domenica 26 aprile 2015

Torno a casa e mandorle ovunque - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco

Torno a casa e mandorle ovunque.
Una giornata devastante, coi ragazzi che a tutto hanno pensato meno che alla matematica, una di quelle giornate in cui la primavera è ormai piena primavera e spostarsi da un capo all'altro della città, macchina-treno-metro-treno e poi ancora macchina diventa peggio dell'esodo o della via crucis. Insomma, i ragazzi che mi assaltano con piccole uova di cioccolato pur di non ascoltare gli esercizi che detto per le vacanze, il sole già brucia, la camicia sembra un cappotto di lana e la barba che non c'è fa calore comunque. E quel che aumenta l'afa è che in giro ci sono tutti, ma proprio tutti – come se all'una di mercoledì fosse normale che nessuno è a lavoro.
Si apre un buco ancestrale nello stomaco, appena scendo dal treno e salgo in macchina la avviso, Amore, butta giù la pasta, ma due etti solo per me, ché ho una fame che non ti dico. E, quando entro in casa, quando chiudo il portone alle mie spalle e la temperatura si abbassa diventando di un piacevole clima casalingo e io mi aspetto solo di sentire odore di pomodoro e basilico freschi, ecco, quando entro in casa trovo l'apocalisse della pasticceria e nemmeno un grammo di pasta fumante.
Lo capisce subito di essere in difetto, lo sa che sta attentando alla mia vita, e si giustifica: non dire nulla, sto lavorando, ho ancora un mucchio di cose da fare.
Sì, ma la mia pasta?
La nostra pasta. Anche io ho fame, ma per le sei devo consegnare tutte e dodici le colombe che vedi.
Non ci voglio credere. Sul serio ti hanno ordinato dodici colombe?
Sì, ho iniziato a prepararle ieri e lo sapevi. Solo che lo hai dimenticato. Anzi, dice, preparando un miscuglio improbabile di mandorle frullate, zucchero e uova, Anzi, se prepari tu il sugo, se mi aiuti, mangiamo prima.
Ma io non so preparare il sugo buono come lo prepari tu.
Alza la testa a guardarmi. Muta. Ha farina sulla faccia. L'intero nostro tavolo è coperto da dodici forme di carta piene di strabordante impasto di futura colomba. Questo è il suo lavoro. Ha studiato tutt'altro e si è messa a fare dolci su commissione, trasformando la nostra cucina in un laboratorio con tanto di certificato appeso su norme igieniche e quant'altro.
Questo è il suo lavoro. Lontana da tutti, dal mondo, da quei pericolosi contatti umani così imprevedibili da compromettere i suoi schemi e le sue abitudini. Una laurea in Lettere a pieni voti e qualche anno a fare la redattrice per il magazine di una casa editrice e poi ha mollato tutto. Lei è così. Vai a capire se anche questo è frutto della sua sindrome. Ma pare che chi è come lei abbia un concetto di purezza e integrità morale sovrumane.
La cucina – mi ha detto una volta – mi dà subito soddisfazione. E mi fa sentire utile.

Il lavello è pieno degli scarti della lotta pasquale con le colombe, gusci d'uova come se piovessero, pelle di mandorle, il frullatore con i resti di improbabili esperimenti chimici.
Se aspetti che spalmo la glassa, mi dice, poi preparo il sugo.
Va bene. Apro il frigo, infilo in bocca una fragola, lei mi dice Guarda che non è lavata, la inghiotto intera, nascondo un brivido, faccio spallucce.
Posso pulire il lavello, buttare le uova? Sì, ma stammi lontano, mi sgrida e vuol dire che non posso urtarla nemmeno con lo spostamento d'aria o rischia di far cadere la sua granella di zucchero come non deve cadere.
Chi ti ha chiesto tutte queste colombe? È follia! Ha un esercito di figli, nuore, nipoti, prozie?
La signora ha deciso di regalarle.
Ah!, commento, e poi magari dice che le ha preparate lei!
Non credo proprio, dato che mi ha chiesto di confezionarle e dato che io le confezionerò con i miei adesivi. E poi le regala a qualche associazione, fa beneficenza, che ti importa di quello che potrebbe dire?
Ti fai pagare bene almeno?
La smetti con queste domande? Non mi devi innervosire o i dolci mi vengono male.
Si rimette al lavoro col muso lungo e le mani che le tremano.
Dai, stai calma, le mie erano solo battute.
Non mi risponde. Il punto non è la colomba o quanto se la faccia pagare. Il punto è l'e-mail arrivata ieri, quella in cui la casa editrice per cui lei lavorava si fa avanti, si inginocchia quasi, la rivuole indietro, come faceva la redattrice lei nessuno la sa fare, come scriveva lei nessuno sa scrivere, quanto era profonda lei nessuno lo sa essere – e poi le alzano la paga, eccetera eccetera.
Amore, le dico, amore lo so che sei impegnata con i tuoi volatili sovrappeso, ma dovremmo parlare di quella cosa. Sai, visto che andiamo incontro alle spese per il matrimonio, insomma, qualche soldino in più servirebbe. Non dico che devi lasciare questa cosa dei dolci su ordinazione, ma fare entrambe le cose. Non pensi?
Tira su la testa di scatto e lancia nel lavandino il pennello con cui stava lavorando la glassa.

Perché me lo chiedi? Sai che odio quel lavoro. Sai che non è poi così remunerativo. Sai che devo passare il mio tempo a partecipare a eventi di dubbio gusto, a trattare da “intellettuali” persone che vendono l'aria o che venderebbero la madre per uno spicciolo in più. Sai che odio quel mondo, con tutti quei narcisi, scrittori, registi, scrittori e registi di cosa? Pare che la vita vera non l'abbiano mai vista. Prendono il titolo che hanno, se lo appiccicano addosso e possono vivere tutta la vita così, sai, con l'etichetta “scrittore” e “regista” in fronte, e parlare solo di quello, parlare del nulla e del vuoto e non sapere nemmeno cosa ci sia oltre il loro piccolo mondo. Dovrebbero avere uno sguardo più distaccato sulle cose e invece. E invece non lo so. Si sentono superiori. E si sentono dei. Ma che schifo è? Questa colomba, questa colomba... Un bambino sfortunato magari mangerà la mia colomba, un vecchio barbone disperato o anche solo la figlia di chi me le ha ordinate. E avrò fatto del bene, almeno.

Respira, controlla la temperatura del forno, trattiene il fiato, guarda le sue colombe da ogni angolazione. Io, come al solito di fronte ai suoi discorsi tanto profondi quanto confusionari, ammutolisco.

E poi, mi dice. E poi dove li metto i miei bambini? Per celebrare un analfabeta dovrei rinunciare ai miei bambini?

