venerdì 21 settembre 2018

Nove mesi. Nascere di nuovo.

E con oggi sono nove mesi. Nove mesi di maternità e di peste che cresce, ride, piange, mette i denti, si alza in piedi, gioca, mostra i suoi primi interessi. 
Più di ogni altro complemese, questo per me ha un significato speciale. Perché finora ho potuto dire a tutti “è stata più tempo nella mia pancia che fuori!”, intendendo così che il nostro legame era ancora viscerale e decisamente “amniotico”. Ma con oggi i nove mesi nella pancia vengono pareggiati dai nove mesi nel mondo: e d’ora in poi il suo tempo passato nel mondo è più esteso rispetto a quello trascorso dentro di me, che in proporzione sarà sempre meno.

Per me è una data importante, non so: è come partorire un’altra volta. Eppure proprio oggi sento che il tempo della mia pancia è un tempo presente e continuo. Forse perché il nostro legame è inscindibile e speciale e per quanto la mia peste deciderà di andarsene a scalare l’Everest o a scavare pozzi d’acqua in Africa, il cordone ombelicale sarà sempre lì. Invisibile, lunghissimo, a volte tiratissimo, ma sempre lì, a unire noi due e solo noi due. 
Intendiamoci, il mio non è un atteggiamento da mamma chioccia che vuole tenere il figlio sempre sotto la sua ala. Tutti vorremmo che i nostri figli rimanessero piccoli tanto da entrare nelle nostre braccia. Ma vederli crescere e esplorare è quanto di più bello possa esserci. 
Il punto semmai è un altro. È dare le giuste parole a qualcosa che non si può spiegare e che, nel tentativo di farlo parlare, viene sminuito.

Le madri, appena nate, sono tutte molto “strane". Confuse, stanchissime, piangono sempre, vanno avanti per inerzia e non capiscono bene cosa stia accadendo loro. Intorno hanno un mucchio di persone che sprizzano gioia da tutti i pori per il frugoletto appena arrivato e che non si spiegano il perché di tante lacrime e tanta stanchezza. Neppure le madri delle madri comprendono, perché la natura fa dimenticare tutte le fatiche e tutti i dolori. 
Alla fine però ho capito il motivo di tanti periodi fatti stranamente di sconforto e disperazione. Lo ho capito leggendo Cattiva di Rossella Milone, edito da Einaudi, che ha saputo dar voce a momenti che voce non hanno. Non so se quello che dirò nelle prossime righe è quello che Milone voleva intendere con il suo romanzo sulla maternità. Ma sicuramente Milone con le sue parole precisissime e chirurgiche ha smosso in me qualcosa e mi ha fatto sciogliere quella nebulosa che avevo dentro. 

Ho ricostruito pian piano avvenimenti, lacerazioni e conquiste e alla fine ho capito.
Se per tutti la nascita di un bimbo è un benvenuto, è una unione, per la madre è un distacco. Non esagero se dico che, paradossalmente (ma neppure tanto), la nascita di un bimbo per la madre è in realtà l’elaborazione di un lutto. Si sta nove mesi in totale simbiosi, comunione, armonia, fusione e poi ecco che il bambino esce, il legame fisico si spezza, si taglia.
Ci si separa. 
E provate voi a ad andare in giro - che so - con un vostro occhio che vi passeggia accanto. Con il vostro cuore spupazzato da chicchessia, lontano da voi anche solo un metro. Provate a respirare quando un organo che era solo vostro e che pulsava solo sangue vostro è distante e da voi separato. 
I figli ti tradiscono nascendo. Nel senso etimologico del termine. Tradeo: ti passano attraverso, tu li consegni al mondo, al mondo tramandano qualcosa di te, ma allo stesso tempo lo fanno senza di te, diventando altro da te. 
Eppure hanno bisogno di te per tanto tempo ancora. Li devi accudire e il più delle volte non li capisci, non capisci perché debbano piangere se hanno mangiato e sono puliti, non capisci perché vogliano stare in braccio a dormire impedendo a te di riposare. 
Tutte queste cose che non capisci, in realtà, sono il cambiamento della tua identità.

