sabato 26 dicembre 2015

La famiglia che siamo - UNO E DUE

UNO E DUE prima parte - Diglielo tu; seconda parte - Allora, Prof, come continua?; terza parte - Un giorno, all'aprirsi dei boccioli d'albicocco; quarta parte - Torno a casa e mandorle ovunque; quinta parte - Perché, a volte, lei sparisce; sesta parte - Bella, mentre parla al vento sottovoce; settima parte - Si sveglia da un incubo; ottava parte - Ieri sera, tentando di leggere un libro; nona parte - L'impressione è che settembre; decima parte - Quelle domeniche d'autunno; undicesima parte - La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito

La famiglia che siamo, ogni volta, vive di prime volte. La famiglia che siamo ha difficoltà a individuare la leva dell’automatico quando salta la corrente elettrica. La famiglia che siamo chiamerebbe i pompieri quando i resti dell’ultima accensione affumicano il forno. La famiglia che siamo chiama la mamma o il papà per farsi dare le giuste dritte sui contratti che firma.
No, non sto dicendo che non siamo una famiglia. Sto dicendo che siamo atipici, che per noi molte cose non sono normali da fare o, meglio, sono sempre una nuova scoperta e una nuova avventura. E, sì, anche tirare su insieme la levetta dell’automatico casalingo concorre a saldare il nostro legame. Ecco, quello che sto dicendo è che uno scambio di battute del genere Amore è saltata la luce, Ok controllo il quadro elettrico è uno scambio con un peso, che dietro nasconde una serie di altre frasi e di altri concetti del tipo Uniamoci per salvare la nostra casa, Dammi la mano e aggiustiamo tutto, Evviva, ce l’abbiamo fatta, un passo in avanti nella nostra avventura. E, per inciso, sì, chiamiamo genitori e parenti per difficoltà tecniche di questo tipo, ma poi le risolviamo da soli – e la soddisfazione è estrema.

La famiglia che siamo chiamerebbe persino un autospurgo se gli scarichi del bagno si tappassero. E questo è stato. Solo che la mattina di Natale è difficile chiamare l’autospurgo ed è inutile e allarmistico chiamare mamma-papà-zii-altre mamme e altri papà, dato che sono impegnati nella preparazione della grande abbuffata dell’anno.
Entro nella doccia e non appena apro l’acqua il piatto si riempie – e in breve sono in ammollo fin sopra le caviglie. La chiamo. Urlo. Indosso infreddolito l’accappatoio e lei entra in bagno: Che vuoi, chiede, poi mi squadra dall’alto in basso e dal basso verso l’alto e dice: Sei dimagrito. Non è questo il problema – e batto i denti. Apro il lavandino, apro il bidet, apro di nuovo la doccia e gli scarichi vomitano acqua marrone.
E lei: Ah. Questo è un problema. 
Guarda l’orologio, è ancora in pigiama e ha i capelli spettinati. Sono quasi le undici, non ce la faremo mai per l’una a stare dai miei – entrambi ancora in maniche di camicia e l’unico bagno resosi inutilizzabile. Lei gira le pantofole e va in salotto. Accende le luci dell’albero e del presepe.
Dai, dice, qualcosa inventeremo. Si infila in un armadio e tira fuori una misera scatola di attrezzi. Me la porge. Io ti dico dove svitare, dice, e tu sviti.
Un briciolo di orgoglio maschile si risveglia in me: Ti riferisci al pozzetto in bagno? Certo che devo svitare quello! Ci sediamo a terra. È la prima volta che facciamo una cosa del genere nella nostra casetta nuova nuova e ci sembra quasi di deturparla. Svito. Tolgo il tappo d’acciaio. Sotto ce ne è un altro di plastica che sembra una ventosa. Lo afferro con le unghie, mi faccio male, mi graffio, mi taglio, ma niente. Aspetta, dice lei e infila il cacciavite tra il tappo e la mattonella, usandolo come leva. Ma il tappo è ancora duro. Lei mi viene dietro, mi afferra le braccia e tiriamo insieme. Il tappo vola via, cadiamo all’indietro e io la schiaccio contro il lavandino. Ti ho fatto male? Non mi risponde: attratta com’è da quell’animale di polvere e capelli che blocca gli scarichi dei nostri sanitari. Con i guanti e una sana espressione di disgusto in faccia, togliamo a poco a poco l’animale dal pozzetto, buttandolo nel secchio.
Il pozzetto è vuoto e apriamo tutti i rubinetti per guardar scorrere senza problemi l’acqua limpida come in alta montagna. 
Lei sussurra: tu sei pronto? 
Mi faccio la doccia e mi vesto, dico, magari chiamiamo e avvisiamo che facciamo un po’ tardi. No, mi blocca lei, non intendevo questo. Dicevo: ti senti pronto per il giorno del matrimonio?
Sì, dico fermo, è tutto pronto, sono tranquillissimo.
Io così così. Risponde. E continua: ho aspettato tanto, con tutta la voglia che un’attesa simile ti mette addosso. E ora ho paura che passi, ho paura di vivere tutte le emozioni che una cosa del genere ci può dare.
Lo so, penso, lo so che per te significa sentire di più di una persona normale. Glielo dico: lo so che per te significherà sentire molto di più di quello che posso sentire io o una qualsiasi altra sposa. Ma sono sicuro che, pur nella sua violenza, pur trafiggendoti e stordendoti, sarà un’emozione che ti rimarrà addosso per sempre. E poi, continuo, e poi io e te, quel giorno, andremo a sposarci con due vestiti eleganti addosso e circa cento paia d’occhi a guardarci. Ma ci sposeremo tutti i giorni, da soli, sotto le coperte, in cucina, sul balcone, la mattina quando ti do un bacio al volo e vado al lavoro. Continueremo a sposarci ogni volta che rinfrescheremo le pareti di casa o che faremo le pulizie e il cambio stagione. E, anzi, siamo già sposati. Guarda cosa abbiamo appena fatto al nostro bagno, no? È questa la cosa bella del matrimonio, non pensi?
Sì che lo penso, dice sottovoce, o non avrei mai associato al giorno del nostro matrimonio un pozzetto intasato di capelli e polvere.
Si alza e se ne va in salotto. Sul tavolo svetta una decina di buste trasparenti lucide e decorate in cui abbiamo infilato i panettoni fatti da lei. Questo è il nostro regalo di natale per le nostre famiglie. Dovrebbe vestirsi, truccarsi, sistemarsi i capelli, invece se ne sta di fronte ai panettoni impacchettati a sistemare i fiocchi e a guardarli brillare sotto la luce di questo sole enorme.


