venerdì 30 giugno 2017

Il viaggio verso casa

UNOeDUE

C’era un particolare momento delle giornate estive della mia infanzia che mi riconciliava con il mondo. Durava poco, ma era bellissimo.
Era il momento in cui si tornava dal mare. Si montava in macchina - la macchina stracarica di tavolini, sedie, cesti e frigoriferi per il pranzo, giochi per la spiaggia, asciugamani, scarpette, cambio costume, protettori solari e casse d’acqua potabile - e si viaggiava per pochi minuti, al massimo venti, chi lo sa, ma per me era un tempo infinito.
Era un tempo prezioso, soprattutto. Quel viaggio dal mare a casa era un confine, un “di più” che la vita mi offriva, una sorta di venticinquesima ora. Non dovevo fare niente, solo godermi il viaggio sui sedili posteriori, guardare fuori del finestrino, osservare scorrere le altre automobili impegnate nello stesso viaggio, scrutare tra le finestre aperte di chi a casa era arrivato prima di noi e si affannava per ricominciare la vita, caotica, anche stressante, del post-mare.

Chi è nato e ha vissuto in una città di mare sa che l’estate (che va dalla fine della scuola a giugno al giorno prima dell’inizio della scuola a settembre) è un vero e proprio lavoro. L’uomo di mare si ritaglia qualsiasi lembo di tempo per andare a mare: alle sette del mattino prima di andare a lavoro, in pausa pranzo, dopo l’uscita dal lavoro, dalle sei fino alle otto di sera.
E così avveniva anche per noi.
Di sabato e di domenica, invece, ci si trasferiva direttamente al mare, con la corsa all'alba per occupare i parcheggi e i posti in spiaggia migliori: si effettuava un vero e proprio trasloco, tanto che, sotto la pineta e in spiaggia, qualsiasi cosa chiedessi agli adulti - cibo, disinfettante, un gelato, un cuscino - mi veniva prontamente dato. Genitori e nonni che iniziavano i preparativi in cucina la sera prima, organizzazioni all'osso e lo studio del tetris del bagagliaio della macchina (che venticinque anni fa non aveva la stessa capienza delle automobili di oggi): e si partiva. Si partiva già stanchi, probabilmente, ma io, quella stanchezza, la subivo solo di riflesso, perché avevo qualcuno che si occupava di tutto per me. Ci si ritrovava al mare con parenti e amici, che a loro volta avevano organizzato il weekend al mare in modo altrettanto maniacale - ma con una sana, scanzonata voglia di divertirsi.
Si stava in spiaggia fino all’una, poi si correva sotto la pineta e si univano i tavolini di tutte le famiglie presenti: si costruivano tavolate immense di venti, trenta persone, e ogni donna cuciniera si presentava fiera con la propria personalissima lasagna, con la propria personalissima versione della carne fritta, della parmigiana, dell’insalata di mare, del ciambellone al cioccolato e della macedonia di frutta. Si mangiava per ore e noi bambini dovevamo stare attenti: perché dal pranzo al bagno successivo dovevano passare almeno tre ore.
Quando tutti poi erano in ferie, le giornate del weekend si dilatavano e si ripetevano per tutto l’arco della settimana. Dal lunedì alla domenica full time. A volte, cenavamo pure a mare, quando le giornate erano più lunghe. A casa ci tornavamo solo per dormire.

Sono stralci di infanzia che ricordo con estremo piacere. Vivevo in un mondo fatto di bambagia. Ero piccola. I nonni mi sembravano eterni. C’eravamo tutti. Io avevo solo il compito di tuffarmi a mare, raccogliere conchiglie, esplorare gli scogli, mangiare, dormire dopo pranzo, ritornare in spiaggia, stare in ammollo per quattro ore consecutive, fare merenda, ogni tanto dover cambiare il costume per non stare sempre con i panni bagnati addosso.

