mercoledì 30 maggio 2018

Non ho scritto nessun post

Non ho scritto nessun post.
Scrivilo lo stesso.
Ma non ho tempo, non ho avuto tempo. E poi non saprei che scrivere.
Anche una cosa breve, un pensiero - mi dice mio marito - purché rimanga traccia, un ricordo.

Allora, l’unica cosa che mi viene in mente dopo questo dialogo è un’immagine. Se devo descrivere la mia peste, la descrivo con una luce tutt’attorno, come se i suoi riccioli in erba fossero i raggi di un sole che si illumina ogni volta che parte una risata - ma anche solo quando mi guarda con quegli occhi leggeri e profondi, puri, che dietro non nascondo nessun vizio, nessun giudizio. Sono solo uno scoprire, piano piano. 

E penso anche che non c’è privilegio più grande di poter assistere ogni giorno alla costruzione di una vita. 

lunedì 21 maggio 2018

Nel tinello di mia nonna



Per uno dei miei due appuntamenti mensili, avrei voluto scrivere tante cose. Avrei voluto scrivere dei libri che ho letto e delle riflessioni - piene - che si sono scatenate. Avrei voluto scrivere dell’unico film che ho visto (a puntate) e delle reazioni profondissime che mi ha suscitato. Le idee per fortuna scorrono impetuose. Ma sono troppo impegnative da mettere su carta e poi da qualche anno a questa parte, più che perdermi in inutili elucubrazioni metafisiche, ho bisogno di sporcarmi le mani con la realtà (così come spiegherò nell’ipotetico post che scriverei per l’unico film visto di cui sopra).

La peste cresce e ha bisogno di me. Per fortuna. E io non voglio perdermi nemmeno un istante, nemmeno un suo battere di ciglia. Per questo, scriverò al volo di un’inezia che mi è accaduta e che però mi ha dato, come al solito, da pensare - ma non sarà che penso troppo?

Ho sempre avuto un cattivo rapporto con le ricette dei dolci. Sempre assai desiderosa di metterle in pratica, ma mai soddisfatta del risultato. In particolare dei ciambelloni. Perché io, in mente, del ciambellone, ho un sapore ben preciso, un sapore che risale alla mia infanzia e che si mescola a vari ricordi. È un ciambellone dal forte sapore di uova, zucchero e scorza di limone - limoni calabresi, quelli che crescevano rigogliosi sull’albero del giardino di casa mia. 
È un odore che io ho sempre associato alla mini cucina e al magico tinello della mia nonna materna. È un odore che credevo di aver perso per sempre dopo che la mia nonnina si è ammalata di vecchiaia e poi è andata via. 
È un odore che però, quasi per miracolo, ho sentito uscire da una panetteria di un paesello in cui stavo passeggiando - passeggino alla mano - qualche domenica fa. Sapete, quegli odori che entrano nel naso e, non si sa come, con la stessa velocità di una scossa elettrica, arrivano al cervello e lì dentro aprono un’immagine, così nitida e cristallina da non essere solo un’immagine, ma da diventare un ricordo epidermico. Un essere lì. Un viaggio nel tempo. 
Quell’odore, oltre a riportami indietro, mi ha anche fatto riflettere - non so perché o forse lo so benissimo - su mia nonna che è diventata madre di due bimbe a un migliaio di chilometri da casa sua, lontana, lontanissima da tutto: e, all’epoca, si era davvero lontani, lontanissimi da tutto. Non esisteva WhatsApp e la videochiamata Mamma aiuto sto facendo bene? 
Esisteva arrabattarsi da soli lì dove si era, soli davvero, e al massimo c’era un’interurbana e chissà quanto costava e poi le lettere, scritte lentamente, lunghe, con i pensieri più profondi che si potevano, perché la posta doveva trasportare mesi di pensieri, non istanti. 
Mi sono sentita vicina a mia nonna, perché io qui sono sola; ma ho avuto la fortuna di prendere il telefono e chiedere a mia madre Tra i pizzini di nonna con le ricette, ci sta quella del suo ciambellone? E la mamma mi ha mandato la foto della ricetta. All’incirca tutto in un nano secondo.
Io quella ricetta l’ho messa in pratica. Da sola, un tardo pomeriggio, mentre la peste mi guardava tra il sospettoso e il divertito. Mi sono sentita inadeguata, inadeguata a fare il dolce e inadeguata perché per concederci una coccola mattutina, invece di giocare con la peste, le parlavo dal piano della cucina e la guardavo con i giochi in mano. 
Sentirsi inadeguati è un po' un sentimento ricorrente della maternità, credo. 

