sabato 30 luglio 2016

Il viaggio continua - UNO E DUE



Il cotto del terrazzo brilla feroce sotto il sole - sembra cambiar colore. Diventare più scuro. Come la minestra di fagioli che bolle sui fornelli. O come i cornetti che stanno lievitando in forno, abbrustolendosi, lanciando schegge impazzite di zucchero nell’aria di casa. 
Un caldo troppo caldo per accendere il forno, ma lei aveva voglia di impastare e affogare nella farina e nel burro quel po’ di malinconia che sale - e sale per forza - nelle giornate d’estate in cui le città si svuotano - e tu sei alle prese con i quasi mille scatti del giorno del tuo matrimonio. 
Coi passi misura le mattonelle e indugia sotto il sole del terrazzo dando importanza a quei dettagli che, sotto la luce di luglio, diventano fiamme incandescenti e abbacinanti. E io, sdraiato sul divano, il computer sulle gambe, esercito l’indice con un click alla volta - ritmico, lento, quasi annoiato: costretto a guardare con occhi esterni quello che io e lei abbiamo vissuto in soggettiva. In un turbinio che sembrava passato e assorbito dalla vita di tutti i giorni, ma che continua a destarci ogni tanto, a elettrizzarci, a darci scariche di adrenalina, nonostante l’inverno del matrimonio sia diventato estate.

Sfiora con pollice e indice la foglia appiccicosa di una petunia - la sento piagnucolare. I cornetti si bruciano - le ricordo - e lei si asciuga le lacrime e corre al suo adorato impasto. Sforna i cornetti, li annusa, le torna sul viso un sorriso radioso, musicale:  tocca un cornetto col coltello, il coltello fa crac, lei fa l’Evviva del bimbo sull’altalena. Lascia i cornetti sul tavolo, liberi di emanare il loro profumo e di mandarmi in pappa il cervello. Se na va di nuovo sul terrazzo. Inizia a potare il basilico e la salvia. Saltella. Improvvisamente non piagnucola più. Viene da me. Guarda lo schermo del computer dove scorre il nostro giorno. Fissa noi due vestiti in bianco e nero, un tramonto abbagliante, un’atmosfera da togliere il fiato. 
Mormora nel mio orecchio annoiato: Sono i primi cornetti da sposata. 
Non c’è bisogno che mi spieghi quello che ha appena detto. Avverto solo un senso di continuità. Comodo e necessario. Una sorta di ripetizione infinita di quel giorno in ogni giorno, in ogni istante della nostra vita dopo. Perché so che non le basterà più dire Sono i primi cornetti che faccio da sposata. Dirà anche: questi sono i secondi cornetti che faccio da sposata. E questi sono i primi cornetti al cioccolato che faccio da sposata. E questa è la millesima cena al ristorante che facciamo da marito e moglie. 
La sensazione che quel giorno non sia stato solo un giorno. Ma che quel giorno sia stato l’inizio. Sembra banale dirlo. Ma è molto più di un inizio. È un inizio che si ripete, di continuo, e che proprio nel suo ripetersi trova un senso.

Sono successe tante cose in questi mesi. Le corse, i brindisi, le cene a tu per tu e le lunghe tavolate in famiglia, l’ebbrezza di una grigliata sul terrazzo, in piena solitudine, la città silenziosa e assonnata e solo tanto verde attorno a noi. La pioggia e il freddo e il caldo e il cambio stagione, i piccoli viaggi, i matrimoni altrui, le malinconie, i momenti da passare sdraiati sul letto, rannicchiati, come da piccoli, quando sembrava che il mondo fosse troppo più grande di noi. Però arriva quell’abbraccio - e due corpi se ne stanno rannicchiati allo stesso modo, stretti, e quel mondo che sembrava più grande di noi svanisce: ritorna la sensazione di grembo materno e la consapevolezza che, fuori di noi, nulla esiste. E poi basta poco, una minestra sul fuoco, i cornetti appena sfornati, un balcone fiorito a chiudere il nostro scrigno. 

