giovedì 30 marzo 2017

Il pieno e il vuoto




Il pieno e il vuoto: li immagino come una tela satura di colori e poi come una tela bianca, non preparata, magari bucata, strappata. Come avere di fronte l'opera rinascimentale più satolla di figure e dettagli e, dall'altro capo, osservare i buchi criptici e altrettanto ovvi di un Lucio Fontana.
C'è una bella differenza. Da un lato, gli occhi si riempiono tanto da traboccare di bellezza e forme che non lasciano spazio a nessun altro pensiero; dall'altro lato, ci si trova di fronte alla solitudine della propria mente, un quadro dilaniato e apparentemente vuoto, enigmatico, il cui senso è solo ed esclusivamente compito nostro.
Il pieno ci riempie, ma è il vuoto che può arricchirci. Secoli di arte dipinta e raffigurata e poi il nulla di un pensiero, di un'idea, sbattuti lì, senza alcun senso - o portatori di tutto il senso del mondo. Il punto è che di fronte al vuoto, soprattutto dopo che si è sperimentato il pieno, siamo costretti a guardarci in faccia: e a capire se siamo in grado di riempirlo nuovamente, quel vuoto.

Ho capito dopo anni - e dopo tre nuove versioni in blu-ray - cosa mi ha sempre davvero attratto dei film di Miyazaki: la saturazione dei suoi colori, i dettagli pieni e il pieno di dettagli di ogni singola inquadratura. Pur di fronte a scene senza alcun dubbio perturbanti, Miyazaki sa coccolare il proprio spettatore, lo infila tra un morbido blu e altrettanto comode pennellate di densi pastelli: i colori risultano accesi, corposi come un materasso, accoglienti come il proprio - inconfondibile - cuscino. Miyazaki ha saputo e sa riempire i vuoti dell'esistenza con il pieno di un'arte immensamente costruttiva, in grado di cullarci anche quando dovremmo avere paura.

Un po' come quando siamo ansiosi e intimoriti e intirizziti dalla follia glaciale del caos mondano - e di notte ci avvolgiamo nelle coperte, più per proteggerci che per ripararci dal freddo. Ce ne stiamo lì, col cuore in gola, e continuiamo a ripeterci che ora, in quel bosco di lenzuola e piumoni, siamo protetti, che il mondo è lontano, che il mondo è fuori, che il mondo non può arrivare a prenderci e a risucchiare tutto il pieno che abbiamo dentro.
Ne capitano di momenti così, oh se ne capitano. Quando ci sentiamo vuoti dentro, basta chiudere gli occhi e immaginarci a galleggiare nel vuoto denso dell'Universo: in un batter d'occhio ci sentiamo dotati di un peso, di una massa fatta di sangue, carne, muscoli - e i punti di vuoto sono solo pensieri che non riescono a formare nessun baluardo contro ciò che ci svuota.

Capita, a volte, forse molto più spesso di quanto si pensi, di sentire un vuoto alla pancia: perché siamo animali e non siamo fatti solo di idee e metafisica. Il vuoto alla pancia, a volte, puoi riempirlo con un soffice cornetto lievitato per ore e giorni, un perfetto gioco di incastri di pieni e vuoti d'aria.
Altre volte, il vuoto che hai nella pancia non lo puoi riempire, puoi solo lasciare che finisca di svuotarsi, contro la tua volontà: e accettare che il caso abbia deciso di lasciarti in balìa del tuo vuoto.
L'unica cosa da fare è sforzarsi di non pensarci. O meglio: sforzarsi di inventare qualcosa da costruire.

Allora ritorni all'inizio dei tuoi pensieri. Capisci che, sì, un Lucio Fontana ti mette di fronte al fondo del tuo baratro e inizia a scavarlo: ma il più ampolloso dei quadri, quelli fatti di tanti colori e successive velature e aggiustamenti e sistemazioni e aggiunte e ritocchi, non è altro che un nuovo mondo costruito laddove prima non c'era niente.
In fondo, è dalla mancanza di qualcosa che nasce l'istinto a ricostruire.
E noi, ecco, noi non ci facciamo abbattere da qualcosa che non c'è - e che forse non c'è mai stato: perché è lo spunto per mordere il più morbido dei cornetti appena sfornati, lo spunto per avvolgersi nelle coperte fino a diventare un involtino, lo spunto per aprire gli occhi e caricarsi di colori, lo spunto per ricominciare da capo con tante - e ancora tante altre - cose da costruire e da fare.

