mercoledì 26 novembre 2014

Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano

Nel 1911 Umberto Boccioni realizza due versioni della stessa opera. È la serie degli Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano. La prima versione è strettamente futurista, la seconda nasce dopo che l'artista ha conosciuto le opere dei cubisti. Ma il punto non cambia. Futurista o cubofuturista, Boccioni ha sentito il bisogno di analizzare più volte il concetto di partenza, di addio, di stasi, di movimento. Il soggetto è il medesimo. Figure ignote sono sulla banchina di una stazione. Il treno sbuffa. Qualcuno saluta e rimane sulla banchina a guardare quel treno allontanarsi; qualcun altro monta sul treno e si allontana. 

Gli addii, 1911, prima versione














Gli addii, 1911, seconda versione


Ne Gli addii le persone si abbracciano, strette in un vortice che sta per sgretolarsi. È quel cerchio perfetto che si crea quando ci si stringe alla persona cara. In quella stretta si sente il calore dell'altro e si avvertono i ricordi, si cerca di trattenerli, si teme che sfuggano. Ci si separa. Ci si guarda negli occhi. Un ultimo sbuffo del treno, il carbone invade la stazione, bisogna salire. 

Quelli che vanno, 1911, prima versione

Quelli che vanno, 1911, seconda versione


Quelli che vanno sono linee oblique che attraversano la tela come saette, come fulmini. Quelli che vanno, sembra dirci Boccioni, vanno sempre, sono proiettati in avanti, sono presente e già futuro. Quelli che vanno sono l'automobile che sfreccia senza freni nella nuova città elettrica e che solo contro un muro o sul fondo di un burrone può fermarsi. Quelli che vanno sono come quello smilzo di Antonio - Sant'Elia - il ventottenne architetto del futuro, rimasto eterno ventottenne ed eterno futuro dopo che un proiettile futurista, in trincea, gli ha centrato la fronte. 


Quelli che restano, 1911, prima versione

Quelli che restano, 1911, seconda versione


Quelli che restano sulla banchina sono linee dritte o ondulate, da su a giù, impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro. Quelli che vanno sembrano volare. Quelli che restano sono pressati dalla forza di gravità, piantati a terra, immobili, sofferenti. Ma quelli che vanno sono già morte. Quelli che restano avvertono tutto il peso della vita. In un limbo, incapaci - ma non è detto - di qualsiasi movimento.

Movimento. Questa è la parola giusta.