Poi, però, quel ciambellone l’ho sfornato e lo abbiamo mangiato ed era soffice e carico di uova, zucchero e limone. In un istante sono tornata nel tinello di mia nonna e nello stesso istante ero seduta davanti al mio ciambellone, accanto a mio marito che mangiava godurioso e alla peste che mi guardava divertita. Ho sentito mia nonna lì, con me. 

E, nello stesso istante, il senso di inadeguatezza, almeno per quell’istante, si è dissolto. 

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Immagine: Telemaco Signorini, Chiacchiericci a Riomaggiore, collezione privata

lunedì 30 aprile 2018

Un anno fa è iniziata l'avventura



Un anno fa la nostra vita è cambiata. 
È iniziata l’avventura.
Abbiamo saputo che c’eri.

Mai avrei immaginato che, in un anno, sarei passata da un dress di pelle taglia quaranta di Elisabetta Franchi (quindi praticamente taglia trentasei) a non trovare comodità nemmeno nelle maglie e nei pantaloni del tuo papà.

Mai avrei immaginato di poter sviluppare un’insana compulsione per l’acquisto di abiti con fantasie a pois. Tu già c’eri e io non lo sapevo ancora: ma in quell’arco di tempo che mi ha condotto alla tua scoperta ho acquistato una gonna a pieghe blu a pois bianchi; una camicetta rosa a pois neri; una maglia con manica a tre quarti nera a pois bianchi; un maglioncino di filo bianco a pois blu navy; una maglia larga blu a pois bianchi. Per poi passare a un premaman rigorosamente a pois: su tutto, spicca l’abito fucsia a pois neri. Per non parlare del pigiama che ha accompagnato le nostre notti una nell’altra, con dei mega pois bianchi che quasi sembravano abbracciare l’intera pancia. 

Mai avrei immaginato di amare pazzamente le mele cotte.

Mai avrei immaginato che partorire sarebbe stato più facile e adrenalinico di tante altre cose che, di solito, nella vita reputiamo più semplici.

Mai avrei immaginato che il Maialino mangiapannolini sarebbe stato l’oggetto più utile in casa.

Mai avrei immaginato che il tuo gusto musicale avrebbe toccato alte vette con Debussy e con l’aria della Regina della Notte di Mozart, momenti più cantautoriali con MirkoeilCane e gli Afterhours, momenti nostalgici con Battisti e momenti più pop con Mudimbi.

Ma, soprattutto, mai avrei immaginato che misurare la tua manina nella mia, in confronto, grande mano, avrebbe prodotto un sentimento così esplosivo e, per fortuna, impronunciabile. 

Mai avrei immaginato che in una vita tanto frenetica e difficile saremmo stati in grado di far risplendere un diamante. 

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Immagine: Edouard Manet, La famiglia Monet in giardino, 1874 

sabato 21 aprile 2018

Leggere con una mano sola: Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli

Continua la magica esperienza della lettura con una mano sola. 
E non sono ironica.
È magica perché, allo stesso tempo, dai nutrimento ad una creatura e disponi di una biblioteca all’interno di un microscopico schermo. Tutto in un gesto. Una sorta di zip dell’umanità.