Penso, come sempre, ancora una volta, a Egon Schiele. Alla sua capacità di riempire la tela di personaggi lividi e traboccanti, così traboccanti da essere veri: eppure, scorgo anche la sua capacità di far equivalere ogni tratto di pennello, ogni segno di colore, ad una ferita sulla pelle della tela - una ferita sulla pelle di chi guarda. Penso alla sua capacità di riempire uno spazio e allo stesso tempo di svuotarlo - di svuotarci: di metterci di fronte ai pieni e ai vuoti di cui siamo fatti e che non sempre riusciamo a equilibrare.
L'equilibrio potrà esserci solo se, dove si è aperta la ferita e il sangue ha cominciato a scorrere, riusciamo a buttare dentro un po' di colore e a riempire quel vuoto di dettagli e belle cose che altrimenti perderemmo di vista.

Immagine: Egon Schiele, Donna seduta di schiena, 1917, dettaglio

martedì 28 febbraio 2017

Quella meraviglia di Montalcino!

sguardinotturni

UNOeDUEJourney

Non saprei da dove iniziare per raccontare quello che è stato uno dei viaggi più brevi e più intensi del nostro piccolo nucleo: perché i ricordi si affastellano - complice forse il tour di vini e cantine che percorrere è imprescindibile in un posto come Montalcino.
Partirei, forse, dal fatto che uno dei miei sogni di bambina è sempre stato quello di poter godere del calore di una casetta medievale fatta di pietre e persiane sbilenche. Non chiedetemi perché, ma in quelle case incastrate le une nelle altre ho sempre visto un modo di vivere antico, fatto di minestre a sobbollire su un braciere al centro della casa, di camini in funzione giorno e notte e di materassi di lana, che ti lasciano sprofondare e - seppure alla lunga scomodissimi - sono in grado di replicare l'abbraccio della nonna alla sera, quando addormentarsi fa paura. Sono piccole dimore che odorano di dolci preparati al mattino presto, con le uova appena covate dalle galline e il latte appena munto dalle mammelle della mucca più ritrosa.
Non so se nel duemiladiciassette le cose siano ancora così, ma a me piace immaginarlo. 
Mi sono sempre piaciuti gli hotel attrezzatissimi e mai e poi mai avrei potuto pensare che un B&B potesse regalarmi una dimora incastrata nella pietra, medievale quanto basta, moderna quando basta, con tanto di dolcetti sfornati da una signora gentilissima. Che, tra l'altro, ci ha fatto trovare sul letto gli asciugamani annodati con lo stelo di un fiore. Cosa volere di più? Ah, sì. Un profumo inebriante di pulito per tutta la casa. E musica classica ovunque. Spartiti ovunque. Il mio mondo - ovunque!

Questa non poteva che essere la promettente ouverture di un giro elegante ed etilico quanto basta per quella meraviglia di Montalcino.
Perché, l'altra cosa che mi piace scoprire in giro per viaggi, è il contatto che i paesi hanno con la propria terra - e con i prodotti che questa produce. Filari e filari di vigneti, cantine su cantine, bottiglie infilate in appositi distributori, con tanto di tessera per scegliere prezzo e quantità del prezioso liquido. 
Se prima erano spartiti ovunque ora sono calici di Brunello ovunque! 
Mai e poi mai avrei immaginato di poter vedere tutte quelle bottiglie e di poter scoprire sapori di un vino che ha tante sfaccettature quante sono le zolle della terra. E vai a ricordarti come era l'etichetta di quel Brunello con quel nome che, sì, ricordi benissimo, ma di cui hai dimenticato l'annata, preso dal sapore e dall'odore. 
Brunello di Montalcino ovunque: e a poco a poco riesci ad affinare palato e papille e a capire che non tutte le sorsate sono uguali. Finisci, poi, per essere così sensibile all'uva e ai legni che ti innamori della cantina più piccola e forse meno conosciuta, ma che ha un nome tanto bello. Il sapore è bello quanto il nome. 
Ti perdi negli scaffali di bottiglie disposte per nome, annata, colore dell'etichetta e, infine, ordine alfabetico. Vorrei possederla anche io una parete così ricca, ordinata e variopinta da cui attingere di volta in volta per una sorsata d'oro di vino rosso. 
Perché il vino rosso - quello buono, quello che staziona almeno cinque anni nelle botti e nelle cantine - non è fatto per ubriacarsi o andar su di giri. È fatto per godersi il momento, un'annusata, un giro di calice, il naso che si infila nel vetro, il liquido rosso che raggiunge la punta della lingua e che poi infuoca l'ugola e l'esofago. E quello che rimane sulla lingua e sul palato è un sapore fruttato, un sapore acido, un sapore amaro, un sapore dolciastro: ti perdi nel riconoscere i sapori, in un puro gioco d'attesa, in un puro godersi il tempo per il tempo - ammirare un calice di vino è saperlo fermare, il tempo.
Poi, ecco, se accanto a un vino così riesci a mettere un tagliere di salumi e formaggi del posto - o una fiorentina tenerissima da un chilo e duecento grammi - allora stai vivendo la vacanza definitiva. 
Altro che correre nel deserto a cavallo di una moto o nuotare con gli squali o perdersi in serate etiliche di scarsa qualità dall'altra parte del globo: datemi una fiorentina, un calice di vino e ragù di cinghiale che sobbolle nella terracotta di qualche esperta vecchina. Datemi un divano morbido e un caminetto acceso!

