece, mi tiene la mano sulla coscia. Che, tradotto, vuol dire io sono così, degli altri non m'importa niente, ma di te sì, altroché se di te mi importa.
Faccio un respiro profondo. Lancio uno sguardo fuori della finestra. È un inverno gelido e terso, oggi. Il sole filtra tra le tende della sala da pranzo, illumina la stanza ma non ci invade. Afferro il bicchiere, un calice bombato pieno di vino rosso di non so che riserva. E faccio per alzarmi, nel momento in cui nessuno mi guarda, così sarà maggiore l'effetto sorpresa. Faccio per alzarmi nel momento in cui tutti trangugiano il primo e se ne stanno zitti, così la mia frase risuonerà ancor meglio nel silenzio.
E non mi alzo e non parlo.
Perché nel silenzio tuona una frase atona e pesante come un macigno.

Ci sposiamo.

Tutti alzano la testa. No. Non sono io che ho parlato. Lei se ne sta ancora a fissare il suo piatto e, tutt'attorno, gira effimera e preziosa l'eco della sua voce. Quella che non si sente mai e, quando si sente, fa quest'effetto. Alza appena le iridi, ci scruta tutti da sotto in su, con le ciglia lunghe e nere, il mascara che non ha una sbavatura e la matita attorno agli occhi ferma, netta, come le sue parole.
Insomma – alza la voce – avete capito che ci sposiamo? Siete sordi forse?
Zitta, mamma, zitta – aggiunge perentoria con un gesto della mano – non dirlo, perché non sono incinta. Ci sposiamo e basta. Va bene?
Tralascio quello che una famiglia può provare in certi momenti. Tralascio il caos, i baci, le domande stupide e quelle di rito.
Racconterò solo del rumore assordante e improvviso di mattoni che vengono giù, racconterò solo di quel muro per un istante svanito e di noi due che oggi siamo solo noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Two lovers, 1908 (particolare)
Soundtrack: Kovacs, My Love


lunedì 22 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto secondo e finale


Natale #3 - RITORNO - Atto primo

Il problema però è.
Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi. E che io, il giorno del disegno, sono stata la bambina più felice del globo. Ho il disegno ancora appeso al muro, a casa mia. Ogni tanto lo guardo. E penso che il mondo non è poi così brutto.

Il problema poi è un altro. Anzi, sono due. Lui non ha ancora capito che io non ci sento né parlo. Pensa solo che sia un po' timida e un po' strana.
Il secondo problema è che, all'improvviso, mi chiede di passare il Natale a casa sua, con la sua famiglia. Questo non è un problema. Questo conferma che, come allora col disegno, anche oggi lui è un bambino gentile e speciale.
Ovviamente dico Sì. E lascio andare la mia vita come se non volessi più controllarla.

Mentre siamo sull'autobus e le luci natalizie ci accecano sfolgorando sui vetri, lui apre bocca e mi urla contro DEVO PASSARE PRIMA DA CASA MIA! Rido, non riesco a trattenermi. Deve pensare che sono fuori di testa. Non sa che rido perché non c'è bisogno di urlare nella confusione della città. Io, la confusione della città, proprio non la sento. Alzo il pollice, faccio l'occhiolino, Okay gli dico e lui, lo so, lui non capisce perché debba essere così plateale.
Quello che non capisco io, invece, è perché casa sua sia in realtà una stanza tristissima, coi muri spogli, un ordine devastante e un letto ad una piazza e mezza dal piumone grigio. Dove sta il bambino che mi ha regalato quel disegno colorato, dicendomi un È tuo! colorato e spargendo colore dagli occhi? Posa la borsa da lavoro ed estrae dalla tasca della giacca una cravatta nera lucida. Mi guarda: Devo cambiarmi solo la camicia prima di andare dai miei. Faccio un sì un po' imbarazzato.
Si sfila la giacca e poi la camicia, di fronte all'armadio aperto e pieno di camicie bianche, perla, grigie, perfettamente stirate e perfettamente disposte.
Io ho un problema. Anzi due. Quando mi arrabbio, non posso litigare a gesti, così sono solo calci, pugni, lanci di oggetti e tirate di tovaglie. Quando mi innamoro, odio alzare indice mignolo e pollice. Insomma, quando il sentimento è forte devo agire. C'era un bambino col colore negli occhi che mi ha regalato il disegno più bello del mondo. Ora c'è un uomo che si cambia di fronte a me come se ci conoscessimo da sempre e da sempre condividessimo ogni minuzia. C'è un senso di famiglia che non ho mai provato. Fuori è Natale, ci sono le luci, fa freddo, i camini sono accesi, si sente odore di zucchero ovunque. E pian piano il Natale comincia a farsi spazio anche dentro di me. L'ho già detto, quando il sentimento è forte ed è inutile pure scriverlo, devo agire. Per questo, lo bacio. Lui, che ha solo una manica della camicia pulita infilata, non finisce di vestirsi. Mi aggrappo alle sue spalle, si toglie definitivamente la camicia, si tiene ai miei fianchi e il suo piumone grigio si illumina di un'alba dai colori sgargianti.

