lunedì 16 aprile 2012

Battleship



Anno: 2012 - Genere: Azione - Nazionalità: USA - Regia: Peter Berg

I film come Battleship sono i più divertenti da analizzare. Apparentemente solo piacere fine a se stesso, in realtà portatori di discorsi sociologici più o meno inconsapevoli – come da tradizione del cinema americano.

Ci sono vari livelli di fruizione per Battleship.

Primo livello di fruizione: i film per famiglie, quelli da domenica pomeriggio, quando si decide di radunare figli e nipoti, munirli di barile di popcorn e fargli guardare un film che è ispirato alla Battaglia Navale del gioco Hasbro. È il livello del puro divertimento: divertimento assicurato, non c'è che dire.
Passano due ore tra sobbalzi e risate, di sicuro non ci si annoia. Tra l'altro, bisogna fare a tal proposito una piccola annotazione tecnica: rispetto ai precedenti film – tipo Transformers – questo Battleship sembra aver migliorato il livello di chiarezza negli effetti speciali. Fino ad ora le inquadrature erano saturate da effetti digitali confusionari e oggetti e azioni risultavano indistinti, fastidiosi alla vista. Battleship dimostra un miglioramento tecnico e questo fa ben sperare per i futuri film: la tecnica finisce per diventare estetica, ben vengano i film in cui si sperimenta la tecnica in vista del futuro.

Il secondo livello di fruizione è quello di chi si ferma alla storia, senza l'analisi - atteggiamento giustissimo. La storia è classica, piena di quei cliché americani che – almeno agli occhi di chi ha visto miliardi di film – appaiono ostentati. Tuttavia, in un film del genere sono necessari: o non sarebbe un film per tutti. C'è il classico ragazzo intelligente ma sbandato (Taylor Kitsch) che viene obbligato dal fratello ad entrare in marina. Il ragazzo intelligente ma sbandato ha ovviamente un amore da proteggere: ama la figlia dell'Ammiraglio (Liam Neeson). Ma, come da più classica della tradizioni, ecco la catastrofe: gli alieni invadono il pianeta, poggiano le loro basi in mezzo all'Oceano Pacifico e scatenano l'inferno. Inizia la guerra, ci sono perdite, ci sono i momenti tristi, quelli trionfali, lieto fine, bacio, scena finale dopo i titoli di coda.

Terzo livello: non si possono non notare alcuni e non troppo frammentari momenti in cui si fa riferimento – consciamente o meno – alla situazione politica statunitense.
Svaniscono i russi quali acerrimi nemici degli USA: ogni due sequenze vengono nominati i cinesi. I cinesi analizzano, i cinesi bombardano, è sempre colpa dei cinesi... ma forse sono i Nord Coreani? È chiaro che il terrore statuinitense si è spostato molto più a oriente: non più i russi, non più gli afghani (l'Afghanistan è nominato di sfuggita solo da un veterano menomato), ma i cinesi e i nordcoreani. Ma c'è di più. Questo timore per l'estremo oriente viene chiaramente esplicato in una scena che colpisce: un grattacielo di Hong Kong viene distrutto da un oggetto volante. È il modo in cui viene distrutto a far pensare: il regista usa le stesse inquadrature che hanno fatto il giro del mondo quando sono state distrutte le Twin Towers. Inquadratura dal basso verso l'alto, oggetto volante che trancia un grattacielo, nubi, fuoco e urla. C'è un'operazione da psicologia di massa: stavolta la torre che viene distrutta non è statunitense, è quella di Hong Kong. Il regista trasferisce il terrore del suo popolo su un altro Paese, allontanando, solo fittiziamente, la paura. Allontanare il simbolo americano degli ultimi dieci anni e collocarlo in un altro continente e in un'altra cultura ha lo scopo di colpire duramente tutti i popoli al di fuori degli Stati Uniti. È la stessa logica con cui, nelle catastrofi, i film USA si accaniscono con morbosità sulla distruzione del Colosseo, di San Pietro, della Tour Eiffel o del Big Ben di Londra: è una distruzione anche culturale, una sorta di affermata superiorità, ma anche di inconscio ripetersi delle distruzioni civili che sono alla base di un Paese come gli Stati Uniti d'America.

Il film si svolge alle Hawaii. Pearl Harbor ritorna continuamente. Con la differenza che i giapponesi non sono più nemici: lo sono solo su un campo di calcio. La flotta nipponica combatte fianco a fianco con quella statunitense: nel porto di Pearl Harbor, di fronte ad una nuova catastrofe mondiale, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki sembra dimenticata del tutto. I problemi rimangono Cina, Hong Kong e Nord Corea, forse i tre luoghi dell'estremo oriente non del tutto espugnati dagli Stati Uniti.