Però ricordo con piacere ancora più estremo quel viaggio in macchina dal mare a casa, alla sera, quando la giornata era davvero finita. Un’attesa che mi permetteva di mettere le cose a posto. Ero piccola, lo so, ma ricordo bene che quei pochi minuti di viaggio riuscivano a dilatarsi e a farmi riposare davvero, a capire il senso di quella giornata. Soprattutto, era un modo per allontanare più che potevo l’arrivo a casa, che significava metti a posto, sciacqua i costumi, fai la doccia, non spargere sabbia a terra, tieni buona tua sorella e via dicendo. Un altro caos in attesa, magari, dell’uscita dopo cena, a prendere il fresco, a mangiare un gelato, a salire sulle giostre.

Era un vortice continuo di cose da fare e io forse avevo solo voglia di capirci qualcosa.

Avevo quasi dimenticato quel momento che vivevo ogni volta con intensità. Mi è tornato in mente solo pochi giorni fa, ripercorrendo la stessa strada. Non tornavo dal mare, ero su quel percorso per tutt’altro motivo: tutto era cambiato, dal paesaggio all’asfalto sotto le ruote. Io sono cambiata, ma quella sensazione di bambina mi è piombata prepotentemente addosso. Mi sono sentita piccola e protetta, così, all’improvviso, come se fossi ancora ai primi anni Novanta, con quella possibilità di concedermi un’ora in più di giornata, un’ora in più di vita, per guardare, per capire, per costruirmi i ricordi - semplicemente per stare.
Godendomi l’esistenza così come è, al di fuori delle cose da fare.

Lo ho capito solo l’altro giorno che, in realtà, quello che facevo da bambina solo per sfuggire un po' agli eventi della giornata è diventata poi sostanza di vita.

L’attesa. Il non far nulla. Annoiarsi. Stare fermi a guardare. Stare fermi a respirare. Semplicemente stare.

Se non attendessimo, nulla avrebbe senso. Ho capito, così, che quei momenti di nulla in macchina prima di tornare a casa si ripetevano costantemente. Attendevo il bagno pomeridiano in mare  mentre pranzavo con le lasagne e la parmigiana, sotto la pineta. Attendevo il pranzo mentre facevo il bagno mattutino ed esploravo gli scogli giocando ad essere un pirata coraggioso che sfidava le onde. Attendevo di cominciare la mia nuova avventura a mare, chissà con quale gioco, chissà con quale invenzione, mentre in macchina viaggiavo da casa al mare.
E tutta questa attesa mi ha permesso, forse, di avere ancora oggi così vividi i ricordi e le sensazioni di quasi trent’anni fa: tanto che potrei calarmi in quei giorni - e riviverli - con una facilità sconcertante.

Negli anni, ho capito, le cose da attendere sono diventate più lunghe e più complesse. Ma senza tutta la preparazione nascosta nell’attesa, oggi probabilmente non avrei un carico di ricordi così prezioso - prezioso perché so con certezza di averlo vissuto.

Non so se attendere sia il segreto: so, però, che attendere è la mia sostanza. Snervante, a volte, ma divertente e piena di significato.

Non so neppure se sarò in grado di fare quello che genitori e nonni hanno fatto per me, permettendomi di crogiolarmi nel dolce far nulla tra giochi e mare e pranzi epocali dai sapori che non torneranno più. So, però, che quel “ritorno a casa” me lo porto sempre dentro. E, in fondo, costruire nell’attesa non è che il costante tentativo di un viaggio verso casa.


martedì 30 maggio 2017

L'arte di fermarsi


UNOeDUESliceofLife

Sapersi fermare. Dire basta. Dire Mi riposo.
Fermarsi in mezzo al flusso di persone e cose ed eventi che continuano il loro corso - in una gara senza senso.
Fermare il tempo.
Fermare il proprio tempo.
Lasciarsi andare ai propri ritmi.
Impedire che il mondo esterno dètti i suoi.
Non ascoltare più chi dice Provaci e Corri.
Sapersi fermare.
Fermarsi è un'arte.

Sedersi
E guardare il mare
Quando le onde si muovono immobili
Sedersi
E respirare le cose
Senza affanno
Senza fame.
Sbadigliando, in preda alla noia, fissando il nulla - fissando tutto.