I suoi bambini sono bambini con problemi veri. Non come i miei, mi dice sempre, i miei non sono problemi, io ho dei problemi, ma in fondo faccio una vita normale – mi dice sempre.
I suoi bambini sono quelli che ti rendono indigeribile il mondo o che ti fanno imprecare contro dio o la natura, quelli che ti fanno davvero domandare perché la vita sia così, perché la vita vada così, alle volte. Lei lo sa che i suoi bambini hanno problemi seri e gravi, ma non pensa che siano bambini diversi. Una volta me lo ha detto. Quei bambini ti tolgono dagli occhi strati e strati di incoscienza e ti rendono la realtà aggressiva come non mai. Di fronte a loro ti senti senza pelle, mi ha detto: e chi lo sa loro cosa devono sentire, forse si sentono proprio come me. Senza pelle.
Quando torna a casa dopo averli aiutati un po', dopo aver fatto mettere loro le mani nella pasta lievita, dopo averli fatti giocare col pane o la pizza – lei è tutta un'altra cosa.
Una volta l'ho vista lavorare coi suoi bambini. Lei che non tocca e non si fa toccare. Lei li abbraccia, li stringe a sé, poi fa scivolare le sue mani sulle loro braccine ossute e arriva alle loro piccole mani. Gioca con le dita rattrappite, gliele apre, tenta di distenderle e, quando le ha distese, lei gliele fa affondare nell'acqua-farina-lievitodibirra e inizia a impastare. I bambini prima si dimenano, poi quando capiscono che quel miscuglio di acquafarinalievito si amalgama e diventa liscio stanno lì, ore e ore – e si fanno lievitare la pasta tra le mani pur di continuare con quella goduria spumosa.
E lei, dolce scintilla, se ne sta lì a rivestirli, quei bambini, a dar loro un po' di pelle e a farmi sentire più vivo e più presente – in questo mondo.

Allora? Dovrei rinunciare ai miei bambini?

Inforna le colombe due alla volta. Nel pentolino sul fuoco bolle passata di pomodoro fatta in casa, l'estate scorsa, con i pomodori raccolti direttamente a mano da noi, in campagna, nella terra dei miei genitori. Cipolla e basilico si confondono, acido e dolce, lei fa scivolare dalla mano alla bilancia un fascio liscio di spaghetti. Nel naso un misto di terra, estate, foglie, sole, sudore, doccia e sonno nel silenzio, abbracciati, coi vestiti di cotone puliti e l'ombra sulla finestra. Lei grattugia il parmigiano e nel naso c'è odore di sera con le candele alla citronella accese, nel patio, a casa dei miei. Nel naso, il gelsomino che riempie l'aria e arriva nei nostri piatti ricolmi di spaghetti al pomodoro rosso-gola e foglie di basilico di uno smagliante verde-riposo. Nel naso, il tavolo di legno che sa di umidità e anni passati all'aperto, sole, pioggia, neve e nebbia color mogano – e il dopo cena sono coppe di frutta variopinte, tavolozza confusa affogata nella panna montata. Nel naso, l'odore dei suoi capelli, l'odore dello shampoo, odore di pelle alla pesca, ancora odore di sonno. Lei muove le mani contro una candela e produce ombre disarticolate sul muro. Penso ai suoi bambini, alle mani dei suoi bambini, al pane e alla pizza fatti in casa, al sugo di pomodoro della terra dei miei genitori, al profumo di pesca, estate e sonno che ha la sua pelle, penso all'odore rosso e verde che hanno certi miei momenti di vita e dico:

Non rinunciare mai ai tuoi bambini.

Dodici colombe cotte invadono di zucchero la nostra casa. Mi sdraio sul divano, guardo il soffitto, mi rilasso, sento rumore di carta plasticata e nastri, spillatrice e adesivi. Chiudo gli occhi, sto per addormentarmi. No. Non mi addormento. Lei si butta di peso su di me e un altro po' mi fa tornare in bocca i tanto agognati spaghetti. Il suo faccione sorridente ride per me dall'alto, proprio sugli occhi, piccola scintilla zuccherosa.
Ho finito, dice agitando e intrecciando le gambe in aria e puntellandosi con i gomiti sul mio petto.
Allora?, mi sorride sulla bocca e gioca con il mio mento liscio e candido.
Allora? Va bene così?
Sorride.
Se vadano bene così la casa piena di zucchero o la signora che pagherà dodici colombe, se vada bene così che ti lasci alle spalle per sempre il tuo vecchio lavoro, se vadano bene così i bambini e la pasta lievitata, se vadano bene così il sugo di pomodoro fresco e i tuoi gomiti puntellati sulle mie costole, non lo so – non so a che ti riferisci.

Ma ti dico che sì, proprio così, esattamente così, mi va bene – essere il tuo uno di noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia di amanti sdraiati, 1904-1905 - particolare
Soundtrack: Silence

giovedì 26 marzo 2015

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco - UNO E DUE



UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?

Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco.
Un giorno come un altro, eppure diverso. Un giorno. Dal medico. Dal suo medico. Ci sono anche io. Seduto su una poltrona accanto a lei, di fronte al luminare della mente umana, come se fosse possibile capire la mente umana. Mi strofino il mento, evitando di guardare il medico in faccia. Mi strofino il mento, la barba mi punzecchia le dita, oggi non l'ho tagliata, l'ho solo scorciata. È un giorno come un altro dal medico, ma è anche un giorno diverso. Perché lei ha deciso di non venir più qui e il medico ancora non lo sa. Avrebbe potuto alzare il telefono, dire al dottore Non vengo più e finirla così. Ma il terrore per il telefono e per le telefonate – e l'attesa e l'inaspettato e il possibile che c'è dall'altra parte della cornetta – è l'ennesima faccia della sua sindrome. Così, eccoci qua. Lei accavalla le gambe e gli stivali scamosciati che le coprono il ginocchio sono un sintomo dell'in verno da cui fatichiamo a staccarci – anche se il vestito leggero che lei indossa è un modo per dire che fa più caldo, sì, i boccioli sono quasi pronti e il sole è timido, ma più vicino.
Il medico parla senza sosta, io non lo ascolto, guardo la porta dello studio, lei non lo ascolta, si guarda le mani. Poi, d'improvviso, accortosi di essere senza pubblico, il medico mi interpella – vedo che anche tu eviti di guardarmi negli occhi, eh?
Mi giro a guardarlo, voleva fare una battuta, ma la battuta gli riesce male, tanto male che neppure la si può chiamare battuta. Lei alza la testa e lo fissa negli occhi fulminandolo. Lei ti guarda negli occhi solo se ti deve fulminare – e ci riesce. Il medico deglutisce, infila l'indice tra il colletto della camicia e il pomo d'Adamo. Lei scuote appena la testa, il medico se la gratta, la testa.
Va bene, dice. Parliamo un po' degli ultimi tempi. La crisi che hai avuto il mese scorso. Era molto che non ne avevi una, giusto? Vogliamo parlarne?
Io continuo a strofinarmi la barba ispida e ben scorciata, lei, invece, si alza. Quando è chiamata in causa comincia il balletto dei tic o delle azioni ripetute che, da queste parti, tra luminari, studi e lauree in psico o neuro qualcosa, chiamano con una di quelle parole inglesi che hanno pure una traduzione italiana – ma quanto fa figo e quanto fa medico pronunciarle in inglese. Un difetto con un'etichetta inglese. Che sembra l'ultimo spot delle scarpe da ginnastica americane alla moda. Insomma. Lei comincia a camminare avanti e indietro, davanti a me, lentamente. Fa tre passi, poi sbatte un tallone contro l'altro, si mette sulle punte e ruota di centottanta gradi. Altri tre passi, tallone, punte, centottanta gradi. Guarda in basso i suoi stivali scamosciati alti sino al ginocchio, io guardo lei che oggi ha indossato quest'abito aderente e ha due fianchi che solo io so – e, pur trovandomi dal medico, sto pensando cose da camera da letto che forse ora non dovrei pensare, ma le uniche ad avere un senso reale. Ora, dopo, ieri, domani e sempre.
Il medico ripete: allora, vogliamo parlarne?
Dopo altri due giri di tre passi, tallone, punta, centottanta gradi, lei scandisce Non sopporto la gente che mi giudica.
E poi? Fa lui.
E poi non sopporto che abbiano sempre qualcosa da dire, su di me o su altro, quando invece l'unico commento sensato a tutto è il silenzio.
Se l'è preparato. Ha preparato questo dialogo come un attore navigato. Ha pensato alla scena mille e mille volte e ora recita da oscar e il dottore dovrebbe solo applaudire.
Tra poco ti sposi – dice il medico, poi guarda me – tra poco vi sposate. Non hai paura del matrimonio? Non intendo matrimonio in senso astratto e generale, intendo matrimonio come... ecco il giorno della cerimonia e poi il ricevimento e tutta la gente che sarà lì per te, per voi, e tu al centro dell'attenzione per ore e ore. Dovrai parlare, abbracciare, baciare chiunque, tutti. Capisci che voglio dire?
Lei si blocca di fronte alle tende bianche della finestra. Inspira. Guarda lontano, i palazzi, il cielo o forse un po' oltre.
Io sposo lui. Dice. E sa una cosa, dottore? Voglio che ci sia tanta gente, tantissima gente, perché devo far vedere a tutti quanto sono sicura di questa cosa, di sposarlo, e devo far capire a tutti quanto siamo belli e quanto siamo diversi. Sa una cosa dottore? – sposta leggermente la testa verso destra, io vedo solo la sua meravigliosa nuca, ma so che sta spostando anche lo sguardo verso destra e che sta inseguendo il volo di un uccello verso chi sa dove – Sa una cosa, dottore? Appena diciamo Abbiamo un annuncio da fare, tutti si aspettano che tiriamo fuori la storia di un bambino. Insomma, che sono incinta. Lo hanno pensato i nostri genitori e anche i nostri amici. Sa perché, dottore? - una signora esce sul balcone e sbatte violentemente uno straccio sulla ringhiera – Sa perché si aspettano un bambino? Perché hanno una mente troppo lineare. Insomma. Noi due viviamo insieme e l'unica cosa nuova che possiamo fare è un bambino? Non pensano che, magari, abbiamo solo voglia di celebrarci? Di autocelebrarci? Di fare qualcosa di bello per noi, noi soltanto, di godere di noi stessi nei modi più vari? Poi, forse, se vorremo, metteremo al mondo un bambino. Se ci sarà un momento in cui diremo: ora godiamo di noi stessi con un bambino, allora faremo un bambino. Per ora, ci faremo belli e andremo in un posto altrettanto bello a scambiarci gli anelli e a festeggiarci. Le sembra tanto strano, dottore? - si volta verso di lui, lo guarda in faccia, dritto negli occhi, fuori il mondo fa alzare un vento frizzante e caldo, inverno che va via, primavera che arriva – dottore, le sembra strano? Tutti non fate altro che dirmi che seguo sempre degli schemi, che la mia mente è così, eppure a me sembra che siano gli altri a seguire degli schemi. Hanno uno schema di vita così uguale e banale.