Dormo fin quasi alle sette di sera. Mi alzo, mi vesto, sistemo il trucco e i capelli. Lo lascio dormire ancora un po', perché mentre dorme i suoi lineamenti ritornano quelli del bambino che ho conosciuto. Poi lo scuoto appena, mettendo una mano sul suo petto glabro. Non parla, quando finalmente indossa la camicia pulita. Sorride piano – e solo ora mi accorgo che ha gli occhi cangianti, verde-grigio-cenere.
È il caso di andare – dice guardando l'orologio d'acciaio fresco di laurea – si è fatto tardi.
Alla fermata del bus, il suo silenzio imbarazzato per me è confusione di parole in testa. Che dirgli, come dirgli, quando dirgli e domani sarà tutto come adesso? Si volta, mi guarda negli occhi, prende tempo, si strofina i capelli, gira la testa a destra, poi a sinistra, alla fine dice: Sai che sei bellissima?
Credo che sia il momento. Attendo solo un attimo. Poi alzo la mano sinistra, batto veloce medio e anulare sulla spalla e con le labbra mimo un muto grazie.
Tolgo le parole di bocca anche a lui. Che mi guarda con le labbra socchiuse e gli occhi sbarrati come faccio io quando devo concentrarmi per capire il labiale altrui.
Quando dico che, pur avendo orecchie perfettamente funzionanti, bisogna guardarci. Sempre, senza riposare gli occhi. Essere essenziali ed incisivi. Creare un contatto che vada al di là di quello che possiamo dirci. Lui abbassa la testa con un sorriso appena percettibile e con lo stesso sorriso evanescente guarda in alto il cielo nuvoloso, in basso la strada bagnata, di lato l'autobus che arriva. Si strofina il naso e si strofina le guance con un accenno di barba, mentre fa un gesto, semplice – mi stringe la mano.

E con la mano nella mia mi porta fin dentro casa dei suoi genitori. La porta si apre e mi abbagliano i suoni accesi delle luci dell'albero, della tavola di seta rossa col runner color oro, del cesto in vimini pieno di frutta secca, del sorriso incontrollato di chi ti aspetta trepidante. Mi abbagliano gli occhi di sua madre che si illumina di meraviglia a veder me ospite inattesa, mi acceca il pentolone di linguine all'astice di suo padre, che mi accoglie come se mi avesse sempre conosciuta, e rimango incantata dai racconti lenti dei suoi nonni, che si perdono nei natali della guerra e poi in quelli della rinascita. Adoro il modo in cui lui mi guarda senza dirmi una parola, come mi fa sentire in famiglia quando sparecchiamo la tavola e mi prende la mano e me la bacia – poi, con un gesto veloce e timido, indica i muri colorati di suo padre. Si gioca a tombola e i suoi non non fanno una piega, né mettono la mano davanti alle labbra per parlare, mentre lui ripete con le dita ogni numero uscito. Credo solo che i suoi debbano aver visto quel qualcosa di nuovo e sconcertante non in me, ma nel figlio, tanto lo guardano sorpresi. Lui, al tavolo di Natale, mi stringe la mano e senza pensieri deraglia dai binari cui evidentemente ha abituato tutti.
La mezzanotte arriva, senza regali, piena di auguri e tanti baci, si sgranocchiano biscotti e noci e si fa l'ultima partita a tombola, mentre sua madre ci prepara le lenzuola pulite per passare la notte qui, al caldo, tutti insieme.
Tra qualche giorno tornerò a lavorare in istituto e lui, con la sua borsa da lavoro, si stringerà una cravatta attorno al collo e rientrerà nei suoi binari. Avremo i soliti ritmi e il giorno e la notte li cadenzeranno. O forse qualcosa è già cambiato. La vigilia è passata. Lui mi stringe la vita e respira pesante e lento il mio collo, mentre si addormenta. Domattina, però, sarà ancora Natale. E, forse, da oggi, entrambi abbiamo messo un po' di Natale nelle nostre giornate, anche se senza luci e tavole colorate.