Impedire che il mondo entri dentro di te, senza controllo. Che sia tu a lasciarlo fuori - che sia tu, con i tuoi modi, i tuoi tempi, a fare il tuo ingresso nel mondo.

E ora è il momento di fermarsi. 
Di rimanere sulla soglia del mondo esterno.
Di chiudersi nel proprio - piccolo, infinito - mondo.

L'arte di fermarsi.
Seduti, ad annoiarsi, a sbadigliare, a respirare il mare, a perdersi nell'aria.
A immaginare.


Immagine: Claude Monet, Il ponte ad Argenteuil, 1874, Musée d'Orsay, Parigi


domenica 30 aprile 2017

La Pizza di Pasqua


UNOeDUESliceofLife

Perché parlare di dolci pasquali a quattordici giorni dalla Pasqua?
Innanzitutto, perché dalle mie parti, dolce pasquale fa rima con Pizza di Pasqua e la Pizza di Pasqua è un regalo tipico che le massaie più solerti fanno ad amici e parenti in rappresentanza della famiglia. Quindi: pizze di Pasqua a go-go. Tutti regalano Pizza di Pasqua a tutti, in un folle scambio di carboidrati e zuccheri raffinati: con il risultato che si hanno decine di pizze di Pasqua a riempire la dispensa fino a ferragosto.
In secondo luogo, perché la Pizza di Pasqua È. Ed è impossibile che non sia. Tu stai lì, la fronteggi con coraggio, la tagli a colazione per inzupparla nel cappuccino, la tagli a pranzo o a cena per accoppiarla al salame o al cioccolato, ma Lei rimane lì, infinita, continua, si rigenera nella sua mastodontica fierezza da lievitato che, nel giro di poche ore, ha preso il comando di casa tua.
Quindi: a quattordici giorni dalla Pasqua, è ancora lecito parlare di Pasqua. 

Quest'anno mi sono cimentata anche io nell'impresa, che richiede non indifferenti doti da donna cuciniera, tempo, tanto tempo, coccole materne e la giusta umidità nell'aria.
Poiché di tutte le premesse a me manca quella fondamentale - il tempo - ho optato per la versione ufficiosa della Pizza di Pasqua: quella che prevede il lievito istantaneo, anziché il lievito di birra. 
Sembra una cosa illegale, sembra la versione pirata del film appena uscito al cinema. In realtà, anche se la versione originale prevede la pasta lievita, tra le massaie della mia terra esiste anche la versione con il lievito chimico, che viene smerciata appositamente per chi non ha tempo o, soprattutto, per chi vuole evitare tragedie da lievitazione. 
Le tragedie da lievitazione, infatti, sono dietro l'angolo, anche per chi, come la sottoscritta, con i lievitati ha un rapporto benevolo: dopo pane, pizza, brioche e persino un - modestamente - ottimo panettone, perché non cimentarsi anche con la Pizza di Pasqua in versione lievitato? Primo: la ricetta della mia bisnonna riporta tra gli ingredienti la misteriosa dicitura "un chilo di pasta lievita" (un chilo per me è troppo, ma soprattutto io non compro pasta lievita altrui, DEVO farla io e non avendo le dosi precise per la pasta lievita ho deciso di non affrontarla). Secondo: occorre avere una stanza da destinare appositamente alla lievitazione della Pizza di Pasqua, una stanza buia e in cui l'umidità possa rimanere stabile, in cui non far passare spifferi né tantomeno persone. Terzo: la Pizza di Pasqua è un coacervo di ingredienti che, se non ben trattati, potrebbero mandare all'aria l'impasto o la lievitazione. Gli ingredienti sono quintali di burro, pioggia di ricotta, badilate di liquori di ogni tipo. Uova, zucchero, anice e cannella - e ogni cosa bella.