Chi sono questi nemici? Questi alieni? Se li si guarda a livello di mera storia, non si capisce: vengono sulla terra per distruggere, ma dal plot non sono chiare le loro intenzioni. Tuttavia c'è un elemento che, letto ad un livello più profondo, fa capire meglio le intenzioni. Gli alieni percepiscono come nemico solo l'acciaio e le armi. Laddove vedono battere un cuore, si tirano indietro. In altre parole: non eliminano l'uomo, ma solo le macchine con intenzioni violente. Il problema è che, se un grattacielo è catalogato come nemico e viene distrutto, di conseguenza muoiono anche le persone che lo abitano. Gli alieni hanno un duplice scopo: attaccano i simboli del mondo economico e bellico della Terra e lottano contro le armi di distruzione di massa. Due elementi contrastanti che si riuniscono in una sola figura, l'alieno. Un caso? Chi è che nel mondo fa guerra a tutti coloro che possiedono armi di distruzione di massa? Chi nel mondo ha distrutto il simbolo del potere economico americano?
Gli alieni, così – come sempre – finiscono per rappresentare molte cose: sono l'altro sconosciuto, la minaccia del tutto incomprensibile, il terrore che anche gli americani hanno di essere sottomessi, dopo aver sottomesso prima gli indiani e poi il resto del mondo (frase epica del film: “Faremo la fine degli indiani d'America!”); gli alieni sono l'altro geografico e cioè quell'Oriente che gli Stati Uniti non riescono a penetrare e controllare del tutto; infine, sono l'altro psichico, vale a dire il lato oscuro di noi stessi. In questo caso, il lato oscuro e inspiegabile degli Stati Uniti. Soldati impeccabili e pronti al sacrificio, gli Statunitensi sono anche coloro che si comportano in modo molto similare al proprio nemico: combattono le armi altrui con le stesse armi. Gli americani, poi, non sono veri americani: sono un mix di popoli africani, europei e asiatici. Ogni americano è anche altro da sé.

Con quale mezzo vengono sconfitti gli alieni? Con una corazzata cimelio della Seconda Guerra Mondiale, comandata dai suoi veterani: vecchi mezzi sempre efficaci. Vecchi mezzi non solo bellici ma anche comunicativi: dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale tutte le generazioni statunitensi hanno fatto una guerra, lo zio Sam ha sempre puntato il dito verso i suoi compatrioti e il cinema ha sfruttato non poche volte episodi di guerra per le sue produzioni. Insomma: nulla è cambiato. Il mito degli USA sempre forti permane, l'eroicità americana è a tutti i livelli. Il più interessante e toccante livello di eroicità del film è forse rappresentato dalla personale azione di guerra di un veterano senza gambe. Intelligenza e strategia (non prestanza fisica) gli permettono di riconsiderarsi un soldato e un uomo intero: anche qui, nel dare onore ai menomati di guerra, c'è forse la volontà di dare, finalmente, visibilità a tutti i nati il 4 luglio per troppo tempo dimenticati.
Il cinema americano, da sempre, si fa veicolo della società americana, svelandone i meccanismi meno evidenti, contestandoli, affermandoli, mostrandoli nelle loro ambiguità. E l'alieno, da sempre, rappresenta l'ambiguità perfetta per il cinema.

Tolte le elucubrazioni mentali di chi ha visto troppo cinema con il pallino per l'analisi, il film risulta godibile e due ore di divertimento sfrenato, quello della coscienza stimolata dal mare del già-visto e del non-visto tecnologico, non fanno male a nessuno.
Tutti i film meritano di essere visti: spesso riescono a dirti tra le righe quello che non t'aspetti.

11 commenti:

Elisa ha detto...

indovina? Ti ho assegnato un premio!!

Veronica Mondelli ha detto...

Grazieeee!! Corro da te ;)!

Debora Suomi ha detto...

Ciao Veronica!
Io non sono una grande esperta di cinema, ma ho letto con piacere la tua analisi: davvero interessante.
La sottoporrò a mio figlio!
Lui è un cultore della materia.
Un abbraccio
Debby

Mari da solcare ha detto...

Brava! Parafrasando un libro del mio conterraneo Roberto Alajmo "Ogni film è una cipolla": tu scarti/analizzi i vari livelli e ne trovi sempre altri ... condivido la tua analisi storico/politica e psico/sociologica della società americana.

Veronica Mondelli ha detto...

@Debora: ciao e grazie per il tuo commento. Ti ringrazio per le tue parole e per "l'opera di diffusione" che hai intenzione di fare :). Buona giornata.

@Maria: i film americani, anche quelli apparentemente più banali, fanno sempre piccoli riferimenti alla cultura di provenienza. Non so per quale motivo, ma ho notato che è (quasi) sempre così. Del resto i film sono oggetti del mondo e del mondo ci parlano. Grazie per le tue parole sempre gentilissime!

Claudia ha detto...

Sono estasiata dalla tua analisi! Premetto che non ho visto ancora il film e che anzi avevo l'intenzione di non vederlo affatto, comunque sia il tuo post mi ha davvero affascinata parecchio!
Dopo la lettura dei tuoi testi, per motivi diversi, mi sento sempre arricchita!

Anthea ha detto...

Ho letto di un fiato la tua interessante recensione e vorrei vedere il film per capire i vari livelli delle tue letture: la mia forse si ferma ai pop-corn. Comunque grazie perché l'ho trovata davvero interessante (soprattutto il taglio politico). Ciao Veronica :-))!

Giulia Giarola ha detto...

te riusciresti a farmi piacere davvero qualsiasi cosa!!! ;D adesso sono curiosa di guardare questo film anche se non è il mio genere... eh eh... complimenti amica mia!!!!

Veronica Mondelli ha detto...

@Claudia: ti ringrazio per quello che dici. "Arricchita"... mi lusinghi davvero! Comunque non ho inventato nulla: vedere nei film americani di genere dinamiche sociologiche e politiche è una pratica comune tra gli analisti, i critici e nelle università. Un abbraccio e grazie ancora :)

Veronica Mondelli ha detto...

@Anthea: la fruizione "pop-corn" è probabilmente la migliore. Quando ho visto il film anche io ero in modalità pop-corn, visto che Battleship è obiettivamente divertente. Quindi... largo ai pop-corn! :). Un abbraccio, a presto!

Veronica Mondelli ha detto...

@Giulia: ho questo potere? Di far piacere qualsiasi cosa? ^_^
Sei dolcissima, un abbraccio sincero, Giulia!