Il dottore si schiarisce la voce e lei ricomincia a camminare avanti e indietro.
Quando lei parla ci lascia sempre un po' tutti sconcertati. Non è facile seguirla, ha dei ragionamenti articolati, fin troppo profondi, arriva giù giù giù e un cervello umano tipico fa fatica a starle dietro. Così, il medico non può che dire la cosa più banale e arrogante ad un tempo: dimmi, allora, cosa differenzia te e lui da un'altra coppia che convive e che decide di sposarsi.
Lei rompe lo schema. Al terzo passo non torna indietro, ma arriva fino alla finestra. Si affaccia, guarda giù, solo lei sa cosa ci sia di tanto bello da farla tacere per più di cinque minuti.
Si tira su e lo dice all'aria: vede, dottore. Io lo faccio perché mi piace e perché è bello, non perché è arrivato il momento. Si volta verso di me e poggia il sedere al davanzale della finestra. Guarda me, stavolta. Vede dottore, tutti fanno qualcosa perché dicono “è arrivato il momento” oppure “è il momento giusto”. Si va via di casa perché è arrivato il momento, ci si sposa perché è arrivato il momento, si fa un figlio perché è arrivato il momento. Così, dopo che fai tutte queste cose solo perché è arrivato il momento, non hai più momenti che arrivano e te ne stai lì a vivere annoiato. E poi vai fuori di testa. Perché hai passato la vita al ritmo dei momenti altrui. 
Respira a fondo. Poi dice: se ha capito, bene. Se non ha capito non aggiungo altro, dottore. Sono stufa di spiegare.
Lui si schiarisce nuovamente la voce. Lei accarezza le tende bianche. Vedi – dice lui – vedi. Nel punto dello spettro in cui tu ti trovi... e lei non lo fa finire. Quando il medico pronuncia la parola spettro, lei si abbassa sotto le tende, alza le braccia, si tira su e diventa un fantasmino. Comincia a oscillare qua e là. Dice: sono lo spettrooooo. Sono lo spettroooo. E sono venuto per terrorizzarviiiiii. Mi scappa un sorriso. Metto la mano davanti alla bocca e agli occhi. Tolgo gli occhiali, mi strofino le palpebre e rido, rido, rido. Nell'abbassarsi, il vestito le è andato un po' su, scoprendo qualche centimetro di coscia. Sì, sta arrivando la primavera.
Il medico si spazientisce. Cambia posizione, bruscamente dice: va bene. Parliamo di altro. Vorrei parlare del tuo lavoro o del tuo presunto lavoro. Di come aiuti il tuo compagno economicamente. Forse è il caso di uscire un po' dal guscio, di andare a lavorare con gli altri, di non lavorare più da casa e da sola.
So bene perché il medico stia prendendo questo discorso. Vuole metterla in difficoltà. Ha comandato lei fino ad ora e adesso lui deve ribadire di essere uno psico o neuro qualcosa che ne sa più di noi che, invece, con la diversità viviamo ogni istante – e non soltanto un'ora al prezzo di un orologio d'oro. Lui sa che il lavoro è la spina nel fianco, sa delle enormi difficoltà con cui lei tenta di destreggiarsi nel mondo freddo e perverso degli adulti. Il medico continua: sei laureata a pieni voti, perché non sfrutti la laurea che hai invece di fare quello che fai?
Lei riceve il colpo, ma lo attutisce. O comunque non dà a vedere di aver ricevuto colpi.
Io voglio solo essere utile. Risponde guardandomi. Le faccio un segno con la testa. Lei mi risponde di sì.
E comunque, dice, guardando il dottore poco sopra la spalla, e comunque non verrò più. Apre la borsetta, apre il portafogli, tira fuori qualche banconota, la lascia sulla scrivania. Infila la giacca, strappa con violenza la ricevuta dalla mano del dottore. Usciamo.
Siamo al decimo piano di un palazzo in centro. Aspettiamo l'ascensore. Ce ne stiamo un po' in silenzio perché a volte, come dice lei, l'unico commento sensato alle cose è proprio il silenzio. Non so cosa stia pensando, ma io sto pensando alla seduta e a tutte le parole dette. Poi dice: sai, ho il terrore di prenotare l'appuntamento in atelier per l'abito da sposa. Dice. Sai, per via del telefono. Il telefono mi terrorizza, lo sai, e tutto quanto. L'accarezzo. Però, dice e mi guarda, però non vedo l'ora di telefonare! Sorride. L'ascensore arriva.
Entrando, mi fa: compriamo pesce per stasera? Ti va una zuppa di crostacei e calamari?
Falanghina o Greco di Tufo? - aggiungo io.
Quello che costa di più, ammicca lei.
L'ascensore si chiude. Arriva profumo di primavera calda e sbarazzina, quella che ancora non è satura di pollini ma solo di fiori in boccio. Mi avvicino a lei e la bacio e lei mi abbraccia e mi stringe e finalmente posso accarezzare quei fianchi che, per tutta la seduta, sono stati la mia unica preoccupazione.

