mercoledì 24 luglio 2013

Pacific Rim




Anno: 2013 - Nazionalità: USA - Genere: Fantasy/Action - Sceneggiatura: Travis Beacham, Guillermo Del Toro - Regia: Guillermo Del Toro

Guillermo Del Toro e Travis Beacham, in un bel pomeriggio da orgoglio otaku, hanno raccolto tutte le action figures che tenevano lucidate sulle loro librerie e hanno iniziato a giocare, dando vita ad una colossale fanfiction da milioni di dollari.
Sul nemico da combattere non si sono ingegnati più di tanto: hanno preso i Kaiju, che di certo hanno origini ben più remote di Pacific Rim. Sui robot da costruire per sconfiggere i mostri provenienti dal mare, invece, i due sceneggiatori hanno dato fondo a tutta la loro immaginazione. Hanno “inventato” grandi mecha frutto del collage di tanti protagonisti di vecchi e nuovi manga/anime – insomma, da Daitarn a Neon Genesis Evangelion, da Gundam a Goldrake, potete divertirvi a trovare similitudini non troppo celate. Così, ecco inventati robot dai nomi roboanti - Striker Eureka (Seven), Crimson (Spell) Typhoon, Gipsy Danger, Coyote Tango... Ma la cosa più importante è che i robot non si chiamano robot: si chiamano Jaegers. Che tanto ricorda il cognome di Eren Jaeger, il protagonista di Shingeki no Kyojin, dove si combattono colossali giganti che vogliono annientare l'umanità e contro cui gli esseri umani hanno costruito altissime mura (ma quanto sono simili le due trame?).
Quando gli Jaegers sono pronti a combattere, sbattono il pugno chiuso dentro la mano aperta, sì, proprio come Monkey D. Rufy detto Cappello di Paglia prima di uno dei suoi secolari combattimenti. E come affossare qualche altra memoria nipponica ben radicata nel sognante immaginario collettivo? Ah, certo: con la scena del rifugio. Una parte degli abitanti di Hong Kong viene spinta in un rifugio per ripararsi dai Kaiju, ricalcando chiaramente una delle più epiche sequenze di Hokuto No Ken, quando Toki spinge a forza Ken e la sua amata nel bunker, sacrificandosi e assorbendo radiazioni. La stessa scena, ma al contrario: perché lo scienziato di Pacific Rim che deve entrare nel rifugio, lo fa con gli intenti più pusillanimi. Sa che i Kaiju vogliono lui (cosa che poi non ha grande seguito) e anziché rimanere fuori dal bunker per salvare i cittadini di Hong Kong, entra mettendoli in pericolo – nulla a che fare col coraggio di Toki.
Questa non è citazione e neppure scopiazzatura da compito in classe. Non ha nulla del sapore, ad esempio, della tutina gialla a strisce nere di Beatrix in Kill Bill.



Bando alle ciance. Di sicuro ci sono altri riferimenti a un infinito universo di anime e manga. Il film è molto avvincente nei primi quindici minuti di pellicola ed è supportato da una colonna sonora epica.
Il problema è un altro. Sarebbe potuta venir fuori anche una confezione decente, un'opera per far godere veri appassionati, ma tutto rimane in superficie. Un film da e per veri nerd, ben fatto e con la necessaria autoironia, è Paul. Di certo non Pacific Rim. Che nel suo pot-pourri si fa kitsch e lascia le emozioni da parte.
Il problema è proprio il kitsch. Del Toro e Beacham cercano di ricreare la stessa situazione di molti manga fantasy: personaggi di specie diverse, abiti particolarissimi, acconciature surreali, fattezze inconfondibili – e potremmo andare avanti per ore. Il fatto, però, è che laddove si costruisce un'opera attraverso il disegno animato, l'esagerazione nella caratterizzazione dei personaggi non stona. Li si disegna, talvolta, in maniera eccentrica per renderli subito riconoscibili, perché non sono persone in carne ed ossa, ma segni grafici. Visto che è già stato citato, viene subito in mente Eureka Seven, in cui vi è una grandissima varietà di esseri umani, almeno per il modo in cui sono disegnati. Ma si può andare anche molto più indietro, a Hokuto no Ken, appunto, dove ogni personaggio ha un'inconfondibile caratterizzazione grafica che viene prima di quella psicologica (quest'ultima, comunque, sempre molto approfondita).



I due sceneggiatori tentano di fare altrettanto: di rendere in carne ed ossa l'equivalente grafico di un manga. Ma, talvolta, quest'operazione non riesce neppure ai padroni di casa – ai nipponici, per l'appunto, che spesso rovinano con film interpretati da attori veri saghe animate che hanno fatto sognare generazioni intere.
E Del Toro non può aiutarsi neppure con gli effetti speciali: tutto ciò che crea diventa subito eccessivo e appare fuori contesto. Il protagonista è americano ma finisce a Hong Kong a condurre uno Jaeger con una ragazza giapponese con i capelli blu. Poi ci sono i russi – non un russo, ma il topos russo degli anni Ottanta, cioè due biondi platinati che sembrano automi e che da un momento all'altro potrebbero dire “ti spiezzo in due”. Ron Perlman diventa Hannibal Chau, vestito davvero come uno dei peggiori nemici da manga, uno yakuza privo di specchi in casa, anche se, di sicuro, si presenta come uno dei personaggi più interessanti del film. Idris Elba, col ruolo di Stacker Pentecost, è l'unico a recitare davvero – assieme alla bimba giapponese, sola vera attrice del film – tanto è vero che non si comprende bene come una figura così seria e realistica e con un tale carisma sia entrata a far parte di questa produzione.