Musica ovunque, Brunello ovunque.
E Arte ovunque. 
Se devo trovare il minimo comune denominatore di tutto, direi che è il legno. 
Il legno è quello dei chilometri di vigneti che disegnano la terra come pentagrammi scarabocchiati da un artista geniale e disordinato - che, con un tocco di penna, tutto riporta all'ordine. 
Il legno, poi, è quello magistralmente intagliato, scolpito e dipinto che abbiamo visto nel museo diocesano del paese. Gesù Cristo medievali e rinascimentali, ognuno nel proprio legno vecchio di secoli e carico di storia, con una pregevolezza e una maestria eterne. Il Gesù Medievale che soffre - e il suo legno che sanguina resina. E il Gesù Rinascimentale che, pur soffrendo, rimane di una bellezza intatta e delicata, coi riccioli castani che nemmeno sembrano legno, ma morbide nuvolette cascanti.

Il legno, infine, è quello delle scale scricchiolanti della Fortezza di Montalcino. Barcollare paurosamente per arrivare su, dopo aver bevuto i primi quattro calici di Brunello della giornata, e avere davvero l'impressione di camminare su quelle assi con indosso l'armatura più pesante di un’anonima guardia medievale, quella che il vino lo beveva per riscaldarsi, in qualche notte incerta di vedette assonnate.

Dall'alto della Fortezza, il vento e il panorama ti calano subito in un'altra epoca, fatta di cose tremendamente autentiche: e, per fortuna, è un'epoca, almeno a Montalcino, così vicina, così attuale, tutta da vivere. 

lunedì 30 gennaio 2017

Ho imparato

UNOeDUEAnniversary

Ho imparato che pochi giorni possono trascorrere lenti, lentissimi. E che un anno può passare in un baleno e darti la sensazione di essere sempre lì, a quel giorno speciale. Sei lì, ogni istante, ad ogni sveglia che suona: e, anche se fai altro, in realtà, stai ripercorrendo quel giorno e quel giorno soltanto.

Ho imparato che anche se i giorni e le settimane si ripetono con poche variazioni, si possono vivere quei giorni e quelle settimane che si ripetono come se fossero sempre qualcosa di nuovo. 

Ho imparato che, ogni settimana, la stessa pizza ha un sapore sempre nuovo - e prepararla è l’avventura più elettrizzante, come esplorare gli abissi e lanciarsi dal picco di una montagna - e il mondo, tutto, tutto il mondo ai nostri piedi. 

Ho imparato che il divano, il sabato sera, è morbido come tutte le altre sere ed è più morbido del solito - e guardare la tv diventa un brivido al confine tra lo scoprire nuove storie, con lo sguardo vivido, e abbandonarsi all’ipnosi del sonno, cullati da un calore caldo, familiare e avvolgente allo stesso tempo. 

Ho imparato a preparare pranzi luculliani in pochi istanti. E ho imparato a mettere in ordine nello stesso momento in cui metto in disordine. O forse no. Sto ancora imparando a mettere in ordine, ma siamo sulla buona strada. 