Sì, perché quando diventi madre cambi identità. Non puoi pensare di fare quello che facevi prima come lo facevi prima. Puoi fare quello che facevi prima, ma se ti ostini a farlo come prima non lo godrai e, sì, soffrirai soltanto. Puoi tornare a fare quello che facevi prima solo a patto di cambiare te stessa. Perché, lo dice Rossella Milone - e questa è la cosa che più mi ha aperto la visione delle cose - dopo che diventi madre non sei più Io, ma Noi. In una delle scene finali in cui la protagonista di Cattiva se ne va in giro da sola, lasciando la figlia a casa e illudendosi di essere davvero sola, i verbi che a lei si riferiscono sono ora alla prima persona plurale anziché alla prima singolare: sono queste le pagine che più mi sono appartenute (in un libro che mi è appartenuto completamente) e che hanno svelato l’arcano di tutte le dissonanze provate in questi mesi. Cosa c’è che non va ora? Mi chiedevo. Adesso l’ho capito. Non sono più io ma noi. E questo cambiamento è doloroso e allo stesso tempo complesso e necessario. È andare in giro nel mondo in uno e essere due, per sempre, è andare in giro in due entità separate ed essere uno, per sempre. È uno sforzo cognitivo non da poco. È uno sforzo d’identità non da poco: perché passiamo tutta la vita senza sapere bene chi siamo e come siamo e poi arriva un figlio e tutto questo ricomincia da capo. 

Credevo fosse una sciocchezza quando leggevo “nasce una mamma”, ma mi sono resa conto che è vero. Solo che la gestazione di una mamma è molto più lunga, dura forse tutta la vita: a ogni cambiamento del figlio anche la madre deve mutare e assestarsi. 
Il momento in cui davvero la nebulosa si scioglie è quando la vita comincia a cadenzarsi su un ritmo a due e, ovviamente, a tre. Perché anche il papà ha le sue beghe da risolvere. Riconoscere come propria carne un esserino che non ha mai tenuto in grembo e che non può allattare e che può far proprio solo abbracciandolo, un esserino con cui si unisce dopo nove mesi e da cui, dopo tanta attesa, deve imparare a separarsi: no, non deve essere facile nemmeno per un papà. E una mamma e un papà stanno lì entrambi in modo diverso a vivere questo passaggio da Io a Noi due e poi da Noi due a Noi tre. 

Del resto, credo che anche la mia creatura stia vivendo una situazione analoga, forse più complessa. Lei è stata abituata solo a essere fusa in me e i nove mesi seguiti alla sua nascita sono stati una grossa novità a cui abituarsi con fatica. E la fatica è tanta. Lo vedo da come trangugia il mio latte e si attacca al mio seno anche solo per coccolarsi. Lo vedo da come non perde occasione per mordermi, in qualsiasi punto del corpo, che sia il mento, il ginocchio, persino la pancia. Lo vedo da come chiede le mie braccia e le mie soltanto, con una disperazione tale che sembra mancarle l'aria, la terra sotto i piedi - sembra persa nel vuoto. E lo vedo nei suoi occhi purissimi, senza giudizi e pregiudizi, aperti al nuovo, che si schiudono sorridenti quando si sveglia e mi vede. E sembra dire: "ma allora ci sei. Ci sei sempre!". 


Oggi, dopo nove mesi, sento che sono all’inizio di questa nuova fase della crescita della mia peste e della mia nuova nascita. Poi, certo, ogni donna è diversa e diverso è il suo approccio a suo figlio. Soprattutto se si è estremamente sensibili e riflessivi come me la cosa può avere tempi molto lunghi: non dimentico nulla e cerco di vivere ogni istante nel modo più profondo possibile. Ho tempi lenti per qualsiasi cosa. Figuriamoci per segnare un passaggio importante come questo. Che è importante per me, ma anche e soprattutto per la mia peste. Perché la mia peste ha il diritto di avere una madre e un padre consapevoli fino al midollo di quello che stanno facendo, regalandole nel modo più esatto e completo le possibilità infinite che le si pareranno davanti e che lei, da piccolo e poi grande umano autonomo che sarà, sceglierà.

Immagine: Silvestro Lega, Una madre, 1884

giovedì 30 agosto 2018

Tenera è la notte

 Quello che unisce una coppia appartiene solo a quella singola, irripetibile coppia: dipende dalle condizioni dei singoli, dallo sfondo storico, sociale, economico e da quanto la stessa coppia riesce a farsi permeare da o resistere alle spinte esterne.
Fitzgerald scrive un romanzo complesso e modernissimo, che mi lascia senza parole, tanto il suo senso è qui, ora, fatto dei tanti episodi di mondanità che costellano le pagine, ma è anche giù, nel profondo, nelle segrete della schizofrenia di Nicole e dell’alcolismo di Dick. Una profondità che, però, è sempre mantenuta in superficie dallo stesso scrittore, che sa bene che quello che si vede è diretta conseguenza di quello che c’è dietro, dentro ognuno di noi. 

