mercoledì 26 agosto 2015

Ieri sera, tentando di leggere un libro - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo

Ieri sera, tentando di leggere un libro. La schiena poggiata al cuscino memory, lei che fa finta di dormire su un fianco, dandomi le spalle, e io che da tre ore leggo le prime cinque righe di pagina quindici senza capire nulla. E ricomincio da capo.
Stiamo litigando. Non si vede, ma litighiamo. Perché per noi il litigio è più uno stato mentale che un volare di parole grosse. È il percepire la divisione, lo scollamento di idee, è uno stato di disequilibrio – e il litigio vero e proprio sta nel ritrovare l'equilibrio dentro di noi, non tra noi.
Sono bastate tre parole a far scattare questo stato mentale. Sui fiori e sulla musica del matrimonio. Io dico: rose bianche. Lei: nebbiolina. Io dico: pop, jazz, swing. Lei: Mozart, Chopin, Beethoven. Lei non aggiunge altro. Io aggiungo: la nebbiolina? Ma ti pare? Ci sposiamo e vuoi usare il fiore meno visibile della terra?
Butto gli avanzi di un eccelso pollo al forno con patate croccanti e dolci – ma che non vanno più giù – e infilo il piatto nella lavastoviglie. Dico solo: e la musica classica. Perché? Vogliamo uccidere i nostri parenti? Lei ribatte: ma tu ami la musica classica! Sì, rispondo, sì, mi piace, ma in cuffia. Dopodiché cala il silenzio. Lei, quando litiga con me, sta zitta. Abbassa la testa, non mi guarda e, a letto, mi dà le spalle, posizionandosi così tanto sul ciglio che quasi dorme sul comodino. Io me ne sto catatonico con questo libro in mano, di cui ho dimenticato titolo, trama e autore: e una miscela esplosiva di pensieri terribili. Penso, nell'ordine: non mi vuole più sposare. Non vuole più stare con me. Non vuole più parlarmi. Non mi vuole più. Non vuole più sposarmi. E poi, ancora, il gran finale: non mi ama più. Realizzo dopo un loop incessante di frasi a ripetizione che tra poco più di sei ore lei deve alzarsi per andare ad un appuntamento programmato da mesi. La scelta dell'abito da sposa. Penso: se si alza e va, mi vuole ancora. Se si alza e va, io mi rilasso, passo la giornata a leggere o di fronte alla PlayStation e rimetto a posto le idee. Lei trova l'abito e rimette a posto le idee. Per un giorno intero a gestirla saranno madre, padre, sorella, fratello e suocera. E noi due smettiamo di litigare.

Alle sei del mattino di un agosto asfissiante, lei si alza. Beve un caffè al volo. Fa la doccia. Si pettina per bene. Si trucca. Indossa l'ultimo abito – fine e bellissimo – che le ho regalato. Sosta per un po' su di me, che fingo a mia volta di dormire: non so cosa pensi o faccia, ma so che mi sta guardando. Mi sfiora appena i capelli con le labbra. Mi sfiora appena la schiena nuda con la collana che le pende dal collo. Esce. È andata all'appuntamento per l'abito. Abbiamo finito di litigare. Lei è ancora la mia donna. Stringo il cuscino. Mi addormento, finalmente.

Alle dieci del mattino di un agosto infernale, girovago per la casa in mutande e a piedi nudi. La barba incolta e no, non ho alcuna voglia di scorciarla. Indeciso, tra il libro di cui ho dimenticato titolo-trama-autore e la PlayStation. Penso alla fine che sono troppo deconcentrato per leggere da pagina quindici un libro di cui non so più nulla e schiaccio con estremo godimento il tasto piesse del paradiso videoludico. E lo schiaccio nell'esatto momento in cui squilla il mio cellulare. Devono passare almeno sei squilli prima di capire che il nome sullo schermo è quello di mia cognata. Di sua sorella. Mi avrà chiamato sì e no tre volte in tutta la mia vita e quando lo ha fatto è stato per portare guai.
Pronto? Sulla tv prende forma l'etereo mondo dei gamers, subito incrinato dalla voce maschile – non di sua sorella – di suo fratello che sentenzia: vieni a riprendertela. Dice.
Un monolite mi cade tra capo e collo.
Che. Che è successo?
Sta montando un casino con questo vestito – spiega. Tua madre pare paziente. I miei genitori mantengono la calma ma non ne possono più. Io sono a un passo dall'omicidio.
Dai, tranquillo. Dico e penso: non sono più abituati ad averla per casa. Aggiungo: lo sai che lei è così.
Lo so, risponde, ma devi venire lo stesso.
Perché?
Perché sta piangendo e ha paura che il vestito che vuole comprare non piaccia a te.
Cioè?
Ha paura di deluderti.
Non capisco, dico – ma ho capito benissimo. Stiamo ancora litigando. A distanza. O forse le mie parole di ieri sera hanno lasciato in lei più insicurezza del previsto.
Mio cognato spiega ancora: lei intende dire che deve piacere a te con quel vestito e ora non sa se riuscirà a fare breccia nei tuoi gusti.
Con estremo dolore del mio pollice – un fulmine che arriva dritto al cuore – spengo la Play. Con una barba indecente e la prima maglietta che trovo, salgo su un'automobile arroventata e raggiungo l'atelier. E se da un lato sto perdendo la mia giornata di relax, dall'altro sono ben consapevole del mio ruolo: io sono l'unico in grado di capirla e sostenerla. Genitori, fratelli – sì. Sono genitori e fratelli, ma io e lei ci siamo scelti, non siamo capitati per caso. E se ci siamo scelti un motivo c'è.