Pertanto, chiedendo scusa alla gloriosa ricetta con pasta lievita della mia bisnonna - che oggi avrebbe novantanove anni - passata per le mani di mia nonna e di mia zia, recitando un Ave Maria e due Pater Noster per espiare la colpa, ho proceduto a fare la pizza di Pasqua come se fosse un normale ciambellone.

Eppure, nonostante il tradimento, le sensazioni sono state bellissime. 
Mi sono sentita l'anello di una catena che si snoda da secoli e che porta storia e tradizioni al futuro.

Dopo la riflessione sulle tradizioni da consegnare ai posteri, sono subito tornata con i piedi per terra: scoprendo che lo sbattitore elettrico - che aveva buttato fumo tossico nel tentativo di elaborare un dolce impossibile - era completamente andato. La tradizione, così, si è ripresentata in tutto il suo muscolare splendore: uova e zucchero da sbattere a mano. I deltoidi in fiamme. Ho pensato all'altra mia nonna, quella che non mi ha consegnato la tradizione della Pizza di Pasqua, ma degli altrettanto elaborati Cudduraci, esile come uno stelo, che fino a ottantotto anni, se poteva, montava uova e zucchero a mano, con un movimento preciso di polso da far morire di invidia tutti gli chef stellati. L'ho vista, lì, sul suo tavolo di marmo bianco vecchio di sessanta anni, a sbattere uova e zucchero. Mi sono detta: non posso tirarmi indietro. Ci ho provato, certo. Non con la stessa perizia novecentesca di mia nonna. Poi è arrivato il burro, non fuso ma a temperatura ambiente, e poi ancora la ricotta - e io lì a girare acqua e cemento con la fronte imperlata di sudore e i deltoidi che avevano ormai rotto la soglia del dolore, tanto da sembrare quelli di qualcun altro. 
Arrivano gli aiutanti. I liquidi. Un bicchierino della famosa sambuca della mia città: appena stappata, sono tornate alla mente infinite domeniche in famiglia, in cui la sambuca era la naturale conclusione, dentro al caffè, di pranzi luculliani. E due bicchierini di vermut: appena aperto, sono tornati alla mente i pomeriggi silenziosi e ovattati della nonna dei cudduraci, che col vermut insaporiva i dolci - e quasi la sua casa sapeva di vermut, un odore che è diventato presto l'inconfodibile tepore della mia infanzia.
Farina. Il peccaminoso lievito per dolci. E vai di nuovo di cazzuola da muratore. 
E poi anice, messo in ammollo per ore in una tazzina di sambuca.
E poi ancora cannella, un cucchiaino.
E, infine, la mia personalizzazione: due o tre cucchiaini - non ricordo quanti, perché il solo odore mi ha confuso le idee - di cacao amaro.

Infine, eccolo, l'inconfondibile stampo di carta, senza il quale la Pizza di Pasqua non è Pizza di Pasqua. Lascio colare l'impasto, recitando intanto tutto il rosario perché la mia pizza diventi alta alta come quella tradizionale. 

L'ora di forno statico a centottanta gradi è stata lunga. Un'ora in cui non mi sono potuta disinteressare della cosa. Ho fissato lo sportello del forno costantemente. Cresce? Non cresce? E che consistenza avrà? Sarò all'altezza? Per me, la tradizione culinaria che mi rappresenta è importante. 

La mia Pizza di Pasqua è cresciuta lenta come la mia autostima e le mie convinzioni. No, non verrà mai bene: ho sbattuto a mano uova e zucchero come se non avessi mai impugnato un cucchiaio in vita mia. Non potrà mai venire bene, mi dicevo.

E invece.

E invece, con i suoi tempi, la mia Pizza è cresciuta come le guanciotte di un bimbo inzeppate di latte materno. Ha sprigionato profumi incredibili. Mi sono sentita una persona che dà senso alla propria casa - perché io, al contrario dei miei vicini, che aspettano mezza giornata di ferie per fuggire da casa propria, quando ho qualche minuto di vacanza in casa mi ci chiudo e sperimento e faccio tutte quelle cose che, spero, mi possano avvicinare alle tradizioni della mia terra e delle mie nonne.