Non faccio domande, non attendo risposte. Mi lascio stringere e stringo – vivo.   

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Henri de Toulouse-Lautrec, Il letto, 1893
Soundtrack: Sia, Chandelier 
                  Apparat, Goodbye

venerdì 19 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto primo


Natale #1 - ATTESA - Atto primo

Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Finché dico ciao tutti mi capiscono.
Agito la mano destra da sinistra a destra, prima piano, poi sempre più veloce. Il movimento è molto veloce se sono felice di salutare chi mi sta di fronte. Lento, incerto, se mi sento imbarazzata o se non ho alcuna voglia di vedere nessuno. E i significati sono abbastanza eloquenti.
Il problema è quando devo esprimere concetti più complessi.
Il problema non sono io.
Il problema sono gli altri, anche se da sempre hanno voluto far credere che fossi io.
Il problema è che io comunico così, ma il vero e più profondo problema è che gli altri non sono abituati a guardare. Nessuno si ascolta come dovrebbe, figuriamoci se si tratta di parlare per gesti.
Gesti. Che poi è una lingua vera e propria. C'è gente che impara sette lingue con una facilità disarmante pur di fuggire dal proprio paese e far carriera altrove e nessuno è disposto a imparare le parti elementari della mia lingua, nemmeno chi mi è più caro.
Sarà che mi hanno sempre vista come un errore. Una cosa venuta un po' male, come quando il ciambellone non lievita come dovrebbe o i biscotti si bruciano. Raschi la cortina bruciacchiata, mangi la metà dei biscotti – sono anche buoni, ma il retrogusto amaro rimane sempre. Ecco, per i miei sono un po' come una ciambella bruciacchiata. Ciao lo sanno dire benissimo. Il resto, bah. Mi hanno sempre fatta sentire diversa.
Il problema è che non sono io diversa.
Il problema è che loro sono genitori diversamente abili.
Il problema è che mi hanno sempre fatta arrabbiare da matti. E poiché litigare o urlare con la lingua dei segni è un po' difficile, mi hanno abituata a esprimere l'arrabbiatura con calci, pugni e lanci di oggetti. Apro la bocca, la agito senza far uscire alcun suono, strizzo gli occhi fino ad arrossarli e inizio. Lanci di sedie. Sono i miei preferiti. Tirare via la tovaglia e mandare in frantumi stoviglie e cena. Stupendo. E vediamo se mi capite.
Una volta l'ho fatto anche a Natale. Avevo solo otto anni ed era la prima volta. Ho dovuto imparare a leggere il labiale e a capirlo pure se non ho le labbra che mi si muovono di fronte agli occhi. E, anche se parlano di corsa, io capisco tutto. Mi basta guardare l'espressione del viso, l'arricciarsi del naso, di una ruga, il movimento degli zigomi e delle orecchie.
Era un Natale di quelli passati in tre e un regalo incartato male con la carta pasquale sotto l'albero. L'albero senza luci. Mamma e papà tentano con disinvoltura di mettere le mani davanti alla bocca, mentre parlano. Ma li capisco. Altroché. In meno di due secondi a terra ci sono i piatti interrotti e la zuppa di pesce che si infila nelle righe tra le mattonelle.
Una, due, tre volte. Col mio comportamento li costringo – almeno – a passare i Natali con altre persone. Mamma e papà speravano che non facessi più uno dei miei soliti gesti eclatanti. E, invece, al solito pararsi la bocca con le mani di qualche parente e al primo labiale maleducato del cuginetto di turno che mi urla Sei stupida!?, prendo la tovaglia e tiro via. Il vino vola nella scollatura della zia prima che il vetro si infranga a terra e pezzi ovunque nella roba da mangiare e io che vorrei sentire solo il rumore dei frantumi e il silenzio scandalizzato di tutti.
E io che vorrei.
E io che vorrei cancellare tutti i Natali.
E io che vorrei tornare ad una sola volta della mia vita. Quella in cui mamma e papà erano ancora mamma e papà. E avevano appena scoperto che non sentivo né parlavo. Che ero una bimba a posto, solo che comunicavo in modo diverso.
