venerdì 12 luglio 2013

Fight Club - Chuck Palahniuk

Autore: Chuck Palahniuk - Anno: 1996 - Traduzione: Tullio Dobner - Casa Editrice: Mondadori

Noi siamo il nostro nome. Noi siamo la nostra famiglia, la nostra casa, i nostri mobili. Siamo il nostro lavoro, la nostra laurea, i nostri amici.
Noi siamo i giornali che leggiamo.
Noi siamo le nostre foto e la nostra anima.

E invece no.

Palahniuk rende negativa ogni frase, perché vuole arrivare al vero noi siamo (e basta).
Noi non siamo il nostro nome. Non siamo la nostra famiglia. Non siamo la nostra casa, non siamo i nostri mobili artistico funzionali. Non siamo il nostro lavoro, né la nostra laurea. Non siamo noi in quelle foto.
Noi non siamo neppure la nostra invisibile e ricercata anima.

Fight Club è il primo passo di Palahniuk verso l'azzeramento dell'essere umano. Se in Soffocare, alla fine, solo nell'ultimissima frase, si scorge la possibile costruzione di qualcosa, in Fight Club si procede per eliminazione e azzeramento.
Dell'essere umano, ovviamente.
Un essere umano talmente spersonalizzato che non ha neppure un nome. Un essere umano che racconta e un nome deve inventarselo, così come deve inventarsi una vita proiettandola fuori di sé.

Se ci pensiamo bene, cosa rimane di noi? Di noi qua, ora, in vita, quotidianamente? Portiamo un nome, portiamo abiti addosso, portiamo un titolo di studio, una qualifica, occupiamo un posto di lavoro, abitiamo una casa. Ma il mobile dell'Ikea, fatto in serie e che tutti possiedono, non ci distingue dagli altri. La camicia di quella marca, l'automobile di quella casa, il taglio di capelli, quella laurea o quel diploma che tutti hanno a che portano? A nulla, perché non dicono nulla di noi: il minimo comune denominatore distrugge l'uomo – dice Palahniuk.
Per questo bisogna arrivare davvero in fondo.
E arrivare in fondo, per il buon Chuck, non è crogiolarsi in chissà quali pensieri – anche se lui lo fa e lo fa inventando filosofie stralunate e coerenti.
Arrivare in fondo significa arrivare al sangue e alla carne.
Cosa c'è di meglio di un fight club, allora? Si combatte senza camicia e senza scarpe. Si combatte finché i combattenti non dicono basta. E la prima regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club. La seconda regola del Fight Club è che non si parla del Fight Club. Le parole sono solo tautologie, autoreferenze incomprensibili talvolta. Ma il corpo umano è irripetibile.
E allora, ecco sangue che sgorga, denti spezzati, ossa che si rompono, occhi neri, buchi che si aprono sulle guance e che non si rimarginano. Il corpo è l'unica cosa che possediamo. Ed è l'unica che possiamo analizzare. Se Victor Mancini lo analizza dal punto di vista sessuale, il nostro narratore senza nome lo fa picchiando e facendosi picchiare: l'unica cosa che ti fa davvero sentire vivo.
Non c'è un fine nel picchiarsi. Non un obiettivo. Solo caos. Come quel progetto che nasce per osmosi dal Fight Club. Il Progetto Caos vuole azzerare la società e tutte le sue regole, tutto ciò che impone, che regala, che inventa. Perché tutto è inutile. Potremmo dire che del Progetto Caos abbia fatto parte anche la mamma di Victor Mancini, che passava da una costa all'altra degli Stati Uniti per distruggere le sicurezze americane.

Pasolini diceva che il montaggio di un film è come la morte: è quel qualcosa che mette fine al caos della realtà (e del girato) ma che, allo stesso tempo, dà ad essa il suo significato più grande e profondo, quello finale.
Ed è ciò che fa Palahniuk. Lo dice: solo in morte abbiamo un nome, una storia, una vita da raccontare. La morte è il primo passo verso l'immortalità. Il Progetto Caos è anarchia allo stato puro, per quanto sembri essere un'organizzazione capillare e ferrea. Solo mettendo fine alle cose si annulla il caos e si è.
Eppure Palahniuk non si ferma al corpo. Sarebbe ingiusto dire che la sua poetica e la sua scrittura siano solo carnali. Semmai, il corpo è il tramite per parlare di cose davvero profonde e impalpabili.
Come la dissociazione dell'individuo nella società dei consumi. Come l'inafferrabilità della propria personalità. Fight Club è un saggio ontologico. Palahniuk cerca l'Essere dell'uomo, non lo trova, va a fondo, percorre strade alternative. Parte dal caos, arriva al caos, in una continua distruzione dell'uomo e della scrittura. Solo dalla distruzione, dall'incrinatura di tutte le cose che hanno una forma, possiamo vedere cosa c'è sotto.

Eppure, ancora una volta, nel caos più totale, nel nichilismo più totale, Palahniuk dimostra di saper padroneggiare l'arte dello scrivere con coerenza e cognizione. Il suo stile è complesso, studiato in ogni minimo dettaglio, nessuna parola in libertà. I testi di Palahniuk sono canzoni. Ci sono le strofe, i bridge, i ritornelli. Eppure a ogni ripresa c'è un minimo di cambiamento, tutto si ripete, ma nulla si ripete mai uguale a se stesso e quando qualcosa si ripete in maniera identica, viene posta in contesti diversi. Se questo provoca stordimento e straniamento, allo stesso tempo porta il lettore altrove e gli fa abbandonare il porto sicuro del soggetto-verbo-complemento. Anche la frase canonica, in fondo, può rivelarsi falsa, una conquista umana ormai ripetitiva, banale, che non dimostra, né racconta, né esprime più nulla di nuovo.
Sovvertiamola, questa frase. E, allo stesso tempo, creiamo uno stile: che magari qualcun altro, tra una, due, tre, venti generazioni distruggerà a sua volta.



4 commenti:

Barbara Jurado ha detto...

Il libro è meraviglioso.

Veronica Mondelli ha detto...

Davvero eccezionale!

Mari da solcare ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Mari da solcare ha detto...

Recensione davvero intrigante: ". Fight Club è un saggio ontologico. Palahniuk cerca l'Essere dell'uomo, non lo trova, va a fondo, percorre strade alternative. Parte dal caos, arriva al caos, in una continua distruzione dell'uomo e della scrittura."
Il problema è se mi deprimo troppo, leggendo Palahniuk ...
Buona estate.