venerdì 14 giugno 2013

Trittico di San Matteo (Caravaggio, 1599-1602)

In un'osteria, Cristo appare a Matteo che sta giocando d'azzardo assieme ai suoi compagni. La scena è tagliata a metà dall'ombra, la luce illumina una finestra e, solo alla fine, sulla sinistra, San Matteo.


È indubbio dire che protagonista delle opere di Caravaggio è la luce. A Michelangelo Merisi non interessava il messaggio religioso, né che le sue opere fossero allineate con i dettami del Concilio di Trento, durante il quale erano state stilate delle regole pittoriche molto vicine alla censura.
No.
A Caravaggio interessava la realtà. E la realtà - lo scopriranno poi gli Impressionisti, ma solo due secoli più tardi - è la luce. Solo se si accende la luce si vede il mondo, si vede la realtà, si vedono i colori. Certo: il lavoro che hanno fatto i francesi sui colori è agli antipodi rispetto a quello di Caravaggio.

L'angelo appare dall'alto a San Matteo che, in ginocchio su uno sgabello, scrive qualcosa piegato sul suo tavolino. Il santo appare turbato e sorpreso dall'apparizione dell'angelo.


Caravaggio pone il suo soggetto in una stanza buia e poi accende la luce: il risultato è sorprendente. Davanti non si ha una semplice raffigurazione, ma personaggi che si muovono su una scena teatrale, analizzati sin nei minimi dettagli. La cromia di Caravaggio è molto ristretta - tutti colori bruciati, marroni, ocra, rossi e, ovviamente, il non-colore, il nero - ma l'effetto è quello di una realtà densa, che esce fuori dal quadro. L'effetto è quello di corpi realmente presenti - se allunghi la mano puoi toccarli e sentire la consistenza della carne. L'effetto è quello di stare nella platea del grande spettacolo della realtà. Sul palco si muovono i santi, ma non sono santi "canonici" né paragonabili ai lavori di altri artisti.

San Matteo è a terra, martirizzato dal suo carnefice, un bellissimo uomo nudo con perizoma, muscoloso e illuminato dalla luce divina. Intorno, un gruppo di astanti guarda la scena tra l'indifferente e l'atterrito.


In nome della fatidica e putrida realtà abitata da Caravaggio, i santi rappresentati dal pittore sono vestiti come popolani. Spesso, l'aggiunta dell'aureola è giustificata solo da una maggior comprensione del soggetto. Ma prendiamo San Matteo: in tutti e tre i dipinti, il santo è un uomo nella folla. Non ha nulla di diverso dagli altri. Ha vestiti seicenteschi, ha piedi scalzi, abita luoghi poveri e porta una barba lunga, che lo rende più un vagabondo che un santo. Ciò che lo caratterizza è la luce: una luce reale e, al contempo, divina. Una luce che lo colpisce, la luce che lo conduce alla vocazione e poi all'apparizione dell'angelo. Una luce, quella del martirio, che San Matteo cede tranquillamente al suo carnefice - un nudo bellissimo con perizoma, il vero centro del quadro, il vero colpo d'occhio, il vero protagonista. La luce è ovunque. La luce risana e abbellisce una realtà cruda e oscena. La luce illumina la bettola in cui si maneggiano soldi. La luce, incredibilmente, divide a metà l'ambiente e va a illuminare la finestra. La composizione si decentra e lo spettatore è costretto a scandagliare ogni angolo della stanza prima di arrivare a capire chi sia il vero protagonista dell'opera. La luce rende solenne la figura di un povero uomo scalzo che scrive qualcosa su un tavolino di legno di poche pretese. Infine, la luce ci dà il resoconto di una realtà violenta e contorta, eppure affascinante: il carnefice con quel bel corpo, pur essendo colpevole, è una chiara eco dell'altro grande Michelangelo, di Buonarroti, e della sua Cappella Sistina. Così, la realtà malata viene assurta a bello, la realtà putrida e oscena, grazie all'arte, diventa divina. E come dare torto a Caravaggio, a quell'uomo che ha fatto della sua vita un caos puro, condannato dai suoi stessi vizi a fuggire da una parte e dall'altra dell'Italia?; quell'uomo che, per la sua arte, si ispirava ai bassifondi che frequentava, suscitando scandalo e ribrezzo nei benpensanti.
L'arte, in fondo, fa questo: rende la realtà, anche la più becera, preziosa e magnifica.

Bella.  


12 commenti:

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

La protagonista è la luce?
Esimia collega blogger, questa volta mi permetto di dissentire. Ahahah ;-)
:-D
Direi che la luce è la protagonista dei quadri di Monet, ad esempio. Per quanto riguarda Caravaggio, se proprio dovessi scegliere un protagonista sarebbe Il Contrasto. Il contrasto tra l'ambiente buio e quell'illuminazione che fa stagliare i personaggi come maschere tragiche. Sì, se penso ai suoi quadri mi viene in mente prima il buio, e solo in un secondo momento la luce.
Comunque anch'io lo adoro! ;-)

Veronica Mondelli ha detto...

E direi... Finalmente, qualcuno dissente! :) dissentì ogni volta che vuoi, è stimolante!
La tua analisi è molto affascinante e dimostra quanto sia multiforme l'arte di Caravaggio.
Io, ad esempio, quando penso a Monet penso alla luce sui colori e, quindi, penso essenzialmente al colore - ma, come dici tu, c'è anche la luce a fare da regista.
Quando penso a Caravaggio, penso ad una lente d'ingrandimento che si focalizza su qualcosa e non su altro e la luce è la prima cosa che mi viene in mente. Ma l'ombra è la cosa che si crea! In effetti, è dal rapporto luce/ombra che nascono plastica e movimento.