Chiedo scusa se quelle che seguiranno saranno parole in libertà: ma Fitzgerqld scava e dentro mette tutto, ma alla fine, quel tutto rimane in te inafferrabile, tanto inafferrabile da rasentare il nulla - da farti sperimentare il nulla.

 Ecco, di fronte a un testo che mi lascia senza parole e che mi trova impreparata, con una scarsa, scarsissima capacità di analisi da parte mia, partirei forse dalla cosa più semplice che balza agli occhi: il conflitto tra dentro e fuori, che Fitzgerald mantiene volutamente su un piano superficiale. Le nevrosi, i problemi dei due protagonisti, per venire alla luce, non hanno bisogno di lunghi soliloqui, di riflessioni viscerali: bastano frasi, comportamenti, shopping compulsivi, un’infautazione per un’attrice adolescente, il dono di una costosissima pomata alla canfora alla fiamma di turno. Bastano le infinite notti fatte di risse e parole fuori luogo, di discorsi lunghi e inconsistenti, di luci al neon, di sguardi ammiccanti. Perché, tra la schizofrenia di Zelda e l’abuso d’alcol di Francis, Fitzgerald vedeva proprio questo: un ammasso di uomini e donne nell’Europa, nella Francia degli anni folli, quando tutto sembrava possibile, in arte, in letteratura, nella musica, nel costume, in quella società che tentava di risorgere (invano) dalla ferita implacabile della Grande Guerra. È un mondo, quello post bellico, che quasi non ha più senso. Deflagrano e scoppiano le forme - oppure ritornano all’ordine - deflagra e scoppia lo stile letterario sincopato che si fa jazz, blues: il mondo è scoppiato e gli uomini e le donne che lo abitano tentano di fare tutto ma non sono in grado di lasciare alcuna traccia consistente della loro esistenza: si parla di soldi, affari, moda, si cambiano mariti e mogli, ci si lascia affascinare dagli oggetti, dalle bottiglie di vino, dalla spuma del mare, ci si immerge in avventure che hanno la stessa durata e la stessa importanza di un lampione che scoppietta in attesa di rimanere fulminato. 
E Fitgerald probabilmente sente quanto questa inconsistenza esistenziale sia frivola e cozzi con quella durezza che brucia entro le sue mura domestiche. Vediamo il fuori e possiamo solo immaginare le crisi di Zelda/Nicole. Vediamo il fuori, ma possiamo solo immaginare come vada estinguendosi nell’alcol l’esistenza del promettente dottor Dick Diver/del promettente scrittore Francis Scott Fitzgerald. 

Ed eccoci alla coppia, a cosa tiene unita o disunita una coppia. Una coppia che si fa forte e si rafforza sui problemi che la caratterizza e che in essi si consuma. Una coppia in cui l’uno si dissipa nell’altra (e viceversa). Una coppia che, per non morire, sa di dover guardare al mondo esterno - quello frivolo, inconsistente - e che può sopravvivere solo grazie alla leggerezza che vede in esso. Una coppia che scoppia dandosi al nulla, ma rimanendo nella nostra mente eternamente legata proprio per quel modo tutto suo - tutto loro - che ha avuto di guardare al mondo, di sviscerarlo per giungere alla conclusione che, in fondo, il mondo è nulla. 

So perfettamente che, se dovessi scegliere un’opera d’arte da accostare a questo libro, dovrei scegliere Picasso e il suo periodo cubista più estremo, quello della scomposizione e della quadridimensionalità. Ma sceglierò Boccioni e la sua prima versione degli Stati d’animo. Perché in quella prima versione i colori si avvicendano veloci e piangono. Le onde delle pennellate si inseguono e non si rapiscono. Fluttuano e non danno una versione ferma del mondo - il mondo è sfuggente e l’uomo è solo in balia di eventi inafferrabili: impossibile fermare il tempo e l’esistenza lasciando traccia di sé. Tutto viene travolto, tutto nasce, esiste e tutto scompare - tace. 

Ecco, forse non sarà proprio una visione da critico letterario né da critico d’arte. Ma se dovessi riassumere in un’immagine il romanzo di Fitzgerald userei quella di un palloncino ad elio in cui il bimbo ha riposto tutte le sue speranze; un palloncino luminoso e leggero, tanto affascinante quanto fragile è il suo appoggio alla terra. E quel palloncino all’improvviso si scioglie dalla stretta, così, nemmeno noi sappiamo come, per un colpo di vento o per chissà cos’altro. E si alza, silenzioso e solo, nel cielo stellato e sempre più nero. Per un attimo, dall’alto, può vedere tutto, può capire tutto, tutto il caos in un grumo silenzioso - fino a sparire nel nulla e senza un perché.

