lunedì 17 giugno 2013

Holy Motors


Anno: 2012 - Nazionalità: Francia - Genere: Fortunatamente fuori categoria - Regia: Leos Carax

Monsieur Oscar esce di casa presto la mattina. Abbandona la sua ricchissima maison, controllata da un numero imprecisato di guardie del corpo, e sale a bordo di una elegante limousine bianca. Al telefono, parla con qualcuno dei suoi affari e del fatto che debba aumentare la sicurezza della casa. Poi, si rivolge alla sua autista, Céline, una bella donna di mezza età dagli occhi azzurri e i capelli bianchissimi: le chiede quanti appuntamenti lo attendano oggi. Sono nove. Nove appuntamenti in un giorno solo. Sarà una lunga giornata, pensa Monsieur Oscar, che si avvia verso il centro di Parigi con la sua elegante limousine bianca.



Ed ecco che Oscar si prepara per il suo primo appuntamento: si spoglia dei suoi abiti da uomo d'affari, toglie la parrucca coi capelli bianchi - capelli da banchiere - e si veste da mendicante. Meglio: da donna mendicante. Un fazzoletto in testa, un bastone, la schiena piegata e una ciotola in cui far tintinnare poche monete. Chiede l'elemosina per un po', prima del secondo appuntamento: quando Monsieur Oscar si spoglia e veste la tuta del motion capture. In una sala buia ad infrarossi, vengono catturati i movimenti dell'attore e quelli di una contorsionista, per dar vita ad una scena d'amore tra due serpenti realizzati in computer grafica. E poi... È il momento di vestire i panni dell'assassino e dell'assassinato - meraviglioso gioco del doppio - del padre che sgrida la figlia troppo timida, dell'anarchico che assassina il banchiere (che è sempre Monsieur Oscar!), di un uomo orribile con un occhio solo e i capelli rossi che mangia di tutto, dai fiori ai capelli, di un uomo morente, di un padre di una famiglia... di scimmie!



L'unica cosa (forse) reale del personaggio è il nome, Oscar. E capiamo ben presto che il lavoro di Oscar è quello di recitare, di darsi appuntamenti per tutta la vita e per tutta la giornata con altri "attori" alle prese con infinite storie. E le storie che interpretano non sono troppo finte: sono finzione, sì, non falsità. Ciò che lo spettatore sente è la verità del momento, è l'emozione che la piccola storia suscita, è l'azione che ci coinvolge corpo e anima - come al cinema.



Sì, perché è inutile negare che Leos Carax abbia narrato un film sulla verità del Cinema, sulla sua potenza, immaginifica e reale; sulla capacità della Settima Arte di diventare un doppio della realtà - ugualmente autentico - e di intrappolarci, fino allo sfinimento. Il cinema, in fondo, è l'arte più problematica, proprio perché ricalca in tutto e per tutto la vita: non è solo parole come un libro, non è un'immagine statica come la pittura, né è solo musica. È corpo che si muove - quello meraviglioso di Denis Lavant, un genio della recitazione - è mente che pensa, è cuore che pulsa, è mondo che si abita, con le sue case, i paesaggi e le altre persone che lo popolano.

Carax fa una tripla riflessione: quella sulla realtà del cinema, che diventa realtà vera e propria, non solo mondo posticcio e dimenticabile a riprese finite: anzi, l'attore può rimanere intrappolato nei personaggi che interpreta, fino a perdere la sua identità; la seconda riflessione è quella sulla storia del cinema, breve eppure già piena di spunti, tanto da regalare ai registi sempre nuova ispirazione e gusto per la citazione; infine, la terza riflessione, quella sui “sacri motori” - le automobili, in questo caso, le vere protagoniste del film, quei motori che vengono continuamente richiamati sul set.



Motore: azione! - È questo quello che grida il regista quando gira un film. Il motore, in senso metaforico, è la limousine (che poi, vedremo, si lamenterà della gente che non ama più l'azione, azione intesa come azione scenica, piccolo timore che il cinema possa finire e con esso la sua magia - quella dei Méliès, per intenderci, e dei primi stupendi esperimenti filmici, il puro gusto della finzione e del lasciarsi guidare dalla sua verità).

La limousine partorisce, letteralmente, i personaggi di Monsieur Oscar. Lui, là dentro, ha un vero e proprio camerino, con trucchi e costumi di scena. La limousine è la macchina da presa. Viaggia e crea storie.
Ma quelle storie sono influenzate da una serie infinita di film. Senza nulla togliere a Carax, in Holy Motors sono presenti numerose suggestioni da altri film e altri registi. I primi che vengono in mente sono i riferimenti al mondo lynchano: la linea di mezzeria della carreggiata, ripresa di notte, che subito richiama Strade perdute; o i mondi che si attraversano, come in Inland Empire. Certo, alle menti più fresche, la limousine che vaga per la città fa subito pensare a Cosmopolis: ma Holy Motors non potrebbe esser più agli antipodi! Due modi diversi di guardare al mondo contemporaneo – e qui si propende chiaramente per lo sguardo di Carax: laddove tutto è finzione, meglio perdersi nella finzione più pura e genuina, quella che ci fa vivere storie e ci permette di esplorare una parte sempre nascosta della nostra personalità. Il cinema stimola le identità e, in qualche modo, è salvifico.