E, ogni giorno, ricomincia un nuovo giorno. 

giovedì 30 giugno 2016

Speciale - Il viaggio di UNO E DUE


È l’alba. Il rumore dell’acqua fruscia costante. Uno stambecco avanza veloce, si ferma all’improvviso, guarda indietro: c’è un altro stambecco, poco più piccolo - ma sempre in allerta. L’acqua fruga e scava e si impadronisce della terra, del cielo, delle nostre orecchie, del silenzio fra i picchi delle montagne. Eccolo. È lì. Il terzo stambecco. Un cucciolo. Avanza piano dietro la madre, la supera, si arresta un passo indietro al padre.
Il padre mi guarda. 
L’acqua si insinua nel sole. 
Io le stringo la mano. 
Il sole è assonnato. 
L’acqua fruscia. Dipinge la terra. È l’unico rumore in un cielo silenzioso, pieno di nuvole, in un’alba che è un tramonto. 
Lo stambecco padre volta la testa a destra, poi a sinistra. Ci fissa. Siamo solo noi cinque, qui, a quest’ora, sulla cima di questa montagna. Tutti e tre, padre, madre e figlio, si tranquillizzano. Abbassano la testa, immergono il muso nell’erba, brucano. 
Io e lei, uno yogurt, una tazza di latte bollente, latte di mucca, bollente d’amore, una brioche lievitata piano, tra mura di legno e camini sempre accesi, io e lei, all’alba, qui, da soli, fuori del clamore del mondo che s’accalca per un bagno in un’acqua speciale. Io e lei, qui, nel punto forse più alto del mondo, tanto alto che se apri la bocca puoi sapere che sapore hanno le nuvole. 
E se anche non fosse il punto più alto del globo, ecco, lo è per noi. Che qui capiamo ancora di più il motivo di un viaggio d’amore fin sulla cima di una montagna, tra la neve, gli stambecchi e l’acqua  che sgorga dalla prima fonte del mondo. 
Perché questo è l’ultimo gradino prima dell’infinito. 
Tanta di quell’arte e l’uomo che s’affanna e le tele e le sculture e tutti loro mortali ed eterni in un museo, a guardarci, a parlarci. E il mondo gira e gli uomini camminano - e tante cose immobili sono lì a ricordarci che esistono da prima di noi e che esisteranno anche dopo. Tanta di quell’arte e di quel tocco d’uomo vissuto migliaia di anni prima di noi e prima di cristo e quella figuretta piccola, inerme eppure tosta - e quel maschio, nudo e marmoreo, una coda e due corna, sdraiato su una roccia, ubriaco, indecente, terribile, maleducato e bellissimo: lì, da prima di noi, con quella superiorità, con quella noncuranza. Nemmeno ci guardano, la figuretta s’adagia sulle sue rotondità, l’uomo di marmo dorme sulla sua sbronza, noi lì ad affannarci nelle nostre piccole vite, a guardarli, ad ascoltarli.
E loro lì, e niente. 
E Egon e Wally lì. E niente. 
Mezzo rinascimento e la decadenza di fine secolo e l’atrocità di due guerre mondiali sono scorsi davanti a noi come una pellicola impazzita, veloce, in cui i fotogrammi si mescolano e diventano indistinti.
E niente.
E sono niente. 
Tanta di quell’arte a dirci che noi siamo qui, che lei è eterna. Eppure. Davanti a queste cime. Davanti a questa neve che si riposa e si rigenera. Davanti a questo cielo così vicino. Davanti a una famiglia di stambecchi. Davanti a quest’acqua che sgorga e scava e ritma il mondo: l’Arte eterna con la A maiuscola si svela. Quella per cui anche gli artisti ormai immortali s’affannano. Quella di fronte a cui crolla qualsiasi tentativo di analisi e di interpretazione. Quella che sfugge a ogni definizione di bello, sublime e terribile. 
La Natura è tutta qua. Semplice e sconvolgente.

Le stringo la mano. Abbiamo la sensazione di aver fatto un cammino a spirale, faticoso e verso l’alto. L’abbraccio. Un mondo. Il mio mondo. La mia perfezione. La mia eternità. La mia opera d’arte. Lo stambecco padre si avvicina. Lei mi stringe. 
Non aver paura, le sussurro tra i capelli. 
Il mio respiro nel suo. Il respiro dello stambecco su di noi. Il rumore dell’acqua attorno a noi. E il cielo dentro di noi. 
Lo stambecco ci supera. Compagna e cucciolo lo seguono. Il sole si fa più insistente tra le nuvole. I tre si arrampicano. Svaniscono dietro una coltre di alberi e cespugli. 