Quando, nei primi Manifesti, i Futuristi gridarono la loro voglia di futuro, lo facero prendendosela con un'Italia che, appena nata, era già vecchia. I Futuristi volevano bruciare i musei e distruggere il chiaro di luna, se la prendevano con le cascanti attrici dei melodrammi più zuccherosi e i nozionisti pronti a scambiare per cultura un vuoto elenco di codici. Ma quello dei futuristi non era terrorismo. Non dobbiamo prendere alla lettera quello che dicevano. Dobbiamo considerarlo metaforico. Tutto un discorso di movimento. Sapevano bene che la cultura italiana era immobile. Da secoli. Erano ben consapevoli che la cultura italiana non coltivava nulla. Prendersela col museo non era troppo diverso da quella che poi sarebbe stata la provocazione Dada: attaccare il luogo della contemplazione-senza-capire significava asserire che l'Arte, per i più, altro non era che qualcosa da guardare distrattamente, giudicare bella solo per il nome, da dimenticare al quadro successivo. Qualcosa di incomprensibile. Sarà capitato a tutti di fare il turista dell'ultim'ora - che bello il Colosseo - e non avere gli strumenti per capirlo. Ma se non si capisce il museo, perché ci si adegua, perché lo si giudica bello? Solo perché lo fanno tutti? Ecco. Il movimento. Il ragionamento. Guardare all'Italia approfondendone ogni lato, sviscerarla, avendo il coraggio di andare a fondo. E di cambiare.
Il movimento. Non è solo quello fisico. Per Boccioni non era movimento fisico. Non era solo quello a bordo dell'automobile. Tanto è vero che Umberto fu il più emotivo e drammatico dei primi futuristi. Per lui Movimento era sua Madre, ritratta, scomposta e ricomposta infinite volte, chiamata Materia, un corpo immobile eppure dinamico - è quello che gli ha dato la vita.
E allora, se Gli addii sono un vortice di ricordi ed emozioni stretti in un abbraccio, chi e cosa sono quelli che vanno e quelli che restano? Sono un punto di vista. Il treno è solo una metafora. Il treno è dentro di noi. C'è chi sale davvero su quel treno, va via eppure resta attaccato a ciò che si è lasciato dietro. E c'è chi resta sulla banchina. Fuori immobile e dentro un continuo agitarsi di sogni, paure, ansie, previsioni continuamente disattese e improvvise manifestazioni di vita. Quelli che vanno, vanno così veloci che non vedono quasi nulla e per vedere avrebbero bisogno di fermarsi. Quelli che restano vedono tutto, se ne stanno lì a farsi trafiggere, li vedi fermi, fragili, una piccola onda di tono su tono, eppure cambiano, evolvono, la vita li attraversa, li travolge - la vita, la fermano.
Del resto, se i fermi nel fisico ma non nell'anima non fossero stati davvero in movimento, Boccioni non avrebbe perso tempo ad analizzarli. Boccioni, tutta la vita, ha cercato il movimento in ciò che è immobile, ha trovato il movimento in ciò che è fermo. L'opera d'arte. Perché non il cinema, perché non la musica. La pittura. La scultura, quanto di più pesante ci sia. Il bronzo imponente delle Forme uniche. Un uomo che, fermo, si muove. Che affronta un'atmosfera spessa come un muro e una gravità pesante come un macigno. Fermo, ma evolve, perché il suo corpo si deforma.
Ci si trova in un posto e l'anno dopo si è sempre nello stesso posto eppure tutto è cambiato.

Boccioni lo sapeva. Tutto si muove, anche quando sembra di stare fermi. La vita si muove, la storia si muove. Tutti vanno, tutti restano. A volte si è consapevoli di andare e si dice addio, ci si dice addio. Il più delle volte non si comprende il movimento e il vortice dell'addio serve solo a fermare un attimo di vita - che altrimenti svanirebbe nel flusso cangiante e irrefrenabile dei ricordi.

venerdì 31 ottobre 2014

Il giovane favoloso




Arriva subito la musica, che sin dalla prima inquadratura gonfia l'immagine e le permette di uscire dal suo  imberbe stato bidimensionale; la musica che crea tensione drammatica, che è commento e insieme azione. Tempo ed emozione. Una musica che spesso attinge a pezzi moderni - e questo rende la storia attuale e universale, in grado di farci avvicinare non a quel Leopardi un po' asettico e sapientone che campeggia nei libri di letteratura, ma al Giacomo uomo, conte, eroe, pezzente, genio ed emarginato.

Tuttavia ci si accorge subito che la musica si staglia su uno sfondo pittorico di grande caratura: non solo fotografia, ma proprio pittura, Arte. Siamo condotti negli interni di Silvestro Lega e ci ritroviamo negli spazi aperti di Fattori e Signorini e tutto si alterna a echi di una pittura italiana romantica poco conosciuta, intrisa di drammaticità e buoni sentimenti ma, soprattutto, caratterizzata da quei colori terrosi, bruciati, scuri che ritornano costantemente a cesellare Recanati e Firenze. Una volta che la storia di sposta a Napoli, invece, sono una luce e un buio caravaggeschi a farla da padrone - e alcuni squarci drammatici dello Spagnoletto, che narrò visivamente Napoli, i suoi bassifondi e i suoi reietti. 
Caravaggio sta nell'ambigua e infernale scena del lupanare (che ci ha riportato alla memoria, con un certo piacere, sprazzi pasoliniani e felliniani), vera e propria cesura tra il Leopardi-mente e il Leopardi-corpo.