Sua sorella è fuori dell'atelier. Fuma elegante una sigaretta. Unghie laccate e senza la minima imperfezione. Caschetto dritto e liscio, quasi inquietante per la geometria perfetta con cui le incastona il viso. Abito griffatissimo a mostrare due ginocchia magre, troppo magre, montate su tacco dodici di una decolleté rosso fuoco. Dietro la montatura esagerata e da vip degli occhiali da sole c'è la versione mondana e smaliziata della mia lei. Tanto si somigliano quanto sono diverse. Non so esattamente il significato di quanto ho appena detto, ma non saprei descrivere meglio di così le due sorelle.
Spegni la sigaretta – le dico. E mia cognata capisce al volo: ah, ne sei consapevole. Sei consapevole che con mia sorella il rischio di ricominciare a fumare per disperazione c'è. Vero? Sei ancora in tempo.
In tempo per cosa?
Per non sposarla.
Smettila. Lo sai, lo sapete che è così. È inutile fare tutte queste tragedie. Poi passa.
Lo so bene che è fatta così. Ma ora è adulta. È più grande di me, santodio, sta per sposarsi e poi? Poi sarà madre? Sarà madre... così? Non può fare sempre la bambina. E comunque – dice cercando una mentina nella borsetta – tutto è iniziato perché lei credeva di potersi vestire da sola, invece l'abito da sposa te lo infila qualcun altro, tanto è scomodo. Si è sentita toccare da mani estranee e ha iniziato ad andar fuori di testa. Dal motivo stupido, come tu ben sai, è passata al livello successivo: crisi, problemi esistenziali e, soprattutto, la paura di non piacerti.
Be', dico, be', annaspo, forse perché, forse perché ieri sera abbiamo litigato.
Sì, me lo ha detto. Per questo ti abbiamo chiamato. Un po' è anche colpa tua. E un po' solo tu riesci ad arginarla.
Butto fuori l'aria. Vado da lei. Dico.
Poi mi dici come ci riesci, mi urla dietro.

Passo di corsa davanti al divanetto scamosciato dell'atelier, su cui stanno spiaggiati i miei suoceri e mia madre. Suo fratello sta in piedi con le mani in tasca con l'aria dell'avevo di meglio da fare. Alzo la mano al volo per salutarli e allo stesso tempo blocco ogni loro tentativo di parlarmi. Entro in una stanza piena di specchi e abiti bianchi. Al centro, c'è lei seduta su una poltrona. Immersa in un abito bianco enorme, immenso, col corpetto pieno di lustrini e una gonna in broccato. Mi vede, allunga le braccia, le scuote un po'. Significa: abbracciami. Lo dice: non posso alzarmi, l'abito è pesante. Abbracciami. Mi chino, la stringo. La litigata – se mai c'è stata davvero – è ufficialmente finita.
Ha due lacrimoni che le piovono dagli occhi. Due cadono e due si riformano subito, precipitando dalle ciglia.
Smettila di piangere.
Ho paura. Dice.
Di che?
Non lo so. Che sto sbagliando abito.
Di sicuro questo che indossi è sbagliato. Pietre e broccato... ti prego, toglilo!
No, questo è orribile. Risponde. L'ho messo perché so che non lo sceglierò mai e tu dovevi entrare...
Ah bene, ecco.
Però, mi fa. Qui intorno, appeso, c'è l'abito che voglio. A te, di questi, quale piace? Con quale mi vedresti bene? Con quale mi sposeresti?
È un test?
Sì.
Mi guardo attorno. Ce ne è uno bello, ma bello sul serio, in un mondo in cui gli abiti da sposa solitamente, secondo me, non sono belli – per questo se ne sceglie a fatica solo uno e per un solo giorno.
Alzo il dito, sto per indicarlo. Lei mi fissa. Ma ritraggo il braccio. La bacio, la bacio forte, fortissimo, lei mi stringe e ce ne stiamo un po' bocca a bocca avviluppati come quando avevamo diciannove anni.
Ti sposo pure in pigiama. Le dico. Ti sposo pure se vieni con una di quelle tute scolorite che metti in casa d'inverno. Pure nuda ti sposo!  Rido e mi lancia un colpetto sulla nuca.
Va bene, ora esci. Ho deciso. Lo compro!
Mi spinge via.
Esci dal negozio e chiama mia sorella.
Sì, padrona.

Aspetto per strada venti minuti circa. Sono venti minuti di un mezzogiorno d'agosto altro che di fuoco. Non trovo pace neppure all'ombra. Sudo pure attraverso la barba – troppo lunga oggi. Saltello e dondolo da un piede all'altro. Guardo la poca gente rimasta in città che vaga spaesata come se navigasse nell'atmosfera densa e bollente di uno scenario post-apocalittico. C'è un silenzio irreale, fin troppo irreale, per una metropoli. Poi, il mio gruppo famiglia esce vociando dall'atelier. Mia madre mi fa segno di avvicinarmi. Oh! Esclama baciandomi sulla guancia e allungando le o a dismisura, Oh, vedessi, è bellissima! Un incanto. Una cosa...!
Suo fratello mi lascia un pugno amichevole su una spalla – Bravo, mi dice. E sua sorella: poi devi dirmi come ci riesci. E suo padre: andiamo a brindare!

Entriamo in un bar. Due ragazzi in divisa e grembiule nero hanno in mano un bicchiere di prosecco e brindano con un altro paio di ragazzi in divisa e grembiule nero al di là del bancone.
Festeggiate anche voi? Dice mia suocera, tutta contenta, impazzita per aver visto sua figlia finalmente in abito da sposa.
I quattro ragazzi trangugiano il prosecco del loro immotivato e meraviglioso festeggiare e si rivolgono a noi con un sorriso enorme: Cosa possiamo servirvi?

Non so neppure quale ordinazione esca dalla mia bocca. Lei si siede in braccio a me.
La stringo, beve il suo drink, bevo il mio, ce lo scambiamo, li riprendiamo. Penso a quando, davanti allo specchio dell'atelier, l'ho baciata. Penso che è bastato un bacio e non una parola. Penso ad ora, sì, a questo stesso istante – penso che la sto tenendo sulle mie gambe. Noi due non siamo capitati per caso. Noi due ci siamo scelti. È così che iniziano le famiglie, no? Prendi i dadini bianchi dell'abaco, le unità. Prendine due, di dadini. Mettili accanto. Ora sono due unità. Ma già non sono più uno, sono due. Lasciali camminare assieme – e saranno poi decine, centinaia e migliaia.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Figura femminile e figura maschile, Studio per Adamo ed Eva, 1916
Soundtrack: Blastema, Intro, Synthami, Dietro l'intima ragione, dall'album Lo stato in cui sono stato

domenica 26 luglio 2015

Si sveglia da un incubo - UNO E DUE


Si sveglia da un incubo. Mormora qualcosa – mormora Mamma – prima di aprire gli occhi. La fisso, puntellato su un gomito e poggiato su un fianco, mentre le faccio scudo con la schiena. Non siamo nel nostro letto, siamo sdraiati tra l'erba di un parco alberato e ombreggiato, una piccola oasi in cui nessuno viene a riposarsi, perché in pieno luglio si va al mare, non al parco. E noi, al mare, andiamo in inverno.
Sbatte le palpebre. Sulle sue iridi balenano due lamine infuocate di sole che hanno il colore degli alberi e una pennellata di verde si posa per un istante sul nero corvino dei suoi occhi.

