sabato 30 giugno 2018

Il viaggio nel tempo

Sono sempre rimasta affascinata dai paradossi temporali e dai viaggi nel tempo. Non so il perché di questo magnetismo. Forse mi è sempre piaciuta l’idea di poter tornare indietro nel tempo e rivivere le esperienze più belle - e per questo alleno forsennatamente i ricordi, per non perderne nemmeno un dettaglio, per vivere oggi il passato così come fosse adesso. E mi ha sempre solleticato l’idea di poter fare capolino nel futuro, anche se questo è senza dubbio l’istinto dell’ansioso, che vorrebbe controllare tutto e che, guardando al buio del domani, vorrebbe poter vedere chiaro e costruire le cose nel dettaglio solo per non morire d’ansia. 

Ricordo anche che nel libro di Scienze della Terra, al liceo, il capitolo sulla storia del nostro pianeta riportava un fatto curioso - l’unico che ricordassi, dato che io e la scienza, seppure la reputi bellissima, abbiamo un rapporto mnemonico difficoltoso: e cioè che se un osservatore, per assurdo, oggi si ponesse sulla Stella Polare vedrebbe il pianeta Terra come era trecento anni fa. Mi colpiva che la Terra potesse essere, nello stesso istante, un mondo negli anni Duemila e un mondo in epoche lontane. Un po’ il vantaggio divino di poter vedere tutto nello stesso momento.

Ebbene, la sorpresa è stata tanta quando ho scoperto, per puro caso, che con la Street View di Google Maps è possibile fare un’esperienza tra Donnie Darko e Ritorno al Futuro. Presa da una strana nostalgia, ho aperto l’applicazione e ho digitato l’indirizzo di casa di mia mamma. Con grande sorpresa, la mia macchina, che ora è sotto casa mia a un centinaio di chilometri dalle mie origini, era parcheggiata lì fuori. La siepe di edera che è stata sradicata da svariati anni era ancora lì, rigogliosa e verde più che mai. Incrociando i dati della mia macchina parcheggiata lì fuori e dell’edera ancora presente ho pensato che poteva essere estate e che mia sorella stava ancora studiando per laurearsi in Matematica, dietro una delle serrande abbassate per sfuggire alla calura del sole cocente.
La sorpresa è stata ancora tanta quando, vagando nella via della mia nonna materna e facendo uno zoom estremo sul suo balcone, ho scoperto che i suoi fiori e i suoi vasi erano ancora tutti lì: mia nonna ora non c’è più, ma su Google Maps c’è ancora e probabilmente è appena uscita sul terrazzo a raccogliere qualche cima di basilico. 
Ho vagato per altre strade della mia città natale, non tutte ben percorribili perché spesso la macchina di Google non è entrata nelle viuzze più piccole o perché semplicemente alcune case sono visibili solo entrando nelle coorti di cui fanno parte. Ma di tutte ho conservato uno screenshot: perché mi fanno essere nel passato e nel presente nello stesso istante e mi permettono di vivere l’epserienza della mia vita a tutto tondo, in un mix di vita vissuta e vita ricordata.

Provate a essere nello stesso momento qui e là, ora e tempo fa. 
La stessa cosa avviene quando hai dei figli. Sperimenti l’essere madre e adulta e anche l’essere bambina e figlia - perché ogni conquista dei bambini è anche una tua conquista. 

E poi, ecco: la cosa più assurda e affascinante: nelle foto di epoche passate, pur essendo consci della loro assenza, vai a ricercare la presenza dei tuoi figli. Come se nella foto di gruppo del liceo o in quella al tramonto al matrimonio, in qualche angolino, già loro si nascondessero e tentassero in ogni modo di fare capolino nella tua vita. 
I figli ci sono sempre, anche prima di te, anche oltre te. In loro vedi te e vedi tutta un’altra vita.

