giovedì 27 giugno 2013

Soffocare - Chuck Palahniuk

Titolo originale: Choke - Autore: Chuck Palahniuk - Anno: 2001 - Traduzione: Matteo Colombo - Casa Editrice: Mondadori

“Folle” non è la parola esatta, ma è la prima che viene in mente.

Victor Mancini è sessodipendente. Cerca di disintossicarsi, ma è fermo alla fase quattro del processo di disintossicazione da tempo e di disintossicarsi non ne ha la minima intenzione. Perché fare sesso è l'unica cosa che lo aiuta a non pensare, quella che gli toglie la concentrazione, quella che lo allontana dalla depressione, dai problemi della vita, dal lavoro, dalla Mamma. Le endorfine entrano in azione per tutta la durata dell'amplesso, difficile farne a meno. Anzi, mentre fa sesso, Victor pensa a tutto ciò che possa rallentarlo per continuare a vivere nella bolla emozionale pre-orgasmo.
Victor è un ex studente di medicina; tutti i giorni si veste da americano del Settecento e lavora come figurante a Colonial Dunsboro. Ha una Mamma, una Mamma difficile, che ora staziona in un letto d'ospedale in preda a demenza senile e priva della voglia di mangiare; una Mamma che ha passato la vita a fare l'attivista – o il bastian contrario in qualsiasi situazione – che si è vista portare via il figlio dagli assistenti sociali e che ogni volta ha inscenato situazioni paradossali per riprenderselo.

Victor passa certe serate a soffocare. Entra in un ristorante, manda giù un boccone, finge di strozzarsi e prontamente viene aiutato da qualcuno, un qualcuno che riscopre se stesso mentre ridà la vita a Victor. Victor che ogni volta che soffoca riceve un po' d'affetto.
Victor ha un amico, Denny, anche lui sessodipendente. Denny cerca di disfarsi della dipendenza: ogni giorno passato senza sesso è una pietra raccolta dalla strada.
E poi c'è Paige Marshall. Un medico e una bella donna, di fronte a cui Victor cede e pensa al sesso – forse – non come dipendenza ma come risvolto del sentimento.

Palahniuk costruisce una storia folle – ma poi neppure troppo – complessa, carica di svolte improvvise. Ma non lo fa in maniera lineare e canonica – ed è qui che viene da definire folle il romanzo: per lo stile. Palahniuk alterna capitoli in prima persona a capitoli in terza, va avanti e indietro, i flashback si mescolano al presente, la realtà si mescola ai pensieri, alle fantasie, alle prime volte, alle ultime. La realtà si mescola alle finzioni e alle menzogne, in un processo che non è tanto la storia di un sessodipendente alle prese con la dipendenza, quanto la storia di una decostruzione – meglio – di una negazione del personaggio e di un azzeramento dell'Uomo per una sua nuova costruzione.
Di Victor Mancini non si può dire nulla tanto è stratificato il personaggio, tanto complesso e diretto nei ragionamenti – impossibile incasellarlo. Con Victor Mancini saltano tutte le definizioni, quello di eroe e anti-eroe e anche di protagonista: perché Victor è la voce narrante, ma protagonista della sua vita e della sua storia non lo è quasi mai. Se non alla fine. Se non dopo il colpo di scena finale, quando rimane il nulla. E dopo il nulla si potrebbe costruire qualsiasi cosa.

“L'arte non nasce mai dalla felicità”. Palahniuk spara questa portentosa sentenza entro le prime tre pagine del libro. Ed è subito chiaro che l'arte è un percorso e mai un arrivo. Che l'arte è soprattutto figlia del nulla e che si impara un po' ovunque, tra i libri, dal sesso o tra i letti di un ospizio.
Lo stile di Palahniuk è questo. Il nichilismo. Scrittura asciutta, diretta, tagliente: Palahniuk è talmente diretto e tagliente che fa male. Toglie tutti gli orpelli. Niente aggettivi. Niente avverbi. Frasi ridotte all'osso, frasi sincopate, punteggiatura ravvicinata e dal ritmo incalzante. Palanhiuk ha creato un non-stile, quello dei montaggi veloci al cinema, quello del parlato quotidiano e colloquiale, quello dei gesti indescrivibili, dei tic inafferrabili, del battito di ciglia. Palahniuk non si perde in troppi giri di parole, né usa paroloni ad effetto – nessuna sintassi complessa, nessuna parola ricercata.

Eppure, allo sguardo d'insieme, il suo stile è uno dei più complessi della letteratura contemporanea. Palanhiuk decostruisce l'arte dello scrivere, tornando alle origini, ai primi racconti orali, quelli degli epiteti e delle ripetizioni – molte frasi tornano con la stessa struttura a cadenzare l'intero racconto.
Ciò che emerge non è la cultura della parola scritta, ma l'oralità di uno scrittore che fa molte letture pubbliche. Di uno che non ha solo studiato all'università, ma ha fatto anche il meccanico e il volontario tra i malati terminali. Palahniuk ti insegna una cosa e ogni scrittore dovrebbe tenerla a mente: che scrivere non si impara solo dai libri

La scrittura di Palahniuk non è solo quella di anni di studio universitario. La sua scrittura viene dalla strada. Ed è questo che rende uno scrittore possibile rappresentante di un'era: quando la sua capacità di scrivere non si perde in intellettualismi ma è figlia del guardare, riportare, interpretare. Quando lo scrivere non è più solo scrivere, è vivere. Quando si chiudono i libri e l'arte della scrittura diventa l'arte dei rumori, degli occhi, del tatto, dell'odorato. Quando l'arte della scrittura nasce dai testicoli e dalle ovaie ed è una scossa di adrenalina. 

Quando conosci la grammatica, quando conosci la letteratura, la fase successiva della paroladipendenza è vivere. A quel punto, sai raccontare anche il non-racconto e puoi dare significato a qualsiasi cosa. Puoi rendere eterno l'attimo di un rapporto sessuale. Puoi riuscire a concepire dal nulla, anche dal sesso che nulla vuole concepire. Puoi creare da zero e puoi creare quello che vuoi.

“L'arte non nasce mai dalla felicità” è l'assioma da cui Palahniuk parte. La conclusione è: “Qui, in mezzo alle rovine e al buio, quello che stiamo costruendo potrebbe essere qualsiasi cosa.”

“Compatto”, “coerente”, “adrenalinico” sono tutte parole, più o meno esatte, che vengono in mente. “Geniale” è forse quella che Palahniuk meno amerebbe, ma è l'ultima che penseresti una volta chiuso il libro.

4 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Dopo aver letto Fight Club non posso certo perdermi questo romanzo da cui è stato tratto anche un film, però mi ispira molto anche Gang Bang dallo stesso autore.

Veronica Mondelli ha detto...

Ho appena iniziato Fight Club! Di Palahniuk mi ispira tutto. E poi vorrei vedere anche il film Soffocare, molti ne parlano benissimo.

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Non dev'essere facile scrivere un libro coerente con una tematica "folle". Né tanto meno coinvolgere il lettore con un protagonista tanto lontano dai soliti stereotipi... tutto questo mi spinge a leggere il libro!

Veronica Mondelli ha detto...

Proprio perché riesce a rimanere coerente e compatto nonostante tutto, Palahniuk si rivela davvero geniale, uno dei più bravi della nostra era. Molti confonderebbero la follia con le parole in libertà o il caos letterario... Invece no. Ora sto leggendo Fight Club e mi ha letteralmente rapita!