Pacific Rim
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Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Fantasy/Action - Sceneggiatura: Travis Beacham, Guillermo Del Toro - Regia: Guillermo Del Toro
Guillermo Del Toro e
Travis Beacham, in un bel pomeriggio da orgoglio otaku, hanno
raccolto tutte le action figures che tenevano lucidate sulle loro
librerie e hanno iniziato a giocare, dando vita ad una colossale
fanfiction da milioni di dollari.
Sul nemico da combattere
non si sono ingegnati più di tanto: hanno preso i Kaiju, che di
certo hanno origini ben più remote di Pacific Rim. Sui robot da
costruire per sconfiggere i mostri provenienti dal mare, invece, i
due sceneggiatori hanno dato fondo a tutta la loro immaginazione.
Hanno “inventato” grandi mecha frutto del collage di tanti
protagonisti di vecchi e nuovi manga/anime – insomma, da Daitarn a Neon
Genesis Evangelion, da Gundam a Goldrake, potete divertirvi a trovare
similitudini non troppo celate. Così, ecco inventati robot dai nomi
roboanti - Striker Eureka (Seven), Crimson (Spell) Typhoon, Gipsy
Danger, Coyote Tango... Ma la cosa più importante è che i robot non
si chiamano robot: si chiamano Jaegers. Che tanto ricorda il cognome
di Eren Jaeger, il protagonista di Shingeki no Kyojin, dove si
combattono colossali giganti che vogliono annientare l'umanità e
contro cui gli esseri umani hanno costruito altissime mura (ma quanto sono simili le due trame?).
Quando gli Jaegers sono
pronti a combattere, sbattono il pugno chiuso dentro la mano aperta,
sì, proprio come Monkey D. Rufy detto Cappello di Paglia prima di
uno dei suoi secolari combattimenti. E come affossare qualche altra
memoria nipponica ben radicata nel sognante immaginario collettivo?
Ah, certo: con la scena del rifugio. Una parte degli abitanti di Hong
Kong viene spinta in un rifugio per ripararsi dai Kaiju, ricalcando
chiaramente una delle più epiche sequenze di Hokuto No Ken, quando
Toki spinge a forza Ken e la sua amata nel bunker, sacrificandosi e
assorbendo radiazioni. La stessa scena, ma al contrario: perché lo
scienziato di Pacific Rim che deve entrare nel rifugio, lo fa con gli intenti più
pusillanimi. Sa che i Kaiju vogliono lui (cosa che poi non ha grande
seguito) e anziché rimanere fuori dal bunker per salvare i cittadini
di Hong Kong, entra mettendoli in pericolo – nulla a che fare col
coraggio di Toki.
Questa non è
citazione e neppure scopiazzatura da compito in classe. Non ha
nulla del sapore, ad esempio, della tutina gialla a strisce nere di
Beatrix in Kill Bill.
Bando alle ciance. Di
sicuro ci sono altri riferimenti a un infinito universo di anime e
manga. Il film è molto avvincente nei primi quindici minuti di
pellicola ed è supportato da una colonna sonora epica.
Il problema è un altro.
Sarebbe potuta venir fuori anche una confezione decente, un'opera per
far godere veri appassionati, ma tutto rimane in superficie. Un film
da e per veri nerd, ben fatto e con la necessaria autoironia, è
Paul. Di certo non Pacific Rim. Che nel suo pot-pourri si fa kitsch e
lascia le emozioni da parte.
Il problema è proprio il
kitsch. Del Toro e Beacham cercano di ricreare la stessa situazione
di molti manga fantasy: personaggi di specie diverse, abiti
particolarissimi, acconciature surreali, fattezze inconfondibili – e potremmo andare avanti
per ore. Il fatto, però, è che laddove si costruisce un'opera
attraverso il disegno animato, l'esagerazione nella caratterizzazione
dei personaggi non stona. Li si disegna, talvolta, in maniera
eccentrica per renderli subito riconoscibili, perché non sono
persone in carne ed ossa, ma segni grafici. Visto che è già stato
citato, viene subito in mente Eureka Seven, in cui vi è una
grandissima varietà di esseri umani, almeno per il modo in cui sono
disegnati. Ma si può andare anche molto più indietro, a Hokuto no
Ken, appunto, dove ogni personaggio ha un'inconfondibile
caratterizzazione grafica che viene prima di
quella psicologica (quest'ultima, comunque, sempre molto approfondita).