Parlavi nel sonno, le dico.
Sognavo di non riuscire a parlare, risponde.
E poi? Che altro hai sognato?
Non so. Era tutto in bianco e nero. C'erano dei fantasmi. E un famoso chef mi costringeva a mettere il burro nella pasta frolla, mentre io volevo usare lo yogurt. Lui insisteva e io ho tentato di chiamare mia madre, per farmi aiutare a mettere lo yogurt. Ma non riuscivo a emettere alcun suono.
Comincio a ridere e rido così forte che il gomito perde il suo equilibrio e io cado di schiena.
Smettila di ridere, mi fa, non è divertente. Sai che il mio sogno ha un fondo di verità.
Certo, esclamo, ad ogni corso di cucina che segui fai impazzire i tuoi insegnanti con le idee più strampalate. E non è facile convincere un pasticcere con quarant'anni di carriera alle spalle a preparare la pasta frolla con lo yogurt.
Si gira su un fianco.
Ma a me il burro non piace, mormora nell'incavo delle braccia.
Il vestito nero a fiori che indossa si alza e svolazza e per un istante sembra prendere vita.

E poi piace anche a te. La pasta frolla con lo yogurt. Dice chiamandomi in causa. La crostata che ho preparato. L'hai mangiata tutta tu!
Perché era la prima crostata degna di nota che hai sfornato.
Prima tentavo di fare la pasta frolla col burro e non mi veniva bene. Il burro non mi piace e le mie mani, mentre impastano, lo sanno.
Sanno cosa?
Che non mi piace il burro. E di conseguenza non piace neanche a loro.
A chi?
Alle mie mani. La smetti con queste domande stupide?

La smetto, non glielo dico, ma lascio vagare lo sguardo tra i rami degli alberi fino a raggiungere il cielo. Il cielo è riposante, se riesci a trovare un angolo di blu non troppo illuminato – e i tuoi occhi diventano immensi, se riesci a cadere e a perderti in un quadrato di azzurro puro.
Lei fa altrettanto. Ma posa una mano sulla mia guancia. Comincia a muovere la mano dal mento agli occhi. E io, che ho la barba di pochi millimetri, ho la sensazione che una scatola di spilli si sia rovesciata sulla mia faccia.
Che fai?
Ti accarezzo.
Mi stai accarezzando contropelo. Mi fai male.
Ah scusa. Credevo di rilassarti.
Fa per togliere la mano, ma gliela rapisco e me la tengo stretta sul petto.

Da domani, sussurra mentre si addormenta di nuovo, da domani seguiamo una dieta di sole insalate.
E perché questa tortura?
Per metterci in forma. Ed entrare nel vestito. Per il matrimonio.
Sicura?
Non mi risponde. Respira pesante. Dico Va bene, ma non prendo sul serio le sue parole pronunciate nel dormiveglia.

Una nuvola entra nel quadrato di cielo che sto fissando e ha la forma di un viso e poi di un animale e man mano assume la forma di quello che io mi aspetto di vedere.

Mi chiedo se si possa vivere sempre così. Sdraiati sull'erba, un cestino da pic-nic con gli avanzi di un pranzo speciale – e con un angolo di crostata con la pasta frolla allo yogurt, perché a noi il burro non piace.
Vivere con gli alberi negli occhi che scandiscono il ritmo di una giornata che non ha tempo – e noi siamo senza tempo.

Mi chiedo se si possa vivere sempre così. Come se ci fossimo appena svegliati da un incubo, nell'attimo esatto in cui capiamo che era solo un incubo e che siamo nel nostro letto, vicino a qualcuno a cui ci stringiamo – un piccolo fagotto di gambe e braccia chiuse nell'attesa di cancellare dalla pelle gli ultimi brividi del brutto sogno.

Mi chiedo se si possa vivere così. Guardando il cielo, immaginando l'universo che si nasconde dietro e facendo progetti senza farli per davvero.
Vivere un istante di vita su un prato – e una mano stretta sul petto – come se fosse un solo eterno istante fatto di due pelli e due cuori e due teste che immaginano e pensano, nello stesso momento, la stessa cosa.  


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti, (1896?)
Soundtrack: Foo Fighters, I am a River

