venerdì 19 dicembre 2014

Natale #3 - RITORNO - Atto primo


Natale #1 - ATTESA - Atto primo

Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Finché dico ciao tutti mi capiscono.
Agito la mano destra da sinistra a destra, prima piano, poi sempre più veloce. Il movimento è molto veloce se sono felice di salutare chi mi sta di fronte. Lento, incerto, se mi sento imbarazzata o se non ho alcuna voglia di vedere nessuno. E i significati sono abbastanza eloquenti.
Il problema è quando devo esprimere concetti più complessi.
Il problema non sono io.
Il problema sono gli altri, anche se da sempre hanno voluto far credere che fossi io.
Il problema è che io comunico così, ma il vero e più profondo problema è che gli altri non sono abituati a guardare. Nessuno si ascolta come dovrebbe, figuriamoci se si tratta di parlare per gesti.
Gesti. Che poi è una lingua vera e propria. C'è gente che impara sette lingue con una facilità disarmante pur di fuggire dal proprio paese e far carriera altrove e nessuno è disposto a imparare le parti elementari della mia lingua, nemmeno chi mi è più caro.
Sarà che mi hanno sempre vista come un errore. Una cosa venuta un po' male, come quando il ciambellone non lievita come dovrebbe o i biscotti si bruciano. Raschi la cortina bruciacchiata, mangi la metà dei biscotti – sono anche buoni, ma il retrogusto amaro rimane sempre. Ecco, per i miei sono un po' come una ciambella bruciacchiata. Ciao lo sanno dire benissimo. Il resto, bah. Mi hanno sempre fatta sentire diversa.
Il problema è che non sono io diversa.
Il problema è che loro sono genitori diversamente abili.
Il problema è che mi hanno sempre fatta arrabbiare da matti. E poiché litigare o urlare con la lingua dei segni è un po' difficile, mi hanno abituata a esprimere l'arrabbiatura con calci, pugni e lanci di oggetti. Apro la bocca, la agito senza far uscire alcun suono, strizzo gli occhi fino ad arrossarli e inizio. Lanci di sedie. Sono i miei preferiti. Tirare via la tovaglia e mandare in frantumi stoviglie e cena. Stupendo. E vediamo se mi capite.
Una volta l'ho fatto anche a Natale. Avevo solo otto anni ed era la prima volta. Ho dovuto imparare a leggere il labiale e a capirlo pure se non ho le labbra che mi si muovono di fronte agli occhi. E, anche se parlano di corsa, io capisco tutto. Mi basta guardare l'espressione del viso, l'arricciarsi del naso, di una ruga, il movimento degli zigomi e delle orecchie.
Era un Natale di quelli passati in tre e un regalo incartato male con la carta pasquale sotto l'albero. L'albero senza luci. Mamma e papà tentano con disinvoltura di mettere le mani davanti alla bocca, mentre parlano. Ma li capisco. Altroché. In meno di due secondi a terra ci sono i piatti interrotti e la zuppa di pesce che si infila nelle righe tra le mattonelle.
Una, due, tre volte. Col mio comportamento li costringo – almeno – a passare i Natali con altre persone. Mamma e papà speravano che non facessi più uno dei miei soliti gesti eclatanti. E, invece, al solito pararsi la bocca con le mani di qualche parente e al primo labiale maleducato del cuginetto di turno che mi urla Sei stupida!?, prendo la tovaglia e tiro via. Il vino vola nella scollatura della zia prima che il vetro si infranga a terra e pezzi ovunque nella roba da mangiare e io che vorrei sentire solo il rumore dei frantumi e il silenzio scandalizzato di tutti.
E io che vorrei.
E io che vorrei cancellare tutti i Natali.
E io che vorrei tornare ad una sola volta della mia vita. Quella in cui mamma e papà erano ancora mamma e papà. E avevano appena scoperto che non sentivo né parlavo. Che ero una bimba a posto, solo che comunicavo in modo diverso.
