sabato 30 settembre 2017

Leggere - e guardare - è molto più utile



UNOeDUEVision

Se scrivere di se stessi e della propria visione del mondo è inutile, banale, narcisistico e, a volte, anche arrogante, leggere è molto più costruttivo. 
Leggere e anche vedere, sia ben inteso, perché guardare i film e le serie tv giuste o perdersi in un’opera d’arte o semplicemente nel paesaggio fuori della propria finestra ti riconcilia con il mondo. 
Durante quest’estate le letture e le visioni sono state molteplici, ma non tante quanto avrei voluto. Alcune cose mi hanno decisamente scioccato per bellezza e interesse, altre annoiato: ma leggere non è mai tempo perso, anche laddove ci si confronti con una lettura lontana da noi e con noi inconciliabile. 
Purché sia scritto bene, ovvio. 

Sono partita con Oceania Boulevard di Marco Galli, una graphic novel tutta italiana edita da Coconino Press, che forse è proprio azzeccata per il periodo di odio-scrivere-amo-leggere in cui mi trovo. Perché riflette proprio su come si atteggia (rendendosi falso) chi vorrebbe o vuole e può fare arte. 

“Chiunque può vedere le cose con gli occhi della libertà, ma far parte della storia è di per sé vivere in una prigione” è la frase che più mi ha fatto riflettere.

Siamo tutti personaggi di una storia, stereotipi - anche nella vita reale. Siamo veri solo se non scendiamo a compromessi, solo se, oltre a vedere con gli occhi della libertà, siamo fuori della prigione di qualsivoglia storia. A volte, questo accade quando diamo in escandescenza: quando mostriamo il mostro che abbiamo dentro. Il mostro è la parte più nascosta, quella di cui probabilmente ci vergogniamo: ma è anche la nostra parte più vera. Per compromesso sociale, spesso, forse sempre, ingabbiamo il mostro dentro uno stereotipo in grado di contenerlo. Anche vestirci e pettinarci in un certo modo può essere il segno della gabbia che ci stiamo cucendo addosso. Il nostro corpo ci segna, ci evidenzia e ci contiene. E più ci vestiamo e ci trucchiamo, più tentiamo di nascondere il vero mostro che è in noi: non la facciata, non la maschera, ma il mostro privato e personale che siamo, quello che tentiamo di tenere ingabbiato e che, prima o poi, goccia dopo goccia, potrebbe sgorgare impetuoso. 
Nell’arte non avviene diversamente. Anche l’arte può essere non-vera. Gli artisti costruiscono un personaggio su loro stessi e portano al mondo uno stile attraverso cui vengono giudicati.
Tutto ciò avviene forse per economia, non per falsità. Se dovessimo essere ciò che siamo, dovremmo mostrare il caos - e nessun essere umano è fatto per sopportare l’entropia. L’entropia, semmai, deve essere controllata, deve essere inserita in un codice, in una forma, resa oggetto conoscibile chiuso in quattro lati, resa persona e personaggio. 
E, tuttavia, a volte, per la nostra stessa, intima, imprescindibile sopravvivenza, occorre che il mostro, che il vero, che il caos vengano fuori, così, all’improvviso, squarciandoci il corpo, l’unica cosa davvero in nostro possesso, e mostrandosi al mondo fuori della sua gabbia - per quello che realmente è. 

Ho fatto letture molto più leggere e meno introspettive (o quasi): ho letto Quanto mi ami da uno a dieci di Polly Williams, edito da Piemme. Titolo originale: The Angel at No 33. La parola Glam che appare in copertina accanto al nome della casa editrice può ingannare: sì, è una storia d’amore, ma il punto di vista principale è quello di una donna, moglie e madre giovane e bella, che muore all’improvviso per cause assurde e il cui fantasma vigila sul marito, vedovo tenebroso e da tutte ambito. Ebbene: il fantasma della fu moglie, non senza qualche problema, cerca di capire quale possa essere la donna che più di altre merita di prendere il suo posto accanto al marito e al figlio. Quante riuscirebbero a comportarsi così, dopo morte? Per me: fantascienza. 

Sono tornata a incupirmi - che poi è il mio sport preferito - dedicando due ore della mia vita a Logan, il terzo film della saga su Wolverine. Il film mi è piaciuto da matti. Ne avevo addirittura sentito parlare su Radio Tre della Rai, alla trasmissione Hollywood Party, che solitamente è un programma per ex-damsiani come me, avvezzi a ore di visioni pesantissime con sottotitoli di ogni tipo. Logan, infatti, non sembra un film Marvel, non sembra un film sui supereroi, ma racconta una storia decisamente universale, con uno stile asciutto, a tratti sporco, senza quel colore fasullo che spesso caratterizza i film con i superpoteri. 

"Questa è la vita: una casa, persone che si amano, un posto sicuro, dovresti prenderti un momento e assaporarlo." Dice Charles Xavier. E come dargli torto? 