Rimaniamo soli, abbracciati. Così. Il sole si nasconde dietro nuvole sempre più insistenti. Gli zigomi si irrigidiscono. Lei si scioglie dalla mia stretta. Guarda l’orologio. È ancora presto, dice. Poco più in là, una grande tinozza di legno si sta riempiendo d’acqua calda. Mi guarda. Mi fa un cenno con gli occhi, tra i capelli al vento. Tira giù la zip del piumino e con un istante di ritardo faccio altrettanto. Poi gli anfibi, i jeans, il maglione, la canotta. Lei rimane col costume da bagno, io rimango col costume dal bagno. Un balzo e siamo dentro l’acqua. Il cuore si riscalda, batte al ritmo dello scroscio tra le montagne. Guardiamo in giù, oltre il legno, col mento nell’acqua. Una vallata infinita ci domina gli occhi. La neve comincia a cadere. Ci gela le parti scoperte - e l’acqua ci protegge da tutto, come nella pancia della mamma. Il cielo innevato sopra di noi. Io e lei dentro di noi. 

lunedì 30 maggio 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte terza



Il treno viaggia infinito - oltre ogni ragionevole tempo. Abbiamo atteso con una certa ansia che sul tabellone della stazione apparisse il numero del nostro viaggio, abbiamo perso una decina di chili quando il treno atteso sembrava dirigersi verso un'altra città e abbiamo riacquistato speranza scoprendo che, in realtà, attorno alle tre di notte, quello stesso treno sarebbe stato diviso in due: il nostro vagone nella città verso cui siamo diretti per continuare il nostro viaggio - gli altri vagoni, altrove. 
Ci siamo sistemati in una casetta viaggiante di un metro per un metro, incluso bagno con doccia. Le valigie frigorifero che trasciniamo ormai da giorni occupano gran parte della cabina e noi non possiamo aprire uno dei due lettini. Ne rimane solo uno.
Vorrà dire che dormiremo stretti nello stesso letto! Dice lei saltellando, lei che, in questa cabina, si sente come in un guscio e - lo so - potrebbe pure viverci in pianta stabile, qui, tanto materno sembra questo guscio. Io allento il colletto del maglioncino, mi libero di tutto, sciarpa, cappello, giacca, guanti - e pure le scarpe. Mi siedo. Non ce la posso fare - mormoro. Lei attacca a ridere. 
La mia claustrofobia ti fa ridere? Dico con la voce tesa, guardando fuori del finestrino alla ricerca disperata di spazi aperti.
Lei continua a ridere. Chiude la porta della cabina, perché altrimenti non si può aprire quella del bagno. Ma non deve andare in bagno. Deve solo fare un check della casetta che avremo a disposizione per - già! - ben tredici ore. Chiude il bagno. Saltella. Prende la scala a pioli - pericolosissima - e la poggia a una sorta di pianerottolo di dieci centimetri per dieci che dovrebbe servirci da appoggio per rotolare sul lettino del piano di sopra. Si arrampica. Io sudo. Poggia un ginocchio su quello che praticamente è un vassoio per due tazzine di caffè. L'altro piede rimane sospeso nel vuoto. Io tremo. Lei fa, ridendo: l'ultimo gradino è troppo basso, non riesco ad appoggiarmi! Ride tanto che non respira. Scendi, scendi, scendi subito!, urlo io isterico, l'afferro per le cosce nel tentativo di tirarla giù, ma rimaniamo bloccati così. 
Dammi una spinta, mi dice, così rotolo sul letto! 
Le faccio da appoggio, mi sradica una spalla, ma alla fine ce la fa. Rotola come un gatto ruffiano e coccolone sul lettino che avremo a disposizione per dormire. Io, tremolante. Lei: figo da quassù!
No - rispondo - io dormo seduto sulla poltrona! 
Dormi quassù con me. Ribadisce.
Per scendere la situazione è più complicata. I suoi piedi non arrivano al primo piolo disponibile della scala e io temo che lei si lanci o, peggio, che cada senza nemmeno trovare un appoggio. Perché questa cabina sembra una torre, solo che piena di ostacoli: scale, valigie, tavolo, porta del bagno che si apre e oscilla. Alla fine, scivola giù lungo la scala, senza mettere nemmeno un piede su un piolo. Finisce in braccio a me, prosciugato dalla paura. 