Morale della favola: nonostante le mie preoccupazioni e la mia scarsa autostima, che sempre emerge quando si tratta di cucinare, metà Pizza di Pasqua è sparita nell'arco di tempo che è andato dalla colazione alla cena. 
Era una Pizza che più o meno seguiva la tradizione ma che rimaneva molto mia. 
E ora sono là a contraddistinguermi quelle necessarie personalizzazioni che fanno della mia Pizza il sapore inconfondibile della mia famiglia - e della mia soltanto.

giovedì 30 marzo 2017

Il pieno e il vuoto




Il pieno e il vuoto: li immagino come una tela satura di colori e poi come una tela bianca, non preparata, magari bucata, strappata. Come avere di fronte l'opera rinascimentale più satolla di figure e dettagli e, dall'altro capo, osservare i buchi criptici e altrettanto ovvi di un Lucio Fontana.
C'è una bella differenza. Da un lato, gli occhi si riempiono tanto da traboccare di bellezza e forme che non lasciano spazio a nessun altro pensiero; dall'altro lato, ci si trova di fronte alla solitudine della propria mente, un quadro dilaniato e apparentemente vuoto, enigmatico, il cui senso è solo ed esclusivamente compito nostro.
Il pieno ci riempie, ma è il vuoto che può arricchirci. Secoli di arte dipinta e raffigurata e poi il nulla di un pensiero, di un'idea, sbattuti lì, senza alcun senso - o portatori di tutto il senso del mondo. Il punto è che di fronte al vuoto, soprattutto dopo che si è sperimentato il pieno, siamo costretti a guardarci in faccia: e a capire se siamo in grado di riempirlo nuovamente, quel vuoto.

Ho capito dopo anni - e dopo tre nuove versioni in blu-ray - cosa mi ha sempre davvero attratto dei film di Miyazaki: la saturazione dei suoi colori, i dettagli pieni e il pieno di dettagli di ogni singola inquadratura. Pur di fronte a scene senza alcun dubbio perturbanti, Miyazaki sa coccolare il proprio spettatore, lo infila tra un morbido blu e altrettanto comode pennellate di densi pastelli: i colori risultano accesi, corposi come un materasso, accoglienti come il proprio - inconfondibile - cuscino. Miyazaki ha saputo e sa riempire i vuoti dell'esistenza con il pieno di un'arte immensamente costruttiva, in grado di cullarci anche quando dovremmo avere paura.

Un po' come quando siamo ansiosi e intimoriti e intirizziti dalla follia glaciale del caos mondano - e di notte ci avvolgiamo nelle coperte, più per proteggerci che per ripararci dal freddo. Ce ne stiamo lì, col cuore in gola, e continuiamo a ripeterci che ora, in quel bosco di lenzuola e piumoni, siamo protetti, che il mondo è lontano, che il mondo è fuori, che il mondo non può arrivare a prenderci e a risucchiare tutto il pieno che abbiamo dentro.
Ne capitano di momenti così, oh se ne capitano. Quando ci sentiamo vuoti dentro, basta chiudere gli occhi e immaginarci a galleggiare nel vuoto denso dell'Universo: in un batter d'occhio ci sentiamo dotati di un peso, di una massa fatta di sangue, carne, muscoli - e i punti di vuoto sono solo pensieri che non riescono a formare nessun baluardo contro ciò che ci svuota.

Capita, a volte, forse molto più spesso di quanto si pensi, di sentire un vuoto alla pancia: perché siamo animali e non siamo fatti solo di idee e metafisica. Il vuoto alla pancia, a volte, puoi riempirlo con un soffice cornetto lievitato per ore e giorni, un perfetto gioco di incastri di pieni e vuoti d'aria.
Altre volte, il vuoto che hai nella pancia non lo puoi riempire, puoi solo lasciare che finisca di svuotarsi, contro la tua volontà: e accettare che il caso abbia deciso di lasciarti in balìa del tuo vuoto.
L'unica cosa da fare è sforzarsi di non pensarci. O meglio: sforzarsi di inventare qualcosa da costruire.