So che ho affrontato cose che mi terrorizzano e che ancora adesso non so come sia stata in grado di affrontare. Non so se ho imparato a non avere più paura. Ma ho imparato che l'ansia e la paura svelano cosa siamo e cosa siamo in grado di fare. 

Per questo.
Ho imparato che posso fare cose che non avrei mai immaginato che io, proprio io, avrei potuto fare. 
Tipo sposarmi. E farlo davanti a un centinaio di persone

Ho imparato a pulire il terrazzo in un battibaleno.
Ho imparato ad andare a fare le analisi del sangue da sola. O quasi.
Ho imparato a piantare le margherite e ho imparato che, anche durante una gelata invernale senza precedenti, le margherite sanno far sbucare delle piccole gemme - e sono in grado di fiorire. 

Ho imparato che preparare la moka e accendere il gas basso - bassissimo - è una coccola quotidiana lenta, ma imperdibile. Ti dà il senso del tempo, ti dà il senso del tuo tempo.

Ho imparato che il mio tavolino sa di buono - e sa solo del profumo di casa mia - sia che sopra metta la cena appena preparata o il bucato profumato pronto da piegare.

Ho imparato a poter dire che ho imparato un sacco di cose, ma so che non le imparerò mai abbastanza, affinché ogni volta possa avvicinarmi alle cose con attenzione e concentrazione e con lo sguardo che vede come vedesse la prima volta. 

Ho imparato che possiamo stare lontani da casa ore - e giorni - ma l’importante è tornare ogni sera a quel piumone che arriva fin sotto gli occhi, l’importante è tornare ogni sera sotto quel piumone e concludere la giornata addormentandosi con il senso della casa e della famiglia accanto. 

Abbiamo imparato a rendere nostro il mondo e a mettere un po’ di noi nel mondo, anche se, lo so, il mondo di noi non si accorge - troppo occupato per rivolgersi a due molecole come noi. Ma a noi non interessa. Noi siamo il nostro mondo. E continuiamo a nutrirlo e coccolarlo. 

venerdì 30 dicembre 2016

Non voglio che il duemilasedici finisca



UNOeDUE Slice of Life

Non voglio che il duemilasedici finisca - dice lei con una fetta di panettone gocciolante tra le mani e lo sguardo fisso, imbambolato, di chi sta dormendo circa tredici ore a notte.
Eh - rispondo io, e non so se questo eh significhi che non voglio che l'anno finisca o che è destino che dovrà finire: ho lo sguardo imbambolato anche io, ma non perché dormo tredici ore a notte. Ho da provare tutti i regali tecnologici che il Natale mi ha portato - e francamente non ho nemmeno troppo tempo per dormire. I film, i videogiochi: mi chiamano. 
Lei ci mette tre ore per inzuppare una fetta di panettone nel caffellatte e sembra godersi il Natale sin nei minimi dettagli: le tazze a tema, sfondo rosso e renna in primo piano, tovagliette bianche e fiocchi di neve rossi, il centrotavola natalizio, gli addobbi, le luci, il presepe che mormora con la cascata d'acqua - e quel tepore che solo le cose natalizie sanno darti. 
Le colazioni, a Natale, durano giorni. È il momento più comodo, questo: il pigiama largo e sovrabbondante, possibilmente natalizio, e l'orologio spostato in avanti, tanto in avanti, ad orari che, in giornate normali, sarebbero dedicate al lavoro forsennato. Ma a Natale la colazione si fa tardi - e si fa abbondante - e poi il pranzo verrà quando verrà. Siamo sazi, ma mai abbastanza: e c'è sempre spazio per ricominciare a mangiare. Una seduta al tavolino senza soluzione di continuità, tanto che potremmo rimanere in pigiama, così, se non fosse che dobbiamo uscire e spiaggiarci nella casa ospitante di turno, quella dei genitori: e quindi darci un tono, vestirci bene, caricarci di vini e dolci e faticare quel tanto che basta per raggiungere il divano di mamma e papà. 