Le scene d'azione sono indubbiamente mirabolanti e ben fatte, ma producono uno strano effetto. Sono talmente veloci  nei movimenti di macchina che a volte disturbano, dato che – e questo è davvero il limite del film – l'immagine non si fissa e all'occhio sfugge il novanta per cento del visivo. Allo stesso tempo, le scene sono lunghissime e ripetitive. I robot si muovono lenti. Il risultato è snervante. Lo spettatore riceve sollecitazioni sin troppo contrastanti che, alla lunga, stancano. Al di fuori delle scene d'azione, non si può neppure parlare di trama e dialoghi: sono di una banalità sconcertante, oltre che sconclusionati oltre ogni dire.
A questo bel magma, Del Toro ci aggiunge il lavoro fotografico: che tenta di ricalcare quei colori accesissimi – senza troppi passaggi chiaroscurali o tonali – che caratterizzavano gli anime di qualche decennio fa. L'effetto voleva essere metallico, al neon e vintage (con una vaga eco – dio mi perdoni – di Blade Runner): il risultato è un accostamento cromatico molto spesso fastidioso, che trova il climax del cattivo gusto nel colore dei mostri, delle loro parti anatomiche, dei loro umori, dei loro batteri – la cosa poteva andare bene per il primo Men In Black, ora non più.


Ma il problema più grande rimane il senso dell'origine del soggetto. L'origine è di sicuro in Giappone, ma la storia di Del Toro – e la sua forma – non è originale. Un manga nasce da una determinata cultura, quella nipponica, il cui substrato è dato da una millenaria storia letteraria, teatrale e pittorica. Certi parossismi, in un'opera nipponica, sono ben accetti e non stonano proprio perché hanno radici profonde – si pensi, ad esempio, alle smorfie dei personaggi, a certi loro gesti teatrali, alle intonazioni delle frasi: non avrebbero senso se non le associassimo, ad esempio, alla lunghissima tradizione del teatro Kabuki. Questa profondità, in un film come Pacific Rim, non esiste, esiste solo la superficie: si prendono alcuni elementi che vengono gettati nella mischia di un'inquadratura; si procede ad un'operazione ibrida che, a forza di aggiungere topoi su topoi da otaku, perde di profondità, di emozioni e di anima. In altre parole, manca la schiettezza di un progetto intimo e la forza di una ricerca artistica personale.  

4 commenti:

Beatrix Kiddo ha detto...

Ammetto la mia ignoranza in materia di cultura giapponese (al massimo, come ho detto dalle mie parti, arrivo a Daitarn 3); io che ero molto scettica, mi sono divertita. Sarà che non mi aspettavo un capolavoro, l'ho trovato ben fatto e piacevole, un giocattolone, forse non con l'anima, che mi ha fatto tornare bimbetta. Mi sono accontentata. Ne ho parlato, ovviamente, anche da me!:)

Babol ha detto...

Io mi sono divertita parecchio proprio per tutti i topoi, riferimenti e cliché, persino per quello dei Russi cloni di Ivan Drago.
Non il film del secolo, probabilmente me lo sarò dimenticato l'anno prossimo, ma tanta goduria e meraviglia durante la visione, impreziosita dai grandissimi Charlie Day, Ron Perlman ed Idris Elba (senza contare quella bimbina giapponese che mi ha uccisa e a ricordarla ho ancora i brividi... ç__ç).

Kelvin ha detto...

Io mi sono divertito, tutto sommato un film di 135 minuti che non ti fa mai guardare l'orologio qualche merito ce l'ha... però è vero che è un giocattolone di puro intrattenimento dove tutto resta in superficie.
Io ho trovato una certa (troppa?) somiglianza con 'Starship Troopers' di Verehoven: gli 'animalacci' che attaccano la terra, la stupidità degli esseri umani che sottovalutano il pericolo, il 'governo globale' illuminato ma trasformato in dittatura... però depurato totalmente l'aspetto 'politico' e ironico rimane ben poco.

Veronica Mondelli ha detto...

@Beatrix e Babol: mi ha irritato un po' la scopiazzatura a dir la verità. E, anzi, più vado avanti nel vedere L'Attacco dei Giganti più mi accorgo di quanto Del Toro abbia inventato molto poco, quasi nulla.

@Kelvin: indubbiamente le scene d'azione erano molto attraenti, soprattutto perché supportate da un'ottima colonna sonora. Ma a tratti ho percepito noia... Sì, vero, anche Verehoven c'è!!