mercoledì 27 marzo 2013

Il Lato Positivo




Titolo originale: Silver Linings Playbook - Anno: 2012 - Nazionalità: USA - Genere: Commedia/Drammatico  - Regia: David O. Russel

Pat e Tiffany soffrono di disturbi mentali: lui bipolare, finito in un ospedale psichiatrico perché ha quasi ucciso l'amante della moglie; lei giovane e bellissima vedova sessuomane. Intorno, una schiera di personaggi apparentemente normali, eppure più svitati dei due protagonisti. L'unica differenza, semmai, è in questo: Pat e Tiffany non hanno filtri, dicono sempre tutto quello che pensano; gli altri, invece, pur soffrendo, cercano di rimanere nei ranghi.

Ovvio: chi dice la verità e non ha regole, chi si lascia prendere dall'istinto non può che essere considerato diverso. Pat e Tiffany scontrano violentemente le loro vite e dal loro strampalato rapporto nascerà la possibilità di una terapia. E l'unica terapia per chi soffre di disturbi mentali è l'amore, la tranquillità e la verità. Condividere con qualcuno ciò che di più intimo e personale abbiamo dentro, senza che l'altro ci giudichi e senza il timore di un giudizio, è l'anticamera della sanità mentale. Laddove il mondo intorno inizia ad additare, allora il sano diventa matto, il normale diventa diverso. Di fronte a ciò, le medicine o le terapie canoniche possono molto poco.



Non è un caso, ad esempio, che Pat tragga molto più giovamento quando trova il suo psicanalista in tenuta da tifoso di football, con la maglia del cuore e la faccia truccata, piuttosto che nello studio del medico, dove il terapeuta è terapeuta. Allo stesso tempo, Pat e Tiffany trovano giovamento nel ballo, ma non nel ballo canonico: il loro “stile libero” non è quello impostato dei ballerini professionisti, fatto di passi e movimenti precisi, veloci e nervosi; stile libero, per loro, significa ballare istintivamente, seguendo il sangue e le pulsazioni di cuore e musica.
Tutto il film gioca sul dissolvimento dei ruoli, delle regole e delle categorie, sulla rottura degli stereotipi sociali e sulla comunicazione ad ogni costo. Il lato positivo sembra dirci che non esiste alcuna differenza tra diverso e normale, tra matto e sano: tutti, in fondo, siamo diversi l'uno dall'altro, per biologia, carattere, ispirazioni e aspirazioni. Importante è non far diventare la diversità una malattia, cosa che si evita solo se si è circondati dalle persone giuste con la lungimiranza necessaria.



Il film ha un tema esplosivo, ma in alcune parti funziona poco. Tutto il lungometraggio regge sulle interpretazioni folli ma ben calibrate di Bradley Cooper (una piacevole sorpresa!) e di Jennifer Lawrence. Lui usa a dovere la faccia asimmetrica che la natura gli ha dato, lei è versatile, mai monotona, mai banale; entrambi hanno saputo dare bene voce ai gesti, ai comportamenti e alle parole del disturbo mentale, senza mai risultare scontati stereotipi. Anche Robert De Niro, nel ruolo del padre ossessivo-compulsivo non diagnosticato, sa districarsi bene nella parte. Ma, del resto, De Niro è sempre monumentale.
La regia è piuttosto robusta: la macchina da presa si fa schizofrenica, bipolare, ossessiva-compulsiva, sorreggendo e ampliando l'interpretazione degli attori. La costruzione della scena non si limita alla sola macchina a mano traballante, ma propone anche un montaggio veloce e prossimo ai volti degli interpreti e si diletta in false zoomate psichedeliche, che descrivono lo stato confusionale dei personaggi nei maggiori momenti di crisi.



Il lato positivo – concedetemi il gioco di parole – non è esente da lati negativi. La sceneggiatura, a tratti, risulta sbilenca e risente della letterarietà del romanzo da cui è tratta. Alcune sequenze hanno troppo peso e risultano inutili nell'economia del film. Se i dialoghi, lunghi e schizzati, tra Pat e Tiffany hanno senso, poiché la parola istintiva e non controllata è il fulcro delle due personalità, non si può dire la stessa cosa dei restanti. Concentrarsi troppo anche sui dialoghi degli altri personaggi risulta pesante, tanto che molte scene si ripetono uguali tra loro. Ad esempio, la sequenza della martingala appare estenuante; basta vederla in rapporto al finale. Il finale, molto hollywoodiano e piuttosto scontato se confrontato con il resto del film, nonostante tutto, funziona: giocato su pochi dialoghi, su inquadrature efficaci che parlano da sole e sul ballo dei due protagonisti, reso più emotivamente che descrittivamente, risulta compatto e verosimile. La sequenza della martingala arranca, inciampando su un eccessivo spezzettamento dello spazio, su frasi ripetute fino allo stremo e su un ritmo poco calibrato.
Il regista avrebbe dovuto affidarsi maggiormente al labor limae, lasciare la robusta intelaiatura del rapporto tra Pat e Tiffany e misurare tutto il resto. Anche perché, così facendo, ha rischiato di far affondare Cooper e Lawrence nel marasma generale dei mille personaggi e dei mille dialoghi e se questo non è avvenuto è solo grazie alla bravura dei due attori. 
Come Cooper e Lawrence hanno optato per la misura, senza scadere nel macchiettistico, anche il regista avrebbe dovuto fare altrettanto. L'opera è godibile e si guarda con leggerezza; ma Russel avrebbe potuto osare di più.

2 commenti:

Marco Goi ha detto...

lati negativi?
no, io ho visto solo quelli positivi :)

Veronica Mondelli ha detto...

:)) Sì, lo so, ho letto la tua recensione. Hai dato 9 su 10 a questo film.
Però, a mio gusto, manca qualcosa. Forse qualche minuto in meno e sarebbe apparso più compatto.