La scorsa volta ho dimenticato di dire che la libreria Kindle di cui sono in possesso non è stata composta da me. Il Kindle è di famiglia, ma, soprattutto, è stato un regalo. Ergo, i libri che si trovano al loro interno, per me, sono una sorpresa. Il che mi stimola molto: mi piace andare così, a senso, a istinto, con dei titoli di cui vedo solo la copertina in bianco e nero.

I titoli che sono in mio possesso, pertanto, non sono per me una scelta oculata, ma un tuffarsi a caso nelle cose, con l’effetto serendipità che mi può portare a scovare il capolavoro e impantanarmi nella ciofeca. 
L’importante però, come diceva Mina, è finire. 

E finisco i libri anche se trovo le storie troppo altro da me. Anche se ne indovino il finale alla seconda pagina. Non è stato il caso di Morozzi, il disgusto del cui libro, sono sicura, era voluto dall’autore e di cui comunque non avrei mai potuto indovinare il finale. 

Mi sono imbattuta però nel libro Con i tuoi occhi di Lorenza Ghinelli, che non saprei ascrivere né al capolavoro, né alla ciofeca. Intendiamoci: non direi mai che un’opera è una schifezza. Perché l’autore che l’ha creata ci ha messo impegno e soprattutto ha trasposto in essa il proprio mondo personale: e non mi sognerei mai e poi mai di dare della schifezza al mondo personale di un essere umano. Potrei dire, però, che non con tutti i mondi sommersi e personali altrui io mi trovi in sintonia. Nonostante questo, vado fino in fondo nella lettura perché abbracciare qualcosa di diverso da me è molto stimolante, anche nelle divergenze, anche se mi porta a dire Mai veri scritto.
Lorenza Ghinelli ha questo immenso pregio di raccontare in modo risucchiante. Ti trovi dentro a un imbuto. A un vortice. A una spirale. Mettetela come vi pare. State lì a leggere pagine e pagine di storie e elucubrazioni mentali sul nulla della vita di persone qualunque e tu non puoi smettere di leggere. Ti ritrovi rapito nella descrizione dei pescatori e della tonnara di Favignana. O nelle vite al limite di Rimini e della periferia bolognese. Nel risucchiarti in questo mondo, spesso, però, utilizza un linguaggio pieno di metafore che, se sanno creare immagini che sono lame e subito ti restituiscono il senso della cosa, dall’altro lato, a volte, risultano un po' pesanti. 
E poi mi sono ritrovata, ancora una volta, in una storia che per molti versi mi ha disturbata, forse perché ho trovato estremo fino al parossismo questo continuo parlare di sesso nelle vite dei personaggi. Riconosco che è un mio limite: il romanzo racconta della scoperta di sé attraverso la scoperta del proprio corpo, ma in questo periodo la mia mente è sicuramente deviata dalla recente maternità e guardo tutto con gli occhi della madre rompicoglioni. 
Non potrei tollerare che la mia piccola peste possa crescere e vivere così - anche se lo farà, spero con molti meno tormenti - ma al momento, credo, i miei occhi e la mia mente sono pronti solo per contemplare una qualche Madonna col Bambino di epoca medievale. 

Che recensione, wow. 

Però. Ecco. Il punto è che leggiamo i libri e li comprendiamo in base al periodo che viviamo. Idem per i film. E magari, tra qualche anno, potrei leggere lo stesso libro e trovare altro. Lo avessi letto quindici anni fa lo avrei trovato il libro della vita. 
Forse è per questo che non torno a leggere certi romanzi che negli anni passati hanno rappresentato pietre miliari per me. Ho paura che mi deludano. 
Solo un romanzo ho letto per quattro volte in quattro periodi diversi della mia vita è l’ho trovato sempre geniale e appassionante. 
È Cime Tempestose.