venerdì 26 giugno 2015

Bella, mentre parla al vento sottovoce - UNO E DUE



Bella, mentre parla al vento sottovoce. Bella, mentre confida i pensieri degli scampoli di anno scolastico ad un ragazzino come lei, diverso da lei. Bella, mentre fa fatica eppure si fa coraggio. Bella. Anche per questo la sposo. Oltre che per un milione di altri motivi – se mai ci fosse bisogno di un motivo per sposare la persona che ami.
Lui, il ragazzino di quindici anni con cui lei parla, è uno di quelli del suo laboratorio di cucina. Lui è uno di quelli che non ha le mani chiuse e serrate. È uno di quelli che parla, sente, si muove, pensa, di fuori è normale, di fuori è un ragazzo come gli altri ma dentro ha un balletto di confusioni che solo lui sa. Lui e lei hanno la stessa diagnosi. Ma non sono la stessa cosa, né sono uguali – né altro.
L'ho accompagnata all'ultimo giorno di laboratorio di cucina. Dopo aver salutato i miei ragazzi e aver detto loro Ci vediamo agli esami, appiglio estremo per non doverli salutare davvero – perché non c'è niente di più malinconico e struggente assieme di dover salutare un ragazzo che devi salutare per forza; perché, ogni tanto, occorre salutarsi e voltarsi dall'altra parte per crescere. E, quindi, ho anche io un certo magone. I miei bimbi di terza media che spiccano il volo. Lei che spegne il forno dopo aver preparato l'ennesima pizza dell'anno. Tutti la salutano, i genitori di questi ragazzi speciali la salutano, lei fa un passo indietro, china la testa, abbassa gli occhi, non bacia, non si fa toccare – ma stavolta lo fa per ben altra difesa. I saluti le spezzano il cuore, si sente in balia del nulla per giorni, le sembra che il mondo possa finire. Poi fa tesoro di quel saluto e se lo porta dentro, sempre.
Ma questo è un saluto speciale. Perché il suo quindicenne allievo cuoco, in realtà, si sta trasferendo con la famiglia in un'altra città.
Allora – gli dice – non ci vediamo più? Lui fa spallucce, Ti verrò a trovare, fa, Mi verrai a trovare, aggiunge dopo un tic e un'esitazione. Lei dice Sì certo non troppo convinta. Si sbriga ad aggiungere Ti ho portato una cosa.
Il ragazzino e la mia lei si siedono sotto un albero del cortile, io rimango in disparte, do loro la riservatezza che meritano, eppure apro bene le orecchie e tento di carpire ogni loro suono prima che si sperda nell'aria.
Lei gli porge un quadernino. Lo ha scritto per giorni. Contiene tutte le ricette che non ha potuto mettere in pratica con i bambini al laboratorio di cucina. 
Secondo me tu sei pronto per queste, gli dice. 
E, nel ricevere il regalo, lui ha un tic alla base della gola che è un sussulto e un singhiozzo. Lei, invece, inaspettatamente, mantiene la calma.
Non l'ho mai vista mantenere la calma. Specie con i saluti e tutto quello che coinvolge anche solo di un nulla la sua empatia e le sue emozioni. Lei, ecco, piange per qualsiasi inezia. Lei ride per qualsiasi inezia, si arrabbia, strepita e urla in modo esagerato, lei gode ed è felice – quando lo è – in modo esagerato. Ed è anche triste in modo esagerato, per lei ogni cosa che accade è una ragione di vita. L'ho vista piangere per film di terz'ordine e ridere a battute davvero stupide. Di un pianto e di un riso che vedi solo nei bambini di tre anni, un pianto e un riso inconsulti, istintivi, sinceri. Di quelli che ti fanno apprezzare il riso e il pianto che hai dimenticato diventando adulto. Qualcuno, come al solito, ha associato questo comportamento a un disturbo, qualcosa di scientificamente legato alla sua sindrome. Per me, invece, è un dono. Ogni volta che ride e che piange mi regala un'emozione sconosciuta. Il medico mi ha affidato il compito di arginare le sue risate e i suoi pianti. Io li argino, ma ne rimango affascinato. E decido, a volte, di tenermi lontano dalla razionalità del compito e di godermi la forza di un animo tanto sensibile.
Una volta l'ho vista piangere mentre lucidava il tavolo in cristallo temperato. Che hai? - le ho chiesto. Nulla. Immaginavo di andare in pensione e che tutti i miei colleghi mi regalavano cioccolatini, fiori e abbracci.
E pronta è arrivata la mia risposta cinica, per arginare: tu non andrai mai in pensione, con il non lavoro che hai.
Il gioco dell'Immaginavo di è un continuo, in casa. E poiché lei ha un'immaginazione fervida, poiché si immedesima in ogni situazione, anche quelle che non le appartengono, io ho il dovere di portarla con i piedi per terra e di farla smettere di piangere.
Lei piange.
Immaginavo di fare il dolce più buono della terra, di farlo mangiare ai miei bambini e che tutti assieme mi abbracciavano senza lasciarmi fiato.
Risposta cinica: per quanto tu sia brava, con i dolci non te la cavi troppo bene.

Lei piange.
Immaginavo di camminare per strada, di trovare un micino infreddolito e abbandonato, di prenderlo in braccio per portarlo a casa. E lui comincia a succhiarmi il dito come se fossi la mamma.
Risposta cinica: sai che i gatti, insomma. No.

Lei piange, poetica.
Cos'hai stavolta? Le chiedo.
Immaginavo che il giorno del nostro matrimonio, dopo esserci scambiati gli anelli, tu leggevi una poesia scritta da te, per me.
E la risposta cinica fatica a uscirmi. Anzi, non esce proprio. Rimango senza parole, sorrido appena, imbarazzato, penso che non so scrivere poesie e che al massimo posso dedicarle un integrale o un'equazione. Così, le lascio un bacio tra i capelli.

Poi ci sono casi in cui non prova nulla – ed è questo andare da un eccesso all'altro senza motivo che fa saltare i medici sulla sedia. L'ho vista rimanere di pietra davanti al fratello che prima si inginocchia con un anello grande così di fronte alla fidanzata e poi la lascia; l'ho vista di granito davanti alla sorella in lacrime per aver scoperto che l'ennesimo uomo conosciuto in discoteca non vuole passare la vita con lei. Oh! Un giorno forse vi parlerò anche dei suoi fratelli e del mio. Dei tipi strani e sopra le righe che sono. Di quanto siano diversi da noi, di quanto ognuno di voi possa guardarli e ridere per certi comportamenti che hanno. E di quanto ognuno di voi considererà del tutto normale comportamenti simili, scuotendo la testa con un sorriso sin troppo bonario. E di quanto ognuno di voi di fronte alla bellezza assoluta della mia lei dirà che è una strana ragazza – povera, strana ragazza. Scuoterete la testa, con gli occhi aperti, senza sapere di averli chiusi.
E, insomma.