E per continuare il gioco delle citazioni: quel centro commerciale con le ringhiere in ferro battuto, quanto è simile a quello di Charlie Chaplin in Tempi Moderni - una delle sequenze più belle e creative dell'intero film? Ora, il centro commerciale si è svuotato, è desolato: ma nasconde ancora storie, ancora possibilità di vita oltre quella reale.
Tuttavia, per la struttura che incastra un racconto nell'altro - tutti apparentemente slegati - Holy Motors richiama quell'insuperato e geniale romanzo (o anti-romanzo) di Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore. La frase ipotetica senza principale ci lascia volutamente sospesi, in continuazione: e Carax fa altrettanto, sospendendo sempre la storia e aprendone un'altra, costringendoci ad un trip di identificazioni ed emozioni e dandoci l'illusione di non essere immobili nella poltrona - come gli spettatori nell'intro del film - ma in grado di volare, prima con gli occhi e poi col corpo, da un mondo all'altro. È la magia più potente che l'uomo potesse regalarsi. In un mondo in cui tutto sfugge e gli esseri umani celano o sacrificano il vero se stesso, lasciarsi andare alle plurime identità della san(t)a finzione, quella del cinema, è la cosa più salutare che possiamo concederci: per questo, Denis Lavant è sempre transeunte e irriconoscibile, come irriconoscibili sono due truccatissime Eva Mendes e Kylie Minogue (da notare: Eva Mendes, nel film, si chiama Kay M, ovvero con le iniziali di Kylie Minogue, mentre Kylie Minogue si chiama Eva...); per questo la bella autista Céline, finito il suo turno quotidiano al volante della limousine, cela il suo volto dietro un'anonima maschera con la quale, presumibilmente, torna alla vita "reale": se mai la realtà esiste o è solo una delle parti che interpretiamo.

E nonostante questo, nonostante una certa stanchezza di Monsieur Oscar, che non ha una casa propria ma solo storie da vivere, nonostante il sentirsi a volte intrappolati in un'identificazione con l'altro a cui mai si può sfuggire, ecco, nonostante questo, il cinema è vita e vitalità: e il meraviglioso Entracte di fisarmoniche al ritmo di Let My Baby Ride  di R. L. Burnside infonde nelle vene quel vitalismo che solo l'arte vera può donare – quel vitalismo che sa essere anche un po' inquietante, di quelli che ti spogliano, che ti tolgono la protezione tipica dei film più classici e concilianti: anche quello serve, anche sentirsi destabilizzati, come fa Holy Motors a ogni sequenza, serve.

Basta infilare la chiave nella toppa giusta e aprire l'armadio: e poi occorre davvero poco per lasciarsi andare al turbine della finzione.  

4 commenti:

Babol ha detto...

Ho finito di vederlo proprio ieri.
Non mi ha appassionata tantissimo, sono sincera, mi è stato antipatico a pelle per "colpa" della sua pretenziosità.
Però l'attore che interpreta Oscar mi ha conquistata, soprattutto verso la fine, quando il protagonista diventa sempre più stanco, disilluso e triste.
Ci rifletterò per qualche giorno prima di scrivere la recensione perché la paura di buttar giù delle castronerie è davvero tantissima!!

Veronica Mondelli ha detto...

Butta giù, butta giù, sono curiosa!;)

A me il film è piaciuto molto proprio perché l'ho trovato quasi per nulla pretenzioso. Forse un po' nella sequenza introduttiva, ma neppure troppo. L'ho trovato, invece, una dichiarazione d'amore per il cinema in cui Carax mette la faccia in maniera molto tenera - è proprio lui quello che in pigiama apre l'armadio.
Tra i film che parlano del cinema, questo è quello più diretto e privo di saccenza. Quando si gira un saggio, è facile cadere nell'errore di lanciare frasi troppo esplicative o didascaliche e qui questo non avviene. Ovviamente, nelle singole scene, hai poco tempo per identificarti col personaggio della piccola storia, sarei ipocrita se dicessi il contrario: ti identifichi con Oscar e la sua stanchezza e, soprattutto, almeno per quel che mi riguarda, il sentimento provato è l'instabilità, il non aver una dimora propria in cui tornare, che è il timore di tutti, in fondo.
Comunque, aspetto la tua recensione!

MrJamesFord ha detto...

Film stupendo, uno dei più grandi trip cinematografici degli ultimi anni.
E uno dei pochi titoli ad aver messo d'accordo perfino me e il Cannibale.

Veronica Mondelli ha detto...

E se ha messo d'accordo te e il Cannibale, allora è un film oggettivamente stupendo! ;)
A parte gli scherzi, Holy Motors è un'opera incredibile! Da non perdere.