Alla fine, lei decide che io salirò per primo, per tirarla su. E poi scenderò per primo, per attutire il suo atterraggio. Non sono troppo convinto. Anzi. Mi sento dentro un carro bestiame che viaggia sospeso nel vuoto, nonostante abbiamo pagato un vagone notte deluxe. Ma lei è contenta - e va bene così. Soprattutto dopo che la capotreno, per antipasto, ci ha offerto due krapfen all'albicocca, buonissimi e goduriosi. Capisco che il termine deluxe ha un senso: bagno con la doccia, antipasto con krapfen e, ora, foglio da compilare con quello che vogliamo per colazione. Un vero banchetto. 
Forza, dice lei: colonizziamo il posto! Tira fuori i nostri pigiami da una valigia inzeppata dal disordine di sette giorni di viaggio già trascorsi, durante i quali è impossibile riporre i vestiti con la stessa cura della partenza. Tira fuori a forza due palle di pile e lana, probabilmente anche piegate ad arte nell'ultimo hotel visitato, ma ridotti a stracci a causa della posizione verticale della valigia e a un miscuglio di oggetti di diversa natura posti a caso. 
Dopo i krapfen, ceniamo. Con un mix di bretzel e insalata con cetrioli che qui, in zone asburgiche e teutoniche, non si sa come, hanno anche in pieno inverno. 
In pigiama e rifocillati, ci rendiamo finalmente conto di essere stremati. Le valigie pesanti e lo stress di dover cambiare tre nazioni e - un po' - anche nostalgia di casa. 
È il momento di dormire! Dice lei urlando e mettendo indice e medio a forma di vu: tanto è eccitata per la notte nel letto viaggiante. Non sono molto convinto, no: ma inizio a perlustrare la zona. Salgo e, lo so, sono solo quattro pioli di una misera scaletta, ma appena mi volto a guardare lei, in basso, tutta sorridente, mi sembra di stare in cima a un grattacielo. Mi affretto a mettere le ginocchia sul piccolo pianerottolo e poi a rotolare sul letto. Mi sporgo, dicendole È tutto ok, ti aspetto quassù! nel tentativo di fare il disinvolto. Ma guardo giù e dal letto, pur con una misera sbarra di protezione, il pavimento della cuccetta sembra l'abisso inarrivabile della Fossa delle Marianne. 
Lei sale.
E io: ti muovi con troppa faciloneria.
Lei si aggrappa alla mia mano.
E io: l'afferro pure per i pantaloni del pigiama e la trascino a me. Mi rotola addosso, non riesce a muoversi, non riesco a muovermi: siamo incastrati. O meglio: oltre me c'è una parete che, in vista del soffitto, si incurva leggermente, togliendo spazio vitale e respiro. 
Mi affretto a dire: tu dormi dal lato del muro - e faccio in modo che non ribatta. La attacco direttamente tra il mio fianco destro e la parete ricurva, sicuro che così non potrà muoversi né, soprattutto, cadere. Ma la verità è che in questo letto deluxe entra a malapena un bimbo di dieci anni: e basta che lei si muova perché sia io a finire nella Fossa delle Marianne.
I primi dieci minuti di tentato riposo sono una lotta. Io immobile, lei una furia. Cerca spazio vitale, prima distesa, poi su un fianco, poi sull'altro fianco, infine sperimenta me come materasso. Ritorna supina, ma non può tenere le braccia distese perché ci sono le mie braccia distese.
Se vuoi - le dico - io dormo giù, sulla poltrona. E tu qui stai comoda.
Non è questo il punto. Fa lei. Il punto è che mi manca il respiro. A destra ci sei tu che mi blocchi, a sinistra il muro, sopra il soffitto. Guarda: mi dice e tenta di allungare il braccio. Ma la sua mano tocca il tetto del vagone senza poter distendere il gomito. Ti prego, mi fa, cambiamoci di posto, sto per avere un attacco di panico. 
L'attacco di panico lo avrò io pensandoti sul ciglio di un burrone! Le dico, ma non mi fa parlare, rotola sopra di me e mi costringe a prendere il suo posto - mentre io occupo il suo. Si mette sul fianco sinistro, con la faccia si rivolge al burrone. Si copre con la sua felpa e cade a dormire come un sasso in meno di cinque minuti. Sì, c'è la sbarra protettiva, ma non mi fido: decido di afferrarla per la felpa, così, qualsiasi scossone dia il treno, io la potrò tenere.