Io che vorrei tornare a quella volta in cui mamma e papà, per sentirsi come me, mi portarono in una baita in mezzo al bosco, a trascorrere una settimana. Niente traffico, niente vicini, niente campanelli, niente telefoni, niente sveglie. Per evitare il rumore del vento o il cric crac dei legnetti nel bosco, i miei genitori si infilarono nelle orecchie dei tappi giganteschi. Ricordo che passammo una giornata intera sdraiati su un grande asciugamano a guardare il sole tra gli alberi. Io in mezzo a loro, tra le mie braccia il pupazzo con cui dormivo, l'unico che capiva i miei gesti. Mamma mi accarezzava i capelli e papà mi stringeva e io ero così piccola che sbattevo i piedini all'altezza dei suoi fianchi – papà mi baciava la tempia, intercettando di tanto in tanto la mano di mamma.
È evidente che tutto quel silenzio e tutto quel non parlare, tutto quel doversi guardare di continuo, con attenzione, senza posa, li ha logorati. Facciamo così. Tu leggi il labiale e ci rispondi scrivendo. Ho dovuto imparare la mia lingua e la loro lingua e a esercitare una grafia chiara e leggibile. E a dover scrivere bene per far intuire le intonazioni. Se ci sono tanti modi per far ciao con la mano, figuriamoci quante intonazioni possono esistere per far capire la reale natura delle mie frasi. Per questo spesso la verità delle mie parole si è persa nel silenzio della carta e mia madre e mio padre sono diventati due sconosciuti.
Così, la bimba col pupazzetto è diventata una donna col pupazzetto che se ne va a lavorare coi ragazzi come lei, sordi e muti e soli come lei, che tentano di essere uguali agli altri, ma il problema è.
Il problema è che gli altri non sono uguali a noi.
Ci chiudiamo nel nostro bell'istituto, chi passa lo guarda e prova pietà. Se è dicembre e qualcuno passa, guarda l'istituto con una pietà triplicata, Povera gente tutta sola a Natale – pensa.
I miei ultimi – non so quanti – Natali sono stati i Natali delle apparecchiate chilometriche, dei pentoloni in acciaio, dei sughi che non hanno sapore perché vengono preparati in quantità industriale e dosare il sale è un problema. Comprare il pesce è un problema, perché costa. Si comprano tanto pane e tanta pasta, si brusca tanto di quel pane e si lessa tanta di quella pasta che poi l'ultima fetta che si toglie dal fuoco è nero carbone e, prima che si scoli tutta, la pasta è diventata colla. Un albero con addobbi rimediati qua e là, le luci che si fulminano ogni due giorni. Un canto stonato alla mezzanotte e lo scambio dei regali. Ti regalo un pettine perché hai i capelli lunghi, mi dice un ragazzino di dodici anni. Agita le mani nervosamente, è diventato sordo da poco, dopo un incidente, e la storia del piccolo Timmy di Dickens è felicità, in confronto.
Va bene. Non vi annoio oltre. Non sono così sciocca da crogiolarmi in questa situazione di assurda solitudine. Finché non agito le mani o fisso le persone per capirne il labiale, la gente mi prende pure per normale. Vivo da sola in un appartamento di due stanze. Mi piace comprare vestiti alla moda e quando sono giù di tono spendo tutto in stivali. Non torno a casa se non ho comprato almeno una barretta di cioccolata e un prodotto per capelli. La sera, se non sto con i ragazzi, cucino qualcosa di sopraffino, infilo il pigiama e guardo la tv mettendo i sottotitoli dal televideo. Sono normale, insomma. Finché non decido che è ora di smetterla di essere normale. Come quando all'improvviso tiro via la tovaglia con stoviglie e cena annesse.
La cosa non normale di questo dicembre è che non passerò il Natale con i ragazzi. Ho detto loro che il pomeriggio della vigilia ho una cosa importante da fare. La mia maestra d'asilo, l'unica che abbia imparato i rudimenti della mia lingua, va in pensione. Festeggia con alunni vecchi e nuovi. Passerò a scuola la mia vigilia, mangerò panettone, berrò spumante, tutti i miei compagnetti mi ricorderanno subito, perché una sorda non se la scorda nessuno, abbraccerò la maestra, la abbraccerò tanto.
Ma spero di incontrare chi dico io. Di salutarlo calorosamente. Di dirgli Sei l'unico che mi ha lasciato un bel ricordo. Poi me ne tornerò a casa e farò una cena di natale in solitudine, ma cucinata come si deve. 