Allora ritorni all'inizio dei tuoi pensieri. Capisci che, sì, un Lucio Fontana ti mette di fronte al fondo del tuo baratro e inizia a scavarlo: ma il più ampolloso dei quadri, quelli fatti di tanti colori e successive velature e aggiustamenti e sistemazioni e aggiunte e ritocchi, non è altro che un nuovo mondo costruito laddove prima non c'era niente.
In fondo, è dalla mancanza di qualcosa che nasce l'istinto a ricostruire.
E noi, ecco, noi non ci facciamo abbattere da qualcosa che non c'è - e che forse non c'è mai stato: perché è lo spunto per mordere il più morbido dei cornetti appena sfornati, lo spunto per avvolgersi nelle coperte fino a diventare un involtino, lo spunto per aprire gli occhi e caricarsi di colori, lo spunto per ricominciare da capo con tante - e ancora tante altre - cose da costruire e da fare.

Penso, come sempre, ancora una volta, a Egon Schiele. Alla sua capacità di riempire la tela di personaggi lividi e traboccanti, così traboccanti da essere veri: eppure, scorgo anche la sua capacità di far equivalere ogni tratto di pennello, ogni segno di colore, ad una ferita sulla pelle della tela - una ferita sulla pelle di chi guarda. Penso alla sua capacità di riempire uno spazio e allo stesso tempo di svuotarlo - di svuotarci: di metterci di fronte ai pieni e ai vuoti di cui siamo fatti e che non sempre riusciamo a equilibrare.
L'equilibrio potrà esserci solo se, dove si è aperta la ferita e il sangue ha cominciato a scorrere, riusciamo a buttare dentro un po' di colore e a riempire quel vuoto di dettagli e belle cose che altrimenti perderemmo di vista.

Immagine: Egon Schiele, Donna seduta di schiena, 1917, dettaglio

martedì 28 febbraio 2017

Quella meraviglia di Montalcino!

sguardinotturni

UNOeDUEJourney

Non saprei da dove iniziare per raccontare quello che è stato uno dei viaggi più brevi e più intensi del nostro piccolo nucleo: perché i ricordi si affastellano - complice forse il tour di vini e cantine che percorrere è imprescindibile in un posto come Montalcino.
Partirei, forse, dal fatto che uno dei miei sogni di bambina è sempre stato quello di poter godere del calore di una casetta medievale fatta di pietre e persiane sbilenche. Non chiedetemi perché, ma in quelle case incastrate le une nelle altre ho sempre visto un modo di vivere antico, fatto di minestre a sobbollire su un braciere al centro della casa, di camini in funzione giorno e notte e di materassi di lana, che ti lasciano sprofondare e - seppure alla lunga scomodissimi - sono in grado di replicare l'abbraccio della nonna alla sera, quando addormentarsi fa paura. Sono piccole dimore che odorano di dolci preparati al mattino presto, con le uova appena covate dalle galline e il latte appena munto dalle mammelle della mucca più ritrosa.
Non so se nel duemiladiciassette le cose siano ancora così, ma a me piace immaginarlo. 
Mi sono sempre piaciuti gli hotel attrezzatissimi e mai e poi mai avrei potuto pensare che un B&B potesse regalarmi una dimora incastrata nella pietra, medievale quanto basta, moderna quando basta, con tanto di dolcetti sfornati da una signora gentilissima. Che, tra l'altro, ci ha fatto trovare sul letto gli asciugamani annodati con lo stelo di un fiore. Cosa volere di più? Ah, sì. Un profumo inebriante di pulito per tutta la casa. E musica classica ovunque. Spartiti ovunque. Il mio mondo - ovunque!