E, infatti, protagonisti indiscussi del film sono i corpi. Quelli antitetici di Giacomo Leopardi e Antonio Ranieri, il secondo chiaro (e impossibile e ideale) alter ego del primo. Più procede la storia, più Giacomo si piega, soffre, si contorce per i dolori, si abbandona nervosamente al suo bastone; e più procede la storia più Antonio si fa prestante e bello, tombeur de femme, ideale di bellezza mediterranea e antica. Giacomo e Antonio ci vengono mostrati entrambi nudi, il primo gracile e storto, il secondo virile e possente. Leopardi non fa che guardare e spiare Antonio e le sue amanti - e non è chiaro se sia geloso di Antonio, delle sue amanti o se stia semplicemente osservando una realtà forse a lui ignota, una realtà altra che avrebbe potuto essere la sua. O, forse, una realtà talmente conturbante, caotica, carnale, sporca, fumosa e soffocante che ha bisogno di essere trasfigurata per essere compresa. Giacomo diventa un testimone privilegiato del mondo, delle sue strutture. È un flaneur.
Arriva in basso, a toccare un fondo terribile, quello del lupanare, e torna in alto, altissimo, a contemplare e comprendere le stelle. È qui che si risolve l'equivoco. L'equivoco e il pregiudizio sono quelli che ci portano a considerare Leopardi solo scolasticamente, un saccente e un intellettuale privo di vita. Non si riesce ad andare oltre un suo mero schematismo. Tanto che oggi, credo, Giacomo sarebbe felice di essere finito nei libri di letteratura, ma sarebbe oltremodo arrabbiato perché giudicato genio in relazione alla sua sofferenza. Uno che ha scritto quello che ha scritto solo perché sfortunato.
La realtà, però, è un'altra. Il poeta, l'artista, è colui che osserva. Racconta, poi osserva ancora e più osserva più sviscera il mondo, va a fondo, strappa via i veli, arriva al nocciolo. Quel nocciolo è incomprensibile, il vero non si lascia afferrare. Occorre allora dubitare. Da questo dubitare scettico e disincantato nascono le parole più alte di un poeta che è stato innanzitutto uomo - goloso, desideroso di vita e di amore. Un uomo che, come molti altri uomini che nascono con la poesia dentro, sa vedere più e oltre degli altri.
Antonio comprende perfettamente questa capacità dell'amico e si lega a lui in modo indissolubile, perché, per contro, proprio in lui, in Leopardi, Antonio riesce a vedere quell'ideale di uomo e di mente che vorrebbe essere ma che non è. Antonio e Giacomo sono due facce della stessa medaglia, insieme sono l'uomo perfetto, kalos kai agathos, bello e buono: un ideale forse esistito solo nel mito della Grecia antica e un ideale solo inseguito e mai raggiunto nell'insoddisfazione generale, intima e storica dell'uomo romantico.

Scrive Kant che il sublime non è tanto l'atterrirsi di fronte agli irrazionali spettacoli della natura, quanto la capacità dell'uomo di percepire l'infinito. 
Ecco. Certi uomini riescono a guardare le cose e a sentirne l'infinito; a sentire l'infinita trama che le sostiene; a sentire le infinite implicazioni della natura. Sentire l'infinito è anche sentirsi sulla stessa onda di quegli uomini che hanno fatto grande il mondo cercando di interpretare e concretizzare l'incommensurabile. E Giacomo si sente un nano sulle spalle (infinite) della cupola di Brunelleschi o della Pompei sepolta e sopita sotto la cenere del Vesuvio. Si sente piccolo, pur nella grandezza irrefrenabile del suo ragionamento. Si sente insignificante, irrequieto, privo di equilibrio. Ma non dimentichiamoci che l'infinito, per essere tale, deve atterrirci, stordirci, disturbarci - non può stare in equilibrio. E infatti, a volte, l'infinito può nascere tra le costole di una schiena storta che cammina sbilenca e invisibile tra l'indifferenza di tutti.