Il problema però è.

Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi.

Continua...
Arrivederci a lunedì per il gran finale

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Edouard Manet, La famiglia Monet in giardino, 1874
Soundtrack: Emma Louise, Jungle 
                  Sia, Chandelier

lunedì 15 dicembre 2014

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mancano quattro o cinque ore alla cena. I miei genitori mi aspettano, ma ho già detto loro di non aspettarmi. Sono riuscito a prendere le ferie per l'intero periodo natalizio e persino un permesso per oggi, per la vigilia, nonostante abbia iniziato a lavorare da appena due mesi. Oggi ho lavorato solo di mattina. Niente pomeriggio. Oggi pomeriggio ho un impegno. Sono venuto qui, ad una specie di cerimonia, una riunione di ex compagnetti di scuola. Allento la cravatta, sprofondo sulla sedia, la maestra parla, non l'ascolto, ho altri pensieri.
Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mio padre dice che il Natale è una tradizione, ma che ogni anno bisogna inserire un piccolo cambiamento, fino a inventarne una nuova – di tradizione. Il punto è che per me non è mai cambiato nulla. Quest'anno, lo so, sarà tutto un allora come ti trovi al lavoro? Ti piace, ti sei ambientato? Lo scorso Natale era tutto un come va la tesi? Quando la discuti? Due anni fa era tutto un quanti esami ti mancano? E così pure tre e quattro e cinque anni fa. Sei anni fa tutto un ti trovi bene all'università? Ti manca la scuola? E così via, indietro, unico nipote tra due genitori e quattro nonni, i Natali sempre festeggiati in sette, ogni tanto qualche lontano parente, cugino dello zio del padre dei miei nonni viene a fare i più falsi e vuoti auguri di Natale e a tentare di riempire il vuoto augurio con una partita a carte. E poi anche lo zio del cugino del fratello di non so chi era tutto un ma come sei cresciuto! Che fai? Che studi? Ah, ingegneria? Ma non era lettere? No. Non è mai stato lettere. Odio le lettere, odio tutto ciò che esce da binari rigidamente controllabili. Amo i numeri e le formule. E, allora, da quando ho costruito la prima macchinetta lego a circa cinque anni, una macchinetta lego che mio padre mi regalò poco prima della cena della vigilia, per l'intera famiglia, esterrefatta, fu tutto un ma che bravo, ma che genio, evviva l'ometto di casa.
Quindi, basta. Ho un lavoro da due mesi, uno stipendio, sono autonomo, ho persino affittato una stanza vicino al posto di lavoro, tra gli strepiti di mia madre e la muta disperazione di mio padre.
Allento ancora la cravatta fino a scioglierla, la tolgo, la infilo nella tasca della giacca. Guardo dietro di me. Tre o quattro amici di scuola che ho visto per l'ultima volta circa venti anni fa e che non conservano neppure l'impronta di quello che erano da bambini. Accanto a me una ragazza silenziosa, capelli lunghissimi, neri, seduta sul bordo della sedia, dritta con la schiena, le mani unite sulle ginocchia e le dita che si sfregano. Tiene la bocca socchiusa e gli occhi sbarrati, come