Io che vorrei tornare a quella volta in cui mamma e papà, per sentirsi come me, mi portarono in una baita in mezzo al bosco, a trascorrere una settimana. Niente traffico, niente vicini, niente campanelli, niente telefoni, niente sveglie. Per evitare il rumore del vento o il cric crac dei legnetti nel bosco, i miei genitori si infilarono nelle orecchie dei tappi giganteschi. Ricordo che passammo una giornata intera sdraiati su un grande asciugamano a guardare il sole tra gli alberi. Io in mezzo a loro, tra le mie braccia il pupazzo con cui dormivo, l'unico che capiva i miei gesti. Mamma mi accarezzava i capelli e papà mi stringeva e io ero così piccola che sbattevo i piedini all'altezza dei suoi fianchi – papà mi baciava la tempia, intercettando di tanto in tanto la mano di mamma.
È evidente che tutto quel silenzio e tutto quel non parlare, tutto quel doversi guardare di continuo, con attenzione, senza posa, li ha logorati. Facciamo così. Tu leggi il labiale e ci rispondi scrivendo. Ho dovuto imparare la mia lingua e la loro lingua e a esercitare una grafia chiara e leggibile. E a dover scrivere bene per far intuire le intonazioni. Se ci sono tanti modi per far ciao con la mano, figuriamoci quante intonazioni possono esistere per far capire la reale natura delle mie frasi. Per questo spesso la verità delle mie parole si è persa nel silenzio della carta e mia madre e mio padre sono diventati due sconosciuti.
Così, la bimba col pupazzetto è diventata una donna col pupazzetto che se ne va a lavorare coi ragazzi come lei, sordi e muti e soli come lei, che tentano di essere uguali agli altri, ma il problema è.
Il problema è che gli altri non sono uguali a noi.
Ci chiudiamo nel nostro bell'istituto, chi passa lo guarda e prova pietà. Se è dicembre e qualcuno passa, guarda l'istituto con una pietà triplicata, Povera gente tutta sola a Natale – pensa.
I miei ultimi – non so quanti – Natali sono stati i Natali delle apparecchiate chilometriche, dei pentoloni in acciaio, dei sughi che non hanno sapore perché vengono preparati in quantità industriale e dosare il sale è un problema. Comprare il pesce è un problema, perché costa. Si comprano tanto pane e tanta pasta, si brusca tanto di quel pane e si lessa tanta di quella pasta che poi l'ultima fetta che si toglie dal fuoco è nero carbone e, prima che si scoli tutta, la pasta è diventata colla. Un albero con addobbi rimediati qua e là, le luci che si fulminano ogni due giorni. Un canto stonato alla mezzanotte e lo scambio dei regali. Ti regalo un pettine perché hai i capelli lunghi, mi dice un ragazzino di dodici anni. Agita le mani nervosamente, è diventato sordo da poco, dopo un incidente, e la storia del piccolo Timmy di Dickens è felicità, in confronto.
Va bene. Non vi annoio oltre. Non sono così sciocca da crogiolarmi in questa situazione di assurda solitudine. Finché non agito le mani o fisso le persone per capirne il labiale, la gente mi prende pure per normale. Vivo da sola in un appartamento di due stanze. Mi piace comprare vestiti alla moda e quando sono giù di tono spendo tutto in stivali. Non torno a casa se non ho comprato almeno una barretta di cioccolata e un prodotto per capelli. La sera, se non sto con i ragazzi, cucino qualcosa di sopraffino, infilo il pigiama e guardo la tv mettendo i sottotitoli dal televideo. Sono normale, insomma. Finché non decido che è ora di smetterla di essere normale. Come quando all'improvviso tiro via la tovaglia con stoviglie e cena annesse.
La cosa non normale di questo dicembre è che non passerò il Natale con i ragazzi. Ho detto loro che il pomeriggio della vigilia ho una cosa importante da fare. La mia maestra d'asilo, l'unica che abbia imparato i rudimenti della mia lingua, va in pensione. Festeggia con alunni vecchi e nuovi. Passerò a scuola la mia vigilia, mangerò panettone, berrò spumante, tutti i miei compagnetti mi ricorderanno subito, perché una sorda non se la scorda nessuno, abbraccerò la maestra, la abbraccerò tanto.
Ma spero di incontrare chi dico io. Di salutarlo calorosamente. Di dirgli Sei l'unico che mi ha lasciato un bel ricordo. Poi me ne tornerò a casa e farò una cena di natale in solitudine, ma cucinata come si deve. 