GIOCHER ha detto...

Dissento pur io,oltre che per l'aspetto compositivo gia' preso in esame giustamente da Vale, per quello contenutistico:
"Mancanza di messaggio religioso"?

Ma anche no.
Conosci le due versioni di S.Matteo e l'Angelo? Nella Vocazione,che fine fa Gesu'? Nascosto dietro Pietro..
E nel Martirio,la precisa collocazione delle linee forza,l'espressione ebete della vittima?
No,Signorina, spiacente: di messaggi il Merigo ne aveva diversi e precisi. Invettive e sberleffi ad un mondo di cui era succube coatto,e che lo faceva star male.

Veronica Mondelli ha detto...

Caro Giocher, se pensi che stia qui a imporre una sola visione di un'opera d'arte al mondo intero, sbagli. Semplicemente perché l'opera non è scienza ed è suscettibile di una gran varietà di interpretazioni. Non sono come molti blogger che vogliono imporre divinamente la loro visione del mondo. Semplicemente ne do una: quella che vedo in un dato momento e che, essendo uscita fuori, non può essere più sbagliata della tua o di quella di qualcun altro. Se leggi critiche (serie) d'arte, vengono fuori talmente tante di quelle cose! Esistono tanti di quegli sguardi - su un'opera, nel e dal mondo - che legarsi all'univocità di una visione, al solipsismo, è riduttivo. L'importante è farlo con linguaggio e comportamento umili. Non siamo importanti noi che scriviamo, sono importanti le opere d'arte.

GIOCHER ha detto...

Se non fosse che stiamo parlando di concetti universalmente assodati e non di sterili opinioni,sarei d'accordissimo con te.
Avendo letto,e leggendo,parecchio di arte in generale e di Merigo in particolare,le cose riportate sono note ai piu'.Negarle non costituisce dare un'opinione personale, ma dire una grossa inesattezza.

Veronica Mondelli ha detto...

Scusami tanto, Giocher: ho riletto da cima a fondo il mio post. Esattamente dove parlo della mancanza di messaggio religioso? Mi sono limitata a fare una analisi della composizione dei dipinti (posizione dei personaggi, scale cromatiche, luce). Ho semplicemente detto che con la sua arte e i suoi studi, Caravaggio ha reso bella e divina la realtà. Nel commento a Vele, invece, parlo di lente d'ingrandimento. Quel messaggio forse lo hai evinto tu.
Come ultimo inciso: ho frequentato varie lezioni universitarie di arte. Durante queste lezioni - con i prof più ispirati - il significato del quadro si costruisce in maniera partecipativa. Si evidenziano i particolari e si cerca di comporli, fino ad arrivare ad un senso generale. E ognuno mette del suo.
Quello che ho fatto è stato solo prendere i segni, gli strumenti con cui Caravaggio ha dipinto, e cercare di interconnetterli.

GIOCHER ha detto...

"A Michelangelo NON interessava il messaggio religioso" ...di tuo pugno... ;)

Eccome se gli interessava! Ha combattutto per i baiocchi dei committenti del clero tutta la vita ed e' stato osteggiato piu' di una volta per le scelte stilistiche dagli stessi.conosceva perfettamente l'ipocrisia morale dietro i religiosi,di allora e sempre, e si divertiva un mondo a sputtanarli pittoricamente.

Veronica Mondelli ha detto...

"A Michelangelo Merisi non interessava il messaggio religioso, né che le sue opere fossero allineate con i dettami del Concilio di Trento, durante il quale erano state stilate delle regole pittoriche molto vicine alla censura."

Verissimo, l'ho scritto io! Ma non ho detto che il messaggio religioso MANCAVA, ho detto che non INTERESSAVA come primo fine! Al messaggio religioso Caravaggio ci arriva a modo suo. Dopo il Concilio di Trento (e lo scandalo del Giudizio Universale di Michelangelo) molti artisti hanno deciso di seguire i dettami dei clericali: candele, angeli con le ali, santi con aureole, abiti riconoscibili, nuvole, luce divina ecc ecc.
Molti si sono allineati, Caravaggio no. Caravaggio ha posto il SUO messaggio religioso, derivante da un SUO studio della forma e degli elementi - forma ed elementi che hanno fatto scandalo. Personaggi ripresi dai bassifondi, abiti contemporanei, situazioni sin troppo realistiche, composizione totalmente nuova. Infatti, nonostante il mio incipit, alla fine arrivo a dire proprio questo: che Caravaggio vedeva il divino nella realtà. Ha calato la sua religiosità nella sua realtà.
In fondo, non credo che io e te stiamo dicendo cose così diverse, specialmente quando parli dell'ipocrisia morale dei religiosi.

GIOCHER ha detto...

La vogliamo mettere che ti sei espressa malaccio ? ;P

Veronica Mondelli ha detto...

Naaaaah. Volevo dire proprio quello che ho detto! ;) Sono ancora più che convinta.

GIOCHER ha detto...

Ho idea che ci si divertira' parecchio, te e io. :D

Anonimo ha detto...

E' probabile che Matteo sia il ragazzo all'estrema sinistra del quadro. Perché così aumenterebbe il gioco di specchi, la ricorsività dell'opera. Caravaggio prende spunto dalla Creazione d'Adamo di Michelangelo. Gesù riprende il gesto della mano, imitato da Pietro, imitato dal signore con la barba, che infine indica il futuro Apostolo ancora ignaro. La ricorsività, il gioco di specchi è il sigillo del genio. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.