se le parole della maestra fossero verità divina. Non capisco il motivo di tanta attenzione ed è questa l'unica cosa che mi attrae in tutta l'aula magna della scuola. Lei – sì – ha un'impronta familiare, ma non riesco ancora a fissarla nel nome e nel volto di una bambina. Ha un vestito che le fascia perfettamente le forme e che le arriva fino a metà coscia. Gli stivali. Uno spolverino fradicio e un ombrello gocciolante. Si accorge che la fisso. Si volta verso di me e con la stessa bocca socchiusa e gli stessi occhi sbarrati sorride e fa ciao con la mano. Un ciao-con-la-mano esagerato, come se fossimo ai due estremi di una lunga strada e non a pochi centimetri di distanza. Come se volesse salutarmi più forte. O gridare il suo saluto. Tanto che rispondo con un ciao incerto della mano e non apro bocca. Lei socchiude gli occhi e sorride appena, tra il timido, il riconoscente e un'espressione che dice Sapevo che ti saresti ricordato di me. Perché lei, è chiaro, ricorda benissimo chi sono. Nome cognome posto a cui ero seduto in classe e disegno annuale appeso al muro. Dopo due istanti, forse anche meno, capisce che io di lei, in testa, ho solo un'impronta. Un'impronta anche un po' confusa dal fatto che è la vigilia di natale, tra quattro ore dovrei stare a sorbirmi la solita manfrina familiare e non ho alcuna voglia di vedere nessuno. Mi afferra il polso, me lo scuote e proprio non capisco che scena sia, questa. Ho voglia di scappare di casa, dal lavoro, da questa assurda cerimonia scolastica prenatalizia e capire in che razza di buco dimensionale sia finito. O nella vita di chi altro sia finito. Perché lei continua a guardarmi con la sua faccia esagerata, come se dovesse dirmi tutto a chilometri di distanza e, pure se tenta di urlarmi le sue frasi, io non la capisco. Poi ho un'impressione. Forse è una qualche mia fidanzatina del liceo. Una di quelle con cui ho frequentato l'asilo e che poi ho rivisto mutata in fanciulla alle superiori. Glielo dico. Impressione sbagliata. Lei fa una faccia delusa, di una delusione esagerata. Quasi paradossale. È talmente delusa che sparo la prima frase che mi viene in mente. Una frase assurda, istintiva, malsana e benefica allo stesso tempo, perché sulle cose non programmate non sai mai come andrà a finire.
La sparo, la frase.
Che fai stasera, per la vigilia?
Forse è la mia uscita di sicurezza. Il necessario tradimento della tradizione.
Tira fuori un taccuino dalla borsa. Piccolo, tutto scarabocchiato. Non trova una pagina libera e allora inizia a scrivere tra un arabesco disegnato nervosamente, di quelli che si disegnano quando ti annoi, e una frase in bella grafia “domani dalle cinque alle sei”.
Scrive, sotto i miei occhi: sono sola.
Mi guarda, stavolta, senza la solita espressione gridata. E io, con la solita frase non programmata: ti va di passare la vigilia a casa mia?
Mi guarda, ancora. Con due occhi più dolci del dovuto, di quelli da cui ti fai rapire una volta per tutte. Neri e profondi, silenziosi e impavidi, pieni di parole e di storie mute.