giovedì 21 giugno 2018

Seimesi

Sono già passati sei mesi - e il tempo è volato. Mi vien da scrivere solo parole melensi piene di malinconia, perché ora, quando ti allatto, non stai più nel mio braccio, perché i piedini scappano via, veloci, verso una strada tutta tua, che io - giustamente - potrò solo osservare.
Però, allo stesso tempo, so che osserverò ammirata quei piedini veloci e quella strada tutta tua. Perché guardarti crescere è indescrivibile. E anche se sono già pronta a dirti che ti vedrò sempre piccola e bla bla bla, so che non vedo l’ora di sentire le tue prime parole e i primi discorsi e vedere quali saranno le tue passioni, se suonerai il pianoforte o la grancassa, se vorrai buttarti nel fango giocando a calcio o salire sulle punte di una ballerina, so che sono curiosa di vedere se discuterai la tua tesi di laurea o se ti piacerà lavorare la terra. Sarai sempre una virgoletta di quarantasei centimetri incastrata perfettamente nel mio avambraccio, ma la curiosità di vedere crescere la tua vita è tanta, forte. 
Penso troppo lontano e mi viene paura, ma poi mi obbligo a guardarti giorno per giorno, a vivere la scoperta minuto per minuto.
In modo indissolubile.

Perché io sto finalmente crescendo - e sto crescendo con te.

mercoledì 30 maggio 2018

Non ho scritto nessun post

Non ho scritto nessun post.
Scrivilo lo stesso.
Ma non ho tempo, non ho avuto tempo. E poi non saprei che scrivere.
Anche una cosa breve, un pensiero - mi dice mio marito - purché rimanga traccia, un ricordo.

Allora, l’unica cosa che mi viene in mente dopo questo dialogo è un’immagine. Se devo descrivere la mia peste, la descrivo con una luce tutt’attorno, come se i suoi riccioli in erba fossero i raggi di un sole che si illumina ogni volta che parte una risata - ma anche solo quando mi guarda con quegli occhi leggeri e profondi, puri, che dietro non nascondo nessun vizio, nessun giudizio. Sono solo uno scoprire, piano piano. 

E penso anche che non c’è privilegio più grande di poter assistere ogni giorno alla costruzione di una vita. 

lunedì 21 maggio 2018

Nel tinello di mia nonna



Per uno dei miei due appuntamenti mensili, avrei voluto scrivere tante cose. Avrei voluto scrivere dei libri che ho letto e delle riflessioni - piene - che si sono scatenate. Avrei voluto scrivere dell’unico film che ho visto (a puntate) e delle reazioni profondissime che mi ha suscitato. Le idee per fortuna scorrono impetuose. Ma sono troppo impegnative da mettere su carta e poi da qualche anno a questa parte, più che perdermi in inutili elucubrazioni metafisiche, ho bisogno di sporcarmi le mani con la realtà (così come spiegherò nell’ipotetico post che scriverei per l’unico film visto di cui sopra).

La peste cresce e ha bisogno di me. Per fortuna. E io non voglio perdermi nemmeno un istante, nemmeno un suo battere di ciglia. Per questo, scriverò al volo di un’inezia che mi è accaduta e che però mi ha dato, come al solito, da pensare - ma non sarà che penso troppo?