martedì 21 agosto 2018

Le foto nel mio album

Nell’epoca di Instagram devi essere glamour. La tua vita deve essere glamour. La tua esistenza deve corrispondere a una carrellata di immagini accese, dai bianchi accesi, dagli azzurri accesi, dai verdi accesi, dall’ordine apparentemente casuale ma pur sempre “acceso”: il risultato è un mosaico che con un solo colpo d’occhio deve dare all’osservatore l’idea di quanto sia accesa e figa e glamour la tua vita; di quanto tu viva la tua vita, tra un prosciutto crudo perfettamente arrotolato e la schiuma della birra montata ad arte. Il mare, il cielo, le montagne, le vetrine traslucide, la mise en place del momento, le persiane colorate, le persiane semiaperte, arbusti rampicanti, libri in ogni posizione tranne che in libreria eccetera eccetera eccetera.
Non sto facendo una campagna moralizzatrice, anzi: non ho Instagram, ma di questo social qualcosa mi affascina. Forse mi affascinano i colori o forse, molto più semplicemente, mi incuriosisce il modo in cui la gente tenta di dare un indirizzo (sempre straordinariamente fantastico!) alla propria vita: come se vivendo - e scattando foto - ognuno potesse già dire “ecco, la mia vita è questa”. Mi affascina questo punto perché io non saprei proprio che elemento fotografare per dire “ecco la mia vita è questa”. Non lo so perché ho passato un po’ del mio tempo fino a qui a studiare l’arte e la poetica degli artisti e so che nessun artista, pur avendo una poetica, è mai un monolite chiuso e dall’arte perfettamente replicabile. 
In itinere, la vita è sfuggente. Diceva Pasolini che solo dopo la morte si può avere un quadro generale della situazione, cosi come, dopo il montaggio, il film smette di essere un fluire caotico di vita e diventa un elemento racchiuso e perfettamente analizzabile. 
Quindi, la cosa che mi chiedo è: come fare attraverso i social a produrre l’idea della propria vita mentre la si vive? È impossibile. 

Forse io non sono nemmeno la persona più adatta a fare una riflessione del genere. Ho a malapena un account Facebook, ma non lo uso praticamente mai, non sono un animale molto sociale, figuriamoci se posso essere social... sono tutto quello che un social media manager non dovrebbe essere. Nel mio discorso non c’è alcun giudizio, solo molta curiosità. Mi chiedo cosa spinga le persone a mettere la propria vita in vetrina. Perché poi la vetrina deve essere ben patinata, non ci si può permettere di fotografare qualcosa di troppo “sporco”. 

La riflessione è cominciata a nascere in me negli ultimi giorni. Sono tornata al paesello natio per le vacanze e con il ritorno, ovvio, scattano sempre i ricordi d’infanzia. Ci sono sapori e odori e oggetti messi qua e là per casa che ricreano in mente epoche, periodi, fasi o solo il senso sfuggente del nido familiare. Ho mangiato pesce e altre leccornie che avevano il sapore di mamma e papà. Ho partecipato a una sagra di paese e a una cena di famiglia che però era anche per strada, fuori la porta di casa. In entrambi i casi, piatti di carta, tavolate spartane e disordinate, panche, sedie tutte diverse, rimediate tra una stanza e l’altra e cantine polverose e tutta una serie di altre cose messe un po’ lì a caso che difficilmente possono rientrare in una foto da mettere in vetrina. Perché quelli sono i casi in cui sei più impegnato a vivere che a fotografare e a pubblicizzarti agli altri e, anzi, del mondo là fuori proprio non hai bisogno. Ti piace stare lì nel fluire delle cose e dei sentimenti - e l’unica foto che puoi tentare di fare è quella nella tua mente, per catturare più momenti possibili di qualcosa che rimarrà dentro di te e che, in qualche modo, ti costruisce.

Intendiamoci: sono una grande appassionata di fotografia. Fotografo tante cose e le ho sempre fotografate anche quando il rullino era solo da ventiquattro foto (quello da trentasei era un lusso). Con il rullino dovevi fare economia e scegliere i momenti davvero importanti. Soprattutto, stampavamo le foto e le incollavamo negli album. Gli album erano chiusi. Lo sottolineo: chiusi. Gli album rimanevano chiusi e impolverati sullo scaffale e aprirli era come scovare uno scrigno segreto. Si guardavano le foto una ad una, indicandole con il dito, prendendo la lente di ingrandimento, sfogliando piano la velina e poi la pagina di cartone. 
Come se le foto fossero un pezzo di cuore, un pezzo di vita che riprende vita nel momento in cui le si disvela di nuovo aprendo l’album. 
Ho sempre avuto l’impressione che la possibilità di fare foto pressoché infinite non renda giustizia al momento che si sta vivendo, momento che spesso, con la consapevolezza e la scelta può essere restituito nella sua profondità e interezza anche da una sola foto. 