Attendo una sua risposta. Che sia un arabesco, una frase scritta o un'altra delle sue espressioni esagerate. L'albero di carta a grandezza naturale, ritagliato e colorato dai bimbi della nuova generazione, riflette le lucine sbilenche attaccate alla bell'e meglio dai bidelli. Eppure mi arriva al naso il profumo della mamma che mi mette a letto e mi dice Dormi, altrimenti babbo natale non arriva.

Fine...
Arrivederci a venerdì per la prossima storia

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustave Caillebotte, Rising Road, 1881

venerdì 12 dicembre 2014

Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale



Io e lei abbiamo un figlio. Che ha quasi cinque anni. Ma lei si ostina a dire che non è mio, anche se ormai la somiglianza è un fatto lampante. È il motivo per cui sono tornato proprio questo Natale. Perché il piccolino – anzi, lo scoiattolo, come lo chiama lei – a quasi cinque anni, ormai è un ometto ed è identico a me. A guardarmi entrare, la manifestazione del vero deve essere avvenuta all'unisono sia per i nonni materni che per i finora inconsapevoli nonni paterni. Questo è anche il motivo per cui lei, a pulire il pesce, se ne sta zitta e nervosa e a disagio. Lo scoiattolino gioca ad un angolo della cucina con un giochino che gli ho portato e che è un piccolo anticipo sul regalo di Natale. Lo so, lo sto già viziando.
Il punto è che, quando è rimasta incinta, lei non ci voleva credere. È avvenuto tutto troppo velocemente, una vita d'amicizia e poi è bastata una serata in un locale e un po' di musica assordante e tutto quel bum bum cha e tum tum tum che si è infilato tra un vino e una birra a farci finalmente capitolare. E si sa che in vino veritas, ma anche in birra veritas e in vodka veritas e se non ricordo male pure in rum veritas, può avvenire di tutto. Be', poi sapete come sono le donne, coraggiose e sole e maledettamente testarde anche quando non serve. Mi ha respinto, mi ha cacciato, mi ha detto che lo scoiattolino non era mio figlio e che la cosa finiva lì. Non so perché sia impazzita quanto se non peggio di Van Gogh, ma è lei che ha ispirato la mia performance. Va benissimo. Tu sei pazza. Anche io, allora, sono pazzo. Anzi, mi metto a interpretare proprio Vincent e vediamo se preferisci cacciarmi dalla tua vita o essere la mia famiglia. Un po' estremo, certo, inculcarle l'idea della mia (non) voglia di suicidio, ma efficace.
Ovviamente, con le interiora del pesce tra le mani, sono io a rompere il silenzio.
Allora, hai ricevuto i miei disegni?
Agita solo la testa per dirmi di sì e non stacca gli occhi dalle vongole.
Uno era per te e uno per lo scoiattolino. Quello con le colombe per te, quello con i passerotti per lui.
Sì lo so – dice – Ma lui ha regalato il suo a un'amichetta dell'asilo.
E perché?
Non ti agitare. È un bravo bambino. Educato, rigoroso, forse anche troppo. E a volte fa questi gesti, di una spontaneità... che quasi sembra un altro bimbo. Il disegno gli piaceva talmente tanto che ha deciso di regalarlo alla sua amichetta che, be', non stava troppo bene.
In che senso?
Uh, una storia assurda, lei è sordomuta, si esprime solo a segni, non la capisce nessuno e tutti la prendono in giro. Lo scoiattolino non sa parlare la lingua dei segni, ma ha capito che il disegno era qualcosa di simile.
Allora è proprio un bravo bambino.
Te l'ho detto.
Che va in giro a regalare disegni. Come faccio io.
Fermati, per favore.
E magari ha anche un talento naturale per l'ar...
Ti ho detto di fermarti. Non continuare.
Mi guarda con gli occhi foschi. Dalla sala arrivano odore di camino e crepitio familiare. Rumore di stoviglie d'argento e bicchieri di cristallo da vino, da acqua, da champagne. Credo che il Natale sia la miglior festa dell'anno. Penso. Mi lancio sulle sue labbra dagli occhi foschi e le lascio un bacio – luminoso.
Sarà il caso di cucinare l'astice o altrimenti niente linguine, dico.