VIGILIA. Elegantissimi e impellicciati, un vassoio in mano di involtini di salmone, una busta carica di regali dall'altra parte, lo stomaco che brontola perché a pranzo hai mangiato solo un'insalata. La sorella della mia lei è talmente in tiro che sembra dover passare la vigilia a casa del presidente della repubblica: tacco alto, unghie laccate e un'organizzazione militare nei gesti e nella voce. Mia moglie si trascina al seguito, ha indossato i tacchi ma non sa portarli, si è truccata e pettinata come un'adulta e tutti la ricoprono di complimenti, facendola arrossire. Suo fratello ha portato dieci bottiglie di vino bianco, indeciso, con aria da sommelier, se sia più indicato un Fiano di Avellino, un Greco di Tufo, una Falanghina: e fa da schermo a tutti coloro che tentano di attentare alla parte liquida della cena con un Ma scegli un vino meno impegnativo! Scuote la testa, i miei cognati hanno organizzato tutto nel modo più sofisticato possibile per esaltare la cena dei miei suoceri. Siamo venti persone a tavola e loro ci tengono particolarmente a che sia tutto perfetto. Perché la cena della vigilia, si sa, è solo l'inizio: e all'inizio siamo tutti ancora carichi di voglia di bellezza. Cenare in abbondanza, con le luci e l'apparecchiata glamour, è qualcosa di indispensabile, ti mette a posto col mondo, ti sistema la vita di solito impregnata di quell'approccio indifferente del "tutti i giorni". 
La mia lei è estasiata e malinconica ad un tempo. Nelle vigilie di Natale vede il presente e contemporaneamente il passato e le arrivano agli occhi stralci e lampi del futuro. Ripensa a quando era bambina, a quando i nonni campeggiavano i capotavola e le nonne producevano profumi che mai ritorneranno e che per sempre rimarranno stampati nel  nostro naso. Pensa a quando da bambina viveva il Natale come fosse un'atmosfera incantata, senza la capacità di distinguere tra il giorno e la notte, tra il pranzo e la cena, in una sospensione del tempo ovattata: i genitori erano i nostri maghi protettori, i nonni dirigevano la vita al meglio e la copertina calda e il gioco nuovo, passata la mezzanotte, erano i baluardi più imponenti contro tutte le paure.
Lei se ne sta sul divano, un po' di vino, tanto cibo e la faccia innocente: ed è subito bambina.

NATALE. Il venticinque la malinconia per i Natali passati si dissipa nel solito pigiama, nella solita colazione iperglicemica e, soprattutto, in una giornata di sole che spunta anche quando c'è pioggia. Il giorno di Natale è solare. Regna il buonumore. Finita l'attesa della mezzanotte, che tanto ha il sapore dell'obiettivo superlativo da raggiungere, torna la serenità del poter affrontare la giornata normalmente, solo che con un pizzico di specialità in più. La mia lei si veste comoda, ma di un comodo chic. Non si trucca, ma indossa quei due o tre gioielli che la rendono solare tanto quanto la giornata. La pelle delle sue guance è liscia, morbida, profumata di sapone e shampoo. 
Il sole: il trucco più grande del giorno di Natale. Saper guardare le cose con il sole. Non spegnere mai lo sguardo. Perdersi nelle luci natalizie che sfumano nella luce del giorno. Lasciare accesa la vita del presente - e godersi solo quella - senza pensare al Natale passato o a quello futuro. 

IL VENTISEI. Il ventisei dicembre l'atmosfera comincia a spegnersi. Solo che noi non ce ne capacitiamo: e continuiamo a mangiare e a festeggiare come se, per il terzo giorno consecutivo, fosse Natale. Il brodo e la stracciatella e il lesso e i fritti: mia suocera e mia madre imbandiscono una tavola satura e perfetta, come se ancora Natale dovesse arrivare. Eppure è solo un'illusione, un modo per non accettare che il bel giorno è già finito. La mia lei lo ripete come un mantra: Natale è già passato. E poi, visto che il ventisei è ormai ad un nulla dal nuovo anno, aggiunge: non voglio che il duemilasedici finisca. Si spiaggia sul divano, satolla, e io con lei. Il duemilasedici è stato un anno fortissimo, pensiamo all'unisono e senza dirci nulla. Abbiamo aperto l'anno sposandoci. Non è cosa da poco. E non vuole essere una ripetizione fastidiosa, questa del matrimonio. Del resto, noi uomini viviamo poche giornate estreme e bellissime, così, come se la vita fosse quella di un altro e non ci capacitiamo di esserne noi i protagonisti. E per il resto viviamo del ricordo, a cui rimaniamo attaccati con grande energia, un ricordo che raccontiamo e riraccontiamo e a cui diamo vita ancora e ancora. È bello mantenere il ricordo delle cose belle. È vitale. È imprescindibile. E perché il ricordo si faccia vita occorre che anche le giornate belle finiscano, con la promessa di inventarne altre, di giornate, altrettanto bellissime e degne di finire nella bacheca dei ricordi. 
Festeggeremo la mezzanotte del trentuno dicembre duemilasedici con un po' di malinconia, questo è indubbio, ma lo faremo stringendoci la mano e guardando felici quella fede un pochino più opaca che parla di noi e del nostro anno. E che promette altro e altro ancora da vivere e ricordare. 
Il ventisei dicembre finisce e finisce con una promessa: il prossimo festeggiamento, il prossimo Natale, la prossima avventura. 