È un giorno d'inizio primavera. Le sue labbra si schiudono come un bocciolo d'albicocco. Le mie ne assaporano il frutto. Uno, uno soltanto.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per gli amanti nel Fregio di Beethoven, 1902 - particolare
Soundtrack: Silence

giovedì 26 febbraio 2015

Allora, Prof, come continua? - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu

Allora, Prof, come continua?
Eccomi qua. Davanti alla lavagna. Il braccio alzato, il pennarello in mano, la cravattina che mi stringe la gola e una mano in tasca a ostentare una sicurezza che oggi proprio non ho.
Sulla lavagna ho scritto e uguale emme ci al quadrato.
Fisso Einstein attraverso le lenti degli occhiali. Rimango ancora un po' col braccio alzato e la mano in tasca. Poi la sfilo, la passo tra i capelli e tra la barba, che già dopo mezza giornata e la sbarbata della domenica pomeriggio sta ricrescendo.
Prof, quindi?
Mi volto verso la classe. E poi di nuovo verso la lavagna.
Ma io non insegno matematica e scienze alle medie? Sì. E come sono finito a scrivere eugualeemmecialquadrato? Dove sono stato negli ultimi venti minuti? La teoria della relatività mi sembra un po' eccessiva. Anche per i ragazzini che dimostrano già a dodici anni un'intelligenza fuori del comune. Abbasso il pennarello, lo tappo. Be', dico. Forse non è il caso di fare cose troppo difficili oggi. Mi siedo, poggio i gomiti sulla cattedra, infilo le mani sotto gli occhiali, schiaccio le pupille e strofino le palpebre. Ho le occhiaie per terra. Va bene, faccio, non interrogo ma ora viene qualcuno a fare esercizi sull'ultimo argomento svolto – che proprio non ricordo. Sto confondendo gli argomenti di prima con quelli di terza media e il programma di seconda è svanito nella lunga e atroce nottata trascorsa a calmarla. E a calmare mio suocero e mio cognato. Poggio la mano destra sullo zigomo destro per fissare gli esercizi impeccabili e scorrevoli della più brava della classe – e improvvisamente sento dolore.
Mi ricordo. Mi ricordo che sento dolore perché ho ricevuto la sveglia in faccia a tutta velocità, alle due e mezza di stanotte. All'alba mi sono chiuso in bagno per cercare di coprire il livido e l'escoriazione con il suo fondotinta. In realtà lei non usa il fondotinta, solo una crema idratante colorata che uniforma il colorito concesso da madre natura, ma che non ti colora sul serio. Così, un po' la crema colorata, un po' la barba in ricrescita, un po' il bordo della montatura nera che copre parte dell'escoriazione, sembra quasi un effetto della luce e dell'ombra questa macchia viola che mi ritrovo sotto l'occhio.
Sorrido. La teoria della relatività. Ridicolo. Tra ieri sera, stanotte e stamattina ho vissuto qualcosa come tre o quattro vite e rischio seriamente di finire sul baratro. Come lei.
Prima vita. Cena tra amici. Le avevo detto: sei sicura di volerci andare? È domenica sera, domani ci alziamo presto, insomma. Ma lei ha detto di sì. Anzi. Si è vestita bene, truccata bene, le girava bene, ha chiacchierato tutta la sera, ha sorriso tutta la sera. Ha bevuto un bel bicchiere di vino rosso. Si è seduta sulle mie ginocchia, abbiamo detto anche agli amici che ci sposiamo, tutti si sono avvicinati facendoci ressa per congratularsi. Lei si è alzata, è andata in bagno per evitare l'affollamento, quando è tornata si è infilata in un gruppetto di amiche, altro bicchiere di vino rosso in mano e sguardo spento. È stato lì che qualcosa si è incrinato. Seconda vita. Mezzanotte. In macchina, mentre torniamo a casa, si addormenta. Si sveglia, si lamenta perché vorrebbe già starsene a letto, odia l'idea di spogliarsi, struccarsi, lavarsi i denti, preparare le tazze per la colazione, impostare la sveglia eccetera eccetera. Guarda fuori del finestrino e quando provo a farle qualche domanda sulla serata glissa pericolosamente. Mi dice solo, rispondendo al finestrino: hai fumato? No, per niente. Strano, dice al vetro, puzzi di fumo. Mi schiarisco la voce – sono uscito sul terrazzo con gli altri, hanno acceso qualche sigaretta, per questo so di fumo. Non sai di fumo, ribatte, puzzi di fumo. La sua voce è atona, le sue frasi non sono né una constatazione, né un'accusa, né voglia di litigare, né altro.
Assurdi, tutti quanti – dice al vetro, ma forse stavolta parla con la striscia impazzita al lato della carreggiata – fanno tanto i bravi genitori e poi fumano. Fanno le brave mamme e poi lasciano i figli a casa con i nonni per venire a recitare la parte delle quindicenni una domenica sera.
Tira su col naso.
Poi quando mi parlano fanno tutte le brave trentenni.
Lo sussurra guardando il vetro, pensando alla striscia impazzita della carreggiata e ticchettando nervosamente sul bottone del freno a mano.
Amore, ti hanno detto qualcosa, è successo qualcosa, per caso?
Chiude gli occhi. Si appisola di nuovo.
Avrei poi scambiato volentieri le prime due vite e quelle successive con la terza. Non so che le prenda ma, quando mi sfilo la cinta dei pantaloni, mi salta addosso. È l'una e mezza, lei urla affogando la bocca nel cuscino e le lenzuola agitate, per un attimo, ci fanno dimenticare di essere noi, noi due. Siamo solo uno. Si addormenta.
Ignaro, credo ancora di vivere la terza e ultima vita della serata e non so di essere già nella quarta. A piedi nudi e in mutande apparecchio la tavola per la colazione. Domani ho la prima ora, ma chi se ne frega. Mi stiracchio, sono quasi le due, va bene così, se per una volta vado a scuola assonnato che mai succederà? Chiamo qualcuno a fare esercizi alla lavagna, durante l'ora di buco un caffè e poi si vedrà. Infilo nella lavatrice i vestiti che indossavo a cena, lei ha sentito bene, puzzo di fumo e non perché sia stato a chiacchierare con quattro fumatori. Ho ceduto alle lusinghe dell'unica sigaretta dopo quasi due anni senza. Credevo di aver smesso, invece era astinenza. Scusami, amore, non accadrà più. Che ti dica una bugia.
Me ne torno a letto e lei se ne sta lì, una cascata di capelli nell'ombra, il lenzuolo che le sfiora appena le forme e fuori l'inverno. La stringo di getto, un po' come fanno i maschi con le femmine, non come farebbe un uomo con la sua donna. In più, la stringo come fa un maschio che dimentica di avere una donna con quella maledetta sindrome. Si dimena subito.
Levati.
Ti sto solo abbracciando. Sei un bugiardo, mi dice e mi respinge. Ma io continuo ad abbracciarla. Sai quanto mi danno fastidio. Dice. Le bugie. Le sigarette. E tutte le persone false che abbiamo visto a cena.
Non so se chiederle scusa o se chiederle cosa le sia successo. Ma continuo a stringerla.
Sei uno stupido, come tutti gli altri.
Sei il più stupido, perché sai come sono e te ne dimentichi.
Qualche volta dovrò pur rilassarmi, le dico. Comincio a incazzarmi, sono buono, troppo buono, ma sono sempre un uomo. Di solito si litiga e poi si fa l'amore, invece, ora, proprio nel momento in cui dovrei distendermi e farle le coccole, mi aggredisce.
Forse è il caso che te ne vai a dormire sul divano. Mi dice. Mi dà fastidio la presenza fisica di un altro anche a un metro di distanza.
La presenza fisica di un altro è troppo. Non sono un altro, sono il tuo uomo, il tuo quasi marito, non sono un altro. Lo so che a parlare non è la lei che amo, so che a parlare è l'altra, il terzo incomodo.
Mi inginocchio in fondo al letto, le dico io non vado a dormire sul divano, dormo qui, con te, fastidio o meno. Non mi lascia finire. Inizia a scorrere un fiume dalla sua bocca, è in piena, mi colpisce ovunque, violento, ma quale fiume, quale piena, un maremoto, direi.

TU mi dici le bugie e va bene è solo una sigaretta, ma io sono qua da sola a sopportare tutto il giorno me, me stessa, mi combatto, mi prendo a pugni, mi isolo, mi sforzo di essere quella che non sono – e tu fumi una sigaretta e non me lo dici? Sapete solo dirmi che sono una stupida handicappata tu e la tua maledetta sigaretta, le mie amiche, amiche, amiche? che amiche?, quelle, un mucchio di stronze, amiche solo perché sono le mogli dei tuoi stupidi amici, io non me ne faccio nulla di un'amica così, una che ti dice perché vi sposate, fate un figlio no?, avete trent'anni, che aspettate? e ti guardano tutti dall'alto in basso perché loro i figli già ce li hanno e se non li fai anche tu non stai al passo con i tempi o con la loro stupida moda. Che status symbol ostenti se a trent'anni non hai un figlio? Poi ti guardano e lo so che pensano, hai paura che i figli vengano come te, sì, sei intelligente, forse lo sei più degli altri, ma santo dio che vita che fai, quanto sei strana, lo so che lo pensano, che sono talmente strana da non aver diritto ad una vita normale. E ti guardano e tutto quello che fai, per loro, lo stai facendo male, come quando i bambini imitano gli adulti, e invece non sanno, non sanno, non sanno nulla di me. Non. Sanno. Non so come abbia fatto a non dir loro quello che pensavo, che le odiavo, che le odio che odio tutti