giovedì 18 settembre 2014

Si alza il vento



Le vent se lève. Il faut tenter de vivre.
Così recita Valéry. E così cadenza Miyazaki, come se a intervalli regolari intonasse il ritornello di una canzone imparata a memoria da bambini.
Il vento si alza. Bisogna tentare di vivere.
E anche la domanda si alza, come il vento: è possibile costruire un'opera su ciò che di meno malleabile esista? È possibile costruire una storia sul vento?
Un'opera d'arte, di qualsiasi forma essa sia, è modellazione, è coerenza, è costruzione, è controllo. Chi si mette a creare lo fa con la consapevolezza di essere dio, di avere la potenza del demiurgo, di saper creare dal nulla un mondo nuovo.
Ma il vento.
Il vento non lo si afferra. Il vento non si fa prendere. Il vento non si ferma - o non sarebbe vento. Il vento è movimento. E non è solo un andare da qui a lì. No. Il vento parte dove vuole, va dove vuole e cambia all'improvviso direzione. Il vento è come la vita. Anzi, la vita è come il vento, solo che noi non ce ne vogliamo rendere conto. Siamo convinti di essere padroni di quello che facciamo – e, invece, semplicemente reagiamo a cose che accadono al di fuori della nostra volontà. A essere esagerati, noi possiamo controllare nulla. Dalle cose più grandi alle più infime. Non controlliamo il tempo, pur avendo orologi e sveglie, non controlliamo ritardi, anticipi, il sonno, il traffico. Non controlliamo le persone a noi care, le loro partenze e i loro ritorni. Non controlliamo l'acqua che bolle in pentola e basta girarci un attimo perché sia finita tutta fuori. Non controlliamo le prove di fronte a cui ci mette la vita e per cui, pur preparandoci, non siamo mai pronti. All'esistenza reagiamo, con fatica o con prontezza, buttandoci a capofitto nelle cose, pur senza capirle, o annullandoci e mettendoci in disparte. In altre parole, siamo trasportati dalla corrente, dal vento, da una brezza leggera se i cambiamenti sono a portata d'uomo, da una tromba d'aria se sono troppo repentini – e il colpo fatica ad essere assorbito. Il vento non è che una metafora della nostra condizione. Perché la vita è tutta una lotta con l'inaspettato.



Il vento è quello che anima i sogni di Jirou, che vuol fare il progettista aerospaziale, per costruire un sogno. E Jirou progettista diviene, ma non per costruire un sogno. Costruirà solo perfezioni aeree cariche di bombe o pilotate da uomini pronti a missioni suicide. Nella vita di Jirou il vento cambia molte volte. E a ogni direzione non sarà mai facile. Perché per sua natura il vento è estremo. Se c'è vento, le cose si muovono veloci e forti, si alzano e si spostano del tutto. E, allora, il vento può essere il Grande Terremoto del Kanto del 1923, accaduto in una graziosa giornata di fine estate, quando apparentemente gli unici pensieri del giovane sarebbero dovuti essere andare all'università e scambiare due parole con la graziosa Nahoko. Ma ecco il vento, ecco l'inaspettato. Al terremoto si aggiunge il vento dei venti, un tifone, che alimenta il fuoco per giorni e incenerisce anche quelle vite convinte di essersi salvate dal sisma. Il vento è poi un vento di opportunità, quelle di un lavoro che conduce Jirou a fare il progettista di aerei, ma di aerei che nulla hanno a che vedere con un sogno. Il vento è poi un vento gelido e militare e tedesco. Il vento è quello della polizia segreta e quello della seconda guerra mondiale. Il vento è quello che butta giù gli aerei di Jirou e che poi li porta su ed è anche quello che gli fa vivere il sentimento d'amore più estremo, in un soffio che scuote il cuore per pochi istanti e che si spegne pieno di fulgore in un battito di ciglia. Il vento è nella testa di Jirou, che vive senza controllare nulla della sua esistenza e che, ciononostante, tenta di controllare nei limiti delle sue possibilità quello che gli capita al momento. Perché il più grande vento è il suo sogno e il suo sogno è dare sogni agli uomini. Più aleatorio e ventoso di questo proposito non ce ne è.
E, allora, torna la domanda iniziale. Come può un'opera d'arte, che è controllo, modellazione, coerenza, essere costruita sul nulla e sul tutto, sul caos e sull'ignoto, cioè sul vento. Come si può? Si può e non si può. Miyazaki può perché sa che questo è il suo ultimo film. Lo dice a chiare lettere: la vita creativa di un artista dura al massimo un decennio. Occorre dare il tutto per tutto in quei dieci anni. Il che significa: crea sogni, ma poi torna a vivere. Crea mondi per gli altri, ma poi torna a vivere. Divertiti a interpretare dio, ma poi torna a vivere. Perché chi crea è talmente concentrato a creare che talvolta dimentica di vivere. È talmente preso dalle cause e dagli effetti, dalla coerenza delle proprie creazioni, che poi si sente spaesato e muto e inutile in mezzo all'assenza di regole della vita. Chi crea, ad un certo punto, ha bisogno di sentirsi accarezzare un po' dal vento. E di godere di quel che dà e di quello che porta via. Jirou lo dice, guardando i suoi kamikaze: non ne è tornato neppure uno. Che è una frase da leggere in altro senso. Da quell'immenso vortice turbinoso della vita nessuno torna vivo. Il finale della vita lo si conosce bene. Bisogna vedere cosa si fa prima del finale. E se si recitano le ultime battute con la consapevolezza di aver dato tutto, pur avendo potuto nulla.