mercoledì 30 novembre 2016

Lasciarsi andare


UNOeDUESliceofLife

Bisogna lasciarsi andare. Bisogna lasciar andare le cose. È qualcosa che si impara col tempo, con le esperienze - e con i dolori, quelli forti. 

Anche per quest'anno sembra che si sia messo un punto fermo sul contratto di lavoro. Dopo due mesi passati a correre da un lato all'altro della regione, a suddividersi tra plessi, segreterie, orari mirabolanti e ragazzi, non si è scritta la parola fine, ma la parola inizio. Dopo due mesi di continui inizi, si è cominciato davvero: si è cominciato per portare a termine il lavoro, impostarlo e guardare avanti. 
È stato un abituarsi, farsi i film, dire Sì, rimarrò qui, Sì, vedrai che ce la faccio!, è stato un capitolare, tra i momenti di gioia, scanditi dalla firma, il registro e il Buongiorno ragazzi!, ed è stato un piangere a dirotto, nel momento in cui si scopre che qualcuno ha più diritto di te a lavorare in quella classe.
Eppure, dopo quattro contratti e altrettanti plessi, ce l'hai fatta. Certo, non ricordi più in quale delle tre classi devi insegnare la geometria euclidea e in quale le espressioni - e poi finisci per scrivere e uguale emme ci al quadrato a dei ragazzini di seconda media - ma non importa. Non importa neppure cosa accadrà da luglio in poi: perché, per ora, nove mesi sono sinonimo di per sempre. Certo, apri il tuo diario personale, il registro, il quaderno con gli appunti e ti ritrovi a leggere i cognomi dei ragazzi conosciuti a settembre e ti scende la lacrimuccia - anche se ti sembra di aver vissuto tutto una o due vite fa. Certo, quando sei in una classe e ti chiamano a cento chilometri di distanza per dirti che, scorrendo la graduatoria, sono arrivati a te e che ti fanno il contratto, tu accetti, sì - chi non accetterebbe? - ma poi c'è da correre veloce e salutare i ragazzi che vedrai per l'ultima volta come se il giorno dopo li rivedrai ancora. Corri giù per le scale e non ti volti - e ti sforzi di pensare a tutto quello che non andava bene nel posto che stai per abbandonare. Poi ti giri e rigiri nel letto per notti intere e ti chiedi se hai fatto bene a scegliere come hai scelto.
Ma alla fine, sì. Hai scelto. Scegliere mette ansia, ma è un privilegio. Scegliere significa che davanti a te si aprono diverse strade e, in ogni caso, la soluzione che otterrai dipenderà solo da te: e il sole continuerà a sorgere.

Infatti, non ho intenzione di parlare dell'ansia che può metterti una scelta come il luogo in cui lavorare - o di quanto immodestamente io mi creda il prof di matematica più indispensabile al mondo.
Abbandonare classi e alunni tra pianti e strepiti - sì, perché anche un uomo può piangere e strepitare di fronte agli occhioni di bambini che diventano grandi - mi ha fatto capire che l'unica cosa da fare è prendere le cose così come vengono. È lasciarsi andare. È lasciar andare le cose. 
Certo, direte: per una cosa così sciocca, fai l'aforisma del giorno. 
Ma la mia lei, sempre così ansiosa e sempre così estrema nel vivere le cose di ogni giorno - come se la trafiggessero le frecce del San Sebastiano di Schiele - è anche così improvvisamente speciale nello scrollarsi di dosso le gravità: a volte le basta una lacrima a lavare via l’emozione del momento e a trasformare il sentimento in esperienza profonda, che diventa una delle tante cicatrici, delle tante tappe che fanno di te la tua vita.