Lei se ne sta immobile con una vongola bollente tra le mani, l'acqua di cottura le si infila tra le unghie e brucia. Ma non una parola. Solo gli occhi fissi sul giardino e le orecchie prese dal camino, dalle stoviglie d'argento, dal cin cin di cristallo e da un bacio luminoso.
Ti va di infilare gli odori nella pancia delle orate? Le chiedo. Su, accendiamo il forno, è davvero tardi.
Tanto dobbiamo aspettare la mezzanotte. Dice in un sospiro.
Prendo l'astice. È stordito. Il pentolone sfrigola.
Lei storce occhi e naso. Per favore non farmi vedere che lo fai.
Dovresti guardare, invece – le dico.
Quest'astice stordito in una padella bollente è come mi sono sentito io negli ultimi (quasi) cinque anni. E, anche se finora non ho mai messo le virgolette nel nostro dialogo e voi potreste scambiare l'ultima frase per una frase detta, be' - questa frase non gliela dico. Gliela faccio capire. Le linguine all'astice sono l'eccellente risultato di una cottura, per certi versi, sofferta e straziante.
Me ne sto a guardarla incerto e preoccupato mentre tengo stretta la maniglia del coperchio della pentola. Lei se ne sta a guardarmi mentre taglia a metà i piccadilly e pian piano li cosparge di sale fino. Prezzemolo, aglio, peperoncino.
Che darei per sapere che stai pensando.
Forse mi vuoi dire che quasi cinque anni fa ti sei vergognata terribilmente, con la tua famiglia, con la mia, per aver disatteso i loro programmi e i tuoi programmi, ma non sapevi come dire che, in quel momento, avere lo scoiattolino era la cosa che desideravi di più, in barba ai progetti di studio, di lavoro e di famiglia. Forse mi vuoi dire che il passaggio dall'essere amici al condividere un figlio è stato troppo repentino per capirci qualcosa. Che le persone reagiscono sempre in modo poco razionale di fronte al non programmato. Un po' come quando Vincent si è tagliato l'orecchio, non appena si è reso conto di quello che stava per fare all'amico Paul.
Però – le dico come se avessi ascoltato il suo non discorso – però il Natale mette sempre un po' a posto le cose. Sai, uno fa i bilanci, capisce meglio ciò che è importante.
E non continuo. Vorrei dipingere, ora, per te, quello che provo, ma mettendo da parte Van Gogh, che proprio non è nelle mie corde. Colorerei un po' la tela con macchie dense e poi passerei sopra con le mani per rendere il colore nebbioso, sempre più evanescente, sempre meno tangibile, come toglierti di dosso il peso dei ricordi – e delle scelte.
E di sicuro sono poco Van Gogh se penso che la scelta migliore da fare ogni anno sia quella di tornarmene a casa per Natale, di sedermi alla tavola a cui, a fasi alterne, mi siedo da trent'anni, cercare di ripetere incessantemente la tradizione eppure tradirla – di poco – di anno in anno, fino a inventarne una nuova.
Penso questo, al disegno che ho in testa, alle parole che rimangono sulla lingua, mentre le stampo il secondo bacio sulle labbra, al volo, e faccio sedere lo scoiattolino sulle mie spalle. Me ne vado in sala col pentolone fumante di linguine all'astice e mio figlio che mi tira i capelli, per reggersi, per far finta di guidarmi – anche se forse mi ha guidato per davvero. Lei entra in sala accanto a me. Attendo la sua risposta. Che sia un bacio, una parola, un disegno, un altro figlio.

Il camino scoppietta e le orate, dal forno, cominciano a sprigionare il loro odore. Sul carrello, al lato del tavolo, pasta di mandorle, panettone, pandoro, biscotti al cioccolato, ciambelle all'anice e il torrone aggredito da papà – la tavola apparecchiata da mamma, coi colori rossi che si riflettono nel bianco del servizio buono e nel cristallo da cui stiamo per bere.  

Fine...
Per la prossima storia, arrivederci a lunedì prossimo

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Marc Chagall, L'anniversario, 1915
Soundtrack: Hurts, Guilt