Lei continua a parlare al suo allievo di pizze e lievitati con una calma quasi divina. Sei bella, te l'ho mai detto? Anche quando ti sforzi di essere forte e dentro implodi di emozioni. Sei bella proprio perché stai imparando a controllarle, queste emozioni più grandi di te. Un bimbo cade a terra, non si fa nulla, ma il solo motivo di essere caduto lo fa reagire con un pianto disperato. Sei incommensurabilmente bella, mentre cadi e ti tiri su con un sorriso – dentro le lacrime. Lo hai cresciuto, quel ragazzino. Dal giorno in cui, sei o sette anni fa, la mamma te lo ha portato disperata, una diagnosi in mano, Tu sei come lui, ti ha detto, Aiutalo ti prego, ti ha detto, Non voglio che sia... così, ti ha detto. E tu, adulta eppure bambina, hai fatto tutto quello che di diverso sai fare. Lo hai cresciuto normalmente senza cambiare una virgola del suo essere speciale. Lo hai fatto crescere consapevole di essere speciale.
Sto pensando alle volte in cui lo hai portato al cinema o a passeggiare con noi, quando eravamo ancora solo fidanzati. A quando lo hai portato a casa nostra, per fargli vedere che anche noi stavamo crescendo. A quando gli hai insegnato le prime cose in cucina, lui in piedi su uno sgabello. A quando dello sgabello non c'è stato più bisogno. A quando mi ha chiesto Come ha fatto lei a innamorarsi di te? E a quando gli ho risposto Tranquillo, anche tu ti innamorerai di qualcuno.
Ecco, ora il mio magone è grosso così. E preme sulla gola. E non solo per i miei bambini di terza media che spiccano il volo.

All'improvviso, il suo parlare sottovoce diventa un sorriso sottovoce. Lei dice: ci vediamo al mio matrimonio, allora. E lui risponde: perché, ti sposi? 
Certo che sì. Te l'ho detto, non ti ricordi? 
Sì, mi ricordo, ma non credevo che lo facessi per davvero. Come farai, quel giorno? 
Lei sorride: come farò a fare cosa? 
Come farai con tutta quella gente, lo sai. 
Io mi sposo con lui – mi indica – con quello là. E basta.
Ora mi guarda anche lui. Devo sembrare un imbecille a dondolare da una gamba all'altra con le mani in tasca. E sorrido, quindi, come un imbecille.
Si salutano. Ma senza i soliti crismi. Battono piano il pugno chiuso uno contro l'altro. Non dicono altro. Lui fugge nell'auto della madre. Lei viene da me. Stira le braccia. Uff, urla sbadigliando, Andata! Urla ancora.
Andiamo a prenderci un gelato? - urla di nuovo, con gli occhi chiusi.
Va tutto bene?
Sì, certo.
Perché tieni gli occhi chiusi?
La luce mi dà fastidio.
Metti gli occhiali da sole, allora.
Allunga la bocca, in un sorriso esageratissimo. Ma gli angoli delle labbra si increspano. E, appena apre gli occhi giganteschi e neri che ha, due lacrimoni altrettanto giganteschi colano giù, superano il mento e le bagnano il collo. Mi viene subito da ridere.
Stupido, smettila. Mi dice. Ma rido ancora. Sarebbe questa la tua risposta cinica al mio pianto, stavolta?
Dai, abbracciami, scema. La stringo così tanto che quasi le faccio male. Perché gli adulti fanno così. Nascondono le emozioni come possono, chi lo sa perché, poi. E le sue emozioni diventano le mie.

Lo sai, forse una poesia non posso dedicartela, ma un'equazione sì. Per me l'equazione più poetica è quella in cui uno è uguale a due. Due è uguale a uno. Uno è due e due è uno. E non c'è matematica che tenga.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti, ?
Soundtrack: Silence

martedì 26 maggio 2015

Perché, a volte, lei sparisce - UNO E DUE



Perché, a volte, lei sparisce. 
E io sono agitato così come mi vedete ora. Lo fa spesso e non dovrei preoccuparmi, ma comunque lo fa e vai a capire cosa le dica la testa – cosa le dica quella stupida testa di bambina. Lei si butta a capofitto nelle cose, le fa, le fa bene o quantomeno le fa con passione estrema, poi sbatte contro muri su muri, sta male e sparisce. Lei e la sua maledetta sindrome. Lei e l'altra lei nella sua testa. Lei che ha deciso di fare un corso di cucina per appendere un'altra certificazione nel suo laboratorio, un corso di cucina con esame finale e ricetta da eseguire in tempo reale di fronte a una commissione di sedicenti esperti cuochi.
Una mattina d'ansia in attesa dello squillo del cellulare, in classe, coi ragazzi che fanno un casino epocale e io che me ne frego – del loro casino. Tengo la suoneria del telefono alta, pure mentre spiego, e ogni tanto butto un occhio allo schermo del cellulare – e niente, non squilla. Poi un messaggio – esame passato, ma col voto più basso, mi hanno contestato il tipo di pomodoro che ho deciso di usare, non hanno nemmeno assaggiato, hanno solo guardato e annusato un po'. Non mi cercare.
La chiamo subito. Ma la voce preimpostata e senza ansie dell'operatore telefonico mi dice che l'utente non è raggiungibile. L'ha fatto, l'ha fatto di nuovo. Penso. Lo sta facendo di nuovo. Penso. Tanto è il bisogno di rimanere sola che neppure me vuole. E lo so che poi passa, che poi torna tutto normale, ma io tranquillo non sto. Non tanto perché non so dove sia. Ma perché è di nuovo in crisi – e sta male.
La mia giornata a scuola è ancora lunga. Tre ore in classe, pausa, collegio docenti straordinario, ricevimento genitori. Chi me lo fa fare a rimanere qui? Eppure rimango, anche se non dedico il minimo pensiero alle mie classi piene di gesso. I colleghi mi parlano, chiedono voti, aprono i registri, aprono il mio. I genitori mi parlano, i loro figli hanno problemi e io penso solo che vorrei avere qualcuno con cui parlare, proprio adesso, in questo istante, e cercare in questo qualcuno la soluzione a tutti i nostri problemi, così come queste mamme e questi papà vogliono da me la soluzione ai problemi dei loro figli.
Sono le sei di sera quando riesco a salire in macchina per tornarmene a casa. Lei ci sarà? Il mio telefono ha squillato tutto il giorno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua sorella, tutti a cercarla – io non ho risposto, ho letto i loro messaggi, passerà, pensiamo, passerà anche questa crisi, penso. Mi fermo a fare il pieno di benzina. Un distributore automatico di sigarette dall'altra parte della strada mi seduce. Attraverso e compro un pacchetto, penso. Mi immagino a respirare tabacco e solo immaginarlo mi rilassa. Ma non compro sigarette e non fumo. Va bene così, con l'aria del tramonto un po' arancione, un po' grigia, un po' grigio io, un po' grigio il mondo.