Il problema però è.

Il problema però è che lui non mi riconosce. Mi scambia per una sua ex fidanzatina del liceo. E non ho più spazio sul taccuino per dirgli che lui è quello del disegno. Quello del disegno col campo di grano e i passerotti rossi.

Continua...
Arrivederci a lunedì per il gran finale

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Edouard Manet, La famiglia Monet in giardino, 1874
Soundtrack: Emma Louise, Jungle 
                  Sia, Chandelier

lunedì 15 dicembre 2014

Natale #2 - TRADIMENTO - Atto unico


Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale

Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mancano quattro o cinque ore alla cena. I miei genitori mi aspettano, ma ho già detto loro di non aspettarmi. Sono riuscito a prendere le ferie per l'intero periodo natalizio e persino un permesso per oggi, per la vigilia, nonostante abbia iniziato a lavorare da appena due mesi. Oggi ho lavorato solo di mattina. Niente pomeriggio. Oggi pomeriggio ho un impegno. Sono venuto qui, ad una specie di cerimonia, una riunione di ex compagnetti di scuola. Allento la cravatta, sprofondo sulla sedia, la maestra parla, non l'ascolto, ho altri pensieri.
Quest'anno non voglio tornare a casa per Natale.
Mio padre dice che il Natale è una tradizione, ma che ogni anno bisogna inserire un piccolo cambiamento, fino a inventarne una nuova – di tradizione. Il punto è che per me non è mai cambiato nulla. Quest'anno, lo so, sarà tutto un allora come ti trovi al lavoro? Ti piace, ti sei ambientato? Lo scorso Natale era tutto un come va la tesi? Quando la discuti? Due anni fa era tutto un quanti esami ti mancano? E così pure tre e quattro e cinque anni fa. Sei anni fa tutto un ti trovi bene all'università? Ti manca la scuola? E così via, indietro, unico nipote tra due genitori e quattro nonni, i Natali sempre festeggiati in sette, ogni tanto qualche lontano parente, cugino dello zio del padre dei miei nonni viene a fare i più falsi e vuoti auguri di Natale e a tentare di riempire il vuoto augurio con una partita a carte. E poi anche lo zio del cugino del fratello di non so chi era tutto un ma come sei cresciuto! Che fai? Che studi? Ah, ingegneria? Ma non era lettere? No. Non è mai stato lettere. Odio le lettere, odio tutto ciò che esce da binari rigidamente controllabili. Amo i numeri e le formule. E, allora, da quando ho costruito la prima macchinetta lego a circa cinque anni, una macchinetta lego che mio padre mi regalò poco prima della cena della vigilia, per l'intera famiglia, esterrefatta, fu tutto un ma che bravo, ma che genio, evviva l'ometto di casa.
Quindi, basta. Ho un lavoro da due mesi, uno stipendio, sono autonomo, ho persino affittato una stanza vicino al posto di lavoro, tra gli strepiti di mia madre e la muta disperazione di mio padre.
Allento ancora la cravatta fino a scioglierla, la tolgo, la infilo nella tasca della giacca. Guardo dietro di me. Tre o quattro amici di scuola che ho visto per l'ultima volta circa venti anni fa e che non conservano neppure l'impronta di quello che erano da bambini. Accanto a me una ragazza silenziosa, capelli lunghissimi, neri, seduta sul bordo della sedia, dritta con la schiena, le mani unite sulle ginocchia e le dita che si sfregano. Tiene la bocca socchiusa e gli occhi sbarrati, come se le parole della maestra fossero verità divina. Non capisco il motivo di tanta attenzione ed è questa l'unica cosa che mi attrae in tutta l'aula magna della scuola. Lei – sì – ha un'impronta familiare, ma non riesco ancora a fissarla nel nome e nel volto di una bambina. Ha un vestito che le fascia perfettamente le forme e che le arriva fino a metà coscia. Gli stivali. Uno spolverino fradicio e un ombrello gocciolante. Si accorge che la fisso. Si volta verso di me e con la stessa bocca socchiusa e gli stessi occhi sbarrati sorride e fa ciao con la mano. Un ciao-con-la-mano esagerato, come se fossimo ai due estremi di una lunga strada e non a pochi centimetri di distanza. Come se volesse salutarmi più forte. O gridare il suo saluto. Tanto che rispondo con un ciao incerto della mano e non apro bocca. Lei socchiude gli occhi e sorride appena, tra il timido, il riconoscente e un'espressione che dice Sapevo che ti saresti ricordato di me. Perché lei, è chiaro, ricorda benissimo chi sono. Nome cognome posto a cui ero seduto in classe e disegno annuale appeso al muro. Dopo due istanti, forse anche meno, capisce che io di lei, in testa, ho solo un'impronta. Un'impronta anche un po' confusa dal fatto che è la vigilia di natale, tra quattro ore dovrei stare a sorbirmi la solita manfrina familiare e non ho alcuna voglia di vedere nessuno. Mi afferra il polso, me lo scuote e proprio non capisco che scena sia, questa. Ho voglia di scappare di casa, dal lavoro, da questa assurda cerimonia scolastica prenatalizia e capire in che razza di buco dimensionale sia finito. O nella vita di chi altro sia finito. Perché lei continua a guardarmi con la sua faccia esagerata, come se dovesse dirmi tutto a chilometri di distanza e, pure se tenta di urlarmi le sue frasi, io non la capisco. Poi ho un'impressione. Forse è una qualche mia fidanzatina del liceo. Una di quelle con cui ho frequentato l'asilo e che poi ho rivisto mutata in fanciulla alle superiori. Glielo dico. Impressione sbagliata. Lei fa una faccia delusa, di una delusione esagerata. Quasi paradossale. È talmente delusa che sparo la prima frase che mi viene in mente. Una frase assurda, istintiva, malsana e benefica allo stesso tempo, perché sulle cose non programmate non sai mai come andrà a finire.
La sparo, la frase.
Che fai stasera, per la vigilia?
Forse è la mia uscita di sicurezza. Il necessario tradimento della tradizione.
Tira fuori un taccuino dalla borsa. Piccolo, tutto scarabocchiato. Non trova una pagina libera e allora inizia a scrivere tra un arabesco disegnato nervosamente, di quelli che si disegnano quando ti annoi, e una frase in bella grafia “domani dalle cinque alle sei”.
Scrive, sotto i miei occhi: sono sola.
Mi guarda, stavolta, senza la solita espressione gridata. E io, con la solita frase non programmata: ti va di passare la vigilia a casa mia?
Mi guarda, ancora. Con due occhi più dolci del dovuto, di quelli da cui ti fai rapire una volta per tutte. Neri e profondi, silenziosi e impavidi, pieni di parole e di storie mute.