Lo so – so cosa sta pensando. Pensa e ripensa come un’ossessione a tutti i passi che farà col tacco dodici dalla porta alle scale e dalle scale al cancello. Pensa a come terrà il bouquet in mano e a come i vicini di casa la guarderanno, battendo le mani, sussurrando Oh come è bella – perché, lo so, sarà bellissima. Pensa e ripensa come un’ossessione a quei metri che ci separeranno dal portone d’ingresso al tavolo dell’officiante, a come sarà vederci ancora, ancora una volta e sempre, per la prima volta. Pensa e ripensa come un’ossessione a quanto la voce le si strozzerà o se sarà in grado di tenerla ferma. E forse desidera solo – perché lo desidero anche io – che, dopo due anelli scambiati e incrociati, inizi la nuova avventura. Che è quella che già stiamo vivendo, ma che sarà la nostra avventura ancora una volta per la prima volta. Noi due, in due, ancora noi due, per l’ennesima volta, per la prima volta. 


Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Studio per il Bacio, 1907/1908
Soundtrack: Oh Wonder, All we do

3 commenti:

mari da solcare ha detto...

Che bella, che tenera questa storia d'amore, nella sua straniante semplicità: "Ci sposeremo tutti i giorni, da soli, sotto le coperte, in cucina, sul balcone, la mattina quando ti do un bacio al volo e vado al lavoro. Continueremo a sposarci ogni volta che rinfrescheremo le pareti di casa o che faremo le pulizie e il cambio stagione."... Grazie, Veronica. Buon 2016!

Veronica ha detto...

È la semplicità che rende speciali le cose. Buon anno a te, Maria!!

Vele Ivy Di Colorare ha detto...

Finalmente ho il tempo di andare avanti con la lettura.
La famiglia normale? E qual è? Forse quella della Mulino Bianco, in cui sembra che i problemi non esistano A me piace molto di più questa famiglia, con le sue difficoltà ma anche il suo amore così intenso e nello stesso tempo delicato.