I due sceneggiatori
tentano di fare altrettanto: di rendere in carne ed ossa
l'equivalente grafico di un manga. Ma, talvolta, quest'operazione non
riesce neppure ai padroni di casa – ai nipponici, per l'appunto,
che spesso rovinano con film interpretati da attori veri saghe
animate che hanno fatto sognare generazioni intere.
E Del Toro non può
aiutarsi neppure con gli effetti speciali: tutto ciò che crea
diventa subito eccessivo e appare fuori contesto. Il protagonista è
americano ma finisce a Hong Kong a condurre uno Jaeger con una ragazza
giapponese con i capelli blu. Poi ci sono i russi – non un russo,
ma il topos russo degli anni Ottanta, cioè due biondi platinati che
sembrano automi e che da un momento all'altro potrebbero dire “ti
spiezzo in due”. Ron Perlman diventa Hannibal Chau, vestito davvero
come uno dei peggiori nemici da manga, uno yakuza privo di specchi in
casa, anche se, di sicuro, si presenta come uno dei personaggi più
interessanti del film. Idris Elba, col ruolo di Stacker Pentecost, è
l'unico a recitare davvero – assieme alla bimba giapponese, sola
vera attrice del film – tanto è vero che non si comprende bene
come una figura così seria e realistica e con un tale carisma sia
entrata a far parte di questa produzione.
Le scene d'azione sono
indubbiamente mirabolanti e ben fatte, ma producono uno strano
effetto. Sono talmente veloci nei movimenti di macchina che a volte disturbano, dato che – e
questo è davvero il limite del film – l'immagine non si fissa e
all'occhio sfugge il novanta per cento del visivo. Allo stesso tempo,
le scene sono lunghissime e ripetitive. I robot si muovono lenti. Il
risultato è snervante. Lo spettatore riceve sollecitazioni sin
troppo contrastanti che, alla lunga, stancano. Al di fuori delle
scene d'azione, non si può neppure parlare di trama e dialoghi: sono
di una banalità sconcertante, oltre che sconclusionati oltre ogni
dire.
A questo bel magma, Del
Toro ci aggiunge il lavoro fotografico: che tenta di ricalcare quei
colori accesissimi – senza troppi passaggi chiaroscurali o tonali –
che caratterizzavano gli anime di qualche decennio fa. L'effetto
voleva essere metallico, al neon e vintage (con una vaga eco – dio mi
perdoni – di Blade Runner): il risultato è un accostamento
cromatico molto spesso fastidioso, che trova il climax del cattivo
gusto nel colore dei mostri, delle loro parti anatomiche, dei loro umori, dei loro batteri – la cosa poteva andare bene per il primo
Men In Black, ora non più.
Ma il problema più
grande rimane il senso dell'origine del soggetto. L'origine è di
sicuro in Giappone, ma la storia di Del Toro – e la sua forma –
non è originale. Un manga nasce da una determinata cultura, quella
nipponica, il cui substrato è dato da una millenaria storia
letteraria, teatrale e pittorica. Certi parossismi, in un'opera
nipponica, sono ben accetti e non stonano proprio perché hanno
radici profonde – si pensi, ad esempio, alle smorfie dei
personaggi, a certi loro gesti teatrali, alle intonazioni delle
frasi: non avrebbero senso se non le associassimo, ad esempio, alla
lunghissima tradizione del teatro Kabuki. Questa profondità, in un
film come Pacific Rim, non esiste, esiste solo la superficie: si
prendono alcuni elementi che vengono
gettati nella mischia di un'inquadratura; si procede ad un'operazione
ibrida che, a forza di aggiungere topoi su topoi da otaku, perde di
profondità, di emozioni e di anima. In altre parole, manca la
schiettezza di un progetto intimo e la forza di una ricerca artistica personale.
Commenti
Non il film del secolo, probabilmente me lo sarò dimenticato l'anno prossimo, ma tanta goduria e meraviglia durante la visione, impreziosita dai grandissimi Charlie Day, Ron Perlman ed Idris Elba (senza contare quella bimbina giapponese che mi ha uccisa e a ricordarla ho ancora i brividi... ç__ç).
Io ho trovato una certa (troppa?) somiglianza con 'Starship Troopers' di Verehoven: gli 'animalacci' che attaccano la terra, la stupidità degli esseri umani che sottovalutano il pericolo, il 'governo globale' illuminato ma trasformato in dittatura... però depurato totalmente l'aspetto 'politico' e ironico rimane ben poco.
@Kelvin: indubbiamente le scene d'azione erano molto attraenti, soprattutto perché supportate da un'ottima colonna sonora. Ma a tratti ho percepito noia... Sì, vero, anche Verehoven c'è!!