Attendo una sua risposta. Che sia un arabesco, una frase scritta o un'altra delle sue espressioni esagerate. L'albero di carta a grandezza naturale, ritagliato e colorato dai bimbi della nuova generazione, riflette le lucine sbilenche attaccate alla bell'e meglio dai bidelli. Eppure mi arriva al naso il profumo della mamma che mi mette a letto e mi dice Dormi, altrimenti babbo natale non arriva.

Fine...
Arrivederci a venerdì per la prossima storia

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustave Caillebotte, Rising Road, 1881

venerdì 12 dicembre 2014

Natale #1 - ATTESA - Atto secondo e finale



Io e lei abbiamo un figlio. Che ha quasi cinque anni. Ma lei si ostina a dire che non è mio, anche se ormai la somiglianza è un fatto lampante. È il motivo per cui sono tornato proprio questo Natale. Perché il piccolino – anzi, lo scoiattolo, come lo chiama lei – a quasi cinque anni, ormai è un ometto ed è identico a me. A guardarmi entrare, la manifestazione del vero deve essere avvenuta all'unisono sia per i nonni materni che per i finora inconsapevoli nonni paterni. Questo è anche il motivo per cui lei, a pulire il pesce, se ne sta zitta e nervosa e a disagio. Lo scoiattolino gioca ad un angolo della cucina con un giochino che gli ho portato e che è un piccolo anticipo sul regalo di Natale. Lo so, lo sto già viziando.
Il punto è che, quando è rimasta incinta, lei non ci voleva credere. È avvenuto tutto troppo velocemente, una vita d'amicizia e poi è bastata una serata in un locale e un po' di musica assordante e tutto quel bum bum cha e tum tum tum che si è infilato tra un vino e una birra a farci finalmente capitolare. E si sa che in vino veritas, ma anche in birra veritas e in vodka veritas e se non ricordo male pure in rum veritas, può avvenire di tutto. Be', poi sapete come sono le donne, coraggiose e sole e maledettamente testarde anche quando non serve. Mi ha respinto, mi ha cacciato, mi ha detto che lo scoiattolino non era mio figlio e che la cosa finiva lì. Non so perché sia impazzita quanto se non peggio di Van Gogh, ma è lei che ha ispirato la mia performance. Va benissimo. Tu sei pazza. Anche io, allora, sono pazzo. Anzi, mi metto a interpretare proprio Vincent e vediamo se preferisci cacciarmi dalla tua vita o essere la mia famiglia. Un po' estremo, certo, inculcarle l'idea della mia (non) voglia di suicidio, ma efficace.
Ovviamente, con le interiora del pesce tra le mani, sono io a rompere il silenzio.
Allora, hai ricevuto i miei disegni?
Agita solo la testa per dirmi di sì e non stacca gli occhi dalle vongole.
Uno era per te e uno per lo scoiattolino. Quello con le colombe per te, quello con i passerotti per lui.
Sì lo so – dice – Ma lui ha regalato il suo a un'amichetta dell'asilo.
E perché?
Non ti agitare. È un bravo bambino. Educato, rigoroso, forse anche troppo. E a volte fa questi gesti, di una spontaneità... che quasi sembra un altro bimbo. Il disegno gli piaceva talmente tanto che ha deciso di regalarlo alla sua amichetta che, be', non stava troppo bene.
In che senso?
Uh, una storia assurda, lei è sordomuta, si esprime solo a segni, non la capisce nessuno e tutti la prendono in giro. Lo scoiattolino non sa parlare la lingua dei segni, ma ha capito che il disegno era qualcosa di simile.
Allora è proprio un bravo bambino.
Te l'ho detto.
Che va in giro a regalare disegni. Come faccio io.
Fermati, per favore.
E magari ha anche un talento naturale per l'ar...
Ti ho detto di fermarti. Non continuare.
