lunedì 17 settembre 2012

The Kitchen Daughter

Autrice: Jael McHenry - Titolo italiano: La cucina degli ingredienti magici - Traduzione: Elisabetta De Medio - Casa Editrice: Corbaccio

Ginny potrebbe essere definita una strana ragazza. Una ragazza con qualche problema, un po' svitata. Ma lei preferisce definirsi una "che ha una personalità". Avverte di non essere tanto normale, ma da vent'anni circa compila il suo Quaderno della Normalità per capire che la parola normalità ha talmente tante sfumature che finisce per abbracciare anche termini ad essa antitetici e comportamenti parecchio stravaganti.
Ginny è sempre chiusa in casa, non guarda le persone in faccia e non sopporta che la tocchino. Se qualche estraneo osa sfiorarla, lei urla, fugge, infila le mani nelle scarpe e negli stivali di mamma e papà. Non riesce a laurearsi, perché le manca l'esame di comunicazione orale. Nel corso della sua vita ha avuto una serie infinita di fissazioni. Ma solo una è sopravvissuta: la cucina.
Ginny è una cuoca sopraffina, bravissima. Tutto ciò che è ingrediente sparpagliato e insignificante, sui suoi fornelli, diventa cibo squisito, cucinato con perizia e attenzione.

Un giorno, Ginny perde entrambi i genitori. E, per forza di cose, è il momento di cambiare. Ma cambiare non sarà facile, perché è probabile che la "personalità" di Ginny sia qualcosa di più, forse una sindrome o chissà cos'altro. Ciò che importa è che rimane sola; la sorella Amanda (madre un po' isterica, non troppo normale) non si fida di lei perché non la vede adulta e teme possa combinare pasticci. Amanda vuole portar via Ginny dalla casa dei genitori. Una casa di duecento anni, nella cui cucina avvengono cose straordinarie: quando Ginny prepara la ricetta scritta da una persona passata a miglior vita, le appare il fantasma. Sarà grazie a questi fantasmi (reali, immaginari?) che Ginny scoprirà la verità sulla sua famiglia e su di sé.

Senza svelare oltre, andiamo al dunque. The Kitchen Daughter è un libro che trabocca di dolore, solo che non ce ne accorgiamo mai. Soltanto a freddo, a posteriori, lo capiamo: nel libro c'è la continua e incessante presenza della morte e l'unico contatto che Ginny ha con la vita è quello con le sue novità peggiori. Ma, appunto, questa sofferenza non si percepisce: il romanzo è narrato al presente, con la stessa leggerezza degli accadimenti cui non puoi dare spiegazione proprio perché stanno avvenendo; la storia è in prima persona e noi lettori vediamo tutto con gli occhi e la "personalità" di Ginny, che ha un modo tutto suo di reagire alle cose; questo particolare punto di vista porta nello stile di scrittura, molto asciutto, una continua ironia (a volte un po' nera, ma pur sempre ironia).