Vorrei entrare in casa precipitandomi, ma lo faccio lentamente. Infilo la chiave nella toppa come se fosse mezzanotte e non dovessi svegliarla. Chiudo con la stessa cura il portone. La casa odora di vuoto. Sulla penisola della nostra cucina un foglio A quattro dipinto da una grafia scomposta ma tremendamente creativa. Mi avvicino, senza fare caso ai miei gesti lenti, poso le chiavi sul mobile e la giacca sul divano.

Amore mio – comincia, comincia proprio così – amore mio. Scusami se sono sparita di nuovo, ma è successo. Di nuovo. Tirare fuori tutta la passione che ho per una cosa. Donarla agli altri. Con tutto l'amore che ho. Vederla respinta. Per un motivo imprecisato. Forse perché io sono nessuno e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle. Forse perché io sono nessuno e ho provato a metterci del mio e di fronte a me avevo cuochi a cinque stelle che non hanno approvato - questo mio - dicendomi Per stavolta passi, ma facendomi capire che sono una mediocre. Forse perché, semplicemente, c'è incomprensione. In certi contesti, dovrebbe essere tutto un dare e un ricevere gratuito, la mia passione verso la tua e viceversa. Creatività. Consigli educati. E invece mi ritrovo, come sempre, a dare qualcosa di mio, di un mio profondissimo, e uscirne ferita. Sarà perché sono come sono? Sarà perché vivo in mezzo agli altri senza barriere – muscoli e ossa che camminano, anzi, anima e sangue che camminano, senza pelle né vestiti?
Me ne sono andata in giro tutto il giorno, cercando di rimettere a posto i pezzi. Un po' di aria, di sole, di selciato, di panchine, di alberi e siepi e poi ancora sole che spacca le pietre. Ho tentato di immaginarmi il mio abito da sposa e i capelli acconciati e di immergermi solo nel nostro pensiero, per dare un senso a una giornata sbagliata e inutile. Poi è successa una cosa. A forza di camminare sono finita di fronte alla gelateria in centro. Di fuori c'era un gruppo di bimbi con le loro mani e con i loro gelati. C'era un bimbo, un bimbo tenerissimo, che aveva le manine dove di solito le persone hanno i gomiti. Stringeva il gelato e lo stringeva sul serio perché, per via delle manine al posto dei gomiti, sembrava abbracciarlo, quel gelato. La mamma gli era seduta vicino, parlava con le altre mamme, ma era molto più vicino a lui che alle altre mamme, di una vicinanza che non ti so dire, era un ti amo e ti proteggo, era un ti amo, ti proteggo e sono tranquilla accanto a te, se tu sei tranquillo. E lui gustava quel gelato e aveva quell'orologio tanto carino – da grande – attorno al polso che avrebbe dovuto essere un gomito. Ma è andata così. Il suo gomito – la natura l'ha reso un polso.
Pioveva, amore mio. Non pioveva davvero. Il sole era caldo, il sole bruciava, ma addosso a me, intorno a me e dentro di me pioveva. Mi devi immaginare proprio così, una giornata d'estate e intorno a me un piccolo cerchio grigio, sopra una nuvoletta, la pioggia, io con un vestito estivo leggero, i sandali e un grande ombrello per ripararmi dalla pioggia. Eppure mi bagno. Eppure mi piove dentro. Lo guardo a lungo, quel bimbo. E i pezzi tornano tutti a posto. Mi sono detta. Che senso ha tutto questo. Non me lo sono chiesto, il punto interrogativo non c'è. Me lo sono detta: che senso ha tutto questo. E punto. A certe domande non ci sono risposte e tanto vale parlare per affermazioni. Che senso ha il vostro cappello da chef. Mi dico. Che senso ha la vostra critica alla scelta del mio pomodoro. Che senso ha il vostro voto. Mi dico. Io non sono un voto. Mi dico. Se io sono un voto, allora vuol dire che avete davvero violato e ferito la mia passione. Che senso ha tutto. Aprite gli occhi. Mi dico. Aprite gli occhi. Vi dico. C'è un bimbo con le manine al posto dei gomiti che gusta un gelato pieno di panna come se tutto il mondo fosse lì – tra il gelato e la sua mamma.
La pioggia intorno a me a poco a poco è cessata. Ho chiuso il mio ombrello immaginario, ma i sandali e il vestitino leggero erano comunque fradici. E non so se di pioggia o di qualche tipo di pianto che in un punto nascosto dentro di me è sgorgato, lavandomi gli occhi e il cuore e il sangue e l'anima. Sono entrata anche io nella giornata di sole di quella mamma, di quel bimbo e di quel gelato che, a volte, meglio di ogni altra cosa sa di felicità.
Amore mio.

Finisce così. Con un amore mio che raccoglie tutto. Lei non parla molto. E non sa spiegarsi a parole dette. Le ci vorrà qualche ora per ritornare quella che è, per capire che sono arrabbiato ma non ce l'ho con lei. Per capire che voglio lei e lei soltanto, chi se ne frega della certificazione, del laboratorio di cucina e di quello che pensano gli altri. Ho solo voglia di vederla spuntare e di mangiare quello che mi cucina e di bere un bicchiere di vino rosso e di stringerla davanti alla tv, di baciarla, di intrecciarmi a lei, di guardarla dormire, di dormire assieme. Dove sei? Dove vengo a cercarti?

Con i gomiti poggiati sulla penisola della cucina, penso se chiamare i suoi genitori o se bussare ai vicini, per chiedere se l'hanno vista. Ma qualcosa mi travolge la schiena e mi stringe alla bocca dello stomaco. Qualcosa che sa di braccia bianche e lisce, di shampoo alla pesca e di un vago retrogusto di buona cucina.
Ma tu sei qui? A casa? Le dico.
Ero di là a dormire. Non ti ho sentito rientrare.
Affonda la faccia nel mio petto, non si lascia guardare negli occhi e lo fa perché è così, perché negli occhi in certi casi proprio non riesce a guardarti. E però la costringo a guardarmi. Vorrei dirle. Non farlo mai più. Vorrei dirle. Mi fai preoccupare da matti. Vorrei dirle. Smettila di essere così. Vorrei dirle. Nulla. La bacio tra i capelli.
E poi le dico Andiamo al ristorante, stasera?
Neanche per sogno – fa lei – ho già impastato la pizza, devo solo stenderla, e stasera pizza fatta in casa e birra artigianale. Ma quale ristorante.
Chiude gli occhi, mi bacia sulle labbra, come farebbe un bimbo.
Ma quale ristorante? Ribatto e la bacio, come farebbe un bimbo.