Quando si dice un Capolavoro. 

venerdì 30 marzo 2018

Leggere con una mano sola: Radiomorte di Gianluca Morozzi



Leggere con una mano sola: quando nutri un neonato per almeno dieci ore al giorno, devi trovare un diversivo. Che non può essere solo guardare la TV. Insomma: ti piace leggere. Ad un certo punto Netflix ti non basta più. Spesso è difficile far coincidere una poppata con una puntata da serie tv o, peggio, con un film (film? Questi sconosciuti...). A volte ti serve il silenzio. O, a volte, serve estraniarsi un po’ dal mondo. Leggere è la soluzione ideale. Ma provate a leggere con un libro cartaceo in mano e a tenere contemporaneamente in braccio una peste di quattro chili che vuole mangiare, dormire e giocare.
Ebbene. 
Tutto questo odio nei confronti del libro digitale io mica lo capisco.
Perché con il Kindle mi si era già rivoluzionata la vita prima - portarsi mille libri in viaggio per treni e metro. Figuriamoci ora che la mano con cui gestire il resto della vita è soltanto una.
Leggere con una mano sola si può: grazie Kindle. Anzi: si può leggere anche senza mani, basta un dito, basta poggiare accanto a sé il dispositivo e, terminata di leggere la pagina, sfiorare lo schermo con il polpastrello per passare a quella successiva. Grazie ancora, lettura digitale. 

Passato un periodo in cui non riuscivo a pensare ad altro se non alla peste, ho ricominciato a coltivare qualche micro interesse. La lettura, appunto. E ho ricominciato con un libro breve e in grado di catturare l’attenzione a livelli spasmodici, anche se forse non è proprio il libro più indicato per riprendere l’hobby della lettura in pieno puerperio. 

Si tratta di Radiomorte di Gianluca Morozzi, edito da Guanda. Una famiglia perfettissima, i Colla, ha costruito sulla suddetta perfezione un business altrettanto perfetto, pubblicando libri motivazionali sulla famiglia stucchevolmente felice. I Colla vengono invitati a partecipare ad un’intervista presso una radio sconosciuta, fuori dal mondo. In breve, i quattro componenti si troveranno chiusi a chiave nella stanzetta da cui stanno trasmettendo le loro parole patinate e apparentemente perfette: potranno uscire solo se sacrificheranno - decretandone la morte - uno di loro.
Verranno fuori segreti terribili e altre atrocità che solo un libro pieno di colpi di scena può regalare: un survival horror in piena regola, se di horror si può parlare - ma, vi assicuro, pur non essendoci zombie, vampiri, fantasmi e altre temibili creature soprannaturali, il senso che si sviluppa è proprio quello dell’horror. Anche perché i segreti nascosti dietro le famiglie apparentemente felici sono davvero orrorifici.

Ma, come dicevo, non è stato forse il libro più adatto al periodo che sto vivendo. In un altro momento sarei letteralmente impazzita per un romanzo del genere. Ora, invece, ho provato smarrimento e un disturbo molto vicino alla nausea, più che il piacere della lettura (e per una lettura così avvincente, che tanto mi ha ricordato il mio adorato Palahniuk). Insomma: neonati, scelte, mostri, violenze di ogni genere. La storia mi ha messo addosso un disagio notevole; è come se smuovesse quel lato indicibile che tutti noi abbiamo quando coltiviamo la speranza di una famiglia perfetta: basta un minimo di irrazionalità per cedere alle lusinghe di ogni male. E soprattutto, spesso, desideriamo essere quello che non siamo, mostrando agli altri con ostentazione un lato buono, pur essendo realmente tutto ciò che di brutto, sporco e cattivo l'essere umano sa produrre. 


È ovvio, però, che ho trovato Radiomorte estremamente terapeutico: a leggere di una famiglia conciata così, ecco, ci si sente migliori. Grazie, Morozzi: l’effetto catarsi è avvenuto. E, pur disgustandomi, mi hai fatto sentire - davvero - una persona migliore. 

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Foto scattata da me. L'immagine nell'immagine: Otto Dix, Assalto con le maschere antigas, 1924