E il treno di scossoni ne dà tanti. Di notte, il viaggio diventa imperscrutabile e infinito sul serio. Sei ovunque e nel nulla, non sei a casa, ma sei da qualche parte, da qualsiasi parte - e allo stesso tempo da nessuna parte. Il paesaggio sfreccia veloce, ma tu non lo vedi, perché è buio e tutto si fa indistinto. Ogni tanto appare una luce abbagliante: è quando entri in stazione. Leggi il nome della città in cui ti trovi e ti ritrovi a fare pensieri su una stazione che non è la tua, su una città che non ti appartiene, ma che appartiene a qualcun altro per cui sarà la tua città a essere sconosciuta e straniera. 
Tra le due e le cinque del mattino il treno rimane parcheggiato in uno degli ultimi binari di una stazione, la stazione in cui i vagoni si dividono, diretti in città diverse. Il treno è immobile, ma il senso infinito del viaggio si fa ancora più infinito. Mi sento un po' precipitare nel vuoto, un vuoto più profondo della Fossa delle Marianne che abbiamo per pavimento. Mi assale questo senso di essere nel nulla. Devo raccogliere le idee e rendere reale il magma della notte, per sopravvivere: sei su un treno, stai raggiungendo la terza tappa del tuo viaggio di nozze, quella, in teoria, più rilassante. Hai visto bei posti, mangiato tanto, vissuto vite altrui. Hai comprato ricordini deliziosi, hai camminato per chilometri, hai raccolto tua moglie un paio di volte dall'asfalto - dato che non faceva che saltellare e cadere, come un bimba che ha imparato a camminare da poco ma che decide già di sperimentare ogni sorta di suolo. Ecco: a questo pensiero mi scappa da ridere. È qui, in mano mia. L'appoggio del mio mondo. Ripenso al momento in cui l'ho riaccompagnata zoppicante in albergo, dopo la prima caduta dalla pista ciclabile al marciapiede. Le ho massaggiato la caviglia. Lei mi guardava con gli occhi gonfi di raffreddore, la bocca aperta per respirare e il cappellino di lana a coprire le orecchie. 
Giro la testa verso di lei. Trattengo un lembo della sua felpa. La tengo per non farla cadere. L'ho tenuta per evitare una caduta ben più rovinosa da una rampa di scale, alla sua seconda perdita di equilibrio. La tengo ora e so che lei tiene me, in qualsiasi viaggio col finestrino veloce e impazzito affronteremo insieme. Dorme col respiro profondo. Prendo il suo ritmo. Il tempo annullato dalla notte si fa di nuovo tempo, tra un'ispirazione e un'espirazione nel pieno del sonno. Mi addormento anche io. 
Quando mi sveglio, fuori è un giorno ancora timido, le indicazioni delle stazioni sono nella nostra lingua e lei sta tentando di scendere dalle scale senza di me. 
Vado a dire alla capotreno che siamo svegli! Così ci porta la colazione! Ho una fame! 
Le sue frasi sono tutte un punto esclamativo. E qualcosa mi sfugge, nel suo pigiamino di lana e fiocchetti rosa: non ha la felpa. Che è ancora nella morsa della mia mano. 
Fammi capire, le dico deglutendo: tu... Tu non hai infilato la felpa, ieri sera?
No. Fa in modo candido. L'ho solo usata come copertina. Perché?
Prima atterrisco, poi ripenso a tutti i filosofeggiamenti fatti in piena notte - perché certi pensieri, di giorno, proprio non nascono: poi mi viene da ridere.
Sei una peste! Le dico. Ora però facciamo come dico io: torna a letto e scendo prima io, poi tu. 

Scendo, attutisco la sua discesa. Finalmente, con i piedi ben saldi a terra, capisco che ho fame: una notte sospeso nel vuoto, a pensare e a tenerla. La colazione che abbiamo ordinato ci sta tutta. Affettati, pane, yogurt, marmellate, dolcetti, cappuccino. E finiamo di mangiare appena in tempo per scendere nella nuova stazione, pronti per la nostra nuova avventura. 

