mercoledì 3 luglio 2013

Anna Karenina


Anno: 2012 - Nazionalità: Regno Unito/Francia - Genere: Drammatico - Regia: Joe Wright

Il classicismo di Joe Wright è anticlassico. Joe Wright è un manierista del cinema. Perché barocco proprio non può essere definito: nelle sue opere, il classicismo è portato fino alle estreme conseguenze, a volte è un estenuante esercizio di stile, ma non supera mai i limiti. Un Parmigianino del cinema. Perché Joe Wright prende il cinema, quello classico per eccellenza, e lo mescola allo stile moderno – quello del metacinema – e a quello postmoderno – cioè il cinema classico che riflette su se stesso.
Il risultato è uno degli stili cinematografici più interessanti della contemporaneità.

Secondo punto: Wright esplora l'amore. L'amore in tutte le sue forme. Da quello canonico a quello dannato a quello per l'arte fino al non-amore di Hanna – la ragazzina che non era in grado di provare sentimenti.

Anna Karenina va a incastrarsi perfettamente in questa riflessione wrightiana sull'amore e prosegue il viaggio nel cinema classico rivoluzionato dalla postmodernità.



Come confrontarsi con un monumento quale è Anna Karenina di Tolstoj? Come esplorarlo per l'ennesima volta, come leggerlo, come esaltarlo ancora una volta tirando fuori nuovi significati e nuove prospettive?
Se c'è una cosa che emerge dal libro di Tolstoj è un senso perenne di soffocamento. Non dato dai tre volumi e dall'enorme mole di pagine. Il soffocamento è dato dalle parole, dalle situazioni, dal personaggio di Anna che non ha vie d'uscita e che sul finire ha un ripiegamento interiore insopportabile, che vive situazioni sempre uguali, sempre più frustranti e aride. Poi c'è la storia di Levin, dalla parte del quale Tolstoj si mette chiaramente: ma, con Levin, Tolstoj non riesce quasi ad aver presa, perché le parti a lui dedicate diventano un saggio di spiritualità e di politica economica.
Un romanzo estremamente denso. Assurto a capolavoro. Ma non è un capolavoro solo per la capacità che Tolstoj ha avuto di narrare i tempi che correvano. Tolstoj ha avuto il pregio di mostrarci con più di quarant'anni di anticipo la fine della Russia zarista. Non sapeva cosa sarebbe accaduto, ma la Russia dei nobili era ormai talmente adagiata su se stessa che non avrebbe avuto vita lunga. Anna rappresentava quella nobiltà falsa e gretta, tanto immobile da non riconoscere i sentimenti – e neppure la morte. Levin rappresenta il nuovo, la Russia libera dagli ori, dai palazzi, dalle chiacchiere prive di senso. Una Russia all'aria aperta. Tra i campi di grano e con la falce in mano.



Wright coglie al volo la metafora. E non gioca tanto con i personaggi, i dialoghi e le loro paranoie. Gioca con la scenografia. E con la macchina da presa, ovvio. Il suo film è un incontro solenne e sublime di macchina da presa e scenografia, macchina da presa e quinte teatrali, macchina da presa e carrelli, sole, vento e neve. È in quel gioco di interni-esterni reali-esterni falsi che occorre vedere tutto il lavoro di Wright. Gioco che, tra l'altro, permette al regista di continuare ad essere un manierista, un classicista figlio del Duemila, quello che distribuisce colori, forme oggetti con una simmetria estenuante e che, però, distrugge tutto il simmetrico con una riflessione metafilmica

Dove c'è assenza di sentimento, di verità, di sincerità e lealtà, Wright inserisce a forza i suoi personaggi/manichini nelle quinte di un teatro. Il loro mondo è tutto tra la platea, il palco e il dietro le quinte, in un luogo soffocante, sempre uguale, che circola e ritorna allo stesso posto, senza via d'uscita. Quel teatro è la casa di Stiva, è la stazione, è il ristorante, è il luogo di tante feste a cui partecipa Anna, è la camera da letto dei Karenin. Quel teatro è il falso prato fiorito del finale, un finale amaro, in cui un Karenin assente, privo di sentimenti, guarda giocare i suoi due figli felice di aver rimesso tutto in ordine. Più nessun virus nella sua vita, solo aria di plastica, fiori di plastica, cielo di legno, perimetro circoscritto. Un finale più amaro di questo, Wright non poteva dedicarlo alla già tanto sofferente e vituperata eroina di questa tragica storia.
Levin, invece, che vive di verità e realtà, non abita quinte teatrali, ma una casa vera. E, quando esce, ha a disposizione aria, prato, cielo, sole e neve veri. La bravura di Wright si vede anche da questo: cambia registro stilistico come se nulla fosse, portandoci di fronte ad un film che muta fotografia e muta stile al cambiare del suo significato. Ai colori perfettamente controllati delle quinte teatrali e dei falsi interni-esterni, Wright alterna un realismo mai visto nelle sue opere: quasi non riesce a controllare la luce, che abbaglia la sua macchina da presa senza poter essere ingabbiata in una scelta artistica. La luce se ne vola ovunque, colpisce il fieno, le lame delle falci, il viso tondo e sincero di Kitty che lava il fratello clandestino di Levin, facendosi aiutare dalla compagna prostituta – quasi un quadro alla Courbet.
Ad Anna non capita mai di respirare quell'aria e quel sole. Perché, sì, il suo amore è vero, è reale e sincero, ma un sentimento così forte, messo in gabbia – tra vestiti, gioielli, teatri, convenienze – provoca solo dolore, sofferenza e morte. Vronskij si consuma piano piano, lei si dà alle droghe. E il loro non è un amore contrastato, il loro è un amore soffocante che aveva soffocato il lettore di Tolstoj e ora soffoca lo spettatore di Wright.