Di solito arrivi ad avere ansia per le più piccole cose quando sulle spalle porti pesi davvero enormi, che hai rimosso o tenti di rimuovere - perché l'accettazione è difficile. Di solito trasferisci i grandi dolori sull'affrontare le cose sciocche. 
Ho parlato con una persona, una volta, una persona che sulle spalle porta davvero un dolore enorme, ma che sul viso ha sempre un grande sorriso sincero e nella voce una parola gentile per tutti. Questa persona mi ha detto di essere ansiosa, ma di aver capito che la vita va così, a volte ti butta giù, poi all'improvviso ti tira su, in una serie infinita di capriole. 
Raccolgo poi le massime dei nonni, frasi apparentemente semplici ma gravide della profondità di quelle vite vissute tra guerre, fame e riscatti: La vita è così, caro mio, La vita è tutto il resto, bello di nonno, Nella vita passa tutto, passano le cose belle ma anche quelle brutte. 

Di solito, tendiamo a soffrire per una mancanza. O perché ci spingiamo troppo oltre nell'immaginare una vita che poi scoppia come una bolla di sapone. 
Ecco, l'immaginare ci frega. Immaginare è bellissimo, ma ha i suoi risvolti negativi. Non è come sognare. Si sognano anche cose irrealizzabili e sognando si è consapevoli che ci si può spingere molto oltre i propri limiti.
Immaginare, specie nella vita di tutti i giorni, significa progettare. Fare bilanci e proiezioni. E se uno snodo del nostro schema non si verifica, allora scompare tutto il resto. Immaginare, a volte, significa avere l’illusione di poter scegliere.

Insegnare è bellissimo perché ci si trova ogni giorno di fronte a una miriade di storie ancora inespresse e tutte da sviluppare. Ogni alunno è una storia: tu lo guardi, immagini la sua storia, la sogni. Poi passi alla fase successiva, gli chiedi cosa vuole fare da grande. E, alla risposta, magari diversa dal tuo immaginare preventivo, inizi a immaginare un nuovo percorso: e tu sei lì, a fare da snodo a quella vita che si costruisce piano piano. A quella storia tutta da scrivere. 
Un privilegio e una responsabilità immani.
Inventare una storia, costruire un personaggio. Concepire una vita. Come gli scrittori, come i genitori.

Creare una vita e pensare a come sarà è ancora più delicato e pericoloso. Dopo essere diventati genitori, noi esseri umani non dimentichiamo di esserlo, eppure siamo costretti a lasciar andare la nostra prole, perché così la natura vuole. Una storia inespressa che ha bisogno di libertà per esprimersi. E tu non puoi far altro che lasciarla andare. Che lasciarti andare. Che lasciar andare le cose. E così un romanzo, un racconto: devi lasciarlo in mano a chi leggerà - ed essere consapevole che tu non sei più l’autore, che l’autore, ora, è il lettore - e dar la possibilità alla storia di vivere altrove, con qualcun altro, in uno spazio e in un tempo diversi dai tuoi.

Poi, ci sono storie che rimangono inespresse e neppure nascono. Sono solo un piccolo, breve incipit. Una poesia. O forse due o tre versi. Una strofa. Anche la strofa interrotta ti segna: e anche la strofa interrotta - devi lasciarla andare. È una poesia che ricorderai per sempre, ma è anche un'esperienza che dura un battito di ciglia, un respiro. Proprio perché è così breve, non devi portarla come un peso: deve solo spingerti ad avere fiducia che, in futuro, altre storie nasceranno e si esprimeranno come è giusto che sia.

Per questo bisogna lasciarsi andare alle esperienze. Viverle per quello che sono: solo insegnamenti per essere persone migliori, solo insegnamenti per affrontare la vita con leggerezza, anche quando la vita pesa.

Ogni mattina, alla stazione, vedo volare famiglie di gabbiani. Quando si posano sono giganteschi, alti quanto me. E mi chiedo: Come fanno a volare? 

Eppure l'istante dopo si sono librati in volo, un corpo pesante, due ali enormi e un percorso leggero da tracciare nell'aria. Da lassù, me lo sento, guardano noi spinti e soggiogati dalla gravità e danzano divertiti con le stelle e le stelline del nostro cielo.

Immagine: Marc Chagall, Sulla città, 1924