Immagine: Claude Monet, Treno nella neve, 1875

sabato 30 aprile 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte seconda/2

Ci chiediamo come una cosa così piccola possa sopravvivere per millenni. E la risposta è già nella domanda: come fa una minuzia simile, pochi centimetri appena, ad attraversare ere e cataclismi e guerre e ogni sorta di giudizio universale per poi decidere di consegnarsi a noi, così, con una semplicità tanto disarmante quanto cristallina - di un’eternità cristallina?
Giriamo attorno alla teca e proprio non ci capacitiamo. Undici centimetri di storia. Undici centimetri di pietra. Undici centimetri in cui è racchiuso il segreto dell’umanità - come fosse un piccolo cuore, che batte e batte forte, nonostante siano passati più di ventimila anni. 
La figuretta ci guarda e non ci guarda. Stringe le braccine sui seni, se ne sta adagiata sulle cosciotte morbide che sanno di tenerezza di bimbo. Tu la guardi ma è lei che guarda te. Tu vivi, ma è lei che vive te: forse la cosa più vicina alla divinità che l’uomo possa vedere e toccare. 
Falle una foto - le sussurro nell’orecchio.
Lei scatta.  Ma a me non basta: Falle una foto anche di lato. 
Lei scatta. E io, ancora: Falle una foto anche da dietro. Fai una panoramica, gira tutt’attorno alla teca! 
Sono invasato. Lei non fa che dire: non pensavo fosse così piccola, non pensavo, ricordavo fosse, che so, che fosse almeno di cinquanta centimetri, non undici. 
Io: elettrizzato. Siamo di fronte alla testimonianza - inequivocabile - che l’eternità esiste. 
Mettiamo via le fotocamere. Ci stringiamo la mano. Osserviamo in silenzio. Perché, qui dentro, nella piccola sala illuminata da un occhio di bue quasi divino, tutti entrano in silenzio. 
Pochi metri prima, invece, il caos. I bambini - e noi due per primi - scattano foto e lanciano gridolini spaventati e divertiti di fronte al dinosauro che, all’improvviso, si muove e ti sbraita contro. Facciamo tanti di quei video con le facce atterrite e le mani davanti alla bocca e il labiale che recita A I U T O! E poi un amore viscerale per il mammut, mi faccio fotografare mentre gli abbraccio la zampa e penso - lo vorrei proprio un mammut come animale domestico. 
E, insomma. Tutto l’effimero e il divertimento facile scemano non appena entriamo nella piccola stanza della divinità in terra. Proprio come già ci era successo con Egon e Wally. Il sacro esiste. Esiste laddove qualcuno lascia nella propria opera un po’ di più di un colore o di una pietra calcarea sbozzata. Esiste laddove qualcuno, oltre la materia, sa infondere un po’ di anima, sa dare un po’ di aurea a quel che costruisce con le proprie mani, con la propria testa. Cerchiamo nell’invisibile la risposta a tutti i nostri interrogativi, cerchiamo l’eternità in un tempo che non vivremo mai, eppure l’infinito è qui, negli uomini, nelle loro cose, nelle loro vite.

Una pausa caffè al piano intermedio del Museo. Ci sediamo ad un tavolo accanto al parapetto dello scalone a chiocciola. Lo scalone percorre l’intero edificio in un vortice che colma nella cupola centrale, altissima. Tiriamo indietro la testa, il collo ci fa male, ma rimaniamo incantati ad osservare la spirale bianca della cupola che ci risucchia, come in un viaggio infinito. Lo avevo già detto tempo fa e la piccola venere e l’immensa cupola non ne sono che la conferma. Che l’uomo tenta di calare l’infinito nei propri giorni. La scansione temporale contro ciò che non ha tempo. 
La mia metà abbassa la testa, fa scricchiolare il collo prima a destra e poi a sinistra, beve un sorso del suo caffè, apre il suo taccuino e annota qualcosa. Io continuo a starmene imbambolato e pensieroso. Due trentenni in viaggio di nozze dovrebbero pensare di meno. E invece. Eccomi qui a osservare ancora una volta, compulsivamente, il cerchio d’oro che porto al dito. Un materiale resistente in una forma che inizia e prosegue senza finire. La venere se ne sta immobile, nel suo impassibile viaggio negli occhi di milioni di persone, immobile a risucchiare vite, emozioni, storie. Lei è la pazienza, la tenacia, la forza di proseguire nonostante il mondo cambi di continuo - e non sempre in meglio. Lei è la cocciutaggine, la voglia di essere quello che è per sempre, senza scendere a compromessi. Lei è il segno che le cose vanno e possono essere sempre, esattamente come noi vogliamo, senza perdere un pezzettino della nostra integrità di pietra - calcarea o di qualsiasi altro materiale essa sia. Lei sta lì. E tu non puoi far altro che imparare. Non puoi far altro che tentare di imitarla, di seguire il suo insegnamento. 