Sulle ultime tre parole alza la voce e urla e inizia a sbattere la testa sul cuscino e quando lancia il cuscino ormai le sue urla sono suoni inarticolati che svegliano l'intero quartiere e i rumori di sottofondo che sentite sono gli oggetti del comodino che volano e si frantumano. Ho perso il controllo della situazione. Faccio per avvicinarmi ma tra le urla incontrollate riesce a scandire il suo classico NON TOCCARMI e lancia la sveglia e la sveglia finisce sul mio zigomo destro. Non sento dolore, perché è più forte il dolore di vederla in piena crisi dopo un'assenza di dodici mesi e tre giorni. Credevo avesse smesso, invece era solo astinenza. Non è pazza, non è irrazionale. Anzi. Questo è il momento di massima razionalità per lei. Accumula ed esplode, una bomba acca farebbe meno danni. È il momento in cui non ha bisogno di tic, rituali e maschere per nascondere la sua vera natura. È il momento in cui ti dice come stanno le cose. È il momento in cui capisci quanta sensibilità, quante emozioni, quanti pensieri, quanta vita può provare più di me e più di tutti noi messi assieme. Quando fa così, è anche il momento di farle capire che ci sono. L'ultima volta, dodici mesi e tre giorni fa, l'ho fatto. E anche ora. Mi getto su di lei e la stringo, l'abbraccio e ancora la proteggo e il suo non toccarmi in breve diventa un aiutami disperato e sudato. Piagnucola, chiede scusa, si lamenta, piagnucola, si copre il viso con i capelli, respira – affannosa. Tra un'ora non ricorderà nulla del motivo che l'ha fatta esplodere. Si sentirà solo stanca e distrutta, come se fosse finita ko ad un incontro di boxe dopo un'infinità di riprese. Io, invece, tra un'ora sarò distrutto e ricorderò tutto. Ma avrò imparato qualcosa. Ai miei ragazzi lo dico sempre. Come fate a dimenticare subito quello che vi insegno? E io non sono tanto diverso. Noi normali non siamo tanto diversi. Siamo troppo normali e dovremmo essere un po' più diversi, ogni tanto. Dimentichiamo subito di vivere. Dimentichiamo subito la fragilità di certe cose.
Nello stato in cui siamo devo vedermela anche con mio suocero e mio cognato, avvisati dal vicino, svegliato dalle urla. Mi vede mezzo nudo, sente lei piagnucolare seminuda nel letto, cosa deve pensare lo so bene, mi batte la mano sul petto mentre mi dice Ragazzino togliti quest'aria da saccentello, ragazzino ricordati sempre che hai mia figlia. Mio cognato fa spallucce, scuote la testa, stai tranquillo, non lo pensa per davvero.
Sono le quattro quando mi metto a letto, lei su un fianco mi dà le spalle e dorme profondamente. Sta rimettendo insieme i pezzi.
La sveglia fracassata alle sei non suona, ma mi sveglio perché lei non è nel letto. Seguo un odore che mi riconcilia col mondo. Sul tavolo, tra le tazze della colazione, trovo una ciambella al cioccolato. Accanto, un origami a forma di fiore. Lei è sotto la doccia. Guardo la sua sagoma perfetta attraverso i vetri smerigliati. Sul lavandino, un tubetto di crema idratante colorata.

L'alunna più brava della classe, al decimo esercizio perfetto e col braccio dolorante, se ne torna a posto. Un ragazzino, il più discolo, alza la mano e sto per dirgli Per andare in bagno aspetta la campanella. Ma lui mi precede: allora, Prof, come continua quella formula?
Einstein? La teoria della relatività?
Come continua? Come continua.
Io e Lei siamo due persone, distinte, diverse. Ci amiamo. A volte inconciliabili, rimaniamo Due, ognuno al proprio posto. Poi, a volte siamo due nel senso di Uno più Uno, ci diamo la mano, facciamo le cose assieme, ridiamo assieme, mangiamo assieme, dormiamo assieme. Poi, ancora, a volte, siamo Uno. Io ho un pezzo di lei, lei un pezzo di me, e non riusciamo a distinguerci, non riusciamo a distinguere dove inizi Uno e finisca Due – e viceversa. Potreste pensare che dopo una notte del genere siamo due, due persone distinte, inconciliabili, ognuna nella propria piazza del letto. E, invece, mai come ora mi sento Uno. Lei che sfonda la mia normalità, che mi entra dentro, mi fa male, si sente in colpa, mi prepara una torta, un fiore, lei che un po' è il mio profumo, la mia essenza. E io che so. Io che so di lei.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Lovers, 1913
Soundtrack: Dario Marianelli, Dance with me, (Anna Karenina, Original Music From the Motion Picture)


domenica 25 gennaio 2015

Diglielo tu - UNO E DUE

Diglielo tu, mi dice, di prima mattina e guardando il pavimento in parquet scricchiolante. Tiene la sua tazza preferita tra le mani, anzi, la sua unica tazza, gigante, a palle azzurre e rosa. E guai a dire che sono pois, perché lei, le parole straniere, quelle impossibili da sillabare, quelle che finiscono con le consonanti, le sente troppo tronche, mutile, mancanti di qualcosa. Per lei, pois è una parola orfana, che mai troverà una sillaba compagna a completarla. Con il medio e il pollice tiene in equilibrio precario la tazza piena di latte e caffè – più caffè che latte – e con l'indice passa in rassegna tutte le palle azzurre e rosa. È così ogni mattina, è così ogni settimana di ogni mese di ogni anno – da quando la conosco.

Capito? – mi fa – diglielo tu. E sembra che tu sia il pavimento in parquet scricchiolante. In realtà quel tu sono io, il suo non più fidanzato, ma ancora neppure marito, perché viviamo insieme, non siamo sposati ma stiamo per farlo, solo che nessuno lo sa. Lei adora l'idea di sposarmi, ma odia l'idea di chiamarmi solo marito, perché, dice – senza guardare il pavimento, stavolta – dice che il mio significato non può esaurirsi nella sola parola marito. Amore, uomo della mia vita – e cose così.
Eppure, nei giorni più bui, quelli in cui lei non riesce a guardarmi negli occhi e si rifugia in un dialogo estenuante col pavimento, io sento di non esistere. Sento che sto per sposare il suo disturbo, non lei. Che sposare lei significa stare in tre quotidianamente e solo in due eccezionalmente. Che la sposo per quei giorni eccezionali, che la sposo perché è eccezionale, non perché è normale, perché è diversa dalle altre, perché in nome di tutta questa eccezionalità io sopporterei mille anni di manie, parole di pari sillabe, la stessa tazza ogni mattina e un pavimento a farci da muro.
Solo che certe giornate sono storte anche per me. Così, senza disturbi, per il tempo, le nuvole, la nebbia, l'umidità o il troppo sole.
Mi gratto il collo e con un unico gesto passo la mano tra i capelli che sanno ancora di cuscino e poi tra la barba di tre giorni. Penso – mi faccio una doccia, ma la barba no. Penso – ho chiesto a lei di dire a tutti che ci sposiamo perché è un banco di prova. Per vedere se può migliorare, se riesce a farsi forza. Ma niente. Penso - Oggi niente barba. Se mi sbarbo mia madre capisce subito che ho da dire qualcosa di importante, mi smaschera subito ed è meglio che non mi smascheri subito o lei, che già mal sopporta la gente, già mal sopporta gli agglomerati di persone superiori a due, lei che ha bisogno di ricaricarsi una giornata intera nascosta sotto le coperte dopo essere stata a contatto con troppa umanità, o lei, invece di partecipare con me all'annuncio, se ne starà a fissare il suo piatto e a girare nel loop dei suoi pensieri malati.

