giovedì 20 giugno 2013

Quel pomeriggio di un giorno da cani - di Angela Leucci, da Il Blog della Gazzella

Ecco il secondo post della collaborazione con Angela Leucci e il suo spazio, il Blog della Gazzella. Ovviamente, sul suo blog potete trovare il mio post a proposito del film Quel pomeriggio di un giorno da cani, di Sidney Lumet.



Quel pomeriggio di un giorno da cani (Sidney Lumet, USA, 1975)

Ci sono degli attori che hanno una data di scadenza. E se pensiamo agli attori italiani potremmo compilare una lunga lista. Negli Stati Uniti, accade invece un fenomeno ben diverso: sono tanti gli attori che, benché abbiano passato l'età della gioventù, si sanno far valere. E succede anche che questi attori siano quelli che per la maggior parte hanno contribuito a realizzare quelle storie che ancora oggi sono impresse nell'immaginario collettivo.
Questa premessa è d'obbligo quando si parla di “Quel pomeriggio di un giorno da cani” di Sidney Lumet con Al Pacino: un classicone, ma non uno di quelli che ti stanchi dopo cinque minuti e che devi stare attento un po' a tutto. Questa pellicola è permeata da una forte ironia che fa passare tutto in secondo piano, perfino l'ottima fotografia, i dialoghi geniali, la trama decisamente fuori le righe. E non ci si deve far fuorviare dal fatto che sia tratto da una storia vera: qui la fiction diventa più vera della realtà, restituendo allo spettatore un capolavoro invecchiato magnificamente.
È pomeriggio, l'ora di chiusura di una banca a Brooklyn. Tre uomini (tra cui Pacino che è naturalmente il protagonista di nome Sonny) vi penetrano con l'intento di rapinarla. Uno di loro, tormentato dalla strizza non ce la fa e scappa via subito. Segue una parentesi paradossale in cui i due ladri restanti scoprono che in cassa ci sono solo mille dollari. A questo punto parte un tira e molla, dapprima con la polizia municipale, poi con l'FBI: viene messa in piazza l'intera esistenza di Sonny, il suo matrimonio, i figli, il secondo matrimonio con un uomo che vuole cambiare sesso ma non ha i soldi (da qui il movente della rapina), il rapporto con i genitori, in particolare con la madre. Ma anche quando tutto sembra essere contro Sonny, sono in tanti a inneggiare a lui, la gente per strada in particolare, che viene arringata con una celebre battuta che è rimasta nella storia del cinema, ma anche gli ostaggi, che finiscono per parteggiare per i loro rapitori. Alla fine Sonny e il suo socio Sal riescono a ottenere un pullman che li porti in aeroporto alla volta dell'Algeria, ma i due rapinatori non sono in realtà dei delinquenti, piuttosto gente normale che cerca di combattere il sistema: è così che Sal muore nell'ultima scena, mentre Sonny viene arrestato e non gli resta che piangere l'amico che non tornerà. Prima dei titoli di coda, scorrono sullo schermo delle scritte che raccontano com'è andata a finire. Ma lo spettatore non ne è interessato, dopo due ore di film al cardiopalmo, in cui ha riso, sperato e tifato per Sonny. È ormai notte, il pomeriggio è terminato da un pezzo, e Sonny si allontana mesto in manette.

“Quel pomeriggio di un giorno da cani” dà alla tematica queer un senso di normalità che forse, purtroppo, non ancora c'è nella nostra realtà quotidiana. Nel film, mentre i media danno alla parola “omosessuale” una sfumatura fosca, la gente comune restituisce il giusto al concetto, comprendendo quale sia il bisogno di ognuno di amare ed essere amati dalla persona che per noi è giusta.

Angela

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

questo scambio di blog rischia di mandarmi in pappa il cervello! :)

Veronica Mondelli ha detto...

ehehehehe! Non pensavo che potessimo fare questo effetto :D!