E lei, quell'eterea fanciulla durata lo schiocco di una fiammella, così risponde al suo Jirou: Vivi! - e lo dice mentre svanisce nel vento.
Tu rimani lì, con un caos nella mente piena di esistenza e sogni, piena di vite e suoi paralleli, di uomini che si trascinano e di uomini che tentano a ogni costo di catturare il vento con la retina delle farfalle. Sei lì e guardi il film più oscuro di Miyazaki, il più tormentato, il meno conciliante, il più onirico e il più realistico - niente magia, niente spiriti, niente palline di fuliggine. Niente. Solo il vento, che fa paura e che ammalia. Che ti indica mille strade e non una. Che ti sconvolge e arruffa i capelli.
Vivi! Dice Nahoko. E tu non ci stai capendo niente, forse perché per la prima volta un artista ha esposto nella sua opera il caos dell'esistenza, in barba a tutte le regole e i contorni, le armonie e le simmetrie e le analisi e le interpretazioni.
Vivi! Dice Miyazaki e tu dovresti star lì solo a vivere il film, senza dargli peso, lasciandoti attraversare dall'esperienza visiva ed emotiva - che ti turba e ti cambia. E tu, dopo, non sei più lo stesso.
È vero che non torna più nessuno, ma vivi. Vivi davanti alla tragedia dell'umanità e alle difficoltà della vita interiore e privata. Vivi il tuo sogno. E vivilo anche se lo stai vivendo nell'era sbagliata, quella che non ti permette di costruire aerei per passeggeri, ma solo velivoli di distruzione. E probabilmente finirà che il tuo sogno sprofonderà nel vento malevolo della tua epoca, ma almeno tu, quel sogno, hai provato a farlo librare in aria.
Si alza il vento, bisogna tentare di vivere. È quel "tentare" che dà senso a tutto. Rende il vento così insidioso e il vivere così faticoso. Cambiano le cose, tu non vuoi cambiare, eppure sei costretto. Non hai scelta, devi seguire il vento. Prima o poi ne capirai il percorso e, quando lo avrai compreso, il vento cambierà di nuovo.
Il punto è che certe anime, certi cuori, certi occhi hanno un disastroso potere in più. Quello di farsi attraversare dal vento e allo stesso tempo capire che proprio quel vento sta passando. Capiscono il cambiamento - non lo arginano, no - ma lo sanno interpretare. Più spaesati e sballottati degli altri, perché fanno una fatica in più, vivono e capiscono di vivere. Probabilmente, poiché questo è un fardello dei più tragici - farsi attraversare dal vento e doverlo capire - ad un certo punto occorre lasciarsi trasportare. 
Vivi! Dice Nahoko. Smettila di pensare. Vivi. Smettila di angustiarti. Vivi. Nonostante il vento sia pieno di lame. Vivi. Libera la mente. Vivi. E, tuttavia, vivere nonostante il vento è la cosa più difficile che ci sia. Miyazaki lo sa bene. Perché quel “Vivi!” arriva a conclusione di una serie di difficoltà inimmaginabili. Di fronte ad esse, ogni uomo vorrebbe ritirarsi dal mondo. Perché è più facile ritirarsi che vivere. Prova a vivere mentre un tifone ti spazza via. Prova a vivere mentre un uragano ti calpesta. Prova a vivere mentre mille venti ti ingoiano, provaci, se ci riesci. O, almeno, tenta.
Consapevole che se non puoi controllare nulla, allora nulla dovrebbe preoccuparti.