Mi guarda con gli occhi foschi. Dalla sala arrivano odore di camino e crepitio familiare. Rumore di stoviglie d'argento e bicchieri di cristallo da vino, da acqua, da champagne. Credo che il Natale sia la miglior festa dell'anno. Penso. Mi lancio sulle sue labbra dagli occhi foschi e le lascio un bacio – luminoso.
Sarà il caso di cucinare l'astice o altrimenti niente linguine, dico.
Lei se ne sta immobile con una vongola bollente tra le mani, l'acqua di cottura le si infila tra le unghie e brucia. Ma non una parola. Solo gli occhi fissi sul giardino e le orecchie prese dal camino, dalle stoviglie d'argento, dal cin cin di cristallo e da un bacio luminoso.
Ti va di infilare gli odori nella pancia delle orate? Le chiedo. Su, accendiamo il forno, è davvero tardi.
Tanto dobbiamo aspettare la mezzanotte. Dice in un sospiro.
Prendo l'astice. È stordito. Il pentolone sfrigola.
Lei storce occhi e naso. Per favore non farmi vedere che lo fai.
Dovresti guardare, invece – le dico.
Quest'astice stordito in una padella bollente è come mi sono sentito io negli ultimi (quasi) cinque anni. E, anche se finora non ho mai messo le virgolette nel nostro dialogo e voi potreste scambiare l'ultima frase per una frase detta, be' - questa frase non gliela dico. Gliela faccio capire. Le linguine all'astice sono l'eccellente risultato di una cottura, per certi versi, sofferta e straziante.
Me ne sto a guardarla incerto e preoccupato mentre tengo stretta la maniglia del coperchio della pentola. Lei se ne sta a guardarmi mentre taglia a metà i piccadilly e pian piano li cosparge di sale fino. Prezzemolo, aglio, peperoncino.
Che darei per sapere che stai pensando.
Forse mi vuoi dire che quasi cinque anni fa ti sei vergognata terribilmente, con la tua famiglia, con la mia, per aver disatteso i loro programmi e i tuoi programmi, ma non sapevi come dire che, in quel momento, avere lo scoiattolino era la cosa che desideravi di più, in barba ai progetti di studio, di lavoro e di famiglia. Forse mi vuoi dire che il passaggio dall'essere amici al condividere un figlio è stato troppo repentino per capirci qualcosa. Che le persone reagiscono sempre in modo poco razionale di fronte al non programmato. Un po' come quando Vincent si è tagliato l'orecchio, non appena si è reso conto di quello che stava per fare all'amico Paul.
Però – le dico come se avessi ascoltato il suo non discorso – però il Natale mette sempre un po' a posto le cose. Sai, uno fa i bilanci, capisce meglio ciò che è importante.
E non continuo. Vorrei dipingere, ora, per te, quello che provo, ma mettendo da parte Van Gogh, che proprio non è nelle mie corde. Colorerei un po' la tela con macchie dense e poi passerei sopra con le mani per rendere il colore nebbioso, sempre più evanescente, sempre meno tangibile, come toglierti di dosso il peso dei ricordi – e delle scelte.
E di sicuro sono poco Van Gogh se penso che la scelta migliore da fare ogni anno sia quella di tornarmene a casa per Natale, di sedermi alla tavola a cui, a fasi alterne, mi siedo da trent'anni, cercare di ripetere incessantemente la tradizione eppure tradirla – di poco – di anno in anno, fino a inventarne una nuova.
Penso questo, al disegno che ho in testa, alle parole che rimangono sulla lingua, mentre le stampo il secondo bacio sulle labbra, al volo, e faccio sedere lo scoiattolino sulle mie spalle. Me ne vado in sala col pentolone fumante di linguine all'astice e mio figlio che mi tira i capelli, per reggersi, per far finta di guidarmi – anche se forse mi ha guidato per davvero. Lei entra in sala accanto a me. Attendo la sua risposta. Che sia un bacio, una parola, un disegno, un altro figlio.