E come un bimbo mi attacco alla sensazione di casa e famiglia che sento ora, abbracciato a lei. E penso che due viene sempre dopo uno e che non avrebbe alcun senso dire uno se dopo non ci fosse due.  

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia nel letto, 1915

domenica 26 aprile 2015

Torno a casa e mandorle ovunque - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco

Torno a casa e mandorle ovunque.
Una giornata devastante, coi ragazzi che a tutto hanno pensato meno che alla matematica, una di quelle giornate in cui la primavera è ormai piena primavera e spostarsi da un capo all'altro della città, macchina-treno-metro-treno e poi ancora macchina diventa peggio dell'esodo o della via crucis. Insomma, i ragazzi che mi assaltano con piccole uova di cioccolato pur di non ascoltare gli esercizi che detto per le vacanze, il sole già brucia, la camicia sembra un cappotto di lana e la barba che non c'è fa calore comunque. E quel che aumenta l'afa è che in giro ci sono tutti, ma proprio tutti – come se all'una di mercoledì fosse normale che nessuno è a lavoro.
Si apre un buco ancestrale nello stomaco, appena scendo dal treno e salgo in macchina la avviso, Amore, butta giù la pasta, ma due etti solo per me, ché ho una fame che non ti dico. E, quando entro in casa, quando chiudo il portone alle mie spalle e la temperatura si abbassa diventando di un piacevole clima casalingo e io mi aspetto solo di sentire odore di pomodoro e basilico freschi, ecco, quando entro in casa trovo l'apocalisse della pasticceria e nemmeno un grammo di pasta fumante.
Lo capisce subito di essere in difetto, lo sa che sta attentando alla mia vita, e si giustifica: non dire nulla, sto lavorando, ho ancora un mucchio di cose da fare.
Sì, ma la mia pasta?
La nostra pasta. Anche io ho fame, ma per le sei devo consegnare tutte e dodici le colombe che vedi.
Non ci voglio credere. Sul serio ti hanno ordinato dodici colombe?
Sì, ho iniziato a prepararle ieri e lo sapevi. Solo che lo hai dimenticato. Anzi, dice, preparando un miscuglio improbabile di mandorle frullate, zucchero e uova, Anzi, se prepari tu il sugo, se mi aiuti, mangiamo prima.
Ma io non so preparare il sugo buono come lo prepari tu.
Alza la testa a guardarmi. Muta. Ha farina sulla faccia. L'intero nostro tavolo è coperto da dodici forme di carta piene di strabordante impasto di futura colomba. Questo è il suo lavoro. Ha studiato tutt'altro e si è messa a fare dolci su commissione, trasformando la nostra cucina in un laboratorio con tanto di certificato appeso su norme igieniche e quant'altro.
Questo è il suo lavoro. Lontana da tutti, dal mondo, da quei pericolosi contatti umani così imprevedibili da compromettere i suoi schemi e le sue abitudini. Una laurea in Lettere a pieni voti e qualche anno a fare la redattrice per il magazine di una casa editrice e poi ha mollato tutto. Lei è così. Vai a capire se anche questo è frutto della sua sindrome. Ma pare che chi è come lei abbia un concetto di purezza e integrità morale sovrumane.
La cucina – mi ha detto una volta – mi dà subito soddisfazione. E mi fa sentire utile.

Il lavello è pieno degli scarti della lotta pasquale con le colombe, gusci d'uova come se piovessero, pelle di mandorle, il frullatore con i resti di improbabili esperimenti chimici.
Se aspetti che spalmo la glassa, mi dice, poi preparo il sugo.
Va bene. Apro il frigo, infilo in bocca una fragola, lei mi dice Guarda che non è lavata, la inghiotto intera, nascondo un brivido, faccio spallucce.
Posso pulire il lavello, buttare le uova? Sì, ma stammi lontano, mi sgrida e vuol dire che non posso urtarla nemmeno con lo spostamento d'aria o rischia di far cadere la sua granella di zucchero come non deve cadere.
Chi ti ha chiesto tutte queste colombe? È follia! Ha un esercito di figli, nuore, nipoti, prozie?
La signora ha deciso di regalarle.
Ah!, commento, e poi magari dice che le ha preparate lei!
Non credo proprio, dato che mi ha chiesto di confezionarle e dato che io le confezionerò con i miei adesivi. E poi le regala a qualche associazione, fa beneficenza, che ti importa di quello che potrebbe dire?
Ti fai pagare bene almeno?
La smetti con queste domande? Non mi devi innervosire o i dolci mi vengono male.
Si rimette al lavoro col muso lungo e le mani che le tremano.
Dai, stai calma, le mie erano solo battute.
Non mi risponde. Il punto non è la colomba o quanto se la faccia pagare. Il punto è l'e-mail arrivata ieri, quella in cui la casa editrice per cui lei lavorava si fa avanti, si inginocchia quasi, la rivuole indietro, come faceva la redattrice lei nessuno la sa fare, come scriveva lei nessuno sa scrivere, quanto era profonda lei nessuno lo sa essere – e poi le alzano la paga, eccetera eccetera.
Amore, le dico, amore lo so che sei impegnata con i tuoi volatili sovrappeso, ma dovremmo parlare di quella cosa. Sai, visto che andiamo incontro alle spese per il matrimonio, insomma, qualche soldino in più servirebbe. Non dico che devi lasciare questa cosa dei dolci su ordinazione, ma fare entrambe le cose. Non pensi?
Tira su la testa di scatto e lancia nel lavandino il pennello con cui stava lavorando la glassa.