Adesso, per il maestro è tempo di cambiare rotta. Si alza un nuovo vento, la parabola del cinema si chiude. Ci saranno nuovi orizzonti, oscuri ma tutti da scoprire. E oscuri e da scoprire sono gli orizzonti di ogni uomo, che torna a provarci dopo i titoli di coda.
L'importante, nonostante l'ignoto, è tentare. 
E, quando si prova così terrore da non saper che fare, ci si può rifugiare nei propri sogni. Lì, tra pacate contemplazioni del tutto, scenari appaganti e un mondo plasmato a proprio piacimento, il vento non può entrare. O, quantomeno, prima chiede il permesso.


venerdì 29 agosto 2014

Salita



Gli Appennini nascondono un sentiero tortuoso e impervio, tra rovi, sassi, rocce, folti boschi e cascate. È un percorso per famiglie, forse anche breve, ma in realtà pochi lo completano.
La fatica si fa sentire sin da subito, il sudore ti incolla lo zaino alla schiena e i polpacci urlano per il dolore. Ogni volta che puoi ti fermi, bevi, prendi fiato, ammiri il paesaggio circostante. Stai salendo – ma non abbastanza. Hai percorso già qualche chilometro, ma la strada non è ancora finita: e la salita si fa ancora più salita. Stai per desistere. Ci pensi a lungo, cerchi la cima – ancora invisibile - poi la valle – che ormai è scomparsa – e ci pensi ancora: mi spoglio e faccio una doccia sotto le cascate gelide. Oppure torno giù, perché ho fame, ho sonno, voglio lavarmi.
Ma sai che se ti fermi proprio in quel punto e torni giù, un vago senso di insoddisfazione ti braccherà per tutto il resto della giornata, insinuandosi nell'ingiusto pasto, nell'immeritata immersione nella vasca da bagno e persino nel sonno – perché, seppur stanco, sai che quella non è una stanchezza completa.
E, allora, riprendi il cammino. Cammino è una parola troppo semplice: riprendi l'arrampicata, perché procedere, stavolta, significa complicare le cose - e mangi la strada non solo con i piedi, ma anche con le mani. Dai che è quasi fatta – pensi. E senti che più cammini, più ti avvicini al sole, più sei solo. Ti guardi indietro e gli innumerevoli e casuali compagni di viaggio che calcano quei sentieri se ne sono già tornati indietro, noncuranti dell'immeritata doccia e del sonno non troppo stanco.
Dai che è l'ultima salita. Il sole è così forte che pur tra gli alberi riesce a bruciarti la pelle e i ciottoli sono così bianchi che riflettono la luce come specchi.
Dai – è l'ultima salita. È l'ultimo crocevia di alberi prima di arrivare. È l'ultima scarpinata prima di.
Prima di.
E nemmeno ci pensi più alla fatica quando tra gli alberi si apre una minuscola pianura. E in mezzo alla pianura, lambita da un bosco, sorge una chiesa. Non è una chiesa come le altre. Non è una chiesa tutta marmi e stucchi e colori e giochi geometrici. È una chiesa tirata su con dei conci bianchi e mal sbozzati. Un piccolo portico per ripararsi dal sole. Una sola campana, in cima, a dirci che siamo proprio di fronte ad una chiesa. Non è molto chiaro quando sia sorta. Qualcuno la vuole costruita nel nono secolo, qualcun altro nel tredicesimo. Be', poco importa. Quando sei lì in cima al mondo, in totale solitudine, lontano dai rumori dell'umanità, di fronte ad una minuscola chiesa che sembra un'artistica roccia opera della Natura – be', nulla ha importanza. Significa che qualcuno ha fatto quello stesso percorso tortuoso in epoche ben più difficili. Significa che anonimi architetti e anonimi operai hanno portato sulle spalle mattone dopo mattone fino a quasi milleduecento metri sul livello del mare, per costruire qualcosa che desse conforto e ristoro ai pellegrini e alla gente del posto.
C'è un fascino unico in quelle pietre, in quelle forme semplicissime e lineari. C'è il gusto per la stordente perfezione della natura e per la geniale imperfezione dell'uomo. C'è, in quella chiesetta silenziosa e solitaria, tutto il mistero di quando Uomo e Natura tornano a compenetrarsi come alle origini.
Quando sei lì e contempli il miracolo, ti senti come non mai vicino a quei piccoli uomini che, in fila – me li immagino – in salita, uno dietro l'altro, dopo aver bevuto acqua di sorgente, hanno lasciato una loro traccia nel mondo e nella storia – e magari qualcuno di loro neppure l'ha vista la posa dell'ultima pietra. Nel silenzio di oggi, ascolti un po' i clamori di quel lontanissimo passato in cui uomini come noi e con meno possibilità di noi hanno fatto qualcosa di ben più grande di noi.
Di fronte ad uno spettacolo del genere, è quel connubio inscindibile, quella dolorosa e fantastica equazione, di Fatica e Bello a darti la soddisfazione più grande. Aver massacrato polpacci e polsi per godere di una fantastica visione – quasi un'epifania del divino o del mondo o del senso ultimo delle cose. Cercare instancabilmente la vetta invisibile tra gli abbagli del sole – o desiderare di porre l'ultima pietra della chiesa. Fatica e Bello sono lì, inscindibili, a dirti che già faticare è di per sé bello, purché sia fatto con costanza e coerenza, anche laddove la vetta sia lontana – se non irraggiungibile.  

