martedì 18 giugno 2013

Painting of The Week: Intérieur - Le Viol (Edgar Degas, 1868-1869)



Il nome di Edgar Degas viene spesso messo in ombra da impressionisti più vivaci e “colorati” come Monet e Renoir; in taluni casi, viene definito non impressionista a tutto tondo, dato che ha abiurato quasi totalmente di fronte al concetto di en plein air.
Eppure.

Eppure Degas ha del genio. Impressionista degli interni, non v'è dubbio. Impressionista della realtà – non solo ottica: della realtà di tutti i giorni. Quando si guardano i dipinti di Degas, si sente la Francia, si sente Parigi, quella degli anfratti, quella delle persone comuni fagocitate dalla più grande metropoli dell'Ottocento. Guardando Degas, salta alla mente Zola, compagno letterario molto affine al pittore. Degas, probabilmente meglio di altri suoi colleghi impressionisti, non si è fermato solo alla verità ottica: ma ha utilizzato quella stessa verità ottica per andare più nel profondo, per scorgere la realtà della vita quotidiana, realtà che non fosse solo la gioia di vivere dipinta negli occhi di Renoir o gli esperimenti atmosferici di Monet. Degas è quasi naturalista, ma non del tutto. Perché, pur fotografando talvolta con spietata ferocia certi aspetti sociali – uno su tutti: il meraviglioso, verde Assenzio – ci trasmette quella malinconia del transitorio, quel piccolo dolore per una realtà che sfugge e che rischia di essere dimenticata. Dimenticata perché nessuno sa vederla. Degas, invece, sa vederla, eccome. E sa anche riportare quello che avviene nel chiuso delle porte e delle finestre, nell'intimità delle case, tra i tavoli, nello spazio di un letto e una sedia.

Ed è quello che fa in questo atroce dipinto: rendere tutto il dramma dell'avvenimento nello spazio di un letto e di una sedia. Non si è mai saputo a chi o a quale caso Degas si sia riferito. Se ha solo immaginato o se ha raccontato qualcosa che ha saputo. Ma Le ViolLo stupro – rappresenta una realtà desolante e tragica, in cui il transitorio luminoso e cromatico tipico degli impressionisti non è più solo un'impressione passeggera, è un'impronta che quella donna seduta non si toglierà più di dosso. Eppure, qui, non c'è solo realtà: c'è anche la rappresentazione – espressionistica in maniera appena accennata – dello stato d'animo della donna violata.
La violenza è appena avvenuta. Lui se ne sta appoggiato alla porta, con aria superiore – di chi di superiore ha solo la forza fisica e tenta di soggiogare psicologicamente: è evidente nell'ombra che, sulla porta, si proietta dietro di lui e che non è solo un'ombra reale. È un'ombra inquietante, quella da cui escono i mostri, di notte.
Poi c'è il letto: il letto dice tutto. È inserito in una prospettiva irreale e vertiginosa, allungato oltremisura. Lo stesso letto che, evidentemente, Van Gogh riprenderà per la sua stanza ad Arles nel 1888, circa vent'anni dopo. Segno di come il letto di Degas non fosse solo un letto, posto lì impressionisticamente, ma fosse la rappresentazione del dolore e della tensione psicologica.
Poi, c'è il tavolino, al centro, il simbolo: uno scrigno aperto da cui fuoriesce biancheria scomposta. A terra, il corsetto. Infine, a sinistra, c'è lei. Lei che dà le spalle a quell'uomo che non merita sguardo né voce. Lei che ha la sottoveste sgualcita, una bretella abbassata e un simbolico manto rosso a coprirle ginocchia e gambe. Lei che, nonostante il dolore, la stanza da letto che mai più sarà di conforto, la carta da parati nauseante, il merletto fintamente bianco, l'allucinazione prospettica che rende tutto straniante e non-familiare, lei che, nonostante questo, mantiene una dignità assoluta. Ed è proprio la fermezza - plastica e morale - del corpo di lei a rendere più sbilenca la figura dell'uomo, a permetterci di guardarlo con sdegno: lui, per reggersi, ha bisogno di appoggiarsi alla porta, tiene le mani in tasca, come se cominciasse a sentirsi a disagio. Lei, seppur prostrata, mantiene una posizione molto classica che, con la luce che Degas le dedica, la rende quasi divina.
Questa scena richiama alla mente una delle più amare dell'Assommoir di Zola, quando la piccola Lalie, che, malata, dirige la casa e cresce i suoi fratellini, muore per le botte del padre, nel silenzio di un interno che non ha sfoghi.

Eccolo, l'interno di Degas: un interno reale, nel senso di rappresentazione di uno spazio interno; ma quell'interno diventa anche interiore e la descrizione dettagliata e realistica di un luogo si fa metafora per l'altrettanto dettagliata resa del dolore, della sofferenza, del disagio dell'animo umano che nessuno vede o vuole vedere.

2 commenti:

Manuela ha detto...

Io adoro Degas, adoro le sue celebri ballerine.. e l'ho amato ammirando le sue opere al National Gallery di Londra! Grazie per "riesumare" un pò d'arte in questo mondo che spesso se ne dimentica..

Veronica Mondelli ha detto...

Grazie a te, Manuela, per il tuo commento. L'arte è bellezza e spero sempre che la bellezza possa salvare il mondo.