Penso alla mia vita, a quello che faccio. Penso alla vita di mia moglie, a quello che fa. Penso che siamo fragili, sempre sballottati dalle paure, non sempre visibili, non sempre tangibili. Eppure abbiamo la smania di trovare un punto fermo nel caos. Siamo fragili ma di granito, inamovibili, stretti, in qualcosa che inizia e prosegue, come il cerchio d’oro che ci unisce.

mercoledì 30 marzo 2016

Speciale - IL VIAGGIO DI UNO E DUE parte seconda/1




Apro gli occhi. Pochi chilometri. Un confine. Un altro mondo.
Apre gli occhi. Infiniti chilometri - per lei. Un solo confine superato. Mondi e mondi da vivere e da viaggiare. Le si riempiono le iridi. Il mondo sfreccia via, oltre il finestrino del treno, e ci mostra paesaggi e realtà che vivono ed esistono, senza di noi, distanti da noi - e neppure così lontani da noi. 

Qui, per la seconda tappa del nostro viaggio, siamo entrati nell’Ottocento. Quell’Ottocento elegante, raffinato, distaccato, fatto di marmi bianchi e colonne e fregi che vogliono rievocare un mondo antico, ma che del mondo antico hanno solo la dissolvenza, la decadenza - la sparizione. 
Qui, anche la gente del duemilasedici passeggia come se si trovasse nel milleottocentosessanta, come se vivesse sull’oro e sugli allori di un’esistenza romantica, ricca, ma col timore che l’Impero possa cadere all’improvviso - come quando temiamo che la felicità sia minata da qualcosa che ancora non esiste. 
Qui, di giorno, biondi e bionde altissimi, eleganti, in abiti firmati e ventiquattrore che sembra contenere il segreto dell’esistenza, qui gli eredi magri e sofisticati degli avi asburgici viaggiano lavorando al cellulare, attenti a non oltrepassare il confine delle piste ciclabili, a non buttare immondizia a terra, a camminare da un lato all’altro del Ring, senza ansia e senza intralciare il cammino di qualcun altro - qui, nella metropoli forse meno popolosa della terra. 
Qui, di notte, si accendono le luci e i violini danno il la acuto e seghettato alla sinfonia della serata - una sinfonia fatta di abiti lunghi e chignon e frac che viaggiano leggeri e spediti in mezzo al freddo. Un freddo anch’esso leggero, ricco ed elegante. Le donne, su tacchi sottili e leziosi, danno il braccio al loro uomo, gli uomini procedono col passo sicuro di chi sa che l’Impero non cederà mai - eppure sono solo impiegati. Eppure lo svolazzo e il fruscio degli abiti si perde tra una luce e l’altra, nell’evanescenza delle stoffe trasparenti.

Qui, io e lei vaghiamo con gli occhi sbarrati, con la bocca aperta, mano nella mano, increduli di fronte ad un mondo tanto moderno e tanto antico. Ci sentiamo catapultati in un’esistenza parallela, dove i problemi e le storture vengono interrati sotto l’asfalto, come la spazzatura. 

Eppure. Eppure.
Eppure entriamo nel Museo a cui lei ha dato priorità massima. Saliamo al piano che lei aspetta di vedere da una vita. Proprio qui, al secondo piano, dove fa capolino la gigantografia bianca e nera di un ragazzino coi capelli arruffati, qui, io e lei, ci stringiamo la mano e, in silenzio, piangiamo. 
I frac, i gioielli, gli strass. L’Ottocento, il duemilasedici, le strade, i biondi, le piste ciclabili. L’immondizia, i violini e le sinfonie. Le colonne, i marmi, i fregi.
Qui, spariscono.  
Qui, sprofondano sotto l’asfalto. 
Qui, lasciano il posto allo schiaffo in faccia, al pugno nello stomaco, all’esistenza profonda e viscerale, al sangue, alla carne, ai nervi, alle macchie rossastre, turchesi e ocra, alle pennellate corpose e violente. All’arte. 