Anche il film, sul finire, si ripiega su se stesso: ma per volontà del regista. Nella magnifica – e anche ironica – macrosequenza iniziale (che ha un'eco della long take sulla spiaggia di Espiazione), Wright ha mostrato allo spettatore la chiave di lettura del film, abbagliandolo. Dopo, quell'originale chiave di lettura volutamente si offusca, lasciandoci in preda al panico da claustrofobia. Anche il romanzo si fa ridondante sul finire, impossibile da sciogliere. Si aspetta la morte di Anna come una liberazione.

Wright si affida ad un maestro in particolare per il suo film: Aleksandr Sokurov. In ogni anfratto del film si respira Sokurov, nei piani sequenza (falsi o veri) c'è Sokurov, c'è il suo Arca Russa, c'è l'imbuto del Palazzo d'Inverno che apre porte su porte ma rimane sempre dentro se stesso. Solo che l'osservatore di Sokurov, sul finale, trovava l'uscita giusta, quella che lo conduceva all'infinito, in una sorta di espiazione del vedere. In Wright l'uscita non c'è. Se per Tolstoj l'espiazione estrema (la morte) è l'unica strada dopo l'errore e la sofferenza, per Wright la via d'uscita è solo nell'arte. Ma occorre fare un distinguo. Perché nel suo film Espiazione, la storia d'amore contrastato trovava un finale “giusto”, trovava la sua via d'uscita nella stesura di un romanzo, quindi nella finzione. Il finale di Anna Karenina ci mostra un occluso proscenio invaso da false piante di un falso prato sotto un falso cielo.

E allora, deve esserci sempre un netto spartiacque tra finzione e falsità: l'una porta la vita e la creazione, l'altra conduce inesorabilmente tra le rotaie, mentre il treno sfreccia indifferente.  

10 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Bellissimo film, ha dato una versione in più di questo calssico.

Babol ha detto...

Capolavoro visivo, un'opera d'arte in movimento.
Ma che personaggi odiosi e che attori inadatti al ruolo!!!

MrJamesFord ha detto...

Tecnicamente splendido, emotivamente un pò troppo algido.
Rispetto ad Espiazione, per me un passo indietro.

Veronica Mondelli ha detto...

@Barbara: anche io la penso così! Wright ha esplorato qualcosa di nuovo.

@Babol: a parte la Knightley (sulla quale ancora non so esprimermi), visto il film, credo che Wright abbia voluto personaggi odiosi. A tratti il film sembra voler essere spiccatamente insopportabile!

Veronica Mondelli ha detto...

@MrFord: di sicuro non coinvolge come Espiazione! Ma neppure il libro di Tolstoj coinvolge, è un saggio (più che un romanzo) minuziosissimo sugli errori umani e sulla purezza di certi esseri. Credo che da questo libro non poteva venir fuori un film coinvolgente come Espiazione.

Marco Goi ha detto...

grandissima regia!
ma come coinvolgimento in effetti non è proprio il massimo...

Veronica Mondelli ha detto...

Molto ironico o molto controllato - a volte l'identificazione è parecchio difficile!

Valentina Orsini ha detto...

Ancora devo vederlo...ho un po' di problemi con la scucchiona ma questa volta potrei quasi sopportarla. =)

Veronica Mondelli ha detto...

Sta sempre con la bocca aperta, ma stavolta viene messa in ombra da tanti personaggi e da una regia stratosferica. :)

GIOCHER ha detto...

E nessuno che ti fa i complimenti per la miglior recensione letta in giro.(E soprattutto sui rispettivi blog).Che invidiosi!

Be': lo faccio io.
Splendida rece. Eri vistosamente ispirata. Sai analizzare senza giudicare, ma qui l'hai fatto in maniera lirica e coinvolgente,dimostrando profondita' e intelligenza.