Ecco. Diglielo tu – ripete, ed è la terza volta. Non ripete perché non ho capito. È solo il suo schema.
Va bene, va bene, glielo dico io. Ma tu.
Non continuo la frase perché non mi pare oggi vada troppo bene e potrebbe finire solo peggio, una crisi violenta o più probabilmente un suo totale ritirarsi dal mondo, sotto le coperte.
Però. Però deve aver percepito qualcosa. Il mio scazzo o la mia voglia di non stare a sentire nessuno, oggi. Deve aver percepito qualcosa perché, quando lei percepisce qualcosa, la percepisce per bene. Passa dall'indifferenza totale all'identificazione malsana, ed ora è in questa seconda fase. Mi è entrata dentro. D'improvviso. Ho sempre amato questo suo sapermi entrare dentro, anche dolorosamente, lo amo perché in questi momenti mi sento capito, eppure, in parte, anche violato. Non so come faccia. Non so se sia da attribuire alla sua sindrome o se, semplicemente, questa sia una sua personale capacità indipendente da qualsiasi malattia. Ti lancia un'occhiata e ti capisce. O forse io mi lascio capire perché la amo. Insomma.
Si siede di fronte a me. I suoi occhi passano dal parquet alla tazza alla mia barba ai miei occhi. Così. In tre istanti. E fa male. Fa un male d'amore che vorrei provare sempre. Trafitto e amato, amato e trafitto, di continuo. Lo so, sta per farlo. Mi mette una mano sulla guancia. Strofina la barba di tre giorni, poi la tempia, io mi lascio andare, chiudo gli occhi, la sua mano entra nei capelli, i suoi polpastrelli mi premono la scatola cranica e tutto un grumo di tensioni e nervosismo si dissolve - scende giù fino al collo, me lo massaggia, lenta e violenta allo stesso tempo. Mi lascia un bacio.
Lei non tocca e non sopporta di essere toccata. Se uno sconosciuto la urta in fila alla cassa, per strada, nella ressa, è costretta a trattenere la voglia di esplodere – o esplode. Dai suoi genitori si fa toccare, ma con parsimonia, e sono più i giorni in cui li tiene a distanza che quelli in cui si fa abbracciare. Poi è successa una magia. Poi ha incontrato me, l'unico da cui si fa toccare, l'unico che lei guarda negli occhi, l'unico con cui lei abbassa le difese, l'unico con cui lei non si vergogna di mostrarle, queste assurde difese. Non so perché. Perché proprio io. Ma, sapete, a volte ci si incontra e basta. Si vede una persona diversa in mezzo alla folla. E per diversa intendo quella con cui tu sei tu e basta. Non devi mettere maschere, non devi assumere atteggiamenti non tuoi, puoi essere tu, vero, tu, puro e semplice. Quando l'ho incontrata, ero stanco di tutti quei meccanismi di coppia che non fanno una coppia. Volevo una cosa vera. Una cosa che togliesse tutti i veli, tutte le maschere, che mi parlasse di vita, così come è. Avere lei, con la sua sindrome, con le sue ossessioni, le crisi, gli occhi che vagano alla ricerca di porti sicuri è vita. Avere lei è vita. Pesante, bellissima, terribile e meravigliosa. È vita.
Mi dice, guardandomi negli occhi: ho capito.
Cosa abbia capito non lo so. Ma di sicuro lo ha capito benissimo. E, insomma. È questa capacità tutta sua di capire anche oltre il comprensibile che mi atterrisce e mi ammalia.

Sono ancora terrorizzato e stupito a casa dei suoi genitori, seduto a tavola, di fronte ai miei, a mio fratello, a suo fratello e a sua sorella. Sono terrorizzato e curioso mentre mangio l'antipasto e non lo gusto, col cuore in gola. Lei che fissa il suo piatto, non guarda il fratello, non guarda il padre, proprio loro che mi dissero – sei sicuro di voler stare con lei? Sei proprio sicuro? Guarda che sarà una bella lotta.
Lei che fissa il piatto e io penso ci sia nell'aria un'altra crisi da troppa gente. E, invece, mi tiene la mano sulla coscia. Che, tradotto, vuol dire io sono così, degli altri non m'importa niente, ma di te sì, altroché se di te mi importa.
Faccio un respiro profondo. Lancio uno sguardo fuori della finestra. È un inverno gelido e terso, oggi. Il sole filtra tra le tende della sala da pranzo, illumina la stanza ma non ci invade. Afferro il bicchiere, un calice bombato pieno di vino rosso di non so che riserva. E faccio per alzarmi, nel momento in cui nessuno mi guarda, così sarà maggiore l'effetto sorpresa. Faccio per alzarmi nel momento in cui tutti trangugiano il primo e se ne stanno zitti, così la mia frase risuonerà ancor meglio nel silenzio.
E non mi alzo e non parlo.
Perché nel silenzio tuona una frase atona e pesante come un macigno.

Ci sposiamo.

Tutti alzano la testa. No. Non sono io che ho parlato. Lei se ne sta ancora a fissare il suo piatto e, tutt'attorno, gira effimera e preziosa l'eco della sua voce. Quella che non si sente mai e, quando si sente, fa quest'effetto. Alza appena le iridi, ci scruta tutti da sotto in su, con le ciglia lunghe e nere, il mascara che non ha una sbavatura e la matita attorno agli occhi ferma, netta, come le sue parole.
Insomma – alza la voce – avete capito che ci sposiamo? Siete sordi forse?
Zitta, mamma, zitta – aggiunge perentoria con un gesto della mano – non dirlo, perché non sono incinta. Ci sposiamo e basta. Va bene?
Tralascio quello che una famiglia può provare in certi momenti. Tralascio il caos, i baci, le domande stupide e quelle di rito.
Racconterò solo del rumore assordante e improvviso di mattoni che vengono giù, racconterò solo di quel muro per un istante svanito e di noi due che oggi siamo solo noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Two lovers, 1908 (particolare)
Soundtrack: Kovacs, My Love


lunedì 22 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto secondo e finale


Natale #3 - RITORNO - Atto primo

Il problema però è.
Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi. E che io, il giorno del disegno, sono stata la bambina più felice del globo. Ho il disegno ancora appeso al muro, a casa mia. Ogni tanto lo guardo. E penso che il mondo non è poi così brutto.

Il problema poi è un altro. Anzi, sono due. Lui non ha ancora capito che io non ci sento né parlo. Pensa solo che sia un po' timida e un po' strana.
Il secondo problema è che, all'improvviso, mi chiede di passare il Natale a casa sua, con la sua famiglia. Questo non è un problema. Questo conferma che, come allora col disegno, anche oggi lui è un bambino gentile e speciale.
Ovviamente dico Sì. E lascio andare la mia vita come se non volessi più controllarla.