Immagine: Egon Schiele, Torrente di montagna, 1918

lunedì 28 luglio 2014

Lo stretto

Chiude gli occhi.
Dentro le palpebre, lo Stretto. Una striscia blu profonda, vorticosa, gelida anche d'estate. La Sicilia si fa sottile dietro la foschia del mattino. Lui se ne sta seduto a farsi bagnare dalla risacca. La brezza salata gli colora le iridi – limpide come il cielo a mezzogiorno.

Apre gli occhi.
Una striscia di terra infossata, un serpentone che odora di fango e sudore. Non c'è il blu, non c'è l'azzurro, c'è solo un marrone-nero di pensieri cupi. E qualche lampo lontano che squarcia il petto.

Chiude gli occhi. Nelle narici i limoni appena aperti e mangiati così, di corsa, nascosto dietro a un muro diroccato, un pranzo da re. L'odore del sole brucia i fichi, infilati in uno stecco di legno. Li pregusta, lentamente. Sa che ci vorranno giorni, ma per Natale saranno in tavola. E che goduria. E che giornate.

Apre gli occhi. Si guarda attorno. Il campo di prigionia si riempie di voci, ma lui capisce solo pochi suoni, perché, è vero, con quella zazzera bionda e quegli occhi chiari ha l'aspetto di un uomo del nord, ma in bocca ha la lingua degli arabi, dei francesi e degli spagnoli – e poi c'è quel tre che suona trchi, con la erre arrotata e un sapore inglese lontano. 
Parte un'eco di voci dure e lo sa – lo sa – che stanno per arrivare quei tozzi di pane pieni di scherno e vecchi di decenni, mischiati alla terra, lanciati dai tedeschi – o dagli austriaci o da chissachi, poco gli importa chi lo ha fatto prigioniero. Gli importa solo delle risate e delle scommesse dei carcerieri e di quel cibo buono solo per i topi – lame che gli feriranno la dignità per tutta la vita. Lui, il pane, lo lascia da parte. Preferisce raccogliere qualche buccia di patata, ché magari ci viene un tortino, ché magari, se si concentra, riesce pure a sentire il sapore del finocchietto selvatico.