Perché me lo chiedi? Sai che odio quel lavoro. Sai che non è poi così remunerativo. Sai che devo passare il mio tempo a partecipare a eventi di dubbio gusto, a trattare da “intellettuali” persone che vendono l'aria o che venderebbero la madre per uno spicciolo in più. Sai che odio quel mondo, con tutti quei narcisi, scrittori, registi, scrittori e registi di cosa? Pare che la vita vera non l'abbiano mai vista. Prendono il titolo che hanno, se lo appiccicano addosso e possono vivere tutta la vita così, sai, con l'etichetta “scrittore” e “regista” in fronte, e parlare solo di quello, parlare del nulla e del vuoto e non sapere nemmeno cosa ci sia oltre il loro piccolo mondo. Dovrebbero avere uno sguardo più distaccato sulle cose e invece. E invece non lo so. Si sentono superiori. E si sentono dei. Ma che schifo è? Questa colomba, questa colomba... Un bambino sfortunato magari mangerà la mia colomba, un vecchio barbone disperato o anche solo la figlia di chi me le ha ordinate. E avrò fatto del bene, almeno.

Respira, controlla la temperatura del forno, trattiene il fiato, guarda le sue colombe da ogni angolazione. Io, come al solito di fronte ai suoi discorsi tanto profondi quanto confusionari, ammutolisco.

E poi, mi dice. E poi dove li metto i miei bambini? Per celebrare un analfabeta dovrei rinunciare ai miei bambini?

I suoi bambini sono bambini con problemi veri. Non come i miei, mi dice sempre, i miei non sono problemi, io ho dei problemi, ma in fondo faccio una vita normale – mi dice sempre.
I suoi bambini sono quelli che ti rendono indigeribile il mondo o che ti fanno imprecare contro dio o la natura, quelli che ti fanno davvero domandare perché la vita sia così, perché la vita vada così, alle volte. Lei lo sa che i suoi bambini hanno problemi seri e gravi, ma non pensa che siano bambini diversi. Una volta me lo ha detto. Quei bambini ti tolgono dagli occhi strati e strati di incoscienza e ti rendono la realtà aggressiva come non mai. Di fronte a loro ti senti senza pelle, mi ha detto: e chi lo sa loro cosa devono sentire, forse si sentono proprio come me. Senza pelle.
Quando torna a casa dopo averli aiutati un po', dopo aver fatto mettere loro le mani nella pasta lievita, dopo averli fatti giocare col pane o la pizza – lei è tutta un'altra cosa.
Una volta l'ho vista lavorare coi suoi bambini. Lei che non tocca e non si fa toccare. Lei li abbraccia, li stringe a sé, poi fa scivolare le sue mani sulle loro braccine ossute e arriva alle loro piccole mani. Gioca con le dita rattrappite, gliele apre, tenta di distenderle e, quando le ha distese, lei gliele fa affondare nell'acqua-farina-lievitodibirra e inizia a impastare. I bambini prima si dimenano, poi quando capiscono che quel miscuglio di acquafarinalievito si amalgama e diventa liscio stanno lì, ore e ore – e si fanno lievitare la pasta tra le mani pur di continuare con quella goduria spumosa.
E lei, dolce scintilla, se ne sta lì a rivestirli, quei bambini, a dar loro un po' di pelle e a farmi sentire più vivo e più presente – in questo mondo.

Allora? Dovrei rinunciare ai miei bambini?

Inforna le colombe due alla volta. Nel pentolino sul fuoco bolle passata di pomodoro fatta in casa, l'estate scorsa, con i pomodori raccolti direttamente a mano da noi, in campagna, nella terra dei miei genitori. Cipolla e basilico si confondono, acido e dolce, lei fa scivolare dalla mano alla bilancia un fascio liscio di spaghetti. Nel naso un misto di terra, estate, foglie, sole, sudore, doccia e sonno nel silenzio, abbracciati, coi vestiti di cotone puliti e l'ombra sulla finestra. Lei grattugia il parmigiano e nel naso c'è odore di sera con le candele alla citronella accese, nel patio, a casa dei miei. Nel naso, il gelsomino che riempie l'aria e arriva nei nostri piatti ricolmi di spaghetti al pomodoro rosso-gola e foglie di basilico di uno smagliante verde-riposo. Nel naso, il tavolo di legno che sa di umidità e anni passati all'aperto, sole, pioggia, neve e nebbia color mogano – e il dopo cena sono coppe di frutta variopinte, tavolozza confusa affogata nella panna montata. Nel naso, l'odore dei suoi capelli, l'odore dello shampoo, odore di pelle alla pesca, ancora odore di sonno. Lei muove le mani contro una candela e produce ombre disarticolate sul muro. Penso ai suoi bambini, alle mani dei suoi bambini, al pane e alla pizza fatti in casa, al sugo di pomodoro della terra dei miei genitori, al profumo di pesca, estate e sonno che ha la sua pelle, penso all'odore rosso e verde che hanno certi miei momenti di vita e dico:

Non rinunciare mai ai tuoi bambini.

Dodici colombe cotte invadono di zucchero la nostra casa. Mi sdraio sul divano, guardo il soffitto, mi rilasso, sento rumore di carta plasticata e nastri, spillatrice e adesivi. Chiudo gli occhi, sto per addormentarmi. No. Non mi addormento. Lei si butta di peso su di me e un altro po' mi fa tornare in bocca i tanto agognati spaghetti. Il suo faccione sorridente ride per me dall'alto, proprio sugli occhi, piccola scintilla zuccherosa.
Ho finito, dice agitando e intrecciando le gambe in aria e puntellandosi con i gomiti sul mio petto.
Allora?, mi sorride sulla bocca e gioca con il mio mento liscio e candido.
Allora? Va bene così?
Sorride.
Se vadano bene così la casa piena di zucchero o la signora che pagherà dodici colombe, se vada bene così che ti lasci alle spalle per sempre il tuo vecchio lavoro, se vadano bene così i bambini e la pasta lievitata, se vadano bene così il sugo di pomodoro fresco e i tuoi gomiti puntellati sulle mie costole, non lo so – non so a che ti riferisci.

Ma ti dico che sì, proprio così, esattamente così, mi va bene – essere il tuo uno di noi due.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Coppia di amanti sdraiati, 1904-1905 - particolare
Soundtrack: Silence