Questa non poteva che essere la promettente ouverture di un giro elegante ed etilico quanto basta per quella meraviglia di Montalcino.
Perché, l'altra cosa che mi piace scoprire in giro per viaggi, è il contatto che i paesi hanno con la propria terra - e con i prodotti che questa produce. Filari e filari di vigneti, cantine su cantine, bottiglie infilate in appositi distributori, con tanto di tessera per scegliere prezzo e quantità del prezioso liquido. 
Se prima erano spartiti ovunque ora sono calici di Brunello ovunque! 
Mai e poi mai avrei immaginato di poter vedere tutte quelle bottiglie e di poter scoprire sapori di un vino che ha tante sfaccettature quante sono le zolle della terra. E vai a ricordarti come era l'etichetta di quel Brunello con quel nome che, sì, ricordi benissimo, ma di cui hai dimenticato l'annata, preso dal sapore e dall'odore. 
Brunello di Montalcino ovunque: e a poco a poco riesci ad affinare palato e papille e a capire che non tutte le sorsate sono uguali. Finisci, poi, per essere così sensibile all'uva e ai legni che ti innamori della cantina più piccola e forse meno conosciuta, ma che ha un nome tanto bello. Il sapore è bello quanto il nome. 
Ti perdi negli scaffali di bottiglie disposte per nome, annata, colore dell'etichetta e, infine, ordine alfabetico. Vorrei possederla anche io una parete così ricca, ordinata e variopinta da cui attingere di volta in volta per una sorsata d'oro di vino rosso. 
Perché il vino rosso - quello buono, quello che staziona almeno cinque anni nelle botti e nelle cantine - non è fatto per ubriacarsi o andar su di giri. È fatto per godersi il momento, un'annusata, un giro di calice, il naso che si infila nel vetro, il liquido rosso che raggiunge la punta della lingua e che poi infuoca l'ugola e l'esofago. E quello che rimane sulla lingua e sul palato è un sapore fruttato, un sapore acido, un sapore amaro, un sapore dolciastro: ti perdi nel riconoscere i sapori, in un puro gioco d'attesa, in un puro godersi il tempo per il tempo - ammirare un calice di vino è saperlo fermare, il tempo.
Poi, ecco, se accanto a un vino così riesci a mettere un tagliere di salumi e formaggi del posto - o una fiorentina tenerissima da un chilo e duecento grammi - allora stai vivendo la vacanza definitiva. 
Altro che correre nel deserto a cavallo di una moto o nuotare con gli squali o perdersi in serate etiliche di scarsa qualità dall'altra parte del globo: datemi una fiorentina, un calice di vino e ragù di cinghiale che sobbolle nella terracotta di qualche esperta vecchina. Datemi un divano morbido e un caminetto acceso!

Musica ovunque, Brunello ovunque.
E Arte ovunque. 
Se devo trovare il minimo comune denominatore di tutto, direi che è il legno. 
Il legno è quello dei chilometri di vigneti che disegnano la terra come pentagrammi scarabocchiati da un artista geniale e disordinato - che, con un tocco di penna, tutto riporta all'ordine. 
Il legno, poi, è quello magistralmente intagliato, scolpito e dipinto che abbiamo visto nel museo diocesano del paese. Gesù Cristo medievali e rinascimentali, ognuno nel proprio legno vecchio di secoli e carico di storia, con una pregevolezza e una maestria eterne. Il Gesù Medievale che soffre - e il suo legno che sanguina resina. E il Gesù Rinascimentale che, pur soffrendo, rimane di una bellezza intatta e delicata, coi riccioli castani che nemmeno sembrano legno, ma morbide nuvolette cascanti.

Il legno, infine, è quello delle scale scricchiolanti della Fortezza di Montalcino. Barcollare paurosamente per arrivare su, dopo aver bevuto i primi quattro calici di Brunello della giornata, e avere davvero l'impressione di camminare su quelle assi con indosso l'armatura più pesante di un’anonima guardia medievale, quella che il vino lo beveva per riscaldarsi, in qualche notte incerta di vedette assonnate.

Dall'alto della Fortezza, il vento e il panorama ti calano subito in un'altra epoca, fatta di cose tremendamente autentiche: e, per fortuna, è un'epoca, almeno a Montalcino, così vicina, così attuale, tutta da vivere.