giovedì 26 novembre 2015

La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito - UNO E DUE



La telepatia è il nostro canale di comunicazione preferito – e mi sembra anche ovvio. Sono convinto, siamo convinti che l’amore non sia per persone normali, l’amore è un evento piuttosto eccezionale e per accoglierlo devi saper essere eccezionale a tua volta. Sì, come avere dei poteri o cose così. Non lo dico solo perché lei ha la sindrome che ha. Sì, forse c’entra anche quella, forse c’entra anche che io sono un po’ bordeline – altrimenti come potrei stare con lei? Sarei un missionario o un medico, non di certo un marito – forse c’entra che un pizzico di follia, in testa, ce l’ho anche io, ma tant’è: abbiamo dei poteri che non sono innati, no, si sono sviluppati pian piano solo dopo che ci siamo messi insieme, secoli orsono. Capisco che ora questa cosa possa sembrare un po’ come se fossimo due vampiri, ma non è così. È una cosa che, nella sua specialità, sa essere molto normale. È una cosa normale – almeno credo – quando si è una coppia così amalgamata, quando non riesci a capire dove finisci tu e inizia lei. E viceversa.
Ricordo benissimo quando, qualche anno fa, eravamo alla ricerca di una casetta tutta nostra. Bastava che, di fronte all’agente immobiliare, ci tenessimo per mano. Lui parlava, mostrava, apriva le finestre e noi a tenerci per mano, lui alzava le serrande, mostrava gli attacchi e noi a tenerci per mano, lui gas, acqua e luce e condominio e proposta e noi a tenerci per mano, poi arrivava il momento di lanciarci un’occhiata: ma che sta dicendo questo? – non lo so, non mi convince – questa casa è troppo buia – questa casa è troppo bassa e via dicendo così, finché le uniche parole che uscivano dalle nostre bocche erano Va bene, grazie, ci pensiamo. Ricordo altrettanto bene che, quando la casa l’abbiamo trovata, dal tenerci per mano siamo passati a fasciarci con le braccia, creando un incrocio perfetto e vicendevole sulle nostre schiene.

Be’ – è successo anche di recente. Abbiamo fatto uno sforzo sovrumano e siamo usciti a mostrare le nostre manine sinistre al gioielliere. Il gioielliere ha messo sul bancone illuminato una serie pressoché infinita di fedi, oro giallo, oro rosa, oro bianco, oro giallo con brillante, oro bianco con diamante, coroncina di diamanti, oro rosa che sfuma nel giallo, oro giallo che sfuma nel rosa. E poi: sette grammi, cinque grammi, quattro grammi, francesina, cinque millimetri, tre millimetri e mezzo, tre millimetri. Insomma: anche io che adoro la matematica ho finito per odiare i numeri. Il gioielliere comincia a tirarci fuori, poi, tutta la serie di fedi strane, particolari, eccezionali. Noi due non una parola.
I suoi occhi: ne voglio una semplice, dicono.
I miei occhi: ne voglio una sottile, sono un uomo, non mi piacciono le patacche d’oro.
I suoi occhi: sottile, semplice e d’oro giallo.
I miei occhi: . E penso: perché, seppur con i poteri, la telepatia e l’eccezionalità del caso, noi vogliamo semplicemente avere al dito il segno del nostro matrimonio – e nient’altro. Un’ultima occhiata, un battere di ciglia, io e lei che in testa abbiamo mille ragionamenti condivisi e il gioielliere che ci guarda attonito, perché un silenzio come il nostro, di fronte a tanti gioielli, non lo ha mai sentito. Apro bocca: La vogliamo sottile e d’oro giallo.