La visione del film mi ha portata dritta dritta alla lettura di Vecchio Logan. Anche questa lettura mi ha appassionato oltre misura, soprattutto per la capacità di creare un mondo distopico all'interno di un universo già totalmente inventato
La Marvel ragiona spesso considerando il fumetto come un canovaccio per il film. Vecchio Logan dovrebbe essere la traccia per il film Logan. Sì, il tema di fondo c’è, ma la storia è completamente diversa. Così, ti ritrovi a vivere due storie su binari paralleli, pur con lo stesso senso. Che non è come andare a ricercare nel film ciò che vi è nel libro, anche perché, di solito, i lettori incalliti e sin troppo chiusi, tendono a vedere nell’adattamento cinematografico un’opera mai all’altezza della pagina stampata, senza pensare di analizzare diversamente i due linguaggi. Personalmente, poiché la vedo come Bazin - e cioè che gli adattamenti cinematografici sono l’analisi e la critica al testo scritto, vedasi, ad esempio, il lavoro di Kubrick - adoro il lavoro che la Marvel fa passando da carta a pellicola: intelligente, calzante e, soprattutto, con la possibilità di dare al lettore/spettatore più visioni della storia, più strade da percorrere. 


Parlando di adattamenti, sono finita a leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, edito da Sellerio: dopo, ovviamente, aver visto la serie Rai Rocco Schiavone. Anche qui, due prodotti decisamente diversi. Manzini, essendo anche sceneggiatore, scrive in modo molto visivo: mentre leggi, vedi. Non ci sono virtuosismi, lo stile è semplice, asciutto, talmente asciutto da regalare, spesso, veri e propri tagli malinconici (nel senso che sa davvero come ferirti). La serie ha un tono completamente diverso ma, non so perché, affine al libro. La regia è affidata a Michele Soavi, l’autore del film Dellamorte Dellamore. E, infatti, in Rocco Schiavone - la Serie si sente il tocco horror di Soavi, fotografia grigia, personaggi freak le cui maschere terrorizzano, cimiteri diroccati, fantasmi che fluttuano e si confondono ai vivi, colonna sonora impalpabile e drammatica. Anche qui, dieci e lode: perché si legge un’esperienza e se ne vede un’altra, per me perfettamente affine a un personaggio sfaccettato come Schiavone, dal cui alter ego cartaceo si possono ricavare infinite sfumature e infiniti punti di vista. 

Metto in fondo le mie ultime due letture: una terminata, l’altra in corso. Quella terminata è La più amata di Teresa Ciabatti, seconda classificata al Premio Strega 2017. L’autrice effettua un’analisi psicologica di se stessa passando per la misteriosa storia della sua famiglia che, a sua volta, si mescola con la più oscura storia d’Italia. Potrebbe sembrare il classico romanzo familiare, il mattone di milletrecento pagine che scorre a fatica. Invece no. La scrittura è ansiogena e giustamente patologica: non ci sono dialoghi, non ci sono virgolette, c’è un lungo flusso di coscienza che monta le frasi attraverso le virgole o le coordinate. Frasi che, soprattutto, non riflettono la linearità logica di quando i ricordi sono metabolizzati e compresi, ma che spezzano il senso andando a infilare un ricordo nel flusso di un altro ricordo. 

È un tipo di stile che mi piace e che mi appartiene molto: tuttavia, non posso che dare anche io il Premio Strega a Paolo Cognetti per Le otto montagne. Libro ancora in lettura, un libro che, però, sto divorando. La scrittura di Cognetti è quanto di più lontano da me ci sia: semplice, pacata, naturale. La storia scorre nelle parole come l’acqua di sorgente. Una melodia antica che narra le storie di terre e uomini. Però, ecco: una storia come quella di Cognetti, un significato come quello che lascia trapelare Cognetti, sono universali e appartengono a ognuno. Forse ne parlerò più avanti o forse me lo terrò per me. Posso solo dire che il libro parla di montagna e di luoghi naturali, ancestrali, in cui l’uomo moderno, metropolitano e tecnologizzato, tenta di ritrovare se stesso, il vero se stesso: ed io, pur essendo essere umano di mare, mi sono perfettamente ritrovata in questo discorso. Non vado al mare con l’ombrellone e l’abbronzante, perché per me non è quello il vero mare, così come per il padre del protagonista la vera montagna non è quella degli sciatori e degli skilift. Vado al mare d’inverno, quando posso, perché ora il mare è lontano, ricercando piccoli anfratti in cui l’acqua salata si infrange contro gli scogli: e di fronte a quel gioco di spuma, rocce e abissi non ce ne è per nessuno, né per l’uomo, né per gli animali, né per Dio. 
Mentre leggi Cognetti hai l’impressione di leggere Verga, Manzoni, Calvino o gente di questo calibro. In altre parole: mentre scrive, Cognetti fa Letteratura, quella con la elle maiuscola. E penso che Cognetti finirà presto nelle antologie di scuola superiore. Non so se sarà un bene o un male, ma il mio è un modo per dire che siede già fra i grandi  - e questa è una cosa che tra gli scrittori italiani contemporanei non ho mai trovato finora. 


A maggior ragione, leggendo Cognetti mi rendo sempre più conto di quanto scrivere sia inutile, soprattutto se lo si fa tanto per aumentare il chiacchiericcio in un mondo già saturo di parole. Leggere Cognetti è utile, utilissimo, perché la sua è la scrittura della pace e del silenzio e mi fa incantare come di fronte a un dipinto di Friedrich: quando guardi, in silenzio, contempli, a lungo, con calma, lasciando il mondo di fuori. 

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Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

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