Mentre siamo sull'autobus e le luci natalizie ci accecano sfolgorando sui vetri, lui apre bocca e mi urla contro DEVO PASSARE PRIMA DA CASA MIA! Rido, non riesco a trattenermi. Deve pensare che sono fuori di testa. Non sa che rido perché non c'è bisogno di urlare nella confusione della città. Io, la confusione della città, proprio non la sento. Alzo il pollice, faccio l'occhiolino, Okay gli dico e lui, lo so, lui non capisce perché debba essere così plateale.
Quello che non capisco io, invece, è perché casa sua sia in realtà una stanza tristissima, coi muri spogli, un ordine devastante e un letto ad una piazza e mezza dal piumone grigio. Dove sta il bambino che mi ha regalato quel disegno colorato, dicendomi un È tuo! colorato e spargendo colore dagli occhi? Posa la borsa da lavoro ed estrae dalla tasca della giacca una cravatta nera lucida. Mi guarda: Devo cambiarmi solo la camicia prima di andare dai miei. Faccio un sì un po' imbarazzato.
Si sfila la giacca e poi la camicia, di fronte all'armadio aperto e pieno di camicie bianche, perla, grigie, perfettamente stirate e perfettamente disposte.
Io ho un problema. Anzi due. Quando mi arrabbio, non posso litigare a gesti, così sono solo calci, pugni, lanci di oggetti e tirate di tovaglie. Quando mi innamoro, odio alzare indice mignolo e pollice. Insomma, quando il sentimento è forte devo agire. C'era un bambino col colore negli occhi che mi ha regalato il disegno più bello del mondo. Ora c'è un uomo che si cambia di fronte a me come se ci conoscessimo da sempre e da sempre condividessimo ogni minuzia. C'è un senso di famiglia che non ho mai provato. Fuori è Natale, ci sono le luci, fa freddo, i camini sono accesi, si sente odore di zucchero ovunque. E pian piano il Natale comincia a farsi spazio anche dentro di me. L'ho già detto, quando il sentimento è forte ed è inutile pure scriverlo, devo agire. Per questo, lo bacio. Lui, che ha solo una manica della camicia pulita infilata, non finisce di vestirsi. Mi aggrappo alle sue spalle, si toglie definitivamente la camicia, si tiene ai miei fianchi e il suo piumone grigio si illumina di un'alba dai colori sgargianti.

Dormo fin quasi alle sette di sera. Mi alzo, mi vesto, sistemo il trucco e i capelli. Lo lascio dormire ancora un po', perché mentre dorme i suoi lineamenti ritornano quelli del bambino che ho conosciuto. Poi lo scuoto appena, mettendo una mano sul suo petto glabro. Non parla, quando finalmente indossa la camicia pulita. Sorride piano – e solo ora mi accorgo che ha gli occhi cangianti, verde-grigio-cenere.
È il caso di andare – dice guardando l'orologio d'acciaio fresco di laurea – si è fatto tardi.
Alla fermata del bus, il suo silenzio imbarazzato per me è confusione di parole in testa. Che dirgli, come dirgli, quando dirgli e domani sarà tutto come adesso? Si volta, mi guarda negli occhi, prende tempo, si strofina i capelli, gira la testa a destra, poi a sinistra, alla fine dice: Sai che sei bellissima?
Credo che sia il momento. Attendo solo un attimo. Poi alzo la mano sinistra, batto veloce medio e anulare sulla spalla e con le labbra mimo un muto grazie.
Tolgo le parole di bocca anche a lui. Che mi guarda con le labbra socchiuse e gli occhi sbarrati come faccio io quando devo concentrarmi per capire il labiale altrui.
Quando dico che, pur avendo orecchie perfettamente funzionanti, bisogna guardarci. Sempre, senza riposare gli occhi. Essere essenziali ed incisivi. Creare un contatto che vada al di là di quello che possiamo dirci. Lui abbassa la testa con un sorriso appena percettibile e con lo stesso sorriso evanescente guarda in alto il cielo nuvoloso, in basso la strada bagnata, di lato l'autobus che arriva. Si strofina il naso e si strofina le guance con un accenno di barba, mentre fa un gesto, semplice – mi stringe la mano.

E con la mano nella mia mi porta fin dentro casa dei suoi genitori. La porta si apre e mi abbagliano i suoni accesi delle luci dell'albero, della tavola di seta rossa col runner color oro, del cesto in vimini pieno di frutta secca, del sorriso incontrollato di chi ti aspetta trepidante. Mi abbagliano gli occhi di sua madre che si illumina di meraviglia a veder me ospite inattesa, mi acceca il pentolone di linguine all'astice di suo padre, che mi accoglie come se mi avesse sempre conosciuta, e rimango incantata dai racconti lenti dei suoi nonni, che si perdono nei natali della guerra e poi in quelli della rinascita. Adoro il modo in cui lui mi guarda senza dirmi una parola, come mi fa sentire in famiglia quando sparecchiamo la tavola e mi prende la mano e me la bacia – poi, con un gesto veloce e timido, indica i muri colorati di suo padre. Si gioca a tombola e i suoi non non fanno una piega, né mettono la mano davanti alle labbra per parlare, mentre lui ripete con le dita ogni numero uscito. Credo solo che i suoi debbano aver visto quel qualcosa di nuovo e sconcertante non in me, ma nel figlio, tanto lo guardano sorpresi. Lui, al tavolo di Natale, mi stringe la mano e senza pensieri deraglia dai binari cui evidentemente ha abituato tutti.
La mezzanotte arriva, senza regali, piena di auguri e tanti baci, si sgranocchiano biscotti e noci e si fa l'ultima partita a tombola, mentre sua madre ci prepara le lenzuola pulite per passare la notte qui, al caldo, tutti insieme.
Tra qualche giorno tornerò a lavorare in istituto e lui, con la sua borsa da lavoro, si stringerà una cravatta attorno al collo e rientrerà nei suoi binari. Avremo i soliti ritmi e il giorno e la notte li cadenzeranno. O forse qualcosa è già cambiato. La vigilia è passata. Lui mi stringe la vita e respira pesante e lento il mio collo, mentre si addormenta. Domattina, però, sarà ancora Natale. E, forse, da oggi, entrambi abbiamo messo un po' di Natale nelle nostre giornate, anche se senza luci e tavole colorate.

Non faccio domande, non attendo risposte. Mi lascio stringere e stringo – vivo.   

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Henri de Toulouse-Lautrec, Il letto, 1893
Soundtrack: Sia, Chandelier 
                  Apparat, Goodbye