E poi è successo ancora una volta, perché è un periodo talmente carico di emozioni e sovrastimolazioni che noi non possiamo far altro che sfogarci nel nostro piccolo e caldo mondo privato. Abbiamo consegnato la partecipazione di nozze ad un’anziana zia di non so quale dei nostri genitori – sì, capita anche questo tra due persone che stanno insieme da secoli e che non si distinguono più: non distinguono più nemmeno la parentela. E, insomma: l’anziana zia di non so chi ci fa una ramanzina lunga così, perché siamo grandi, perché già conviviamo, perché, forse, sarebbe stato meglio aver fatto prima un figlio e arrivare all’altare anche con un pupo da battezzare.
La voce della zia di non so chi diventa un’eco lontana. I nostri occhi diventano due fessure sottili sottili, di quelle che sparano solo frasi taglienti
I suoi occhi: ha detto che siamo grandi. Non starà mica dicendo che sono vecchia?
I miei occhi: abbiamo da poco superato i trenta, lasciala perdere.
I suoi occhi: ha detto che siamo troppo vecchi per fare figli.
I miei occhi: e poi ignora che non ci sposeremo in chiesa.
I suoi occhi: forse dovremmo fuggire da questa conversazione prima che lei apra la partecipazione e legga del comune.
E arrivano le mie parole: Cara zia, ho la macchina in divieto di sosta. È stato un piacere, l’aspettiamo al matrimonio.
Non prendiamo nemmeno l’ascensore. Facciamo sette piani di corsa, a volte salto due scalini o lei mi spinge o io la bracco per superarla. Il punto è uno: il secondo potere che una coppia come la nostra sviluppa dopo la telepatia è il ritorno allo stato infantile. Non da intendersi come una cosa dispregiativa, anzi, tutt’altro. È un ritorno ai momenti più puri dell’essere bambino, quando scopri tutto per la prima volta, quando ti diverti a fare tutto per la prima volta. Noi, ecco, noi non siamo adulti, noi non stiamo facendo gli adulti, siamo due bambini che giocano a fare gli adulti e per i quali la casa o il matrimonio o anche solo fare la spesa al supermercato è un’avventura, un gioco tutto nuovo.

Mi ruba dalla tasca della giacca le chiavi dell’auto, parcheggiata perfettamente entro tre strisce bianche.
Guido io, mi dice.
Accende i fari delle luci di posizione, mette in moto. Parte.  
Cosa dobbiamo ancora fare? – le chiedo
Ah, non so, credo che abbiamo fatto tutto.
Una cosa c’è ancora da fare – le dico e respiro a fondo – dovresti scrivere la promessa, la formula per scambiarci gli anelli. Ricordi? In Comune ci hanno detto che possiamo personalizzarla.
Lei si irrigidisce, spegne la voce, chiude la testa, privandomi dei suoi pensieri e dei nostri poteri.
Ma forse no.
Cammina piano, con l’automobile. Si guarda attorno. Si ferma ai semafori. Fissa il rosso e poi il verde e poi la linea bianca di mezzeria e poi ancora i freni che si accendono e spengono dell’auto di fronte a noi. Imbocchiamo la strada dritta che ci porta verso casa nostra. La via è senza lampioni, la carreggiata è nera e sembra inghiottirci, ma i fari della nostra automobile illuminano il buio e noi percorriamo la strada scoprendola piano piano. Parcheggia, tira il freno a mano, spegne il motore, mi guarda. La macchina in breve diventa fredda. Qualche piano più su, ci aspetta una casa, scelta anni fa tra un abbraccio e un’immaginazione fervida, una casa pervasa del calore dei riscaldamenti e del profumo della cena. Le sue iridi baluginano di un nero vivido, fatto del fuoco del ghiaccio, e mi raccontano di un’auto che, di sera, col freddo, parcheggia sotto casa. Mi raccontano di un  ascensore che sale e di un portone che si apre, sprigionando la firma, il segno di una vita – che siamo noi due.
Le dico: Bella. Mi piace la tua promessa.
Sorride. Si gira dall’altra parte per aprire lo sportello e uscire. I suoi occhi si illuminano come due fari e io non mi stacco mai dalla loro luce per percorrere la strada verso casa.

Short Story by ©Veronica Mondelli - Tutti i diritti riservati
Immagine: Gustav Klimt, Amanti sdraiati (particolare), 1902 
Soundtrack: Silence


2 commenti:

mari da solcare ha detto...

Questa storia d'amore ha il potere di coinvolgermi pienamente e di emozionarmi ogni volta. C'è del magico, nella tua scrittura. Grazie.
P.s. In un post - Blogger Doc "a loro ci voglio bene" - ti ho citata. E ti citerò anche domani ...

Veronica ha detto...

Cara Maria, grazie per il tuo commento e soprattutto grazie per avermi citata nel tuo blog! Corro a leggerti! Purtroppo il tempo è tiranno e non riesco a star dietro a tutto come vorrei, anche se voi amici blogger siete sempre nei miei pensieri. Grazie ancora!