Chiude gli occhi. Sulle mani il pizzicore dei fichi d'india. Che tortura sbucciarli, quanto tempo prima di assaporarli, un dolore continuo alle mani, eppure.
Eppure apre gli occhi. E vorrebbe sentirlo ancora e ancora quel dolore di spine, ché, tanto, quello dolore non è. Il dolore vero gli viaggia negli occhi di ragazzo poco più che ventenne, con le mani già piene di vita, piene di calli, piene di terra. Si aggrappa – alla terra – forte. Nell'attesa. Tra uno scarto lanciato e il terrore di un plotone. Stringe quella terra straniera come aveva stretto solo pochi anni prima il tronco di un albero, una mattina in cui il mare, quello di fronte casa sua, aveva deciso di trascinarlo via. Quel giorno, dopo che la terra aveva traballato un po', la Sicilia era sparita dall'orizzonte. Quel giorno, i suoi occhi di quindicenne avevano visto un muro d'acqua e quell'acqua aveva portato via tutto. Ma lui si era aggrappato, trattenendo uno sconosciuto pensiero di vita.
La guerra – l'ha conosciuta molto prima di andare al fronte. La trincea – l'ha vista molto prima di arrivare in trincea.

Chiude gli occhi. Una pennellata polverosa di strada. Lui che cammina con gli stivali e la divisa, alla sua prima licenza, al suo primo attimo di pace dopo giorni e notti di battaglie. Felice di rivedere il babbo - e Mico e Ciccio, anche loro al fronte.
E invece ricorda solo l'abbraccio, con Mico e Ciccio, di fronte al babbo steso e addormentato per sempre. Perché il babbo non ce l'aveva fatta al pensiero di tre figli in pericolo, tutti e tre in guerra, tutti e tre chissà dove, in un'Italia che nemmeno sembrava Italia, lontana com'era. Era stato pochi giorni a casa, la divisa se l'era tolta, ma in realtà non l'aveva sfilata neppure per un secondo.
Ora era un orfanello. La mamma. Della mamma ricordava solo il profumo. Era un profumo di fieno, di fichi bruciati al sole, di piedini che correvano sulla spiaggia e Mico sei il più grande, stai buono!, e un bacio prima di addormentarsi con la preghiera della sera.

Apre gli occhi. Li rotea. Azzurri come il cielo. Pensa. Chissà se torno. No, pensa altro. Se torno, per prima cosa, sì, apro un limone e lo mangio. E poi. E poi chissà se la trovo una donna che mi sposa. Se la trovo e se avrò dei figli, ecco, uno avrà il nome di mio padre. E la femmina. Se avrò una femmina, si chiamerà come mia madre. Mi spaccherò la schiena per lavorare e non importa quanto faticherò, perché darò da mangiare a mia moglie e ai miei figli. E poi mi stenderò e scherzerò con Mico e Ciccio, perché, sì, perché anche loro torneranno. E poi, quando è festa, ce ne andremo al mare, un tuffo nell'acqua fredda e un tuffo nella sabbia bianca e bollente per asciugarci.

Chiude gli occhi. E sa che, in fondo, ha paura. Vuole farcela, ma sta per cedere. E se non torno. E se finisce qui. Sta per cedere, ma arriva.
Arriva come la brezza piena di salsedine alle cinque del mattino. Arriva dalla finestra, quando è ancora buio e tu sei assonnato e nemmeno te lo ricordi che sotto casa hai il mare. Nemmeno lo vedi, il mare, tanto è buio alle cinque di mattina. Ma arriva. Inaspettato. Si insinua nel naso con quel pizzicore di profondità marine e alghe che fanno il solletico. Arriva. Ancora una volta. Arriva. Quello sconosciuto pensiero di vita.
E lui si aggrappa. Perché non vuole che questa terra lontana se lo porti via.
Si aggrappa, forte. Il vento dello Stretto, l'odore di agrumeto, i fichi bruciati, la risata buona di Ciccio, le pacche sulle spalle di Mico. Si aggrappa.

Apre gli occhi. Tutt'intorno, il mare.  

28/07/1914-28/07/2014
Cento anni dallo scoppio della Grande Guerra
A chi ha resistito e mi ha permesso di raccontare

Immagine: Jean-François Millet, La Meridienne, 1866