Ho sempre avuto un cattivo rapporto con le ricette dei dolci. Sempre assai desiderosa di metterle in pratica, ma mai soddisfatta del risultato. In particolare dei ciambelloni. Perché io, in mente, del ciambellone, ho un sapore ben preciso, un sapore che risale alla mia infanzia e che si mescola a vari ricordi. È un ciambellone dal forte sapore di uova, zucchero e scorza di limone - limoni calabresi, quelli che crescevano rigogliosi sull’albero del giardino di casa mia. 
È un odore che io ho sempre associato alla mini cucina e al magico tinello della mia nonna materna. È un odore che credevo di aver perso per sempre dopo che la mia nonnina si è ammalata di vecchiaia e poi è andata via. 
È un odore che però, quasi per miracolo, ho sentito uscire da una panetteria di un paesello in cui stavo passeggiando - passeggino alla mano - qualche domenica fa. Sapete, quegli odori che entrano nel naso e, non si sa come, con la stessa velocità di una scossa elettrica, arrivano al cervello e lì dentro aprono un’immagine, così nitida e cristallina da non essere solo un’immagine, ma da diventare un ricordo epidermico. Un essere lì. Un viaggio nel tempo. 
Quell’odore, oltre a riportami indietro, mi ha anche fatto riflettere - non so perché o forse lo so benissimo - su mia nonna che è diventata madre di due bimbe a un migliaio di chilometri da casa sua, lontana, lontanissima da tutto: e, all’epoca, si era davvero lontani, lontanissimi da tutto. Non esisteva WhatsApp e la videochiamata Mamma aiuto sto facendo bene? 
Esisteva arrabattarsi da soli lì dove si era, soli davvero, e al massimo c’era un’interurbana e chissà quanto costava e poi le lettere, scritte lentamente, lunghe, con i pensieri più profondi che si potevano, perché la posta doveva trasportare mesi di pensieri, non istanti. 
Mi sono sentita vicina a mia nonna, perché io qui sono sola; ma ho avuto la fortuna di prendere il telefono e chiedere a mia madre Tra i pizzini di nonna con le ricette, ci sta quella del suo ciambellone? E la mamma mi ha mandato la foto della ricetta. All’incirca tutto in un nano secondo.
Io quella ricetta l’ho messa in pratica. Da sola, un tardo pomeriggio, mentre la peste mi guardava tra il sospettoso e il divertito. Mi sono sentita inadeguata, inadeguata a fare il dolce e inadeguata perché per concederci una coccola mattutina, invece di giocare con la peste, le parlavo dal piano della cucina e la guardavo con i giochi in mano. 
Sentirsi inadeguati è un po' un sentimento ricorrente della maternità, credo. 

Poi, però, quel ciambellone l’ho sfornato e lo abbiamo mangiato ed era soffice e carico di uova, zucchero e limone. In un istante sono tornata nel tinello di mia nonna e nello stesso istante ero seduta davanti al mio ciambellone, accanto a mio marito che mangiava godurioso e alla peste che mi guardava divertita. Ho sentito mia nonna lì, con me. 

E, nello stesso istante, il senso di inadeguatezza, almeno per quell’istante, si è dissolto. 

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Immagine: Telemaco Signorini, Chiacchiericci a Riomaggiore, collezione privata

lunedì 30 aprile 2018

Un anno fa è iniziata l'avventura



Un anno fa la nostra vita è cambiata. 
È iniziata l’avventura.
Abbiamo saputo che c’eri.

Mai avrei immaginato che, in un anno, sarei passata da un dress di pelle taglia quaranta di Elisabetta Franchi (quindi praticamente taglia trentasei) a non trovare comodità nemmeno nelle maglie e nei pantaloni del tuo papà.

Mai avrei immaginato di poter sviluppare un’insana compulsione per l’acquisto di abiti con fantasie a pois. Tu già c’eri e io non lo sapevo ancora: ma in quell’arco di tempo che mi ha condotto alla tua scoperta ho acquistato una gonna a pieghe blu a pois bianchi; una camicetta rosa a pois neri; una maglia con manica a tre quarti nera a pois bianchi; un maglioncino di filo bianco a pois blu navy; una maglia larga blu a pois bianchi. Per poi passare a un premaman rigorosamente a pois: su tutto, spicca l’abito fucsia a pois neri. Per non parlare del pigiama che ha accompagnato le nostre notti una nell’altra, con dei mega pois bianchi che quasi sembravano abbracciare l’intera pancia. 

Mai avrei immaginato di amare pazzamente le mele cotte.

Mai avrei immaginato che partorire sarebbe stato più facile e adrenalinico di tante altre cose che, di solito, nella vita reputiamo più semplici.

Mai avrei immaginato che il Maialino mangiapannolini sarebbe stato l’oggetto più utile in casa.

Mai avrei immaginato che il tuo gusto musicale avrebbe toccato alte vette con Debussy e con l’aria della Regina della Notte di Mozart, momenti più cantautoriali con MirkoeilCane e gli Afterhours, momenti nostalgici con Battisti e momenti più pop con Mudimbi.

Ma, soprattutto, mai avrei immaginato che misurare la tua manina nella mia, in confronto, grande mano, avrebbe prodotto un sentimento così esplosivo e, per fortuna, impronunciabile. 

Mai avrei immaginato che in una vita tanto frenetica e difficile saremmo stati in grado di far risplendere un diamante. 

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Immagine: Edouard Manet, La famiglia Monet in giardino, 1874