Egon e Wally ci guardano dal quadrato dei loro piccoli ritratti. Egon e Wally hanno gli occhi giovani e innocenti, smaliziati e divertiti. Lui ha l’atteggiamento di quello che sa di saper fare l’artista. Lei lo ammalia, mentre lui la ritrae, e i riccioli rossastri le svolazzano qua e là, in un tripudio di gioventù e maturità, di mille anni vissuti in appena diciassette. 
Usciamo. Rientriamo. Facciamo una prova. La situazione non cambia. 
È come stare in chiesa. Quando entri e un senso del sacro e del solenne ti assale. Come quando senti che qualcuno o qualcosa ti stanno guardando da ovunque e da sempre. 
Ecco, Egon e Wally sono così. Usciamo, rientriamo, e loro sono sempre lì, nel quadro eppure fuori del quadro. Un segno e un colore, eppure carne e sangue. Piccoli eppure giganteschi, così grandi che li senti attorno a te, davanti, dietro e, in fondo, dentro, giù in fondo, dentro di te. Li guardi negli occhi e loro sono dentro i tuoi occhi. Li guardi, ma stai guardando come loro. Li conosci, ma in realtà stai vivendo come loro, sei diventato loro. Ed è un turbinio di dolore e gioia e malinconia e vita vissuta in un lampo, uno di quei lampi che ti saettano per l’eternità tra lo sterno, il cuore e lo stomaco. 
All’improvviso sai e vedi e ti ritrovi a fare un viaggio di ventotto anni in un istante. Il cervello, il fiato - ne escono spossati. Non sai che fare, se continuare a stare lì o se ricaricarti e staccarti da loro - anche se fa male. 
Non sei granché lucido. Ma di una cosa puoi star certo. 
Qui, qui dentro, davanti a Egon e Wally, capisci che c’è qualcosa che va molto al di là di un fregio che celebra la decadenza, di un abito e di un frac ottocenteschi in una notte di violini acuti e seghettati, qui c’è molto di più di un mondo che si ostina a vivere nell’Ottocento e a piegare i giorni nostri ai tempi andati. Qui, qui dentro, sei adesso. Egon e Wally sono ora. Erano nel millenovecentododici, ma sono qua, adesso, in questa stanza, in questo giorno. Perché, quando sai raccontare e sai carpire e sai vedere e sai vivere, niente è antico, tutto è adesso. Tutto è per sempre. 

Usciamo, lenti, senza dire una parola e, ancora, col singhiozzo negli occhi.
Ci ha preso a schiaffi. Dico io. 
Non ho mai sentito una tale potenza. Fa lei. 
Mano nella mano, camminiamo e camminiamo per distanze che non sentiamo, stretti, in silenzio. 
Non ci rendiamo conto di aver percorso almeno dieci chilometri, tutti intabarrati nei cappelli di lana e nelle sciarpe chilometriche. 
Come se qualcuno o qualcosa ci avesse guidato, eccoci di fronte alla pasticceria delle pasticcerie. 
Forse, sai. Dice lei. Un po’ di cioccolata ci farebbe bene. 
Al calduccio, stretti ancora, gomito a gomito, guardiamo la torta ricoperta di cioccolata e ripiena di marmellata all’albicocca. Il ciuffo di panna montata. Il caffè. Osserviamo il piatto. Lei stende la mano sinistra, guarda la fede, poi torna a guardare la fetta di torta senza afferrare la forchettina. 
Stavo pensando, dice lei, stavo pensando che sicuramente Egon ha mangiato la sua fetta di torta in una pasticceria del genere. Ha pure sorriso, si sarà fatto una sigaretta, avrà detto scemenze, avrà fatto arrabbiare le sue donne, le avrà amate, avrà fatto loro il solletico, si sarà addormentato tutto vestito alle due del mattino o col pigiama fresco e pulito alle nove di sera. Pensavo che era una persona normale. Eppure.

Non riesce a finire la frase. Mette in bocca il primo pezzo di torta. No. La frase non la finisce. Ma io capisco ugualmente. In quell’eppure c’è tutto quello che abbiamo capito e che, per fortuna, a volte, risulta indicibile. Le lascio un bacio sulla guancia.
Dico: l’espresso è pessimo. Mangio metà torta. Buona, aggiungo, ma dopo un po’ sei più zucchero che palato. Lei ride. 
Ecco. Ecco, se ora un Egon qualsiasi ci ritraesse in questa pasticceria, vedrebbe questo. Due sposini che dicono tante di quelle cavolate su un pezzo di torta al cioccolato. Vedrebbe due fedi scintillanti. E due occhi che, fra un secolo, in mezzo a pennellate dense e a linee tortuose e colorate, proveranno esattamente quello che stanno provando ora, da qui a sempre.