Non è molto chiaro questo mio ragionamento: forse perché i pensieri mi fluiscono così, sparsi, e ognuno confina con l’altro anche solo in modo sfocato, per semplice associazione di idee. So solo che se voglio vivere a fondo una cosa non la fotografo e se lo faccio scelgo un istante solo, preciso - perché quello che ricordi non è quello che fotografi. E so anche, infine, che quello che fotografo scegliendolo bene, lo chiudo in un album, in uno scrigno, che è mio e solo mio.

lunedì 30 luglio 2018

Una nuova forma


Forse avevo ragione sui capelli, sul loro taglio rituale. È stato giusto tagliarli, anche se solo di poco, sistemarli, dar loro una nuova forma. 

Ho capito che la maternità si affronta in tre fasi. 
La prima è quella dell’impatto con la novità, una specie di vortice che ti risucchia e ti sballotta. 
La seconda fase è quella di fare le cose che facevi prima di diventare mamma ma con la novità del vortice: il risultato è spiazzante, può arrivare persino ad annullarti. La vita di prima, in soldoni, non esiste più ed è come se tu avessi la vita di madre e tentassi di vivere la vita di prima, rendendoti conto che le due cose sono inconciliabili. Inutile ritornare sui propri passi se ora la vita ti ha dato altro. 

E così ecco che arriva la terza fase, la più importante, quella necessaria: fare le cose che facevi prima, ma con la consapevolezza - e il piacere - di essere diversi, di avere qualcosa in più con sé: fare le cose che facevi prima ma con gli occhi nuovi di chi percorre una nuova vita, quasi si fosse nati una seconda volta assieme al proprio figlio. 

sabato 21 luglio 2018

I miei capelli




Per una particolare congiuntura astrale, il settimo mese della mia peste è coinciso con l’epocale
taglio dei miei capelli. Epocale almeno per due motivi.

Uno: quando una donna che ha avuto un bambino riesce ad andare dal parrucchiere, allora significa che la suddetta donna sta conciliando la sua vita di madre con quella di una persona che vive in società, che riesce a lavarsi, vestirsi, improfumarsi e addirittura a uscire di casa per raggiungere un luogo adibito alla cura di sé, lasciando il pargolo nelle mani del padre e dedicando a se stessa un’ora! Insomma, all’annullamento dei primi mesi segue anche il far coincidere vita di madre con vita di donna (ma solo per alcuni minuti a settimana).

Due: per me la cosa è ancor più epocale poiché, per una serie di motivi che non sto a dire, dal parrucchiere non sono mai andata neppure nei nove mesi di gravidanza. Ho tagliato i capelli il mese prima di rimanere incinta e poi nulla più. Perché io sono un po’ così. Uscire dal parrucchiere con i capelli ordinati mi piace, mi guardo allo specchio e ogni volta mi impegno a tornarci settimanalmente, ma poi mi impigrisco, decido che i miei capelli selvatici e lunghi e crespi e pieni di nodi hanno il loro fascino, che li posso legare in una treccia, in due trecce, in una coda alta, in una bassa, in uno chignon, lasciarli asciugare al sole e farli diventare boccolosi fino al sedere eccetera eccetera. Insomma, perché perdere tempo dal parrucchiere?

Be’, stavolta ho deciso di perderlo, questo tempo. Non solo perché i capelli andavano rinnovati e rafforzati. Ma anche per segnare una sorta di rito di passaggio tutto mio. 
Questi miei capelli hanno visto nove mesi di gravidanza e sette di maternità. Li ho immaginati crescere e accumulare esperienza - ogni centimetro un piccolo o grande evento di questo percorso. Mi è dispiaciuto tagliarli. Ma li ho tagliati per dirmi che non sono più incinta, che non sono più madre neofita da pochi mesi, ma che sono una mamma quasi navigata (per quanto nessuna madre sarà mai navigata ed esperta abbastanza del proprio figlio, che sta lì per stupirti e per dimostrarti ogni volta che è un essere umano con i suoi piedini e la sua strada), che sono una persona con una vita nuova (la mia e quella che ho generato). 

Come si dice. Vita nuova, capelli nuovi. 

Almeno fino a che non cederò di nuovo al fascino del loro inselvatichimento.


Immagine: Henri de Toulouse-Lautrec, Donna che si pettina, 1891, Musée d'Orsay, Parigi