Il camino scoppietta e le orate, dal forno, cominciano a sprigionare il loro odore. Sul carrello, al lato del tavolo, pasta di mandorle, panettone, pandoro, biscotti al cioccolato, ciambelle all'anice e il torrone aggredito da papà – la tavola apparecchiata da mamma, coi colori rossi che si riflettono nel bianco del servizio buono e nel cristallo da cui stiamo per bere.  

Fine...
Per la prossima storia, arrivederci a lunedì prossimo

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Marc Chagall, L'anniversario, 1915
Soundtrack: Hurts, Guilt 

lunedì 8 dicembre 2014

Natale #1 - ATTESA - Atto primo



Scosto le tendine della finestra sul lavello e mi perdo nel giardino dove sono cresciuto. Non ho ricordi ben definiti, più che altro linee tirate a matita e poi sfumate col dito. Il dito è nero, il foglio si offusca sotto una nebbiolina grigio-cenere, lavi le mani, il nero sul pollice svanisce, rimane solo il foglio con la sua nebulosa. Più sensazioni che ricordi definiti. La sensazione più insistente è quella del Natale. Non un Natale preciso, non una sequenza scandita degli anni. Solo un grande immenso Natale, la summa di tutti i Natali. E in questo mio personalissimo e inesistente Natale io ho cinque anni, apro il regalo di mio zio e dentro trovo il primo rasoio da barba, la poesia detta in piedi sulla sedia, mamma che ha trent'anni, mamma che ha cinquant'anni, la nonna che sforna le ricette della mia infanzia e un giorno, della nonna a Natale, rimangono solo le ricette e l'inseguire un sapore che non tornerà più, papà che aggredisce il torrone miele mandorle e ostia come se fosse un blocco di granito, papà che continua ad aggredire il torrone miele mandorle e ostia mentre dice Non ce la faccio più – io – dovresti farlo tu che sei giovane. Poi, nel mio Natale climax di tutti i Natali, c'è lei. Lei che prima è una bambina e apre la casa delle bambole con gli occhioni sbarrati pieni di commozione. Lei che mi fa il suo primo regalo a tredici anni e io, insulso maschietto preadolescente, non le ho regalato nulla. Io che corro dall'altro lato della casa, stacco un po' di vischio dalle decorazioni di mamma, un cioccolatino, un torroncino, un bigliettino con scritto Auguri e poi – lo faccio: traccio veloce su un foglio stropicciato il mio primo disegno pubblico. Non ho mai fatto vedere a nessuno i miei disegni. Mi vergogno a dire che so disegnare e che voglio studiare e migliorare. Ancora non so come si chiami la scuola che voglio frequentare, ancora non so nulla, ma nella mia vita voglio disegnare. Ecco, lei ha visto il mio primo disegno. È un suo ritratto un po' sbilenco, ma le piace. E continuano i Natali – allo stesso tavolo ci sono io a quindici e a diciotto anni, il diploma al liceo artistico e poi i venticinque anni, l'Accademia, una fidanzata nuova almeno ogni due natali, ad un certo punto non porto più nessuno. Lei è seduta di fronte a me e cresce come me, un fidanzato, poi no. Questa è la volta in cui le regalo una catenina e lei, ridendo, mi regala una catenina. Siamo solo amici, i nostri genitori sono solo amici, da sempre. Siamo solo amici ma penso che questo scambio involontario di catenine sia una sorta di nostro primo bacio.
Poi succede qualcosa.
Io vado via di casa. Vado via dalla mia città. Di pittura non si vive e vivo di grafica pubblicitaria.
Poi succede qualcosa che mi fa allontanare per quasi cinque anni da casa mia, dai miei Natali e da lei.
Non torno per nessuna festività. Non torno proprio più. I contatti telefonici si diradano. Sparisco. Solo ogni tanto lancio mie notizie, sporadiche ma mirate, ben precise. Le annuncio a mia madre che poi le spiffera a mio padre, ingigantendole – e le voci su di me arrivano a lei dense di invenzioni paradossali. Ma va bene così.
Un giorno mi alzo, chiamo mia madre e le dico Da oggi voglio essere come Van Gogh. La mia è una sorta di performance destinata solo alla famiglia. Una gigantesca pantomima, che per tutti, però, deve apparire vera.
Mi converto prima al protestantesimo. Non mi faccio pastore, come Vincent, continuo a fare il grafico, ma mi butto in mezzo ai disperati da aiutare. Il misticismo performativo dura sei o sette mesi. Abbandono tutto. Chiamo mia madre e interpreto scene di una pazzia destabilizzante e crescente. Mando qualche foto. Non mi taglio l'orecchio, ma mi procuro uno squarcio poco sotto il lobo. Poi è la volta dello scatto con altri artisti, scrivo dietro alla foto Sto bene con loro, ma sto male. Un male incauto mi cresce dentro, scrivo. Sono depresso, euforico, poi cado giù – scrivo.
Non è vero, non sono pazzo. Voglio solo che mi credano tale. Perché faccio questo è semplice. Voglio che abbiano paura che prema il grilletto. Che corra in mezzo ad un campo di grano, punti una pistola al petto e prema. Ovviamente non lo faccio e non lo farò mai. Ma voglio che lo credano. Così si preoccuperanno per me, terranno a me come non hanno mai fatto per nessuno. Mi vorranno di nuovo a casa. Lancio altri segnali. Rifaccio il quadro del Campo di grano con volo di corvi. Ma il mio diventa Campo di grano con volo di colombe e, in una seconda versione, Campo di grano con volo di passerotti. Tolgo il nero, lo sostituisco con picchiettature rosse o bianche. Distendo i toni, il gioco è fatto. Mando entrambi i disegni a lei. Te li regalo, dico. Chissà se lo capisce. Chissà se capisce che non faccio sul serio, con Van Gogh. Ma che voglio solo avere diritto al mio futuro.
Perché quasi cinque anni fa è successa una cosa e oggi, per Natale, faccio ritorno a casa. Mia madre mi abbraccia come se fossi tornato dall'aldilà. Mio padre – addirittura – si commuove. Tutti respirano la mia fragilità e vorrebbero fermarmi e tenermi con loro il più a lungo possibile.
Torno a casa dopo quasi cinque anni ed è tutto uguale. Tranne che per un particolare.
C'è sempre lei, qui, con la sua famiglia. Lei che ora è una donna e, invece di attendere con me la mezzanotte guardando i pacchi sotto l'albero e cercando di scartarli con gli occhi, prepara la cena. Dico ai miei genitori: riposatevi, mi metto io in cucina. Ed è solo un modo per parlare con lei. In piedi, entrambi, di fronte al lavello, di fronte alla finestra e al giardino dove è iniziata questa storia. Entrambi muti, con le mani che puzzano di pesce, a pulire orate, vongole e molluschi e a osservare con stupore un enorme astice che si agita nell'acqua.
Insomma, c'è una cosa che ancora non vi ho detto ed è la cosa successa quasi cinque anni fa ed è anche il piccolo particolare che cambia per la prima volta il mio Natale. Ah, ed è anche la più grande differenza tra la mia vita e quella di Vincent. 
Io e lei abbiamo un figlio. Che ha quasi cinque anni. Ma lei si ostina a dire che non è mio.