Soprattutto, è l'elemento culinario che stempera il dolore. Non è un caso che l'autrice, una giornalista blogger di cucina, abbia creato questo binomio morte/ricette. La preparazione dei piatti diventa una sorta di catarsi non metaforica ma letterale. Gli ingredienti che prepariamo sulla tavola sarebbero inermi, morti, se non li assemblassimo per farli rinascere in forme nuove. È così che funziona la cucina, è così che funziona la vita. Nella vita le persone andate non tornano, ma chi resta (a volte, non sempre, come dimostra il personaggio di David) ha un istinto di sopravvivenza che lo aiuta a rinascere, con o senza dolore, con o senza amarezza. 
Il cibo diventa il simbolo di ciò che facciamo per andare avanti. Ogni ingrediente resuscita. Finito il piatto, abbiamo donato la vita a qualcosa che non ne aveva più. La cucina è terapeutica. È un meccanismo che ci dà potere sulle cose e ci permette di assorbirne il colpo. Interessante anche il terzo elemento inserito accanto a morte e ricette: i disturbi comportamentali. Chi ha comportamenti strani (o non normali) tende a creare un proprio schema d'azione - sempre lo stesso - con cui rispondere alla vita. Se lo schema difensivo non basta, si va nel panico. Lo schema è sufficiente finché la vita non ci offre nulla di scioccante. Se ci dà una novità bella, possiamo assorbirne il colpo con ansia, ma con più facilità. Tuttavia, la vita ci offre anche novità dolorose: è lì che lo schema si dissolve. Applicarlo per forza al caos e all'imprevisto diventa impossibile e tragico.
Ginny applica i suoi schemi, che però non bastano più. Senza genitori, da sola in casa, non può più permettersi di non parlare con gli altri, di non fare la spesa, di infilare le mani nelle scarpe di papà per evitare contatti. I cambiamenti non avvengono con coscienza. Semplicemente Ginny agisce travolta dal caos. I suoi comportamenti si adattano al resto, scoprendo che non tutto ciò che non si fa è terribile.
Nel minimalismo dello stile, nella velocità degli eventi, senza accorgercene, ci troviamo prima a pensare all'unisono con una Ginny in panne, poi con una Ginny via via più autonoma e matura. Il personaggio cresce e non è un monolite, lasciandoci intendere che la parola "normalità" è solo un'etichetta a cui tutti (sani e malati) sfuggono. Nella trama non tutto combacia perfettamente, ma la sensazione finale è quella di una storia coerente che vive di vita propria, caratterizzata da quelle imperfezioni e da quei "non-so" che l'esistenza ci fa sperimentare ogni giorno.

Ringrazio l'amica blogger MemoriaRem per avermi fatto conoscere il libro

6 commenti:

curlydevil ha detto...

Ciao Veronica, che piacere tornare a scriverti su un argomento tanto affascinante!
Penso che mi farebbe bene leggere il libro che hai recensito, spero di trovarlo nel formato che occorre a me. A volte una lettura fatta al momento giusto può indicarci una strada, o alla lunga salvarci.
io mi contenterei che mi facesse appassionare alla cucina: trasformati da me, gli ingredienti tendono a restare inerti :-)

Veronica Mondelli ha detto...

Curlydevil, grazie infinite per il tuo prezioso commento. Mi piace ciò che dici: "A volte una lettura fatta al momento giusto può indicarci una strada, o alla lunga salvarci." - è verissimo. Certe letture sanno parlarti e insegnarti.
Il libro fa anche appassionare alla cucina, specie quando viene preparata la cioccolata calda col peperoncino!!

Vele Ivy ha detto...

Che bella recensione! Anche con i commenti dei libri sei molto profonda, dovresti cimentarti più spesso.
Trovo interessante il fatto che il libro parli di disturbi comportamentali, una tematica non certo facile da trovare in romanzi che non siano improntati al dramma. Mi ha incuriosita molto.

Veronica Mondelli ha detto...

Grazie Vele, sei gentilissima.
A dir la verità, ho iniziato a leggere il libro perché pensavo fosse di tutt'altro genere, qualcosa di più "leggero", un genere culinario. Invece mi ha piacevolmente sorpresa, anche perché il dramma non è mai così forte. Anche se, verso la fine... :P
Insomma, te lo consiglio!

leggerevolare ha detto...

io credo che sia bellissimo poter cucinare le ricette con i fantasmi delle persone che le hanno scritte... il tutto prende vita e animo.

Conosco tramite i racconti di una mia collega una blogger che è come la protagonista... e leggere di questo libro mi da da pensare.

Però è vero che la cucina è curativa... è il segnale di quando si stà male o bene con se stessi.

grazie per la recensione, Elisa

Veronica Mondelli ha detto...

Ciao Elisa, grazie per il commento. Io sono fermamente convinta delle proprietà terapeutiche della cucina e del cucinare. La protagonista del libro ha una sindrome vera e propria ma, nonostante questo, mi sembra più reale, sincera e normale di tante altre persone che si spacciano per "normali". A presto!