Continua...

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Jean-Frédéric Bazille, Riunione di famiglia (1867)
Soundtrack: Silence

mercoledì 26 novembre 2014

Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano

Nel 1911 Umberto Boccioni realizza due versioni della stessa opera. È la serie degli Stati d'animo. Gli addii. Quelli che vanno. Quelli che restano. La prima versione è strettamente futurista, la seconda nasce dopo che l'artista ha conosciuto le opere dei cubisti. Ma il punto non cambia. Futurista o cubofuturista, Boccioni ha sentito il bisogno di analizzare più volte il concetto di partenza, di addio, di stasi, di movimento. Il soggetto è il medesimo. Figure ignote sono sulla banchina di una stazione. Il treno sbuffa. Qualcuno saluta e rimane sulla banchina a guardare quel treno allontanarsi; qualcun altro monta sul treno e si allontana. 

Gli addii, 1911, prima versione














Gli addii, 1911, seconda versione


Ne Gli addii le persone si abbracciano, strette in un vortice che sta per sgretolarsi. È quel cerchio perfetto che si crea quando ci si stringe alla persona cara. In quella stretta si sente il calore dell'altro e si avvertono i ricordi, si cerca di trattenerli, si teme che sfuggano. Ci si separa. Ci si guarda negli occhi. Un ultimo sbuffo del treno, il carbone invade la stazione, bisogna salire. 

Quelli che vanno, 1911, prima versione

Quelli che vanno, 1911, seconda versione


Quelli che vanno sono linee oblique che attraversano la tela come saette, come fulmini. Quelli che vanno, sembra dirci Boccioni, vanno sempre, sono proiettati in avanti, sono presente e già futuro. Quelli che vanno sono l'automobile che sfreccia senza freni nella nuova città elettrica e che solo contro un muro o sul fondo di un burrone può fermarsi. Quelli che vanno sono come quello smilzo di Antonio - Sant'Elia - il ventottenne architetto del futuro, rimasto eterno ventottenne ed eterno futuro dopo che un proiettile futurista, in trincea, gli ha centrato la fronte. 


Quelli che restano, 1911, prima versione

Quelli che restano, 1911, seconda versione


Quelli che restano sulla banchina sono linee dritte o ondulate, da su a giù, impossibile andare avanti, impensabile tornare indietro. Quelli che vanno sembrano volare. Quelli che restano sono pressati dalla forza di gravità, piantati a terra, immobili, sofferenti. Ma quelli che vanno sono già morte. Quelli che restano avvertono tutto il peso della vita. In un limbo, incapaci - ma non è detto - di qualsiasi movimento.

Movimento. Questa è la parola giusta.

Quando, nei primi Manifesti, i Futuristi gridarono la loro voglia di futuro, lo facero prendendosela con un'Italia che, appena nata, era già vecchia. I Futuristi volevano bruciare i musei e distruggere il chiaro di luna, se la prendevano con le cascanti attrici dei melodrammi più zuccherosi e i nozionisti pronti a scambiare per cultura un vuoto elenco di codici. Ma quello dei futuristi non era terrorismo. Non dobbiamo prendere alla lettera quello che dicevano. Dobbiamo considerarlo metaforico. Tutto un discorso di movimento. Sapevano bene che la cultura italiana era immobile. Da secoli. Erano ben consapevoli che la cultura italiana non coltivava nulla. Prendersela col museo non era troppo diverso da quella che poi sarebbe stata la provocazione Dada: attaccare il luogo della contemplazione-senza-capire significava asserire che l'Arte, per i più, altro non era che qualcosa da guardare distrattamente, giudicare bella solo per il nome, da dimenticare al quadro successivo. Qualcosa di incomprensibile. Sarà capitato a tutti di fare il turista dell'ultim'ora - che bello il Colosseo - e non avere gli strumenti per capirlo. Ma se non si capisce il museo, perché ci si adegua, perché lo si giudica bello? Solo perché lo fanno tutti? Ecco. Il movimento. Il ragionamento. Guardare all'Italia approfondendone ogni lato, sviscerarla, avendo il coraggio di andare a fondo. E di cambiare.
Il movimento. Non è solo quello fisico. Per Boccioni non era movimento fisico. Non era solo quello a bordo dell'automobile. Tanto è vero che Umberto fu il più emotivo e drammatico dei primi futuristi. Per lui Movimento era sua Madre, ritratta, scomposta e ricomposta infinite volte, chiamata Materia, un corpo immobile eppure dinamico - è quello che gli ha dato la vita.
E allora, se Gli addii sono un vortice di ricordi ed emozioni stretti in un abbraccio, chi e cosa sono quelli che vanno e quelli che restano? Sono un punto di vista. Il treno è solo una metafora. Il treno è dentro di noi. C'è chi sale davvero su quel treno, va via eppure resta attaccato a ciò che si è lasciato dietro. E c'è chi resta sulla banchina. Fuori immobile e dentro un continuo agitarsi di sogni, paure, ansie, previsioni continuamente disattese e improvvise manifestazioni di vita. Quelli che vanno, vanno così veloci che non vedono quasi nulla e per vedere avrebbero bisogno di fermarsi. Quelli che restano vedono tutto, se ne stanno lì a farsi trafiggere, li vedi fermi, fragili, una piccola onda di tono su tono, eppure cambiano, evolvono, la vita li attraversa, li travolge - la vita, la fermano.
Del resto, se i fermi nel fisico ma non nell'anima non fossero stati davvero in movimento, Boccioni non avrebbe perso tempo ad analizzarli. Boccioni, tutta la vita, ha cercato il movimento in ciò che è immobile, ha trovato il movimento in ciò che è fermo. L'opera d'arte. Perché non il cinema, perché non la musica. La pittura. La scultura, quanto di più pesante ci sia. Il bronzo imponente delle Forme uniche. Un uomo che, fermo, si muove. Che affronta un'atmosfera spessa come un muro e una gravità pesante come un macigno. Fermo, ma evolve, perché il suo corpo si deforma.
Ci si trova in un posto e l'anno dopo si è sempre nello stesso posto eppure tutto è cambiato.

Boccioni lo sapeva. Tutto si muove, anche quando sembra di stare fermi. La vita si muove, la storia si muove. Tutti vanno, tutti restano. A volte si è consapevoli di andare e si dice addio, ci si dice addio. Il più delle volte non si comprende il movimento e il vortice dell'addio serve solo a fermare un attimo di vita - che altrimenti svanirebbe nel flusso cangiante e irrefrenabile dei ricordi.